Sergio Tossi Sergio Tossi

Elementi di Geometria sentimentale

Le geometrie sentimentali arditamente teorizzate e messe in pratica in queste due mostre (volume 1 e volume 2) si sviluppano dalla costruzione di un triangolo la cui base è tracciata su Firenze dal punto Zona B al punto Stanza 251 per allungarsi fino al vertice livornese denominato Egg.

L'allestimento da EGG Visual Art, Livorno 

Le geometrie sentimentali arditamente teorizzate e messe in pratica in queste due mostre (volume 1 e volume 2) si sviluppano dalla costruzione di un triangolo la cui base è tracciata su Firenze dal punto Zona B al punto Stanza 251 per allungarsi fino al vertice livornese denominato Egg. Tre associazioni cosiddette culturali, tre elementi di aggregazione, tre ipotesi di lavoro in rete. Da questo primo triangolo, poggiando su uno qualsiasi dei lati, potranno svilupparsi infiniti poligoni, perfino uscendo dai confini nazionali, perfino incontrandosi all’infinito come due rette parallele, che poi è una delle definizioni più poetiche che il letterariamente poco esplorato mondo della matematica ci abbia regalato. La mia intenzione era, in solido, indicare dei punti corrispondentiagli artisti ed agli scrittori invitati, per poi a mia volta invitare a tracciare delle linee che ne congiungessero il pensiero. Un esercizio rinnovabile innumerevoli volte, senza alcuna certezza di risultato perché, è ovvio, la variabile sentimentale è in agguato. Sghemba ed irrazionale, volubile ed impronosticabile. Ma sono forse diverse da ciò le famose rette parallele?

La geometria è anche una corda a cui aggrapparsi per inseguire dondolando le idee messe in pratica di questi miei compagni che ho voluto mettere insieme con somma arbitrarietà ma anche con profonda convinzione.

Stefano Loria

Stefano Loria, presente nei due volumi nella doppia veste di pittore e poeta, mi ha accompagnato, ed io ho accompagnato lui, in quasi trent’anni di tentativi di costruire (ognuno di noi due) segni distintivi. La secchezza del suo lavoro, capace di contenere tantissimo in poco, mi ha sempre affascinato, sia che si trattasse di tele o carte sapientemente riempite, sia che fosse da leggere in poesie e prose che nel suo caso si intersecano frequentemente. O, se volete, sono interscambiabili come gli addendi che non cambiano il risultato. Lavoro talvolta ingrato, poco incline alla piacevolezza ruffiana (che peraltro non disdegno, se capita, magari fissandomi su un Rothko al museo), ma capace di avvitarsi in vortici di godimento estetico, leggero e intenso.

Francesco Niccolai

Più recente l’infatuazione per le fotografie di Francesco Niccolai, qui costruite in sequenze multiple come si conviene ad una geometria dell’anima. Solo ritratti. Che si palesino sotto forma di casette o di improbabili stazioni di servizio ha poca importanza. Ritratti di gente che non si vede ma che si intuisce. Tranci di vita e di paesaggio intensamente ispirati lungo tratti di strade poco battute. Sempre costruendo un set in perfetto equilibrio tra ciò che c’è e ciò che s’immagina ci possa essere. La moltiplicazione dello sguardo completa l’opera, come fosse una frequenza di un brano di Terry Riley: movimenti impercettibili, mutamenti progressivi che introducono al “tutto”. Ipnosi da fotogramma. Terapeutici fermo immagine.

Beatrice Squitti

Traccio un’altra linea che mi conduce nei meandri misteriosi delle congiunzioni di immagini che Beatrice Squitti costruisce in quella che intuisco possa essere una sorta di trance artistico/creativa. Come riesca, lei, a restare in quel miracoloso equilibrio sulla corda, quando rischia di cadere ad ogni passettino nel baratro dell’ovvio e del banale, senza mai, dico mai, neanche ondeggiare, ecco, per me è un piacevole mistero. Guardo i suoi collages con l’attenzione dilatata con cui posso seguire un film di Hitchcock: non voglio perdermi nulla, perché ogni particolare è rivelatore, mai fine a se stesso.  Entra in gioco anche un elemento che pochi riconoscono, ma io sì, nei numeri, vale a dire l’eleganza. Pensate, ad esempio al cinque, con le sue linee dritte nella parte superiore che scendendo si fanno una bella ed ordinata curva od alle sinuosità dell’otto. Ecco, i lavori di Beatrice hanno l’eleganza dei numeri migliori, per quanto immaginari.

Tomoko Sugahara

Pensate adesso ad alcune sequenze di quella meraviglia di album che è Music for Airport di Brian Eno o alle sofisticate elettrocanzoni dei Lemonjelly (per chi li conosce…). Ecco la colonna sonora per le delicate, delicatissime opere di Tomoko Sugahara. Superfici che si increspano come l’acqua di un lago sotto  leggera brezza. Piccole voluttuosità da cogliere silenziosamente, che il troppo rumore non le si addice. Mi intrigano anche quelle ispirate coppie dai colori appena accennati. Ma è il bianco che la fa da padrone. Anzi, dovrei dire i bianchi, a ricordarci che il non-colore può dotarsi di sfumature infinite e che l’ombra gioca un ruolo di primo piano quando addirittura non si erge ad interprete principale. C’entra la giapponesità, o si deve dire nipponicità? Credo di sì, ma non ne sono poi così sicuro. La sensibilità, ecco, è tutta Sugahariana, fuori di ogni geografia e di qualsiasi geometria.

Bärbel Reinhard

Un paesaggione montano, di un bianco e nero low fi, a riempire tutta una grande parete e l’azzurro dei tuoi occhi (c’è sempre un visitatore/una visitatrice con gli occhi azzurri e la frase suona bene così). Tranquilli, è lì anche per tutti gli altri, imponente, sano, imperturbabile. Bärbel Reinhard l’ha messo lì per ingannarci, per darcela a bere. Infatti la vista implacabilmente cade su quei quadratini di cornice bianca, sotto misura per la supermountain, dentro ai quali altri paesaggi ed altre figure, e dentro a questi ancora cerchi ed altre inquietudini che scopri solo avvicinandoti parecchio. La montagna diventa immediatamente sfondo lontano, decorazione, mentre il piccolo riprodotto si fa significato, arguzia, connessione a paesaggi interiori. Una fortuna averla vista, davvero, l’installazione.

Carlo Zei

Ed ecco infine la fotografia classica. Quella che il tempo mi ha fatto riscoprire come uno dei piaceri massimi della mia vita visiva. Carlo Zei ritaglia sguardi e scopre le mie amate geometrie in luoghi che le offrono solo a selezionati osservatori ed evidentemente lui è tra questi. Non a tutti è infatti dato di vedere ciò che la luce regala trasformando in bellezza anche il bruttino, il banale, il quotidiano semplice. Qui il bianco e nero raggiunge raffinatezza e signorilità (se questo termine si può usare ancora, in tempi grevi come i nostri). Il paesaggio è un cortile semi-assolato od un tunnel anticipato da una simmetria d’asfalto e cordoli. L’eclatante sta nell’equilibrio, nella scelta del momento in cui tutti gli elementi stanno al posto giusto, nella luce giusta.

Luca Matti

Last but not least, un vecchio/nuovo compagno di viaggio, Luca Matti. Ma subito devo dire di quelle palline da ping pong trasformate in argenteee metropoli, a costruire il cosmo che si irradia sulla parete. Un gioco? Tutt’altro, visto che all’occhio attento non sfugge la metafora dell’alienazione moderna, il sussulto di vite inglobate ed indirizzate. Se poi il tutto si amplifica su una grande tela dipinta, l’urlo soffocato diventa percepibile, anche fisicamente. Eppure quell’accumularsi di palazzi e finestre e linee e segni, diventa un affascinante agglomerato dove esseri del modello di quella scultura di tubi di gomma nera dalla forma antropomorfa (forse un supereroe? o un modello scartato di robot?) vivono e scalpitano, pronti a quella corsa che deve essere l’unico modo di muoversi là, tra quei grattacieli incombenti.  Avrei voluto, ma ci saranno altre occasioni, anche una delle sue giungle di catrame. Lo spazio era tiranno, da Egg come in questo testo che qui con umiltà si conclude.

Degli egregi scrittori, Licht, Lisi e Loria, accomunati da una iniziale Lusinghiera e Lussuriosa Stanza 251, vi ha parlato e vi parlerà a lungo. A loro solo un sentito ringraziamento da curatore soddisfatto. Molto soddisfatto.

Sergio Tossi

Sergio Tossi (testo)

Chiara Nicolosi & Carlo Zei (immagini)

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Stefano Loria Stefano Loria

In Scandinavia

Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità.

Come sempre non sapevo cosa avrei visto alla mostra verso la quale mi stavo avvicinando, passo dopo passo, con la solita avversione per il tempo presente in cui siamo costretti ad esistere e già desideravo contenere la possibile delusione entro una scala comunque accettabile di rimpianti e possibili recuperi di dignità. Il fatto che i due artisti provenissero dalla Scandinavia non mi aiutava ad immaginare le forme che le opere potevano assumere. Parlando di arti figurative non conosco i contesti, gli stili in atto, le mappe delle attività svolte dalle nuove generazioni nel grande nord dell’Europa. Se ascoltiamo musica jazz è un altro discorso: tutti sanno che in quelle terre vengono prodotte musiche inedite, a volte eleganti messe a fuoco di tradizioni lontane, in altri casi sorprendenti e incendiate operazioni anarchiche, rivolte a corrodere le strutture in nome di una espressività tutta liberata, senza alcuna paura di esagerare, nessuna facilità concessa al pubblico, con il solo imperativo di lasciare esplodere l’energia e poi si andrà dove è necessario andare. 
Arrivato davanti alla galleria, vista la vetrina coperta dalla rete scura dello svedese Klas Eriksson, con gli aeroplani di carta bianca imprigionati dentro le maglie, ho pensato che la mostra mi piaceva già molto, perché i musi appuntiti dei piccoli jet - saggiamente rivolti verso i visitatori che entravano- suggerivano una condizione di prigionia adeguata al periodo attuale. Oggettini utopici bloccati in volo, al tempo stesso la constatazione di un’impossibilità ed un appello alla rivolta. Nelle sale interne, sempre dello stesso autore, ho trovato opere capaci di confermare la vitalità della pittura. Alcune tele astratte -dipinte con tecniche miste, ma soprattutto con inusuali fumogeni colorati –evocavano un romanticismo in technicolor assai gustoso, declinato in forma di riflessione sui confini (ovviamente inesistenti) della pittura contemporanea. 
Al piano sotterraneo, come in una grotta segreta, un deposito dell’inconscio ben organizzato, i lavori del norvegese Be Andr sembrano affermare l’assoluta centralità della matrice linguistica, collocata all’origine di ogni pensiero e forma. Così l’estetica delle opere è letteralmente modellata dalle frasi applicate sopra le superfici specchianti. In un gioco molto sofisticato di rimandi mentali e questioni poste all’occhio dell’osservatore, con rivelazioni che finiscono per rovesciarsi in enigmi. Alla fine, dopo avere a lungo guardato questi segnali, questi residui attivi del linguaggio che tutti parliamo e nessuno di noi possiede realmente, a dominare suprema è la geometria degli spazi visivi. Le matrici letterali promettono al pubblico qualcosa che forse non saranno in grado di mantenere. Dal mio punto di vista questa è una grande emozione.


Trasformative limits. Klas Eriksson, Be Andr. Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51r, Firenze. 
www.eduardosecci.com

Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)

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Simone Lisi Simone Lisi

Incontro con Moradi il Sedicente

Moradi mi ha chiesto di parlare del tempo e di non parlare di me. Allora parliamo del tempo. 
Dopo le giornate di vento, dopo il vento innaturale che ha superato gli Appennini, e non succedeva da seco

Il tempo

Moradi mi ha chiesto di parlare del tempo e di non parlare di me. Allora parliamo del tempo. 
Dopo le giornate di vento, dopo il vento innaturale che ha superato gli Appennini, e non succedeva da secoli, il grecale in delle zone dove il vento non si era mai visto, dove non era stato mai e bastava un soffio appena per fare crollare tutti i rami e i tronchi e scoperchiare i tetti, ecco qua. 
E se un Moradi per caso fosse passato per quei boschi e rami caduti, avrebbe costruito un intero esercito di terracotta, un'arca piena, una città, un pianeta di scimmie antropomorfe, uno zoo di Pistoia, di tutto avrebbe potuto costruire e forse, Moradi, un giorno lo farà.

 Incontro

Ho conosciuto Moradi il Sedicente all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa. Più che un luogo una dichiarazione d'intenti. 
Ho conosciuto Moradi il Sedicente una sera all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa. Mi accompagnava il mio amico Ferruccio, poeta.
Ho conosciuto Moradi il Sedicente una notte all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa, lui era in bici e si è fermato proprio in mezzo all'incrocio, come un semaforo, o un landmark. 
Ho conosciuto Moradi il Sedicente, all'angolo di via delle Caldaie con via della Chiesa, là sorgeva il Caffè Notte, figli miei, se io sono andato a vivere in Oltrarno, lo devo proprio a quel bar. Ed è così che conobbi Moradi.

Dialogo con l'uomo della strada

 

Intervistatore – Buongiorno, mi scusi, una domanda.

Uomo della strada – Buongiorno, mi dica.

I – L'ha vista la scultura là, sul quel tronco?

U.d.S. –  Icché? Quei rami secchi?

I – Sì, è l'opera di un'artista fiorentino, l'orso di Moradi.

U.d.S. –  Di Morandi? Mi piace parecchio Morandi.

I – C'è un equivoco, Moradi, senza la n. Moradi il Sedicente.

U.d.S. –  Il deficiente?

I – Grazie mille, gentilissimo, buona giornata.

U.d.S. –  Arrivederla.
(I. si allontana)

U.d.S.– Drogati.

O l'opposto

Sono passate le mattine serene in cui vedevo sulla pescaia Santa Rosa il cervo di Moradi. Sono iniziate le piogge e l'acqua si è alzata, ma il cervo è rimasto là per molti giorni ancora, e sono continuate le giornate serene, solo molta acqua, mi sono riscoperto interessato alle precipitazioni stagionali medie, al meteo, il più sottovalutato degli elementi. Ci scriverò un post, gli farò una foto, poi le giornate sono passate, una certa turbolenza proveniente dalle aree nord orientali d'Europa. La quantità di acqua venuta giù in una singola notte è stata pari alla quantità di pioggia degli ultimi sei mesi. Tutto assolutamente nella norma, hanno detto al meteo in tv. Sono passate molte giornate da allora, comincia già una falsa primavera e io mi trovo qui a scriverne due cose, solo per pensare al tempo, che passa, e passa come il ricordo che non ho di certi viaggi degli anni passati, e penso al tempo non del viaggio in sé, ma degli spostamenti del passato, le ore in treno o in aereo o macchina, del mio passato più o meno recente, così passa il tempo. Il cervo di Moradi che stava sulla pescaia Santa Rosa sarà già al mare, o forse sparpagliato, disperso nelle anse del fiume, pezzetti minuscoli, parte di una diga di castori, così passa il tempo.

Senza titolo senza idee

Nella natura è ogni forma, in ogni inizio c'è una fine, l'insieme è maggiore della somma delle parti. Sarà questo febbraio, saranno gli scheletri degli alberi che mi permettono di vedere meglio le cose. Saranno gli occhiali da sole che indosso facendo colazione perché fotosensibile, è l'alcool di ieri sera che mi rende fragilista, questo muesli e yogurt che formano come una palla, un'insieme strettissimo, saranno i miei avambracci appoggiati su questo tavolo di legno che non è mio, come la casa in cui vivo. Gli aruspici mi faranno svegliare il Sabato mattina presto, oltre ogni considerevole interesse e pensare al mio futuro come un luogo foschissimo, malgrado questo presente, questi racconti che già esistono tutti, già sono stati scritti, come Riccardo che già si era ucciso in quella casa dove pure io vivevo per cinque anni, già tutto là e adesso andate, racconti e anche tu.

Selfie – Il sogno di Gioacchino

Nel sogno di Gioacchino, lui cammina per le strade del centro, cercando gli uomini che vendono i bastoni da selfie, ma non ce n'è neanche uno. Gioacchino ha indosso un mantello, si muove in una notte che se non fosse fiorentina sarebbe solamente umbra. Se non fosse giorno. 
Cammina per il centro della città cercando un venditore di bastone da selfie, selfie stick nella lingua degli uomini, ma non ve ne sono, neanche uno, dove stanno?, di casa intendo, voglio trovarli, devo, e allora si ricorda di certi dialoghi con altri venditori che sembravano angeli, che gli parlavano di Cascina, verso Pontedera, ed è là che alla fine va, in treno, regionale, con i finestrini che non si aprono e poi cammina, sempre Gioacchino, per la campagne riarse dal caldo che sembra quasi la Galilea, cammina nella notte umbra, nella campagna riarsa da un sole innaturale per esser notte, fino a scorgere di lontano dei casolari e figure di uomini seduti che attendono, quanta strada che hai fatto Gioacchino, ti aspettavamo, ecco dunque il tuo bastone, di che colore lo preferisci?, come se facesse poi una qualche differenza, ecco così adesso avrai una foto, benvenuto a Cascina, questa è l'origine dell'io, e noi siamo i suoi guardiani, fanno dieci euro. Dieci euro, ma stai scherzando, sono venuto fin qua. Facciamo sette euro e ti do anche questo elefantino porta fortuna. Andata. 
Gioacchino si sveglia che il meteo sul telefono disegna una giornata piovosa, la fidanzata storica Anna accanto a lui, è ancora addormentata.

Simone Lisi (testo)

Carlo Zei (immagini)

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Stefano Loria Stefano Loria

I regni del vuoto

Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito

Una mostra dedicata al vuoto e a tutto quello che ci sta intorno. Ad esempio: ricucire il taglio di Lucio Fontana. Potrebbe essere chiaramente il sogno segreto di ogni artista, ripercorrere a ritroso quel fantastico gesto di apertura sull'infinito, un po' come richiudere il vaso di Pandora. Un divertimento innanzitutto. Ma qui l'umorismo forse nega la Storia, e portare indietro le lancette dell'orologio, far volare all'indietro i fogli del calendario, lasciare i segni di una violenta chirurgia sul panno rosso, potrebbero essere operazioni meno allegre di quello che sembra. Potrebbero alludere ad una tragedia in corso, ipotesi al nero

Pare a prima vista assai allegra anche una bella palla di polvere grigia collocata sopra una bianca base, come fosse una scultura classica, un busto eloquente, un ritratto. In effetti di ritratto si tratta: quello del nostro tempo che passa ed accumula scarti, elementi di sporcizia, polveri destinate a restare invisibili fino a quando non si cementano, solidificandosi in qualcosa da gettare, cancellare, rimuovere. In questa occasione la polvere trionfa in forma di piccolo monumento alle nostre illusioni di permanenza.

Un vano gesto anche quello di collocarsi nel vuoto della Storia dell'arte con tutta la propria ingombrante presenza di oggi, con la propria disperata agilità, facendo un salto dentro l'opera altrui. Bisogna retrocedere di qualche secolo, azionando un meccanismo di macchina del tempo che forse intende confermare l'impossibilità di stare a proprio agio dentro qualsiasi epoca. In altre declinazioni il vuoto abita mobili costruiti appositamente per contenerlo, teche in cui lo spazio si dispone ad accogliere il nulla.

Infine l'apparizione che mi ha colpito ed emozionato di più: le sculture sonore capaci di emanare rumori - irriconoscibili ma suggestivi – ed anche profumi. Strutture sospese al soffitto, elegantissime con i legni circolari e le trasparenze, con le piccole casse acustiche, con i cavi neri che le ancorano al pavimento. Molto eloquenti sul piano squisitamente visivo, ma al tempo stesso intime in modo sorprendente, stanno davanti a noi e sembrano confermare l'assenza di qualcosa che – lo sappiamo da sempre – ci mancherà ancora per tantissimo tempo. 

Stefano Loria (testo)

Carlo Zei (immagini) 

 

Mind the gap -Davide Allieri, Alexandros Papathanasiou, Luca Pozzi, Tamara Repetto- a cura di Gino Pisapia

Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51/r, Firenze

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Stefano Loria Stefano Loria

Dylan Thomas / Miraggi

Hai presente quel libro di racconti che avevo sempre voluto leggere e non ho mai letto, con quel titolo intrigantissimo che rimanda alla gioventù dell’artista quando è ancora un cucciolo

Hai presente quel libro di racconti che avevo sempre voluto leggere e non ho mai letto, con quel titolo intrigantissimo che rimanda alla gioventù dell’artista quando è ancora un cucciolo, vivace, illuso, capace di percepire la realtà incantata, come se l’artista alla fine anche lui venisse catturato nella corsa del tempo e invecchiando acquistasse un’altra identità, diventando una persona differente, sottoposto ad una erosione, ad una trasformazione, quindi indebolito, fragile, insomma, questa idea che la giovinezza sia una protezione fiammeggiante ma solo temporanea mi aveva incuriosito già a partire dal titolo. Il nome dell’autore poi aggiunge una attrazione irresistibile, è inevitabile associarlo al maggiore cantautore americano del secolo scorso, Zimmerman, che pare abbia deciso di mutare cognome proprio in omaggio allo scrittore gallese, così il nome di questo scrittore è diventato incredibilmente familiare anche per milioni di appassionati di musica che non lo hanno mai letto e forse neppure sanno che è esistito. Un travaso da nome a cognome, da un continente all’altro, da letteratura a canzone, per costruire su questo scarto un’identità falsa destinata a grandissima fama.

Ancora sul titolo: ci sarebbe da riconoscere il riferimento a quell’altro scrittore, l’irlandese modernista che qualche decennio prima aveva riscritto in prosa il viaggio di Ulisse dal proprio punto di vista. Solo che l’irlandese si era concentrato sul giovane uomo, in un modo serio che potrebbe corrispondere ad un certo pessimismo di fondo, mentre il gallese decise di occuparsi del giovane cane, forse per un certo ottimismo di fondo. Non so cosa mi abbia trattenuto dal leggere questo libro durante tutti gli anni in cui ho desiderato di farlo, immaginando che custodisse segreti che avrebbero cambiato per sempre il mio giudizio sul mondo: descrizioni di esperienze, personaggi, vibrazioni dell’età calate dentro una calda cornice di fiducia verso il futuro. Per non ferire una attesa tanto elettrizzante dubito che lo leggerò mai, anche se adesso il volumetto fa bella mostra di sé sopra un ripiano della mia libreria riservato ai libri più speciali, quelli che emanano una forza magnetica prepotente anche senza bisogno di leggerli. Basta guardare le copertine, soppesarli nella mano, sfogliare le pagine senza afferrare nessun significato, provando ad indovinare il loro contenuto, lo stile di scrittura, le forme sviluppate. Oggetti meravigliosi, impenetrabili.

Stefano Loria (testo e immagini)

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Simone Lisi Simone Lisi

Diario da Sibari

L'idea iniziale era scrivere un articolo sull'unica libreria di Dubai e poi vendere il servizio a Vice. Diventare ricco e famoso grazie a questo articolo. Un piano geniale perché nessuno ci aveva ancora pensato.

Un progetto fallito

L'idea iniziale era scrivere un articolo sull'unica libreria di Dubai e poi vendere il servizio a Vice. Diventare ricco e famoso grazie a questo articolo. Un piano geniale perché nessuno ci aveva ancora pensato. Sarei andato a Dubai a trovare un ex-compagno di classe trasferitosi là per lavoro, con due vecchissimi amici, di cui uno diventato fotografo. Lui avrebbe fatto le foto all'ultima libreria del mondo nuovo. Io avrei scritto qualcosa di cinico e apocalittico. Avrei intervistato il gestore della libreria, che avrebbe probabilmente avuto le lacrime agli occhi, visto che nessuno entrava mai là dentro. Un bel reportage fotografico condito da alcune riflessioni su come tutto va in malora e l'articolo sarebbe stato pronto. 

Poi però avevo scoperto su google che di librerie, nel mondo nuovo, ce n'erano molte più di una e quindi tutto il progetto era fallito. 

O quasi, perché alla fine qualcosa ne è uscito fuori lo stesso, da quella vacanza a Dubai (detta Sibari, come la città della Magna Grecia famosa per il suo lusso), piccoli testi e immagini che sembrano alle volte parlare di nulla, alle volte alludere a una verità. Ecco qua. 

Partenza

Dei tre che siamo, a partire, io son quello che stai certo non avrà il dentifricio. 

Forse, ma non è detto, lo spazzolino, avvolto dentro a un foglio di cellophan o di stagnola.

Andiamo verso Milano, ascoltando Lali Puna. È naturale. Un mezzo pensiero al mio passaporto, che scade sì nel 2023, ma il bollo annuale, quello no, non l'ho pagato. 

Andiamo a Malpensa, ascoltando Lali Puna. Naturale.

Una mezza ansia da bollo non pagato, è naturale.

Green Parking

Le foreste intorno a Malpensa sono completamente invase di parcheggi. Per otto giorni di parcheggio chiedono 32 euro, Via del Crocifisso, capannoni industriali riconvertiti in parcheggi coperti: tutto è parcheggio, la terra è vasta e parcheggiabile, è fredda e inospitale.

Aspettando la navetta che ci porterà al Terminal 1, qui al Green Park, il più economico dei parcheggi economici, nel boschi di Malpensa. Giusy la cassiera ha una collana fatta a forma di infinito, dentro la casupola VERNICE FRESCA, dentro al parcheggio, non le importa niente della nostra felicità, lei è altro ancora, altrove da questo parcheggio freddo e verde, il più verde che io riesca a immaginare.

Malpensa

Un aeroporto vuoto, superata l'ultima inutile dogana –quindi il mio passaporto senza bollino andava bene lo stesso, quindi tutte le mie preoccupazioni erano inutili; più che inutili: erano dannose, perché infettavano il mio presente, ma ora tutto questo è già lontanissimo– attendiamo davanti al Gate b-12 e già parliamo di un nuovo futuro, di nuovi viaggi, a come faccia bene all'anima partire, andare, malgrado le difficoltà e che manchi un'ora al decollo.

Malpensa #2

Tutti questi cartellini attaccati ai bagagli, in quelli a mano, oppure a quelli in stiva, questi biglietti attaccati, adesso lo capisco, non servono a nulla, ma son come dei talismani, servono a illuderci che i nostri bagagli non saranno perduti, polverizzati, bruciati, esplosi, ma che li porteremo con noi per sempre, forse anche dopo la morte. I nostri cartellini attaccati alle valigie, con indirizzo, nome e cognome, a volte perfino il numero di telefono personale. Ma io, adesso lo capisco, dico così soltanto perché non ho messo nessun cartellino, nessun cartoncino, e avrei voluto e non l'ho fatto.

Gli aeroporti quali luoghi del desiderio

Gli aeroporti quali luoghi del desiderio. Lo ha già scritto Francesco Pecoraro, c'è un'intera letteratura sull'argomento, per quanto riguarda i treni.. Si creano dei giochi, di sguardi, ma sì, ma che me ne faccio io di questa roba? Non sono io, posso pensare, siamo tutti. 

Quindi Flavio? Chi hai puntato?

Ma niente?

Ecch'allà.

Ma si fa per guardare, per ingannare il tempo..

Si creano delle geografie, che mutano, che durano la durata di una fila, di un imbarco, sguardi che si muovono lenti come si muovono le code, così il nostro sguardo, quegli sguardi e quella geografia. Accanto a me Flavio che mi parla di ipotetiche conquiste che farà a Dubai (da qui in avanti chiamerò Dubai, Sibari, come l'antica città della magna Grecia) e di lui che si sveglierà in un castello al mattino, e chiederà alla principessa araba di invitare anche noi, i suoi amici, a pranzo là al castello. Io lo ascolterò distrattamente, continuando a guardare di tanto in tanto l'adolescente che legge con foga una brutta edizione Super Bur.

Dogana

La lunghissima fila al controllo passaporti. Ricordano quelle per entrare in America. Qualcosa dal valore puramente simbolico, come a dire che qui è il presente e non si può entrare così; ma io sospetto sia falso. Si può. Allora attendiamo in file lunghissime o serpentine, che qualcuno ci autorizzi a essere parte, di tutto questo.

Prime impressioni

Le primissime impressioni da Sibari: il caldo, il grattacielo, operai che riposano nelle zone d'ombra. Manuel, il vecchio amico, doveva sbrigare delle commissioni, business, nel quartiere finanziario e noi l'abbiamo accompagnato. Poi aspettato fuori, con le nostre magliettacce puzzolenti, per il volo. Abbiamo assistito al rito collettivo della pausa pranzo, nella City. E l'impressione era di calma, di coccole, di facce rilassate. Nessuna telefonata di lavoro, urlata, come si vede nei film americani. Come se davvero questi privilegiati che fanno lavori concettuali e non costruiscono palazzi di notte e non fanno i giardinieri nel deserto, fossero portati nel palmo della mano. Fossero sicuri del loro status. Possibile? Quasi una compensazione, penserò, un'ammissione di colpa per tutti quegli altri che adesso costruiscono, non palazzi, ma intere città, nel tempo in cui da noi in Italia si costruisce una linea della tramvia. 

Categorie

La verità è che siamo frastornati, che non sappiamo trasportare questo posto a categorie conosciute: un vecchio gioco da tavola che si chiamava Hotel, poi di certo Blade Runner, e concetti astratti quali i palazzi e il tempo. 

I merli

C'era una coppia di merli indiani che hanno cominciato a fischiare, mentre noi aspettavamo il vecchio amico. I merli indiani fischiavano e noi ragazzi del vecchio mondo, e soli, nel quartiere della finanza, abbiamo iniziato a fischiare di rimando e loro si avvicinavano a noi. Poi Manuel ci ha portato al mare e là finalmente capito che si trattava di mare. Smesso di parlare di turbo capitalismo e sultanato, ci siamo lasciati cadere sugli asciugamani, dopo un tuffo in un mare che era mare.

Spiaggia

Abbiamo giocato a beach-volley con dei locali. Manuel negava la possibilità che lo fossero davvero, quanto pakistani o forse egiziani. Comunque non sapevano le regole. Dopo abbiamo fatto il bagnoparlando della musica leggera italiana, abbiamo fatto il bagno nel tramonto sibarita, con le enormi torri illuminati dall'ultimo sole del giorno e noi nel mare caldo e fuori ancora quasi trenta gradi o forse qualche grado in meno. 

Spiaggia, secondo giorno

Sibari. Mi sembra che sveli una verità del mondo. Ma non saprei dire quale. E che questa verità non riguardi soltanto una realtà locale, territoriale, ma qualcosa che si allarga e arriva fino a noi, all'Occidente e al presente intero del mondo. Mi sembra che questo discorso, per esser giusto, vada esteso se possibile ancora, non solo a luoghi esteriori, a luoghi fisici, ma ad altri interiori, personali.

Foto profilo

Sulla spiaggia la ragazze preparano la nuova foto profilo. Una indossa un cappello a tesa ampia, chiara, e anche il costume è chiaro. L'altra ha un costume nero e una treccia. Fanno a turni, le pose sono poi le stesse. Sullo sfondo le gru magnifiche, là dove sorgerà tra qualche mese la più alta ruota panoramica che mai sia stata costruita. Le ragazze continuano a preparare le foto profilo di domani, sullo sfondo le gru altissime e altri bagnanti russi e inglesi.

Verità

Che verità svela Sibari? La povertà, il lavoro, lo sfruttamento, che pure abbiamo noi? Allora qui è forse solo più visibile, tutto è più visibile, la ricchezza e la povertà, il lusso e la miseria del lavoro. Deve essere questo, un fatto di visione, della capacità di questo posto di mostrare, ma forse no, non è neanche questo. 

Conigli

Sui prati all'inglese perfetti irrorati da spruzzi d'acqua ritmici o persone fisiche vi sono liberi che brucano l'erba, dei conigli. Conigli di piccola taglia, come quelli che si vedono nelle case, domestici, in Occidente. Attraversiamo Media City e Noleg city, in direzione del grattacielo a vela, e mi fisso con questa cosa dei conigli nelle aiuole sparti traffico, non riesco più a vedere né un grattacielo né una Ferrari, nel sedile passeggero aspetto soltanto il momento di tornare a vederli, i conigli di Sibari.

Dietro al grattacielo a forma di vela

Dietro al grattacielo a forma di vela c'è una spiaggia dove vanno anche i poveri, anche le persone abbronzate male. Anche qui, in questa spiaggia minore, le ragazze si fanno i selfie. Chi sono queste persone? Sono turisti appartenenti alla classe media del mondo, che come noi hanno camminato verso l'enorme grattacielo e ne sono rimasti fuori, scivolati giusto a lato, al tramonto. Vicino al denaro, dietro ai muretti, dietro alle stuoie e ai divisori, dietro al grattacielo a forma di vela. 

Dubai di notte

Dubai di notte è un altro posto ancora. Non per gli operai che ancora lavorano e certo trovano che la loro condizione sia migliore. Non solo per le strade deserte, lunghe e diritte senza il traffico diurno. Sono i grattacieli che diventano il punto di fuga di ogni sguardo. Non più il deserto e lo spazio vuoto, non più il disco solare, ma i grattacieli di Sibari.

Manuel & Flavio

Giocano a scacchi nel cortile di Motor City. Un gelsomino notturno e il canto dei grilli, come una notte estiva. Fumiamo un sigaro, rubato al coinquilino danese, beviamo un bicchiere di Talisker Dark Storm, possibile che siamo noi questi? Gli stessi del capodanno alle Regine, delle forche in fumetteria, dell'inter rail? Fermati, dice Flavio, di fronte alle mosse che portano Manuel ad assumere il controllo del centro della scacchiera, e di conseguenza, della partita. Fermati, fermati, dice Flavio a Manuel, vai troppo in fretta. E mi sembra che parli del tempo in generale, invece che degli scacchi.

Flavio

Flavio in una vita precedente forse era un indiano. Ha lo stesso busto degli indiani, notavo stamani mentre praticavamo yoga nel salotto di Manuel. Lo stesso sterno e pancia degli indiani visti nei manuali di yoga. Adora il cibo indiano. Si pulisce il naso ai semafori proprio come un indiano. Flavio mentre veniamo via dal quartiere a forma di palma guarda gli indiani dentro ai pullman che tornano alle loro case e ripensa alle sue vite precedenti.

Manuel

Manuel da quando vive e lavora qui a Sibari è cambiato. Sicuro di sé lo è sempre stato. Elegante, anche. Si muove con disinvoltura verso la concierge di un Hotel cinque stelle, poi ci lascia al bar vicino alla piscina, che lui ha un meeting di lavoro. 

Come fai? gli chiedo. Mi dice: Basta che guardi i particolari, e ti rilassi. Vedi là, quello spigolo in cartongesso è sbeccato. Oppure guarda là, quella presa elettrica senza protezione. Fossimo al Four Season o in cima al grattacielo vela, beh, magari sarei più nervoso.

Io ho annuito, ma mi ero talmente agitato che ho avuto un mezzo blocco intestinale, dalla tensione.

(L'acqua costa come il mojito)

Menù

Dopo aver attraversato l'enorme hall, dentro l'hotel cinque stelle rivestito in marmo di Carrara, situato al termine dell'isola artificiale a forma di palma, superate le gigantesche centrali di condizionamento dell'aria, seduti a un tavolino a bordo piscina e altri hotel sullo sfondo, abbiamo parlato del mese che verrà, dei nostri conti in rosso, di come sarà cibarci soltanto di riso e patate.

Tutto questo ha un prezzo enorme

Il simbolo di Sibari, se poi un simbolo si volesse trovare, non sarebbero i grattacieli altissimi, ma i pulmini pieni e vuoti di operai, pulmini che li trasportano dai cantieri alle periferie in cui vivono, e viceversa. Vuoti, se li hanno scaricati, pieni se è finito il turno.

Sono i pullman con gli operai, il simbolo di Sibari. 

Essere esistenzialisti a Dubai (Etre existentialiste à Dubai)

C'è un uomo che piega i miei asciugamanini nel bagno, al centesimo piano, c'è un uomo che piega gli asciugamanini nel bagno, Cristo, è un uomo.

(20 euro un long island)

Libri in valigia

Leggendo Verdi colline d'Africa, ritrovo una scritta che non ricordavo di aver scritto mai: 
“Basta. Questo libro ha chiuso con me”. Oggi il libro lo trovo splendido, perfetto, post-moderno.

Scrivevo quello che scrivevo perché ero contro la caccia. 
Oggi invece le parti che più mi colpiscono in negativo non sono quelle, ma le descrizioni sprezzanti dei portatori di fucili africani. Mi chiedo se domani, o quando sarà, anche queste parti non mi risulteranno del tutto indifferenti.

Visioni

Il miraggio qui a Sibari non sono le oasi nel deserto, ma trovare un parcheggio nel Mall più grande al mondo. Ci sono delle lucine rosse o verdi, a seconda che i posti siano liberi o occupati e allora giriamo nella profondità della terra, dieci piani sotterranei di parcheggi e la totalità di lucine rosse. Il colore della bile dei parcheggiatori.

Michel

Michel il polacco, Michel il maltese e adesso Michel il belga. Insegna in una scuola internazionale. È in società o comanda o ha molto a che fare con il lavoro di Manuel. Ha una moglie fiorentina. Un figlio di nome X. Un'auto Tuareg. Oggi pomeriggio andiamo alla sua piscina, sul tetto.

Pranzi

Ai pranzi a Sibari si parla della città sibarita, della condizione dei lavoratori sibariti, del futuro della città, così come ai pranzi in Italia si parla di cibo. 

Cattedrali

A Sibari, dire cattedrale nel deserto non è un modo di dire.

A Sibari cattedrale nel deserto è come dire: “Ecco qui”

Un Mac nel deserto

Buono, ma soprattutto sano, commenta Walter. Mentre il camionista torna al camion con 5 gelati per lui e i colleghi e un viso sorridente come posso aver avuto io una volta quando avevo non so sei o sette anni ed era l'ora della ricreazione.

Dogana N°2

La frontiera tra Sibari e Oman è gestita da alcuni soldati adolescenti. Sono incaricati di controllare i nostri passaporti, se non che l'arrivo di due ragazze velate mette tutto in secondo piano. 

Alla frontiera tra Sibari e Oman oggi i doganieri si sono innamorati di alcune donne velate, i nostri visti sono scivolati immediatamente in secondo piano, e come dargli torto.

I fiordi dell'Oman

I fiordi dell'Oman, mai visto niente del genere. 

Si stava come a Capri, prima della guerra. Si andava con Mohamed fino in fondo al fiordo, un'ora e passa di navigazione sempre più dentro alla terra, superando di tanto in tanto qualche piccolo caicco, semi vuoto.

I bagni di luce. 
Poi, quando infine non c'era veramente più nessuno, solo noi quattro e Momo, che spegneva il motore e stavamo dentro l'acqua calda, circondati dalle montagne, Momo buttava della roba in mare e allora Flavio l'andava a recuperare e gli diceva: This is not good for the sea. Lo diceva con quel suo sorriso triste e questo fatto non creava nessuna macchia in quel momento, anzi se possibile, vi aggiungeva qualcosa.

Porcile

Il venerdì siamo stati a questo brunch a tema: Puttane e deficienti. Non ci avevano avvertito.
Il nostro tavolo non risultava, poi Manuel montava sù un casino e ne spuntava fuori uno minuscolo al primo piano, dentro a questo sorta di pub pieno di anglosassoni ridotti malissimo. 

Al quinto gin tonic eravamo abbastanza a nostro agio pure noi.

Tornare

C'è una malia che coglie chi si trovi a passare da Sibari o chi viva qui per un periodo della sua vita. Quando riparte o si trasferisce altrove, comincerà a provare nostalgia. 

Delle camicie lavate e stirate da qualcuno altro, per quasi nulla. Del cibo libanese, portatoti a casa ancora fumante, per una cifra irrisoria. Per i taxi sempre disponibili, ad ogni ora del giorno e della notte, sempre per quasi nulla.

Vivere altrove risulterà così ingiusto, sbagliato: Dove sono le mie moto d'acqua?

Venerdì pomeriggio hangover

Chi sono queste persone? 

I poveri?

Quelli con il caschetto giallo?

Non erano loro mai, erano la classe media, gente come noi, che di Venerdì pomeriggio si riversava in spiaggia, che tornava a respirare, che viveva i suoi personali anni '50. 

Sullo sfondo di un tramonto sibarita e le migliaia di moto d'acqua che tagliavano l'orizzonte.

Do you see the yacht? Chiedeva Paul il danese.

E come fare a non vederlo, pensavo.

Ricordi

Girando tra gli ex-container riconvertiti in gallerie d'arte. Nelle ore più calde. 

Ci spingiamo dove è ancora tutto in costruzione, oltre le transenne, dove non è consentito, ma nessuno può dirci niente –mai– tra i cantieri e gli operai pakistani. Alcuni hanno dei secchi giallidei caschi bianchi, altri dei secchi blu e dei caschi gialli. 

Ci sono delle volte che Flavio comincia un discorso, comincia da metà, facendo riferimento a sue esperienze pregresse. 

Ma dove?, chiedo io dopo un po' che lui sta già parlando.

In Turchia, dicevo. Ma non l'aveva detto, o almeno non a me. Era parte di un suo discorso interiore, ininterrotto, che era andato ripetendosi durante la nostra passeggiata nel quartiere delle gallerie d'arte. 

Suonerie

Mentre si andava verso casa dopo il mare, alla radio è partita una canzone di Dire Straits che è anche la suoneria della mia collega napoletana Angela.

Chiara? Tutto a posto?

Sempre lo stesso incipit con la figlia, giorno dopo giorno, dopo quei pochi accordi di chitarra. 

Solo allora mi sono ricordato di lunedì, che entro a lavoro alle nove.

Ho visto il futuro
Saranno state le due ore di fuso, in avanti. 

Ho visto il futuro. 

L'ultima sera a Sibari, fare il bagno in mare, che già era buio, solo i grattacieli illuminati e la musica indiana – buona per trombare le fighe– diceva Walter e un odore di smog e di gelsomini in fiore ci avvolgeva. 

Ho visto il futuro, o forse era solo l'estate.

 

Simone Lisi (testo)

Lorenzo Ferroni (immagini)

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Visita in studio - Enrico Bertelli

Dentro il mondo e allo stesso tempo fuori dal mondo, una pausa preziosa nella velocità del viaggio, quando la giornata scorre troppo rapida e rischio di cadere in territorio ostile

Dentro il mondo e allo stesso tempo fuori dal mondo, una pausa preziosa nella velocità del viaggio, quando la giornata scorre troppo rapida e rischio di cadere in territorio ostile, quando mi incupisco per le consuete ingiustizie universali in continua moltiplicazione. Anche a sorpresa, senza averla pianificata in precedenza, la visita allo studio di Enrico Bertelli ha aperto una zona temporale santificata, una sospensione capace di indicare altre felici dimensioni, diversi sentieri percorribili nella intricata foresta. Confermata la nuda presenza dell’opera.

In Toscana. Nella città sul mare. In un assolato pomeriggio primaverile, quando tutto il paesaggio sembra già consegnato all’estate, in anticipo sul calendario. La luce intensa mi acceca perché sono ancora abituato all’oscuro inverno. L’edificio non è – come mi aspettavo, sbagliando – un luogo industriale, un camerone asettico, un angolo di fabbrica sterilizzato. All’opposto, si entra in una dimora ottocentesca, solida, tranquillizzante. Alle pareti dell’ingresso vedo collezioni di libri antichi, qui il richiamo al passato è ben presente, incastonato nell’oggi come un necessario gioiello. Di colpo sono uscito dalla confusione della strada per incontrare una radura, una quiete che mi fa respirare subito meglio. 

Lo studio è al piano terra, con la porta-finestra che lascia intravedere un taglio di giardino, anch’esso calmo e silenzioso. Di cosa parliamo quando parliamo di arte astratta? Di niente, direi. Nel senso che le opere resistono all’interpretazione esibendo una loro unicità di presenza. Sono state costruite esattamente in quel modo che vedete: la superficie è la loro profondità. Questo concetto mi sembra si possa applicare perfettamente alle invenzioni di Bertelli.

Le tracce di colore indicano il residuo di precedenti esistenze. Il tema della manipolazione della memoria irradia energia: pentimenti, ripensamenti, sottrazioni. Si viaggia anche in direzione opposta, lanciando la memoria dentro la nuvola del futuro. Posso intuire l’accenno a sviluppi che verranno, visioni sempre parziali che mi lasciano libero di immaginare qualsiasi conclusione, nel dominio dei fenomeni imprevedibili. Una pittura di eventi, un lavoro di attese ed attrazioni. Con i colori brillanti dei nastri adesivi a garantire la genuinità dell’ispirazione. 

Da ultimo un dubbio, una sensazione. Forse il cuore magnetico di tutta questa produzione di segni è lo spazio del giardino di Enrico, quella pozza di luce, alberi e vegetazione che resta accanto al suo operare. E’ un segreto chiuso che non invade lo spazio dello studio. Ma è un modello importante, quasi un sortilegio naturale cresciuto dentro un miraggio tecnico.

Stefano Loria (testo)

Carlo Zei (immagini)

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Stefano Loria Stefano Loria

Gianni Dessì

Una piccola poesia ritrovata, inedita, ispirata al lavoro di Gianni Dessì. La scrissi all’inizio degli anni Novanta, quindi è ben stagionata. Faceva parte di una serie di brevi composizioni dedicate agli artisti

Una piccola poesia ritrovata, inedita, ispirata al lavoro di Gianni Dessì. La scrissi all’inizio degli anni Novanta, quindi è ben stagionata. Faceva parte di una serie di brevi composizioni dedicate agli artisti che in quel periodo mi piacevano di più. Mi sembra che possa essere felicemente pubblicata oggi: le opere di Dessì continuano ad emozionarmi moltissimo, ogni volta che ho la fortuna di incontrarle.

 

 

Porto lo specchio

nella pupilla

ci farò abbagli per lei

sporgendomi fuori

dalla terrazza circolare

vedo il giallo

dove sono a respirare

il paesaggio del compleanno.

Gianni Dessì, Galleria Alessandro Bagnai, Piazza Goldoni 2/Lungarno Corsini 16, Firenze.

 

Stefano Loria (testo)

Carlo Zei (immagini)

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Stefano Loria Stefano Loria

Punto di vista /punto di fuga. Maurizio Donzelli

Avrei desiderato scrivere questa divagazione – originata dalle opere di Maurizio Donzelli - quando la sera è già scesa, circondato dalle ombre, con il buio che si avvicina

Avrei desiderato scrivere questa divagazione – originata dalle opere di Maurizio Donzelli - quando la sera è già scesa, circondato dalle ombre, con il buio che si avvicina, in una tensione un po’ ansiosa tra le aspettative che la giornata appena trascorsa si porta dietro ed i risultati invisibili ottenuti. Non ho rispettato questa idea iniziale: ancora intorno a me c’è luce, calante, primaverile, pre serale, quasi estiva. Resiste, illumina indirettamente il tavolo su cui è posato il computer, mi illude di una possibile chiarezza a portata di pensiero. Comincio a scrivere partendo quindi da un tradimento.

Iniziare a raccontare circondato dall’oscurità mi pareva fosse una buona idea, proprio come circondate dall’oscurità mi sembrano in fin dei conti sempre le opere d’arte che guardiamo, strappate all’invenzione del loro autore, trattenute nella luce dal nostro sguardo, ma appena guarderemo da un’altra parte questi oggetti precipiteranno nel buio, ancora una volta. Lo sguardo dello spettatore non è mai univoco, intero, unitario. E’ sempre un gesto impuro, nutrito da una dinamica complessa e ambigua. Cosa vediamo quando guardiamo un lavoro d’arte? A questa domanda sembrano alludere in modo convincente le recenti, molto sofisticate, creazioni di Donzelli. 

Percorriamo la superficie e al tempo stesso troviamo la profondità: sono dimensioni legate da una connessione problematica ed inestricabile. La superficie di specchio a prima vista sembra suggerire una esperienza semplice, un fenomeno familiare, rassicurante. Ma se cambiamo il nostro posto nello spazio, mutando l’angolo della visuale, anche la forma dell’opera muta e si apre, rivelando un fondo perturbante, sorprendente, di sostanza incerta. 

Altre volte mi sono perduto nelle volute del colore, nelle spirali morbide che definiscono un universo scandito da linee avvolgenti. Stabilità e cambiamento qui occupano sempre un medesimo luogo. Incontro piani visivi che emanano una quieta forza. Mi suggeriscono anche una sapienza possibile per abitare il mondo: attraversarne gli infiniti strati con attitudine di curiosità ed attenzione, rispettando gli enigmi che incontrerò. Non dovrò sottrarmi alla difficoltà di guardare/pensare. Avrò solo bisogno di cambiare spesso punto di vista per tentare di raggiungere quella profondità speciale che riposa sempre nascosta in superficie. Paradossali costruzioni: più insisti cercando di restare in superficie, più ti obbligano a scendere in profondità. Felice contraddizione, ve lo giuro.

Maurizio Donzelli, Diramante, Eduardo Secci Contemporary, via Maggio 51 r, Firenze.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)

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Stefano Loria Stefano Loria

In attesa dello stupore: Vincenzo Agnetti

Devo subito confessare una mia colpa: quella di non avere mai visto – prima di questa occasione – le opere di Vincenzo Agnetti dal vero.

Devo subito confessare una mia colpa: quella di non avere mai visto – prima di questa occasione – le opere di Vincenzo Agnetti dal vero. Avevo incontrato molte volte le immagini dei suoi lavori naturalmente, ma solo dentro antichi cataloghi degli anni Settanta, come pagine ritrovate nella cripta di un antico museo della tarda modernità, oppure nelle riviste d’arte che le offrivano come pregiati omaggi alla brillante e lontana epoca dell’arte concettuale italiana. Non so dire per quale arcano motivo, erano sempre riproduzioni in bianco e nero, spesso fotografie sgranate, consunte da una loro febbre, come fossero oppresse da un vento del passato che calava un velo di crepuscolare mitologia sopra tutti gli oggetti, le intuizioni, le invenzioni mentali e fisiche di questo autore straordinario per chiarezza di visione e di realizzazione.

Invenzioni linguistiche innanzitutto. Frasi introdotte nel corpo delle opere come una esatta fioritura della mente, con la felice nitidezza di un pensiero che ci abbaglia. Titoli/dichiarazioni che in un medesimo tempo rivelano l’ispirazione iniziale del fare artistico e diventano materia stessa del lavoro. Qui la vicinanza - ma forse dico troppo poco, dovrei parlare di vera e propria tangenza- di Agnetti alla poesia è lampante. Le sue brevi frasi risultano miracolose: illuminano la scena, seducono gli spettatori, alludono ad altri invisibili territori da attraversare. Essenziali arabeschi linguistici, lasciano materializzare nella mente dell’osservatore tutta una serie di enigmi, ma offrono sempre una via d’uscita, non edificano spazi chiusi, non imprigionano chi guarda in una gabbia predefinita, al contrario, fanno di colpo emergere – come in un libro per bambini dalle pagine pop up che all’apertura innalzano scenari sorprendenti– orizzonti limpidi in cui avventurarsi. 

Mi colpisce, ad oltre quattro decenni di distanza dalla loro creazione, la freschezza sprigionata da questi meccanismi mentali tradotti in eleganti oggetti scenici. Anche l’uso dei colori – considerata la già speciale gamma dei materiali impiegati – conferma una sapienza magistrale. Brilla l’oro delle frasi scavate nella superficie del feltro, confermando la preziosità delle parole. Il nero profondo delle lastre di bachelite accoglie lo sguardo come un manto vellutato, morbido, avvolgente. Le lettere bianche incise sulla superficie producono (in totale leggerezza) quello stupore che Agnetti – pur nel rigore dei suoi procedimenti – teneva evidentemente nella massima considerazione.

Arte concettuale, certo, ormai questa definizione è storia. Ma del tipo che io preferisco: le idee dell’autore non potrebbero resistere dentro il nostro tempo, non arriverebbero a noi, senza la forza delle opere visibili. Voglio dire che qui gli oggetti prodotti funzionano come specchio infedele, arricchito, potenziato, dei concetti che li generarono.  
Vincenzo Agnetti, Testimonianza. Galleria Il Ponte, via di Mezzo 42/b, Firenze

Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)

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Stefano Loria & Carlo Zei Stefano Loria & Carlo Zei

Visita in studio - Luca Matti

Se vi capiterà mai di entrare nello studio di Luca Matti, sarà come fare ingresso in una fabbrica di inizio Novecento, un salto indietro nel tempo dentro una officina della pittura e del disegno.

Se vi capiterà mai di entrare nello studio di Luca Matti, sarà come fare ingresso in una fabbrica di inizio Novecento, un salto indietro nel tempo dentro una officina della pittura e del disegno. Qui l’artista è un meccanico delle forme, un allegro operaio che dà concretezza alle proprie visioni anche attraverso la fisicità degli oggetti che lo circondano. Lo spazio è ampio, ma non enorme, è un accogliente magazzino /caverna a misura d’uomo, in cui tutto pare a portata di mano, pur nell’accumularsi dei materiali: disegni, tele completate, lavori ancora in corso, grandi sculture in gomma appese alle pareti, tanti libri, riviste illustrate, pile di cd. E poi collezioni di strani oggetti, bottiglie, strumenti musicali, misteriose tubature, filamenti, modernariato vario. Naturalmente ci sono tutti gli strumenti che vi aspettate di trovare in un luogo del genere: foreste di pennelli, lattine di solventi, spatole, matite, preziose carte, colori ammassati su carrelli metallici. 

La prima impressione è quella di trovarsi in mezzo ad un maestoso disordine, dentro un regno fantastico ma assai caotico. Dopo un po’ che siete seduti in poltrona e vi guardate intorno, cominciate a capire che tutta quella roba affascinante pare mescolata a caso, ma in realtà corrisponde esattamente all’ordine emozionale di chi opera in quello spazio. E’ un teatro vivente, un luogo di azione e creazione, una camera delle meraviglie allestita in modo impeccabile. L’inesauribile energia di Luca Matti si irradia ovunque e colloca ogni elemento al giusto posto. All’interno di questo teatro si dispiega una magia potente - ma amichevole - che blocca i visitatori in una dimensione fuori dal tempo. Possiamo dimenticare il calendario e gli obblighi di tutti i giorni. Un sogno. Un vero studio d’artista. 


Stefano Loria (testo)

Carlo Zei (immagini)

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Enrico Bianda Enrico Bianda

Charlie Hebdo

Pubblichiamo l'audio dell'intervista (in italiano) di Enrico Bianda ai redattori della rivista francese "Charlie Hebdo". In occasione della sua visita in redazione nel dicembre 2012, Enrico ha scattato alcune fotografie, qui montate nel video.

Tutti noi di Stanza 251 vogliamo esprimere solidarietà per le vittime dell'attentato terroristico alla sede della rivista "Charlie Hebdo".

Pubblichiamo l'audio dell'intervista (in italiano) di Enrico Bianda ai redattori della rivista francese. In occasione della sua visita in redazione nel dicembre 2012, Enrico ha scattato alcune fotografie, qui montate nel video.

Enrico Bianda (testo e immagini)

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Simone Lisi Simone Lisi

Teste parlanti #2: Simone Lisi incontra le opere di Beatrice Squitti

Video dell'evento prodotto da Silvia Dal Dosso, Musica di Mapo

Museum

Museum

Dubbi paralleli

Dubbi paralleli

L'albero dei piccioni

In ombra, vicino alla piscina, hanno costruito una teleferica. E' una struttura in legno per far giocare i bambini che occupa un angolo definito del giardino, l'angolo dove prima c'erano i tavoli di plastica in cui nessuno sedeva mai, quelli lontani dal sole.
Io esco da lavoro e vado in una zona intermedia, non a bordo piscina. Mi metto nemmeno vicino alla teleferica, che i rumori dei bambini disturbano. Sto sotto agli alberi, tra la piscina e la teleferica, dove hanno messo dei finti prati sintetici, sono come dei materassini da yoga, in finto prato, dove le persone possono stendersi, e leggere un libro o riposare, stare un po' all'ombra, non ci va’ mai nessuno.
Io esco da lavoro e mi metto in quella zona, ho raggiunto Diana, che è là da stamani. Dopo lavoro, nelle ore più calde, esco da lavoro che la città ribolle e la raggiungo in piscina, non esattamente accanto alla piscina, in quella zona adiacente, tra la teleferica e la vasca.
Così adesso le zone della piscina sono tre, ben definite. C'è la zona dei lettini, intorno alla vasca. Poi c'è lo spazio verde, tutto attorno, e infine l'angolo con la teleferica, dove i bambini appunto e intorno i cancelli e le siepi.
Gli amministratori di condominio per cui la mia ditta lavora vivono tutti in certe zone del centro. In vie decisamente centrali, in via Montebello, Via dei Cimatori, Tornabuoni perfino, in zone a traffico limitato, in zone pedonali. Così che andare da loro per i nostri postini e corrieri è sempre complicato, si capisce. Io li chiamo e loro mi fanno: lo sai quanto è complicato andare fino là? Loro lo sanno che io non ne ho idea, che vivo nella teoria. Mi hanno chiamato le segretarie e detto: passate. Ho chiamato di rimando i postini che stanno fuori a fare i loro giri.  Al telefono sento le voci delle segretarie e tutto da un'impressione di grande professionalità. Il corriere di nome Franco che passa da loro mi racconta però che pur essendo in lussuosi appartamenti del centro spesso hanno degli uffici umidi, stanno in dei sottoscale, a volte dei seminterrati e solo rare volte, degli uffici dignitosi. Da quando mi ha detto questo, anche le voci delle segretarie che prima mi spaventavano a morte e sembravano molto serie le percepisco come incrinate, come se da un momento all'altro si rompessero, come dei bicchieri di vetro, dei calici.
Tra la piscina e la teleferica. Sotto gli alberi. Tra i pratini sintetici, è la che mi distendo io. In una zona a mezzo sole mezza ombra, dove paradossalmente il contrasto di bianco e nero è più netto. La mia testa appoggia sulla pancia di Diana, sul suo ventre, quella curva che qualcuno meno alienato ne scriverebbe una parole d'amore. Io sto con la testa appoggiata e osservo stancamente la teleferica, i movimenti dei bambini, il movimento che fanno all’indietro, per prendere la rincorsa, e dopo quel loro lanciarsi dalla struttura in legno di poco rialzata, percorrere tutta la lunghezza di un filo d’acciaio sospeso, in quella struttura che ricorda gli sky lift in montagna. Mi ricorda anche una vecchissima storia, un libro che mi leggeva mia nonna quando ero un bambino, di cui non ricordo letteralmente niente, solo che si intitolava: La teleferica misteriosa.
I piccioni hanno scelto un certo albero, è un albero giovane, e non riescono a posarsi davvero. Si appoggiano sui rami, si posano quasi, ma continuano a battere le ali, come i bambini a bordo piscina, che ancora non sanno nuotare, e muovono i piedi e si reggono con le mani al bordo. I piccioni hanno qualcosa di sgradevole, e in quel loro tentativo di posarsi sull'albero vicino alla teleferica, questa sensazione è confermata. Qualcosa che non fa davvero al caso loro, volare, così come il loro muoversi camminando e beccando, con i loro passettini corti. Io posso rimanere a lungo a guardare quel loro tentativo di posarsi, sembra quasi che tentino in un modo poco chiaro di accoppiarsi, su quell'albero e tra quell'albero, che ne sembra estremamente provato, profanato, e anche tutto intorno non è il caso di avvicinarsi troppo.
Gli amministratori di condominio a cui a volte telefono, ma che non ho mai visto, hanno i loro studi nei sottoscala delle vie prestigiose, amministrano i condomini alveare dei quartieri più brutti, quelli con i nomi di regioni. Sono i casermoni dormitorio, al margine nord della città, dove sta molta gente povera, le famiglie numerose. Lavorare le raccomandate e i solleciti è un modo per capire che tipo di povertà c'è là. Non hanno pagato cosa? La luce, il gas, le pulizie per le scale, il guasto all’ascensore, le cassette della posta che sono state divelte dai vandali del quartiere. Un sollecito con ricevuta di ritorno in quelle case e in quei condomini enormi, con i nomi delle regioni d'Italia, in cui io non ho vissuto, ma solo passato davanti, di tanto in tanto, per andare a trovare qualcuno, o in altri paesi fuori città, strade in cui sono è passato soltanto o di cui ho è sentito dire, di cui ho intravisto il profilo di un palazzo passando con il treno, anni fa addirittura quella fidanzata giovanile scambiò il campo nomade per il circo: così disse: guarda il circo! Era solo un campo rom che poi fu spostato altrove, in zone ancora più ai margini della vista, del sentito dire.
A volte penso a quelle case che pure ci sono, in cui invece vivono gli amministratori, oppure alle case in cui hanno gli studi gli amministratori di condominio degli amministratori di condominio, a dove devono essere quegli studi e dove devono vivere loro, in quali palazzi e in quali vie bellissime, in strade che io nemmeno ho mai sentito nominare, in che palazzi dove hanno solo tende di broccato, dove il sottoscala è un luogo che neanche esiste, e quei casermoni e quelle vie con i nomi di regioni non solo non le hanno mai sentite nominare, ma neanche le hanno intraviste un giorno che passavano con il treno.
Gli amministratori di condominio degli amministratori, loro non si possono certo amministrare da soli, questo è certo, nessuno può farlo, c'è di sicuro qualcuno che se ne occupa, qualcuno che li convoca in prima e seconda convocazione, e qualcun altro che scrive raccomandate e solleciti anche a loro, perfino a loro, e qualcuno e di certo qualcuno che quelle raccomandate le va a consegnare e uffici come il mio in cui qualcuno come me lavora quelle loro raccomandate con ricevute di ritorno e nel pomeriggio, perché sono ben voluti dal dio del lavoro e fanno un orario mattutino, nel pomeriggio questi impiegati simili a me, ma diversi, possono prendere le loro cose e andare da una ragazza che li aspetta in piscina, togliersi le cose che hanno indosso, e passare un pomeriggio così, come se dovesse durare per sempre.

Simone Lisi (testo)
Beatrice Squitti (immagini)
Silvia Dal Dosso (camera e montaggio video)
Mapo (musica)

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