La ripugnante passione di Gene Vincent
Pareva un sogno. Un lavoro al New York Times. Eppure la signora che mi spiegava le mansioni da svolgere era nata nel paese degli incubi. "Serve un'altra persona a smistare e distribuire la posta in cronaca finanziaria," disse secca. Stavo per obbiettare balbettando che non sapevo niente di economia e finanza, ma lei mi licenziò con un gesto della mano. Divamparono piccole fiamme dal cassetto dove depositò il mio curriculum.
Nella fossa postale del reparto Business stava un tipo dall'aspetto spiritato. Sulla targhetta di plastica spillata al suo grembiule blu c'era scritto Gene Vincent, ma chiaramente non c'entrava niente col ribelle rockabilly morto da decenni ed eternamente giovane.
Matthew Licht
Fotografia di Enrico Bianda
Pareva un sogno. Un lavoro al New York Times. Eppure la signora che mi spiegava le mansioni da svolgere era nata nel paese degli incubi.
"Serve un'altra persona a smistare e distribuire la posta in cronaca finanziaria," disse secca.
Stavo per obbiettare balbettando che non sapevo niente di economia e finanza, ma lei mi licenziò con un gesto della mano. Divamparono piccole fiamme dal cassetto dove depositò il mio curriculum.
Nella fossa postale del reparto Business stava un tipo dall'aspetto spiritato. Sulla targhetta di plastica spillata al suo grembiule blu c'era scritto Gene Vincent, ma chiaramente non c'entrava niente col ribelle rockabilly morto da decenni ed eternamente giovane.
Per evitare incomprensioni Gene disse che non ero il capo. Lui aveva un contratto a tempo indeterminato, io no. Era vero, c'era scritto così sulla tessera che sentivo ancora calda in tasca: Temporary. Avendo stabilito la gerarchia, aggiunse che se volevo un grembiule blu come il suo, li davano gratis alla dispensa aziendale. "Imbucare buste e pacchi è un lavoro sporco."
"Grazie," risposi, ma non andai. Gli dèi del giornalone mi stavano solo mettendo alla prova, sondando la mia ambizione di cronista. Dovevo tenermi la giacca e la cravatta.
Dopo qualche settimana ebbi la prima grande occasione.
Il centralinista della cronaca finanziaria, uno spettro grigio dal triste riporto, quando non stava rispondendo irritato alle telefonate in redazione parlava solo di teatro, che era la sua vera vita.
Dalla sua scrivania mi fece cenno di avvicinarmi. Sussurrò con tono di cospiratore che necessitava d'un paio d'ore di fuga per un importante provino. Gene Vincent, mormorò, non poteva in nessun caso essere la voce del giornale.
Appresi dopo che questi provini del centralinista consistevano nel fare il circuito dei cinemini porno della 42ma Strada, a un isolato dalla sede del Times. Ogni martedì cambiavano i video a gettoni. A quanto pare aveva tentato di buttare la ex moglie dal traghetto di Staten Island.
Gene Vincent, vedendosi raggirato, si infuriò. La sua rabbia era una gelida brace. Dagli occhioni contornati da croste irradiava rasoi arrugginiti mentre maneggiavo i telefoni come Mozart il pianoforte. Sulla scrivania si estendeva una piana di candida carta assorbente. La coprii di scarabocchi osceni con la biro.
Ero in bagno quando tornò il centralinista. Avevo fatto venire Gene al mio posto. Si prese lui la colpa dell'indecente Altamira.
Spruzzando saliva e muco, Gene gli aveva urlato che ero stato io.
Quando tornai, il centralinista chiese in tono grave e luttuoso se infatti avevo eseguito tutti quei nudi. Risposi che mi ero distratto.
"Ma pensa solo se una delle nostre colleghe l'avesse visto. Si sarebbe potuta offendere. Dobbiamo stare attentissimi."
Mi fermò la mano quando feci per strappare e appallottolare il foglio. "Li prendo io."
Gene si pentì poi di aver fatto la spia.
"Mi hai messo in un bel guaio," gli dissi, e raccontai di come ero stato messo in ginocchio davanti alla terribile Kapò delle risorse umane che, dopo avermi sgridato davanti a tutti, mi aveva preso a schiaffoni.
Non si scherzava molto, al Times. Gene si mise quasi a piangere.
Gli diedi una pacca sulla spalla e tra di noi si formò un tenue legame di miseria condivisa.
Facendo finta di lavorare, esploravo sempre più nel profondo il castello gotico della Gray Lady, come veniva chiamato allora il New York Times. Era un labirinto di archivi e stanze fantasma. Nella tipografia al sottosuolo lavorava una confraternita di italo-americani sordomuti. Solo loro potevano tollerare il baccano infernale delle stampatrici.
Passò il tempo. Nel camerino della posta finanziaria non pervennero soffiate che avrebbero portato alle dimissioni del Presidente.
Gene si rivelava sempre di più un'anima sensibile, ferita, offesa, alla disperata ricerca di un po' di tenerezza nella vita. Era anche un patetico sciattone pieno di infantili paranoie.
Viveva con la sorella maggiore e il cognato nel brutto ghetto bianco di Ozone Park. Fobico e nevrotico al punto di non poter venir al lavoro in metropolitana, spendeva buona parte del salario in tassì. Terrorizzato dai bagni comunali, tratteneva le scorie per tutta la giornata. Solo a casa trovava sollievo, almeno in quella forma.
Chiazze d'eczema gli coprivano le guance, il petto e le gonadi. La masturbazione compulsiva gli causava occhiaie, notti insonni e odio per sé stesso.
Un venerdì sera a fine turno lo invitai a bere con degli amici che lavoravano in zona. Dovette pensarci a lungo prima di accettare.
Entrò nel pub come se si aspettasse di essere mandato via in malo modo. Strinse la mano agli altri e si sedette per ascoltare le chiacchiere. Non riusciva a guardare in faccia la cameriera irlandese, ma tracannò la birra che lei gli portò come se non avesse mai fatto altro nella vita.
Poco dopo Gene si colorò di verde. Pendeva a babordo. Facendo finta di niente lo tirai su in piedi e lo trascinai al cesso.
"Starai meglio quando avrai finito di vomitare," gli dissi.
E infatti quando tornò al tavolo sembrava un altro. Non gli mancava dopotutto il senso dell'umorismo. Lanciava furtive occhiate verso una tavolata di giovani donne, lavoratrici, impiegatucce anche loro, che estraevano piacere e divertimento dalla vita. Una di loro gli strizzò l'occhio. Ridacchiarono tutte.
Non lo sapevo, ma Gene era in cura per la depressione. Gli venivano somministrati potenti psicofarmaci. Lo strizzacervelli convenzionato del Times avrebbe detto che era crudeltà fargli bere alcol, ma la trasformazione avvenne quando ebbe rigurgitato le pasticche. Non aveva mai fatto un aperitivo, lascia stare con degli amici. La birra gli piaceva e lo metteva di buon umore. Doveva solo capire il giusto dosaggio.
Lo invitai anche a delle feste.
Cominciava ad avere un aspetto migliore. Mangiando gli hamburger del brutto bar dove pranzavano i malcontenti e alcolisti del Times prese peso. Sembrava solido. Aveva le gote rosee. Gli si notavano meno le croste d'eczema.
La temibile direttrice delle risorse umane mi spostava sempre lateralmente e diceva di essere esasperata che non riuscivo a inserirmi da nessuna parte. Forse aveva ragione quando disse che avevo un brutto atteggiamento.
*
Un giorno Gene mi fermò in un corridoio del labirinto e mi passò una busta. Aveva, disse, intercettato una lettera inviata al redattore capo. Dovevo leggerla.
Era scritta a macchina, con molte cancellature a X, un saggio personale dal titolo Vecchio mani di cacca. Uno scemo ultracinquantenne descriveva le gioie di una prima paternità. I momenti più dolci, aveva scritto, erano quando cambiava i pannolini, sguazzando fino ai gomiti negli escrementi caldi.
Gene sghignazzò. "Credi che la pubblicheranno?"
L'aveva scritta lui.
Sempre più spesso quando ci incrociavamo tirava dal grembiule poesie, racconti, dialoghi teatrali, testi per canzoni. Senza dire niente a nessuno aveva smesso di inghiottire psicofarmaci e di andare dallo psichiatra. Non ce la faceva ancora a prendere la metropolitana, ma ogni giorno camminava per un po' prima di fermare un tassì, e scendeva sempre un po' più lontano dal giornale. Passava negozi, ristoranti, bar. Guardava gli uomini che riparano le strade, le montagnole di rifiuti insacchettati, i reietti che mendicano, gente a spasso vestita bene o male. La vita della metropoli gli era di ispirazione.
Scrisse degli anni di abuso e delle umiliazioni che aveva subìto da parte del cognato.
Aveva uno strano senso della vendetta. Mi indicò un redattore dai sopraccigli folti, ricurvo e obeso. "Lo odio, quello lì. Crede di essere il mio boss. Ha ficcato il naso nelle mie faccende personali. Ma l'ho conciato."
Gli aveva mandato per posta un paio di mutande insozzate.
*
Guardava più spesso le ragazze del Times. Gli scriveva poesie, ma si vergognava di consegnargliele. Aveva bisogno di qualcosa di più di una sembianza di vita sociale. Pensai di portarlo a uno dei tanti bordelli della zona di Times Square, ma non lo feci.
*
A una festa era presente una russa a cui dovevano piacere molto alcol e cocaina. Barcollando e sbraitando vagava da un uomo all'altro conferendo umidi baci, a caccia di inviti al cesso per spompinare e pippare.
Gene la notò. "Credi che con lei avrei qualche possibilità?" chiese.
Senza pensarci risposi che con una tipa così andava a colpo sicuro. Gli passai discretamente una bustina di roba e andai a riprendere da bere.
Poco dopo si scatenò il delirio. Gene Vincent sembrò volare dal bagno, inciampò e cadde a terra. La ex sovietica apparve alla soglia, urlando insulti. Gli sputò addosso e tornò dentro, sbattendo con violenza la porta.
Gene si tirò in piedi, riabbottonandosi come meglio poteva. Si guardò intorno come un animale in trappola e fuggì di corsa fuori nella notte.
Tornò spedito dallo strizzacervelli, che lo rimproverò per aver interrotto senza autorizzazione la terapia e per aver scelto di frequentare ubriaconi, tossicomani e ninfomani. Sul ricettario tracciò un nuovo percorso di tranquillanti, stabilizzatori d'umore e psicofarmaci per il paziente malato d'amore.
Gene si era preso una brutta cotta per la russa. Dava a sé stesso la colpa se lei l'aveva respinto. In uno degli infiniti angoli bui del Times, mi sussurrò che la sognava di notte.
Gene ingrassò, si gonfiò. Si vergognava, oppure aveva paura di andare a comprarsi dei vestiti più ampi. Mormorava da solo mentre andava e veniva dall'ufficio delle poste ubicato dentro lo stabile del giornale, spingendo un carrello di plastica grigio squalo, e anche quando ficcava buste e pacchi nei caselli dei giornalisti.
Gene spaventò una graziosa stagista. L'aveva solo guardata e quasi sicuramente nemmeno apposta. Ad occhi aperti sognava la russa della festa. La ragazza però se ne offese e fece rapporto. Gene subì un mònito dalla terrificante direttrice delle risorse umane.
Ne avevo subiti anch'io. Quella donna sembrava sempre voler staccarmi la testa con un morso, per poi inghiottire il resto di me schizzante sangue. Mentre veniva fatto a pezzi, Gene avrà provato un grasso orgasmo.
Dopo quel trattamento, non era più il caso di invitarlo a bere una birra dopo il turno.
Gene si convinse che i suoi guai erano dovuti alle radiazioni malefiche di vari redattori del giornale. Questi bisbigliavano tra di loro di aver ricevuto pacchi contenenti mutande insozzate. Non sapevano come comportarsi.
*
Venni licenziato per una risata insincera, diciamo sarcastica. C'era un particolare modo di sghignazzare da parte dei subordinati alle battute dei redattori. Era il richiamo di chi voleva fare carriera. Guardando in faccia un redattore che raccontava l'ultimo ilare aneddoto gli ho fatto il verso della risata New York Times.
Il giorno dopo mi ritrovai a spalla a spalla col corpulento Gene, che faceva finta di non conoscermi, oppure, drogato com'era, non mi riconosceva più.
Ma il declassamento non era solo un ulteriore dose di addestramento. Ero di nuovo disoccupato.
*
Anni dopo, a una festa, incrociai un ex collega del giornale. Gli chiesi che fine avesse fatto Gene Vincent. Fece una smorfia.
Gene era stato promosso. Era nel sindacato, non potevano licenziarlo, quindi l'hanno sbattuto dentro uno sgabuzzino lontano dagli occhi di tutti a smistare la posta elettronica. Computerizzazione vuol dire accesso a infinita pornografia.
Una giovane stagista era entrata per errore nella tana di Gene. Sullo schermo del suo computer si svolgeva una scena di sesso e lui si masturbava. Sorpreso, imbarazzato, le aveva lanciato uno sguardo per implorare comprensione, pietà e perdono. Lei l'aveva interpretato come uno stupro visuale.
Lo licenziarono in tronco. Non per abusi sessuali, ma per aver fatto uso inappropriato del computer durante il turno.
Non so cosa succede a una persona come Gene Vincent quando gli viene tolto il lavoro. Un piccolo esercito sporco e senza dimora girovaga sempre per le strade della metropoli e razzola nei bidoni dei rifiuti. Per lui, con tutte le sue fobie, vivere così era impossibile. Sarà finito in isolamento a casa della sorella, tra le grinfie del genero sadico. Magari prende un sussidio dall'ente psichiatrico statale, se ciò esiste. Nel suo inferno a Ozone Park, sulla sua obsoleta macchina da scrivere, compone lettere di minaccia a giornalisti e poesie d'amore per una donna che non le leggerebbe neanche se sapesse leggere.
Matthew Licht è fiorentino di adozione, ha pubblicato diversi libri in inglese e italiano. Per Stanza 251 scrive settimanalmente il blog bilingue Hotel Kranepool, sull'industria dell'ospitalità metafisica. Il suo romanzo North Hollywood Blue è appena uscito per HST pubs.
The Antietam Dead/I morti di Antietam
There was a used book shop just around the corner from where I lived during my brief college career. The place was a catacomb of low ceilings, a maze of narrow crawlspaces between the shelves, that smelled of farts and mildew.
Once, when I stepped aside, so as not to jostle a coed on her way to the cash register, The Iliad fell to the floor. When I bent to retrieve the book, several old photographs and a handwritten note fluttered down from between its pages. Before I left, the man who most people in town thought was my father gave me a book. "Everything anyone needs to know about men and war is in these pages," he said, without a trace of solemnity.
There was a used book shop just around the corner from where I lived during my brief college career. The place was a catacomb of low ceilings, a maze of narrow crawlspaces between the shelves, that smelled of farts and mildew.
Once, when I stepped aside, so as not to jostle a coed on her way to the cash register, The Iliad fell to the floor. When I bent to retrieve the book, several old photographs and a handwritten note fluttered down from between its pages.
Before I left, the man who most people in town thought was my father gave me a book. "Everything anyone needs to know about men and war is in these pages," he said, without a trace of solemnity.
The worn-out tome was thick, but not enough to stop a bullet. Too much to just carry around. So I began to read The Iliad on Sunday morning, and finished it early the next day, just before boarding the train headed south. I left the book in the formerly crowded waiting room. Some other ghost would pick it up.
The Government Issue sack was burdensome, the rifle much heavier than it looked. The old book was still with me, on the inside. Hardly superfluous weight. The words'd changed from matter to essence.
There's an old man in the story, Nestor, a veteran of all the wars that'd been fought during his long life. He speaks mostly to suggest wisdom to the younger men who'd sailed to Troy with him, eager to risk their lives to redress adultery suffered by a king who was not their king.
Nestor says, every man is alone when he goes into battle. Among others, but in solitude inside himself, in chaotic seclusion with what he's heard and the pictures he's seen.
The substance of every war story is long stretches of boredom and forced work, then panic moments in which everything you thought you knew, the person you thought you were, and your ideas of what human beings can be and do are destroyed. You either get through it alive, or don't. In that case, your dead body is the only story that matters.
Nestor said, don't think, shoot. Until you run out of bullets. Then yell, let go your mind and swing, stab, kill with your hands and teeth. That's what everyone else will do.
You can try to forget it, afterwards.
The piles of corpses looked forlorn. The dead'd been left to themselves while their former comrades finished what they'd begun together. When the battle was finally over, the Captain picked the youngest among us to dig trenches.
There's no prelude. Whatever happened before means nothing. Do for them what they can't do for themselves. They'd bury you, if life had played out differently. You'll feel better when they're safe underground. Look at their faces, remember them. They were with you. You'll be with them again.
A desolate feeling overcame when we laid down our rifles and picked up the shovels. Digging is harder than shooting, and it takes longer. One thing leads to another, and this train of events'll never end, as long as there are rifles and shovels and men who'll raise them against and for each other.
The date scrawled on the message and the picture was close to a hundred years before the day the book, the note, and the old photographs appeared. No name, no signature.
The pictures had been snapped at Antietam. A partial anagram for another, faraway battleground that was on everyone's minds at the time. Add a V for victory, and there you go.
A few days after I dropped out of college, like all good hippies were supposed to do, the Government sent me a letter. Uncle Sam wants you.
Some fled to Canada. I haunted flea markets and used bookshops for other old pictures.
Once I'd gotten the eye, pictures with things written on them practically found me. Most of these story fragments were just names and dates, which might once've meant something, to someone. But the longer stories were all from one battle: Antietam.
Sometimes I'd look at those young men who, even if they'd survived their war, were all dead beyond doubt. They spoke without voices about shared experience across time.
Whatever happened to them was a lot worse than what happened to me.
The North Vietnamese people—and they were people, not like what they told us during indoctrination—got bombed, and burned. Napalm and white phosphorous dropped from jet fighters looked like flowers of fire and ice on TV. Our enemies didn't get to see this beauty.
What happened to me in Vietnam was mostly nothing. Nothing doesn't look good on TV. I never chopped off anyone's ears, or threw anyone out of a helicopter, but there were times when I wanted to.
Boredom endures, terror's short. Long waits between moments of joy or grief. That's about it. That's life.
Even the trees catch Hell on a battlefield. This one got nearly all of its leaves shot off. Someone said the southerners used to hang men from its boughs before the quarrel started. Men who tried to run from their destiny. Men who run from the battlefield get hung later, or shot sooner. They call this military justice, but justice is something different. Justice is rare.
They invented machines to dig the mightiest trenches, and other machines to fill them.
Dead Confederates can't request not to be buried by black men. White Yankee officers can, and often do, order the black soldiers to inter the enemy. There's a heavy irony involved, but no one laughs. No one feels any satisfaction, or justice, in this duty.
Green confers peace, to the earth, and to those condemned to find themselves in the wrong places in troubled times.
We, in our ruined blue and grey, once wore white tunics and bronze armor.
Our human sides are buried in uniforms.
Stripped of who we were, we become the earth's green garb.
The universal silent O of the dead. Drunks stumble, fall down and laugh. A baby opens up for the first scream and its father hits the floor with an oh of joy at the sight and the sound. A woman opens up to express her pleasure. The vast tribe of the dead laugh, cry and shout their rage. Only the other dead can hear them.
Someone said that little house on the knoll was a church of some kind. These fellows might've been trying to get into it when they were mowed down.
As ye sow shall ye reap, and all that.
From a distance, their horsecart looks like a mobile cannon. Which is why the enemy machine-gunner turned his attention to it.
The logic of war is, the higher placed cannon is better able to blow all that's below it to hell.
Shoot a horse, and the cannon he was dragging stays put on the plain.
We won't even get to eat that poor nag, he's been out in the sun too long.
This kid called himself "Custus the Magnificent". He could climb a tree like a squirrel and shoot the knees off a gnat at 100 yards. He hid his face with that cloth his mama gave him while he took aim at enemy officers. But he couldn't cover his eyes. Some shooter sharper than he put a bullet right between them. He hit the ground like an overripe pawpaw.
The Captain already looked as though he'd been dead and back. Whatever he'd seen there in the land of shadows, he must not've liked it. We followed him happy, because he never hesitated. He'd a wife, two little girls, and a nice big house in North Adams. He wanted to be there with them again. We were just a temporary thing, a means to get it over with and return home.
Jonesy had great dreams for when the war was over, most of which involved young ladies. Nobody believed the stories he told about his visits to New Orleans.
"Don't matter to me what you believe, or don't," he'd say. "'Cause I got something deep inside that makes me different from all of you."
But he never explained what that profoundly different thing was.
Fellows who were slaughtered on the flat fields're pushing up daisies, they say. Jonesy wandered into the forest after he was wounded in the gut, and no one could find his body. Since he always had to be different, it's possible he crawled all the way back to the bayous to keep the prostitutes in business. More likely, he's pushing up primroses as pink as the girls in his dead dreams.
Some thought it awful mean of the Major to send Davey and Raybon out together like he did. Said he'd shoot 'um unless they ran like rabbits from our trench to destroy the enemy machine gun placement with armfuls of dynamite.
They'd've blown up themselves if they didn't cross that field like blazes. They'd only made about fifty yards when the Yanks realized the plan and swung their barrels. A man with a Gatling gun has all the time in the world. Davey and Raybon ran out of time instantly. The explosion was posthumous. Their parts rained down. The Major said he didn't want men lke them in his company anyway.
Had to wonder if he meant Company, as in a group of a hundred to two hundred-fifty men (we were nowhere near that many when the incident occurred), or company, like standing next to him in the face of death.
They died together and showed they were as brave, frightened and as fragile, as any of us, no matter what any god damn Officer on Earth might think or do.
When I got back home, I'd go into the woods and stay there the whole time it was light out because all I wanted to see and feel was life around me and all I wanted to hear was the breeze in the trees, and the birds.
When I felt better I took to wandering through the forest at night to be with the owls. They're supposed to be wise. Wiser than us, that's for sure.
The wind in the trees sounded different in the dark. The owls hissed and hooted, and in between I heard that old logger McNester's voice.
He'd shot and killed Indians in his earlier years. He didn't like to talk about it, though. He said we had more to learn from the natives than they from us.
Keep your fool head down, he said. Act like you're obeying, and then go hide somewhere until it's quiet again.
He didn't follow his own advice. Maybe he didn't really want to go back to Maine and chop down more and more trees.
The last time I saw the old woodsman he blended in and out between the tree-trunks. He threw down his rifle and moved stealthily towards the noise of war.
There's a beauty to it. Take a bunch of uneducated, dirty kids, order them to run towards a fence. If they get plugged full of lead, then you know where the enemy's hid. Let 'um drop where they may. A picture forms.
Drawing fire, is what they call it. Who coud ever draw fire and be warmed by it, or cook a pot of stew for men who're tired and hungry after trying to kill each other all day.
Modern newspapermen can't even draw. They move in with their photo-cameras when the show's over and do their un-dirty work, which is to show the folks in the big cities what's really going on.
They can't hold a pencil to Homer, who was blind, or Goya who was deaf. The only thing they have going for them is speed.
Listen to the pictures they shot. They tell the story as well as any words you could think up for what happened to these fellows. This means you too, Mr Lincoln.
How'm I suppose to tell my story? Nobody understands a word I say. Or else they just don't want to hear it. Never learned to read or write. My right hand's no good to me no more. The left one won't hold a pencil, neither. Let the picture tell what happened to whoever wants to look. All I ask is that you just remember, I could be you.
My father gave me this sword, which once belonged to an ancient Greek warrior. Or that's what the witch-man in New Orleans who sold it to him said.
Whether that old story's true or not, this old steel ran through more than its share of damn Yankees. Doesn't matter if we win or lose this war, I'm gonna keep it.
With great thanks to Peregrine Hodson, who suggested this.
Matthew Licht
I morti d'Antietam
C'era una libreria dell'usato nel quartiere dove ho trascorso la mia breve carriera universitaria. Era una catacomba dai soffitti bassi, un labirinto di intercapedini tra gli scaffali. Puzzava di scoregge e muffa.
Un pomeriggio là dentro mi scostai per non urtare una giovane studentessa diretta alla cassa e feci cadere a terra una copia de L'Iliade. Mi piegai per raccattarlo, e delle vecchie foto e una nota scritta a mano fluttuarono dalle pagine.
Prima che partissi, l'uomo che molti nel paesino credevano fosse mio padre mi diede un libro. "Quel che c'è da sapere sugli uomini e sulla guerra è qua dentro," disse, senza alcuna solennità.
Era un volume denso, ma non abbastanza da fermare un proiettile. Troppa roba da portarsi dietro, quindi cominciai a leggere L'Iliade di domenica mattina e finii lunedì mattina, poco prima di salire sul il treno diretto verso sud. Lasciai il libro nella sala d'attesa che prima era gremita. Qualche altro fantasma l'avrebbe raccattato.
Il saccone d'ordinanza era ingombrante, il fucile sembrava di piombo. Dentro di me sentivo ancora il vecchio libro. Non era un peso superfluo. Le parole da materia si erano trasformate in essenza.
Nestore, veterano di tutte le guerre della sua lunga vita, suggerisce saggezza ai più giovani che si erano imbarcati con lui verso Troia, ansiosi di rischiare la vita per un re che non era il loro re.
La voce di Nestore chiarì che il mio vero padre era lui. Ciò non toglieva nulla all'uomo che era venuto a stare con noi dopo che l'uomo che aveva sposato mia madre si era impiccato nel fienile. Ognuno ha un padre naturale. Tocca a noi sceglierne un altro, se si vuole.
Ciò potrebbe spiegare il regalo del libro. E’ bene avere una voce che ti accompagni quando vai alle guerre.
Secondo Nestore nella battaglia ogni uomo si trova da solo. In mezzo agli altri ma in solitudine dentro se stesso, in una caotica seclusione avvolto da ciò che ha sentito e le immagini che ha visto.
La sostanza di ogni racconto di guerra è lunghi tratti di noia e lavoro forzato interpolati da attimi di panico puro in cui tutto ciò che credevi di sapere, la persona che credevi di essere e le tue idee su ciò che possono essere e fare gli esseri umani vengono distrutte. Ne esci vivo, oppure no. Nel secondo caso, il tuo cadavere è l'unico racconto che vale.
Nestore diceva, non pensare, spara. Finché non finisci le cartucce. Poi urla, lascia andare la mente e mena con la clava, infilza con la baionetta, uccidi con le mani e i denti. Come faranno gli altri.
Puoi cercare di dimenticartene, dopo.
Le pile di cadaveri erano tristi. I morti badavano a se stessi mentre i loro compagni finivano ciò che avevano iniziato insieme. Terminata la battaglia, il capitano incaricò i più giovani di scavare le fosse.
Non c'è preludio. Non significa nulla ciò che è successo prima. Fai per loro ciò che non possono fare per se stessi. Loro ti seppellirebbero, se la vita fosse scorsa diversamente. Starai meglio quando i compagni saranno al sicuro sottoterra. Guarda i loro volti, ricordali. Erano con te. Prima o poi sarai di nuovo con loro.
Un senso di desolazione invase tutti quando poggiammo a terra i fucili per prendere in mano i badili. Scavare è più duro che sparare e richiede più tempo. Una cosa tira l'altra e questa catena di eventi non finirà finché ci sono fucili e badili e uomini che li impugnano contro gli uni e per gli altri.
La data scarabocchiata sul messaggio e sulle foto era di quasi cent'anni prima del giorno in cui apparirono il libro e le vecchie fotografie. Nessun nome, niente firma.
Le immagini erano state riprese ad Antietam. Quasi un anagramma per un altro, lontano campo di battaglia a cui pensavano tutti, all'epoca. Aggiungi una V per Vittoria, ecco fatto.
Pochi giorni dopo che da bravo hippie mollai l'università, il governo mi spedì una lettera. Zio Sam vuole te.
Alcuni fuggirono in Canada. Io invece bazzicai mercatini e librerie dell'usato in cerca di altre vecchie fotografie.
Quando mi feci l'occhio, le immagini con le scritte praticamente mi saltavano in mano. Molti di questi frammenti erano solo nomi e date che forse una volta avevano avuto qualche significato per qualcuno. Ma le storie più lunghe raccontavano tutte di una sola battaglia: Antietam.
Guardavo quei giovani che anche se erano sopravvissuti alla guerra erano senza alcun dubbio morti. Parlavano senza voce delle esperienze convissute attraverso il tempo.
Qualunque cosa era successo loro era molto peggio di ciò che accadde a me.
I nordvietnamiti—ed erano esseri umani, non come ce li avevano descritti durante l'indottrinamento—li abbiamo bombardati e bruciati. Napalm e fosforo bianco lanciati dai caccia sembrano fiori di fuoco e ghiaccio in tivù. I nostri nemici non hanno avuto nemmeno una possibilità di ammirare questa bellezza.
La mia esperienza del Vietnam era più che altro nulla. E il nulla in tivù non fa spettacolo.
La noia è duratura, il terrore è breve. Lunghe attese tra momenti di gioia e dolore, tutto qui. È la vita.
Sul campo di battaglia si scatena l'inferno anche contro gli alberi. A questo qui gli hanno sparato via le foglie. Si dice che i sudisti usavano appendere uomini dai suoi rami, prima che iniziasse il tafferuglio. Uomini che avevano cercato di sfuggire al loro destino. Quelli che hanno voluto scampare al massacro vengono impiccati dopo, o fucilati sul posto. Questa la si chiama giustizia militare, ma la giustizia è un'altra cosa. La giustizia è rara.
Inventarono marchingegni per scavare ciclopiche fosse e altre macchine per riempirle.
I ribelli morti non possono richiedere di non venir sepolti da uomini neri. Gli ufficiali Yankee possono e spesso danno ordini ai soldati neri di interrare il nemico. Vi è in gioco una pesante ironia, ma nessuno ne ride. Nessuno trova soddisfazione né giustizia in questo dovere.
Il verde conferisce pace, alla terra e a coloro condannati a stare nei posti sbagliati nei momenti peggiori. Noi vestiti di stracci blu e grigi una volta indossavamo tuniche bianche e armature di bronzo. I nostri lati umani vengono seppelliti dentro le divise. Spogliati di chi eravamo, diventiamo il manto verde della terra.
L'universale, silenzioso O dei morti. Gli ubriachi barcollano, cadono a terra e ridono. Una donna si apre al piacere. Un'altra donna grida. Un neonato spalanca la bocca sdentata per lanciare il primo urlo. Suo padre cade a terra con un oh di gioia alla vista e al suono. La sterminata tribù dei morti ride, piange e urla la sua rabbia. Solo gli altri morti li possono sentire.
Qualcuno disse che la casetta sul poggio era un tipo di chiesa. Questi qui forse volevano rifugiarsi là dentro quando vennero falciati. Come semini raccoglierai e così via. Da una certa distanza il loro carro potrebbe sembrare un cannone mobile. Per questo il mitragliere l'ha preso di mira. Nella logica della guerra, il cannone più alto spazza all'inferno tutto il sottostante. Accoppa un cavallo e il cannone che trascinava rimane lì fermo sulla piana. Quel ronzino non potremo neanche mangiarcelo, è rimasto troppo a lungo al sole.
Questo pischello voleva farsi chiamare "Custus il Magnifico". Si arrampicava sugli alberi come uno scoiattolo e centrava le zanzare a centinaia di metri. Mentre mirava agli ufficiali nemici si nascondeva la faccia dietro quel telo che gli aveva fatto la mamma. Ma non poteva coprirsi gli occhi. Un tiratore più franco di lui vi mise in mezzo una pallottola. Cadde a terra come una pera marcia.
Il capitano sembrava un morto tornato in vita. Qualunque cosa aveva visto là nella terra d'ombre non gli sarà piaciuto. Lo seguivamo sicuri, perché non esitava mai. Aveva moglie e due figlie piccole in una bella casetta a North Adams. Voleva tornare a stare lì con loro. Noi eravamo una cosa temporanea, un mezzo per por fine alla storia e tornare a casa.
Jonesy aveva grandi sogni per quando sarebbe finita la guerra, molti dei quali coinvolgevano signorine. Nessuno credeva alle storie che raccontava delle sue visite a New Orleans. "Non m'importa se ci credete o no," diceva. "Ho una cosa dentro che mi distingue da voi." Ma non spiegò mai cosa fosse quella profonda differenza. Si dice che i ragazzi macellati sulle piane fertilizzano margherite. Jonesy vagò dentro la foresta dopo aver preso una pallottola alle budella, e non trovammo il suo cadavere. Visto che doveva sempre essere diverso, è possibile che sia strisciato fino in Louisiana senza lasciare scia di sangue per dar da lavorare alle prostitute. Ma è più probabile che stia fertilizzando primule rose come le ragazze nei suoi sogni da morto.
Ad alcuni sembrò malvagio il maggiore quando assegnò a Davey e Raybon quella missione suicida. Gli avrebbe sparato lui stesso se non fossero corsi verso la postazione di mitra con le bracciate di candelotti di dinamite.
Sarebbero saltati in aria se non avessero attraversato quel campo come schegge. Non avevano fatto neanche cinquanta metri quando gli Yankee si resero conto di cosa stavano facendo e girarono le bocche da fuoco. Un soldato con sotto le mani un mitra Gatling ha tutto il tempo del mondo. Davey e Raybon hanno avuto solo pochi secondi. L'esplosione fu postuma. I resti piovvero dal cielo. Il maggiore disse che tanto non voleva uomini come loro nella sua compagnia.
Non so se intendeva compagnia come un gruppo di cento fino a duecentocinquanta uomini (non eravamo nemmeno vicini a quei numeri quando è accaduto il fatto), oppure compagnia nel senso di essere al suo fianco dinanzi alla morte. Morendo insieme dimostrarono di essere coraggiosi, terrorizzati e fragili come ognuno di noi, nonostante ciò che pensi o faccia un dannato ufficiale.
Quando tornai a casa andavo nel bosco e ci restavo finché c'era luce perché volevo sentire e vedere la vita attorno a me e udire solo il vento negli alberi e il canto degli uccelli. Quando mi sentii meglio presi a girovagare nella foresta anche di notte per stare coi gufi. Si dice che siano saggi. Più di noi, sicuramente. Di notte il vento tra i rami ha un suono diverso. I gufi sibilano, fischiano, soffiano e nel mezzo del loro baccano sentivo la voce del vecchio boscaiolo McNester.
Da giovane aveva sparato e ucciso indiani. Preferiva non parlarne. Diceva solo che avevamo più da imparare dagli indiani che loro da noi. Tieni giù quella stupida testa, diceva. Fai finta di obbedire e poi vai a nasconderti da qualche parte finché non senti silenzio. Non prese a cuore i propri consigli però. A volte avevo l'impressione che non voleva più tornare nel Maine per abbattere sempre più alberi. L'ultima volta che vidi il vecchio boscaiolo sembrava sparire e riapparire in mezzo ai tronchi. Buttò a terra il fucile e proseguì silenzioso verso il frastuono della guerra.
Vi è una certa bellezza. Dai l'ordine a un mucchio di ragazzi sporchi e analfabeti di correre verso un recinto. Se vengono riempiti di piombo, hai individuato il nemico. Cadendo, formano un quadro. Si chiama attirare il fuoco. Ma questo fuoco non si attira per esserne scaldati, o per cuocere uno spezzatino per uomini stanchi e affamati dopo una giornata passata a cercare di uccidersi a vicenda.
Arrivano giornalisti. Il loro lavoro poco sporco è di far vedere ai cittadini ciò che succede veramente. Lo fanno con le loro macchine fotografiche. Non sanno scrivere come Omero, cieco. Non sanno disegnare come Goya, sordo. Ma lavorano veloci. Ascolta le loro immagini. Rendono abbastanza bene la storia di ciò che è successo a questi qui. Dico anche a te, Signor Lincoln.
Come faccio a raccontare la mia storia? Nessuno capisce una parola di quel che dico. O forse non vogliono sentire e intendere. Non ho mai imparato a leggere né scrivere. La mia mano destra non serve più a nulla, quella sinistra non regge una matita. Che questo mio ritratto spieghi ciò che è successo a chiunque lo voglia vedere. Chiedo solo che vi ricordiate questo, ciò che sono potresti esserlo anche tu.
Questa spada me l'ha data mio padre. Una volta apparteneva a un guerriero dell'antica Grecia. O perlomeno così aveva raccontato lo stregone di New Orleans che gliel'ha venduta. Che sia vera o no la storia, questo vecchio acciaio ha trafitto una caterva di dannati Yankee. Non importa se vinciamo o perdiamo questa guerra, la spada me la tengo.
Con ringraziamenti a Peregrine Hodson che lo ha suggerito
Matthew Licht
Matthew Licht è fiorentino di adozione, ha pubblicato diversi libri in inglese e italiano. Per Stanza 251 scrive settimanalmente il blog bilingue Hotel Kranepool, sull'industria dell'ospitalità metafisica. Il suo romanzo North Hollywood Blue uscirà a breve per HST pubs.
Eternità virtuale
Qui a Hollywood sul Tevere, alcune persone sentono “scrittore” e capiscono “traduttore”. Vuol dire che tu esisti per aiutarli a far produrre le loro sceneggiature nella vera Hollywood. In passato mi infastidiva, ma pagano in contanti, e il traduttore digitale funziona sempre meglio.
Qui a Hollywood sul Tevere, alcune persone sentono “scrittore” e capiscono “traduttore”. Vuol dire che tu esisti per aiutarli a far produrre le loro sceneggiature nella vera Hollywood. In passato mi infastidiva, ma pagano in contanti, e il traduttore digitale funziona sempre meglio.
Un tizio a una festa noiosa sentì “scrittore” e capì “guida turistica”. Era perlomeno qualcosa di nuovo. “Di che si tratta?” gli chiesi.
“La vecchia Cinecittà viene trasformata in un parco a tema,” rispose.
Lo sapevano tutti. Ci giravano ancora al massimo qualche spot, qualche telenovela, quindi le comparse speranzose continuavano a sciamare all’entrata. Aspiranti registi portavano i loro reel sui telefonini. I paparazzi sono spariti, come gli uomini in palandrane nere e cappelli da cowboy Borsalino che nascondevano i loro sguardi autoritari dietro occhiali da sole più scuri di quelli in vendita al pubblico. Non vi passano più limousine, lascia stare elicotteri.
“Devi solo far finta di aver interpretato il ruolo di Mister Pigg in Fellini Casanova. Ai turisti dirai che tu e Donald Sutherland siete cresciuti insieme in Canada, che giocavate a hockey, mangiavate sciroppo d’acero, stronzate del genere. Li condurrai per i nuovi finti set, che faremo sembrare polverosi e sacri. Toccherà a te convincerli che stanno vedendo la roba genuina e segreta. Così quando vanno via crederanno che forse un po’ di quella magica polvere di stelle gli è rimasta attaccata.”
Non tanto tempo fa gli avrei detto di no. Nemmeno no, grazie. “Potrei provare.”
“Grande. Vieni domani per fare un provino.”
Bisogna fare provini anche per i lavori più umilianti, di questi tempi.
Andai a Cinecittà in Vespa, cosa che non avrei fatto a Los Angeles, dove gli studi cinematografici sono lontani dal mare.
La coda per i provini si estendeva fino a Cartagine. Si era sparsa la voce che alla nuova CinecittàLandia lanciavano contratti come coriandoli. La gente disoccupata cianciava sui telefonini e gesticolava, a parte una signora alta e snella. I suoi capelli le scendevano per la schiena in una lunga e densa treccia bianca, legati con del raso nero. Sembrava che fosse rimasta congelata nel tempo mentre aspettava di fare il provino per la parte di Ragazza intellettuale in carriera, New York, 1966. Sulla catenina d’oro le pendeva una replica della Bocca della Verità in oro 18k. Leggeva un mastodontico libro. Non mi ero portato niente da leggere, non credevo di dover aspettare.
Qui nella terra degli spaghetti, chi non ha faccia tosta perde. Quindi feci finta che mia madre mi avesse tenuto il posto mentre raccoglievo i pomodori per la salsa marinara di quella sera. Se qualcuno ci fece caso, non disse niente. Il discorso sui telefoni e il teatro della gestualità continuarono senza interruzioni.
La signora non guardò su dal libro. “Bella mossa,” disse.
“Grazie,” dissi. “Fai un provino per l’otto volante Rossellini?”
Finì di leggere un lungo paragrafo. “Questo è l’unico modo per entrare. Ogni tanto torno a dare un’occhiata, ma non so perché. Non c’è rimasto niente.”
Non c’era mai stato niente, o comunque non molto.
La città eterna era a pochi minuti di metropolitana verso ovest. Sotto le rotaie stavano sepolti mosaici, statue ed elmi di gladiatore arrugginiti dal sangue. Cinecittà era una versione in miniatura di Hollywood, che fu creato per vendere una versione gloriosa degli Usa agli americani, e poi al resto del mondo. La fila conduceva verso una possibilità di trasformare un fasullo Hollywood in un finto Disneyland.
La coda si mosse. Una giovane coppia fu ammessa oltre il cancello da un uomo in divisa con una vera pistola alla cintola. Seguirono un’altra guardia verso un basso edificio a qualche centinaio di metri. Nessun altro li osservò. La signora andò avanti di qualche passo, e mi accorsi solo allora di averla già vista.
Trascinava un carrello della spesa in giro per Trastevere come le vecchie del quartiere, che erano rimaste in poche. Quella fetta di centro storico era diventato il campus di qualche college statunitense. Tutti i i giovani attori e registi autoctoni erano emigrati a Los Angeles.
Si era di nuovo persa nel vasto tascabile. La fila si muoveva lenta come l’economia.
Mi offrirono il lavoro per la giostra Casanova. Avrei solo dovuto mettermi in costume diciottesimo secolo e indicare, per esempio, una sedia pieghevole e dire, “Federico si sedeva proprio lì tra riprese.” La paga era decente, ma quando misero sul tavolo il contratto e la biro una voce che mi ricordavo appena di avere disse, “Bisogna che ne parli al mio agente.”
I tipi unti del casting non chiamarono la guardia per portarmi via. Uno di loro fece un gesto per scacciarmi come una mosca che aveva sprecato il loro tempo.
Mentre attraversavo un campo brullo verso l’uscita, rividi la signora dai meravigliosi capelli bianchi. Vagava per il set di una strada dell’antica Roma: un piccolo tempio con colonne di cartapesta e una finta palma storicamente inappropriata. Se aveva fatto un provino, nessuno le aveva intimato di andarsene, dopo. Mi sentivo come una di quelle persone che vedono attori in costume mentre gironzolano per la reggia di Versailles, e poi scoprono che nessuno ci girava nulla, quel giorno.
Nessuna guardia in vista. Mi avvicinai, tossii per non spaventarla. “Verresti a cena con me al Ciak stasera?”
“Volentieri,” disse, e abbassò gli enormi occhiali da sole per svelare uno sguardo di tanti anni fa. Una guardia apparve da dietro una scaffalatura pericolante. Gli andai incontro per farmi indicare il cancello dell’uscita, e lui la lasciò in pace.
Al lido di Ostia il mare sembrava un specchio.
Al ritorno dalla spiaggia mi fermai al Colosseo, smontai dalla Vespa e chiesi a al tizio conciato da centurione se avesse dovuto fare un provino per accalappiarsi quel lavoro. Aveva un forte accento romano, non era stato importato. “Cosa si prova,” gli chiesi, “a impersonare i propri antenati?”
Rispose che le fabbriche erano chiuse, e non era adatto per fare del cinema per soli adulti. Poi mi disse di sparire, se no mi avrebbe dato una mazzata in testa col suo gladio, che era d’acciaio, non legno verniciato d’argento.
Il popolo del vecchio Hollywood sul Tevere cenava al Ciak. Donne intriganti trafficavano con uomini ombrosi che avevano lasciato le loro Ferrari a casaccio sui sampietrini del vicolo. Una discreta cenetta clandestina e poi via, a tutto fuoco, fino al cuore della notte. Attori sconosciuti davano tangenti ai paparazzi per scattarli al Ciak, e recitavano la loro indignazione a essere ripresi in quel momento. La gente comune ci andava per vedere le stelle, e per comparire in sottofondo nelle foto incorniciate per i turisti del futuro.
Lei entrò mentre guardavo delle ombre bianche e nere sotto vetro. Quando si avvicinò per il primo piano, notai che era lei la bella ragazza tra Federico e Marcello nella foto scattata cinquant’anni prima più o meno nel punto esatto dove ci trovavamo. Anche allora i suoi capelli erano il colore della cenere di sigaretta. Ci fissammo, aspettando che il regista immaginario, o uno dei camerieri, urlasse, ciak!
Si mosse appena, ma l’incantesimo finì. Le presi il cappotto e tirai fuori la sedia.
Fece finta di fumare un grissino. Ormai non si può fumare per davvero, al Ciak. “Preferisco la mia foto con Alberto Moravia e Pipì Pasolini,” disse. “Elio era l’unico che mi riprendeva sempre dal profilo buono.”
“Quella non l’ho mai vista, e vengo qui da anni. Sta nel bagno delle donne?”
“Scemo, è a casa mia. Ma dai un’occhiata allo scatto direttamente sopra la tua testa.”
Un cameriere ci portò dell’acqua gassata e una caraffa del vino bianco della casa. Disse che quella sera c’erano i calamari ripieni. Stavo pescando tra i volti nelle vecchie foto tinte di seppia. Eccolo, Pier Paolo Pasolini, anni prima di aver diretto Salò, accanto a una giovane dai lunghi capelli bianchi in sottofondo per la premiazione di Miss Seno Italiano del 1967.
Miss Seno Italiano nel vecchio scatto c’era sempre. Faceva pedicure e massaggi nella galleria sotto la stazione Termini. Da quando Fellini l’aveva scartata per il ruolo della tabaccaia di Amarcord non si era mai veramente riavuta.
“Scambiamo questo acido muriatico per una buona bottiglia,” dissi, risiedendomi.
Non ascoltava. “Pipì mi ha commissionato di fare l’arredamento della sua villa a Sabaudia. Se guardi la prima scena di Accattone, al ristorante sul fiume, stringendo l’occhio mi vedi divorare spaghetti alle vongole. Non avevo mangiato da giorni, e non perché fossi a dieta. Gli facevo pietà.”
Iris Powell era arrivata a Roma da Pawtucket, nello Stato del Rhode Island, con una borsa di studio Fulbright. Non aveva troppe stelle agli occhi. Credeva che una laurea in architettura presa all’estero le sarebbe valso un lavoro con Mies van der Rohe a New York. Ma certe persone sentivano “architetta” e capivano “cubista” oppure “stelletta del cinema”. Nessuno assumeva donne architette, a parte Pipì Pasolini.
Il cameriere portò delle bruschette, e un nettare colore del miele spremuto sulle pendici dell’Etna. Lei vi si buttò senza scomporre il rossetto. “Oh era il peggior cliente della storia. Non gliene fregava nulla di ciò che facevo, e non pagava mai. Credo che sapesse già che non ce l’avrebbe fatta a vedere i gloriosi risultati.”
“E Fellini?” le chiesi, da imbecille. Dimmi di tutta la gente famosa che hai conosciuto durante quell’alcione.
Per fortuna intervenne il cameriere con i calamari. Era bello guardare Iris che mangiava. Tra una delicata forchettata e l’altra chiese, “Ti hanno dato quel lavoro del parco giochi per cui hai tagliato la fila?”
“Non riuscivo a decidere se volevo guidare la Sofia Loren Volante o l’Antonioni-a-Gogò, quindi gli ho detto di no.”
Svuotò il bicchiere. “Ma va là. Volevano una guida anglofona per il set di Casanova che stanno ricostruendo. Ero anche in quel film, tra l’altro. Nella scena dell’orgia nel letto a castello sono nuda sotto la camicia da notte.”
La scena tornò a vita, per cangiarsi in uno spettacolo da baraccone. Un impresario scosta la tenda polverosa. “E qui abbiamo la bella dama che si è mostrata quasi in versione integrale per una manciata di secondi che non sono stati tagliati dal film.”
I turisti del mondo dello spettacolo si sarebbero dati gomitate per chiederle autografi, farle scatti col telefonino e darle una palpata a tradimento
I calamari erano spariti. “Lo so,” dissi, “ma gli ho detto comunque che non faceva per me.”
“Ora ti arrabbierai con me,” disse.
“Ah sì? Perché?”
“Voglio che tu scriva la mia autobiografia.”
“Non sono un ghost writer.”
“Va benissimo. Non sono ancora un fantasma.”
“Facciamo così: scriverò la tua storia se tu trasformi la mia stamberga in un posto dove un essere umano avrebbe voglia di vivere.”
Mi considerò a lungo, specialmente le mani. “Tratti duro.”
Mi lasciò pagare il conto senza fare complimenti. Si spendeva sempre il giusto, al Ciak. Non c’erano Maserati parcheggiati fuori, ma in compenso c’era un nuovo finto pub irlandese sul vicolo dove abitava lei.
Stabilimmo una routine di lavoro. Veniva da me e mi diceva dove imbiancare o colorare, quali mobili erano da scartare, e dove sistemare i massicci oggetti che mi costringeva a comprare per prendere il loro posto. Conosceva gli ultimi antiquari a buon mercato. Approvò alcuni quadri dei miei amici, ne condannò altri. Mi fece riposizionare la branda perché mirasse nella giusta direzione.
Quando andavo da lei, portavo fiori. Ci sistemavamo come per una sessione di psicanalisi. La sua storia conteneva svariati personaggi bidimensionali e alcuni episodi brillanti.
Quando le diedi la mia opinione, disse, “Ti toccherà usare la fantasia, tesoro.”
Quando aveva fatto il possibile per abbellire il mio bugigattolo, mi comprò un regalo. Aveva fatto incorniciare in ebano la foto di lei con Moravia e Pasolini, con un solenne passepartout color avorio o uovo di struzzo. Eccola, schiacciata permanente tra scrittori intellettuali.
“Quei due fetenti non mi invitarono ad accompagnarli in India,” disse. “Quindi non li voglio più nel mio bagno. Buon natale, baby.”
Era agosto.
“Bene. Allora buone feriae Augusti. O buon compleanno, chi se ne frega? Ma non venderla mai.”
Il retro della vecchia foto in bianco e nero reca le loro firme, e le loro dediche cariche di stima e devozione.
Quell’autunno il suo cuore smise di battere. Troppe notti di dolce vita a fumare Gitanes e bere vino bianco. Era stata sposata con un barone, per un periodo. Quel nobiluomo non aveva soldi, ma guidava una Morgan verde, ed era il massimo esperto in Italia sull’allevamento dei cani boxer. Quella storia durò poco. Il titolo lei non lo usò mai.
Il suo barone è nel sottofondo di alcune foto al Ciak. Indossa i tweed di suo nonno, abilmente modificati dal sarto di famiglia. Pelato, porta occhiali fondo di bottiglia mentre gli altri sfoggiano occhiali da sole quasi opachi.
Ora sono solo ombre.
Lasciò a me trovare un editore statunitense per ciò che chiamava il nostro libro, ma non ci sono riuscito. Il tasto “traduci” sulla mia macchina da scrivere si inceppò permanentemente.
La figlia di un amico del college venne in visita a Roma. Da buon ziastro le diedi la mia stanzetta, e dormii sull’enorme chesterfield sul quale Iris aveva tanto insistito. Chloe non chiese chi fosse la bella donna nella foto sopra il letto, o chi fossero i due balordi che le stavano ai fianchi.
Voleva che la portassi a CinecittàLandia in Vespa. La lasciai guidare. L’Appia Antica è una via sconnessa, scomoda e piena di fantasmi. Le dissi che la tomba di Cecilia Metella era il palazzo dell’imperatore Vespasiano, e che una volta ci aveva vissuto Frank Sinatra. Non le suscitò alcuna reazione.
L’Otto Volante Fellini Casanova va su e giù, dentro e fuori, e a fine giro ti vengono sbattute in faccia due grosse tette. Divertente, lo confesso, ma dura troppo poco per dare soddisfazioni.
La mia nipotastra era delusa anche da Il Ciak. Disse che le sembrava tutto ammuffito. I calamari alla griglia le fecero solo schifo.
Quindi la sera dopo andammo al Hard Rock Café per mangiare degli hamburger. Ci sono foto incorniciate sulle pareti anche lì. Guardandole, ci siamo resi conto che eravamo stati messi alla stessa tavola dove si erano seduti sia Brad Pitt che Leonardo di Caprio. Le ragazze in sottofondo a quelle foto miravano i giovani idoli con le stelle agli occhi. La nipotastra allungò il braccio col telefonino per immortalarci sotto le immagini.
Mi guardò impassibile quando mi offrii di autografare lo scatto.
Ciak!
Matthew Licht è fiorentino di adozione, ha pubblicato diversi libri in inglese e italiano. Sotto pseudonimo collabora a romanzi gialli. Per Stanza 251 scrive settimanalmente il blog bilingue Hotel Kranepool, sull'industria dell'ospitalità metafisica.
Il disgelo
Durante il lock-down mi rivolsi per la prima volta a un cartomante. Stavo molto male. Sulle circostanze per cui mi imbattei in questo sedicente indovino si potrebbe spendere una parola in più, sulle concatenazioni di eventi che mi portarono a entrare in contatto con quest’uomo, catene di fatti talmente improbabili che solo quelle furono sufficienti a far sì che mi abbandonassi a lui con una notevole dose di fiducia. O forse quando uno sta male è propenso ad accettare di tutto, e in particolare quello che non costa molto.
Durante il lock-down mi rivolsi per la prima volta a un cartomante. Stavo molto male.
Sulle circostanze per cui mi imbattei in questo sedicente indovino si potrebbe spendere una parola in più, sulle concatenazioni di eventi che mi portarono a entrare in contatto con quest’uomo, catene di fatti talmente improbabili che solo quelle furono sufficienti a far sì che mi abbandonassi a lui con una notevole dose di fiducia. O forse quando uno sta male è propenso ad accettare di tutto, e in particolare quello che non costa molto.
Dell’indovino sapevo poco. Il cognome, vero o presunto che fosse. Che vivesse in una città costiera. Che di secondo lavoro, o di primo, anche su questo non ero sicuro, facesse il rigattiere o meglio l’antiquario, a seconda del lato del bicchiere che si decidesse di guardare.
L’epoca delle sedute spiritiche, dei tavolini sospesi in aria e delle telefonate in televisione era passata: nel 2020 si comunicava con gli smartphone, e così avvenne con il mio cartomante, tramite un gruppo whatsup, per poi spostarci in una chat privata. L’indovino mi disse di farmi un caffè.
L’ho già preso, grazie, scrissi io. Lo rifaccia ugualmente, rispose lui.
Preparai la moka, bevvi l’ennesimo caffè, e poi su invito del cartomante gli inviai una foto di quello che rimaneva nel fondo della tazzina. Ci furono dei minuti di attesa. Minuti in cui mi domandai se l’uomo stesse analizzando i fondi o semplicemente se fosse occupato a fare tutt’altro, magari alla guida nel traffico cittadino o impegnato in chissà quali occupazioni. Dopo un po’ rispose dicendo che poteva apparire strano, e in parte appariva strano anche a lui, sebbene molte cose strane gli fossero capitate nel corso della sua professione e questa di certo non era la più strana di tutte, comunque ciò che aveva visto nella tazzina era inequivocabile, ovvero che dovessi uscire di casa, in quel preciso momento, e andare a comprare un ananas.
Un ananas, ripetei meccanicamente, senza collegare la parola alla cosa. E poi, gli chiesi, che altro?
E poi dovrai mangiarlo, ma questo verrà dopo, scrisse il veggente, è secondario rispetto a uscire fuori e trovare l’ananas. Vai, adesso.
Così uscii di casa, dopo molte settimane che non mettevo fuori il naso neanche per buttare la spazzatura, delegando tutto alla mia compagna Diana, che invece non aveva perso il ritmo del lavoro e delle passeggiate intorno all’isolato, mentre io niente, chiusura dei boccaporti, apatia e depressione, sempre buttato su un divano a riscrivere una frase o a leggere i notiziari o semplicemente a non fare nulla.
Il portone di casa si chiuse alle mie spalle.
Il silenzio per le strade era sottolineato dai pochi suoni che si sentivano, quasi delle interpunzioni grafiche. Se c’era una voce, quella voce aveva la mia completa attenzione. Una signora parlava col cane, diceva qualcosa che non capivo fino in fondo, ma sembrava investire tutto il mio interesse e quello dell’animale. Camminai così, frastornato, confuso, con un foglio di carta prestampato in mano che diceva ad eventuali controllori che stavo andando a comprare dei generi alimentari, senza specificare che di ananas si trattasse, né dell’indovino di Livorno. La lunghissima fila davanti al supermercato mi fece desistere dall’entrare. In fondo sapevo bene che ciò che stavo facendo era sbagliato, o almeno questo avevo letto: che andare al supermercato per comprare poche cose o peggio ancora una singola cosa era da evitare per non ingolfare il servizio. Così girai a largo con l’idea di raggiungere un piccolo alimentari, di quelli aperti fino a tarda notte, gestiti da uomini per lo più Bengalesi o Cingalesi, o almeno così voleva la vulgata. Ne vidi uno in cui ricordavo di essere stato una volta per acquistare degli alcolici alle ore del giorno in cui gli altri negozi erano già chiusi. Dentro non c’era nessuno, salvo poi scoprire dietro al bancone un ometto con auricolari nelle orecchie che guardava qualcosa nel telefono. Cercavo un ananas, gli dissi.
Ne aveva.
Solo uno? Chiese lui. Sì, grazie è sufficiente così. Mi diede anche un sacchettino per portarlo a casa.
E così camminai per le strade deserte della città, con il mio ananas dentro il sacchettino, tornando a casa, con un certo ottimismo ingiustificato, come se già fosse iniziato il disgelo, e in un certo senso era davvero così.
Simone Lisi
immagini di Carlo Zei
Simone Lisi è nato a Firenze nel 1985. Ha pubblicato nel 2018 il romanzo Un'altra cena, o di come finiscono le cose e nel 2021 il romanzo Padre Occidentale, entrambi con la casa editrice effequ. Lavora alla libreria Todo Modo di Firenze, partecipa e collabora con numerose riviste e premi letterari.
Africa senza fine
l digiunatore è anche figlio dell'immaginazione. I documenti relativi alla vita di Giovanni Succi mi sono serviti non tanto per non sbagliare quanto per ricevere delle visioni. Questo è un brano tolto dal libro proprio allo scopo di sfumare i confini della verità. Le avventure africane di Succi sono così tante che per raccontarle tutte ci vorrebbero mille pagine.
Il digiunatore è anche figlio dell'immaginazione. I documenti relativi alla vita di Giovanni Succi mi sono serviti non tanto per non sbagliare quanto per ricevere delle visioni. Tuttavia, in un primo momento, avevo incluso nel libro molti riferimenti ai documenti consultati, perché ci tenevo a precisare che certi episodi che paiono falsi in realtà sono veri. Ammaliato dalla verità di una vita straordinaria, mi sembrava importantissimo ribadirla. Poi Cristina Palomba, responsabile editoriale di Ponte alle Grazie, mi ha fatto notare che stavamo parlando di un romanzo. Giusto. Che ognuno pensi ciò che vuole, mi sono detto.
Questo è un brano tolto dal libro proprio allo scopo di sfumare i confini della verità. Le avventure africane di Succi sono così tante che per raccontarle tutte ci vorrebbero mille pagine.
Enzo Fileno Carabba
Altre cose che il digiunatore disse a Guerranda (da Federico Minutilli, Nel mar delle Indie. Viaggio di un italiano)
Il 12 febbraio del 1882, cioè un anno prima dell' ingresso del digiunatore nel manicomio della Lungara e due anni prima dell'incontro con Guerranda, Federico Minutilli pubblica un resoconto delle imprese di Giovanni Succi tra Zanzibar e il Madagascar, basato su un testo del digiunatore stesso, oggi introvabile. “Parole che traggo quasi di peso dalle sue memorie manoscritte, da lui stesso gentilmente messe a mia disposizione” scrive Minutilli. Qua mi limito a riportare parzialmente il suo testo con qualche modifica. Quelli che seguono sono fatti che il digiunatore ripeté a Guerranda. Napoleone sosteneva che la ripetizione è l'unica figura retorica degna di nota. Questi grandi uomini ripetono sempre le stesse storie, per capirle meglio.
“Ben pochi italiani avevano messo piede sinora nelle isole che a mezzogiorno dell'equatore fanno da corona all'Africa dalla parte di levante, e sulle spiagge dello Zanguebar e del Mozambese. Eppure sono contrade fertilissime e ricche di tutti più bei doni della natura. Ivi ricchissime miniere di utili e anche preziosi metalli; ivi boschi estesissimi di ebano, di mogano, di sandalo, di caoutchouc allo stato vergine; ivi foreste di alberi fruttiferi d'ogni genere, e manghi deliziosi, e mangostiani, e pampelimose” e ciliegie di vaniglia, e infiniti frutti che il digiunatore non aveva mai sentito nominare ma che sentiva famigliari. Questa sensazione di famigliarità lo convinse di essere arrivato, ancora una volta, nel paradiso terrestre. Molte volte, nella sua vita, ebbe questa sensazione. Perfino in certi angoli quieti del manicomio della Lungara. Questo sembrerebbe indicare che il Paradiso Terrestre non è un luogo omogeneo: è disseminato in molti luoghi. In questa disomogeneità sta la sua differenza rispetto al Paradiso Celeste.
Insomma Giovanni Succi vide “tutto quello che occorre ad alimentare un vivissimo scambio di prodotti con le nostre contrade meno favorite dal sole. La sua prima visita in quelle isole rimonta al 1876. Il pincipi Amid-Mohamed-Abdallah, figlio del sultano di Johanna (una delle isole Comore) da lui personalmente conosciuto a Roma in quell'anno, gli aveva vantato in termini tanto iperbolici e lusinghieri la bellezza e la fertilità di quelle contrade” che il Succi era andato a controllare di persona e ci aveva soggiornato per tre anni, rimanendo pienamente soddisfatto. Poi però erano sorti dei problemi ed era stato costretto a riparare al Capo di Buona Speranza da cui era andato a Buenos Aires e da lì in Italia, dove aveva accettato l'incarico dalla Società Italiana di Commercio con l'Africa, residente a Milano, di andare a stabilire una fattoria commerciale a Zanzibar. Andò: intendeva creare una Società Italiana che con considerevoli capitali aprisse il commercio con quei paesi.
Alcuni dettagli di questa ricostruzione contraddicono quanto detto in precedenza. D'altra parte non cambiano la sostanza e sarebbe grossolano abusare dello studio per appurare l'esatta verità. La verità non è esatta. I vertiginosi spostamenti di Giovanni appaiono improbabili (ricordo che non esistevano aerei) eppure risultano documentati. Il personaggio ha qualcosa di ubiquo.
“Il 24 marzo 1881 imbarcatosi su un vapore appartenente al sultano di Zanzibar si diresse alla volta della grande isola di Madagascar, e dopo tre giorni di navigazione giunse a Magenga o Magiunga. Una città che sorge all'ingresso di una vastissima baia sulla costa occidentale del Madagascar, se pure si può dare il nome di città ad una informe agglomerazione di capanne. Il territorio è fertilissimo di tutti i prodotti che abbiamo detto, ma con poco vantaggio per il commercio, poiché il governo della regina Ranavalo proibisce in modo assoluto il taglio dell'ebano, del mogano, del sandalo e degli altri legni preziosi. I terreni sono tutti di proprietà della regina, che ne concede la coltivazione ricavandone il dieci per cento del prodotto. Gli abitanti sono piuttosto ben fatti della persona, e relativamente belli. Una cosa che sorprende il viaggiatore è il gran rispetto che portano alle loro donne. Un rispetto che non si trova in altre parti dell'Africa, e a volte neanche in Europa.
La notte del 7 maggio 1881 il Succi accompagnato da due interpreti di Zanzibar e da due indigeni Saclavi s'imbarcò in un canotto per risalire il fiume sino a Marvai o Maroave, dove giunse dopo circa tre giorni di viaggio. Quelle acque brulicano di coccodrilli, infatti Marvai in lingua malgasca significa appunto molti coccodrilli: erano tanto numerosi e tanto audaci che per evitare un grave pericolo e sottrarsi ai loro assalti il Succi dovette far ammazzare tutti i polli che teneva nel canotto, e che col loro chiocciare attiravano i mostri fluvali”.
Le avventure si moltiplicano e non entrano nella pagina. A Marvai la regina si faceva rappresentare da un governatore. “Si figurino i lettori un uomo di bassa statura, pingue, dell'età di cirva 50 anni, di colorito nero-giallo, che indossava una camicia color rosa ricamata in oro, calzoni di seta verde e un alto cappello bianco a cilindro”.
Questa era, neanche a farlo apposta, la tenuta dei mangiatori di fuoco che all'inizio della primavera scendevano verso la costa adriatica e poi a Cesenatico Ponente, dal Passo dei Mandrioli. Il digiunatore lo guardò con un tale amore purissimo e infantile che subito il governatore provò lo stesso sentimento. Dunque gli disse: “Sei un esploratore. Ti farò esplorare i dintorni”. Il digiunatore fu portato in giro su una poltrona tenuta sulle spalle da quattro robusti individui che gli spiegavano le bellezze del luogo, ognuno in un dialetto diverso.
“Fatto ritorno al palazzo verso le cinque pomeridiane fu condotto al piano superiore ed invitato a sedere in una loggia prospiciente sul cortile. Non trascorse un quarto d'ora che al suon della musica vide uscire in cerchio un gran numero di vecchie, vestite di abiti variatissimi ma tutte con grandi crinolini. Cominciarono a ballare. Pareva proprio il ballo delle streghe! Alle vecchie successero le giovani, le spose e le fanciulle, che con molto più brio compirono i loro giri, mandando alte grida in onore dell'ospite bianco: quindi ballarono i vecchi, ed in ultimo i fanciulli chiusero lo spettacolo”.
Questa scena si impresse nella mente del digiunatore, le streghe gli erano sempre piaciute. Cercò di replicarla anni dopo, in un digiuno spettacolo particolarmente teatrale.
Dopo aver vagato tra varie isolette dal clima delizioso, popolate da oriundi arabi da cui imparò la contemplazione mistica, giunse nell'isola di Johanna, dove conobbe il signor Wilson, un ricco americano che aveva girato il mondo in cerca di affari avventurosi, aveva ritenuto l'Australia un posto ormai troppo sfruttato fino a trovare a Johanna la propria terra promessa fatta di piantagioni di zucchero. Qui a Johanna Giovanni ottenne dal re, il Sultano Abd-Allah, la concessione così concepita:
“Giovanni Succi desiderando di stabilire una casa commerciale in quest' Isola, io dichiaro di accordare al medesimo porto franco per lo sbarco, imbarco e ricovero dei carboni e d'ogni altra merce, il cui transito sarà esente da qualunque dazio e tassa. La merce poi sbarcata per consumo esclusivo del paese pagherà il solo dazio del cinque per cento. Johanna, 7 giugno 1881”. Seguono le firme del sultano, del Succi e dei testimoni.
“È una concesssione della più alta importanza” conclude Federico Minutilli, che al momento non può sapere che il fallimento del progetto contribuirà a portare il Succi in manicomio, se accettiamo questa versione dei fatti.
Abbiamo dovuto tagliare le avventure raccontate da Minutilli sacrificando personaggi memorabili. Questi personaggi entrarono comunque a far parte della personalità di Succi, quindi potremo anche intuirli dentro di lui. Le pagine di Minutilli attingono, è bene ricordarlo, dal manoscritto di Succi. “Prendendo di peso” le sue parole. Sono quindi, potremmo dire, le avventure narrate da Succi stesso.
È importante sottolineare che durante questi avvenimenti Succi non decide mai niente: a parte la strage dei polli per allontanare i coccodrilli. Tale assenza di interventismo è, in quel periodo, la sua forma di ascetismo, di digiuno. Siamo di fronte a un raro caso di esploratore passivo, che accetta la prevalenza della geografia sulla Storia. In ogni periodo della sua vita il digiunatore impara qualcosa. Tra Zannibar e Madagascar impara a farsi aiutare.Soprattutto lo aiutano gli abitanti del luogo, che lo accolgono sempre con grande favore, a cominciare, dobbiamo supporre, dalla regina Ranavalo. Questo avvenne anche perché Giovanni si cimentò, rivisitandoli col suo stile, in quei numeri da baraccone che costituivano, dalla preistoria fino alla Prima Guerra Mondiale, un libro segreto in movimento:il linguaggio universale degli uomini migliori.
Enzo Fileno Carabba fotografato da Carlo Zei
Enzo Fileno Carabba ha scritto romanzi pubblicati in Italia e all'estero, racconti, sceneggiature radiofoniche, libri per bambini, libretti d'opera. Nel 1990 ha vinto il Premio Calvino col romanzo Jakob Pesciolini (Einaudi 1992), primo volume di una ideale trilogia fantastica che comprende: La regola del silenzio (Einaudi 1994) e La Foresta finale (Einaudi 1997).Viaggiando nell'immaginazione è approdato alla realtà: il lato oscuro e quello luminoso si fronteggiano nel romanzo Pessimi Segnali (Gallimard 2003, Marsilio 2004) e nella narrazione autobiografica La zia subacquea e altri abissi famigliari (Mondadori 2015). Tra le sue pubblicazioni segnaliamo Con un poco di zucchero (Mondadori 2011) e Attila (Laterza 2000, Feltrinelli 2012). Nel 2017 è uscita una saga fantastica per ragazzi: Fuga da Magopoli e Battaglia a Magopoli, (Marcos y Marcos). Nell'ottobre 2019 Storie fantastiche di paura (Giunti), un libro che contiene anche racconti di Anna Maria Falchi e Marco Vichi. Si tratta di storie liberamente tratte dalle ottocentesche Novelle della Nonna di Emma Perodi. Nel maggio 2021 Vite sognate del Vasari (Bompiani). Collabora al Corriere Fiorentino, testata per cui ha scritto, tra l'altro, cinquecento storie d'amore. Il suo ultimo romanzo Il digiunatore è appena uscito per Ponte Alle Grazie.
Come galleggiare nel diluvio
I grandi personaggi raccontano sempre le stesse storie, per capirle meglio. Leonardo da Vinci quando era un emigrante a Milano raccontava storie legate all'acqua, perché sentiva nostalgia di questo elemento che lassù scarseggia. Per lo stesso motivo lavorò al sistema di chiuse dei navigli cercando una cosa importante nella vita: la navigabilità.
Questo racconto amplifica una storia che piaceva a Leonardo da Vinci. Il celebre genio la raccontava spesso quando era emigrante Milano, con certe facce che solo lui sapeva fare. È un episodio della vita del grande pittore avventuroso (e “venereo”) Filippo Lippi. Dato che ho appena pubblicato un libro con storie ispirate alle Vite del Vasari ci si potrebbe chiedere perché non l'ho messo lì. Il fatto è che nel libro in questione (Vite sognate del Vasari, Bompiani) ogni racconto cerca di cogliere il senso di una vita intera in poche pagine. In questo caso, invece e appunto, è solo un episodio. È vero, però, che anche un episodio può avere senso.
Enzo Fileno Carabba ritratto da Carlo Zei
Come Galleggiare nel diluvio
I grandi personaggi raccontano sempre le stesse storie, per capirle meglio. Leonardo da Vinci quando era un emigrante a Milano raccontava storie legate all'acqua, perché sentiva nostalgia di questo elemento che lassù scarseggia. Per lo stesso motivo lavorò al sistema di chiuse dei navigli cercando una cosa importante nella vita: la navigabilità.
Nella cinquantottesima novella di Matteo Bandello si legge che Leonardo una volta raccontò ad alcuni gentiluomini la storia di Filippo Lippi rapito dai pirati nel mare Adriatico e portato in Africa. Matteo Bandello, allora novizio domenicano dodicenne, era presente, quando Leonardo raccontò l'episodio, e si capisce che il celebre genio lo raccontava spesso trovandoci – dobbiamo immaginare – sempre nuove insenature.
Recentemente è tornata alla luce la Storia generale di Giovan Girolamo de' Rossi, un testo del Cinquecento che era rimasto nascosto chissà dove per cinque secoli ed è pieno di notizie. Nell'Appendice, non ancora pubblicata, che ho avuto modo di consultare in una casa privata, si legge che Leonardo da Vinci sentì la storia di Filippo Lippi da Botticelli, che l'aveva sentita da Filippino Lippi, cioè il figlio di Filippo. Il padre gliel'aveva raccontata mille volte e Filippino non ne poteva più, invece Botticelli e Leonardo non si stancavano di ascoltarla. Quante volte inseguirono il povero Filippino perché la raccontasse ancora! Può darsi che Filippino, esasperato, abbia aggiunto qualche dettaglio falso.
Molti proverbi ci ingannano, ma non quello che dice che l'abito non fa il monaco. Filippo Lippi era un frate, ma la sua vita non fu quella del tipico frate. Era spinto da una curiosità fisica che fece di lui un investigatore del peccato. Un giorno, fuggendo dalle conseguenze negative di un'avventura proibita a carattere libidinoso, si trovava su una barchetta a largo di Ancona quando sopraggiunsero alcune piccole navi veloci. Troppo veloci. Filippo fu rapito dagli uomini del gran corsaro Abdul Maumen. Fin qui, più o meno, il racconto del Bandello (e anche del Vasari). Sembra falso invece è vero. Il Mediterraneo è stata la vera patria della pirateria, sono i pirati dei Caraibi ad essere degli impostori. Comunque, nell' Appendice alla Storia generale si leggono i dettagli che si impressero nell'immaginazione di Leonardo e anche in quella di Botticelli segnando per sempre il loro rapporto con l'acqua.
Durante il viaggio Filippo si ammalò e fu rinchiuso in un angolo buio dell'imbarcazione. Solo, denutrito, in un antro marcio e umido. Rosicchiava il legno. Beveva le lacrime. Aspettava di morire. Ma era già all'inferno. L'oscurità malsana veniva dissipata soltanto a mezzogiorno, quando, per qualche minuto, un raggio di luce pioveva nell'orrenda cella.
Una notte i pirati buttarono qualcosa non lontano da Filippo, che si sforzò di guardare senza osare avvicinarsi. “Un sacco” pensò. Il sacco sussultò, si mosse. Doveva essere un sacco pieno di topi, qualche scherzo crudele dei pirati.
“Meglio se mi sbrigo a morire” pensò Filippo. Ma non ci riuscì. C'era, in lui, qualcosa che non si arrendeva e anzi prendeva forza dalla disperazione. Come certe meduse che, in situazioni estreme, ustionano se stesse per rigenerarsi.
Ma sapeva che doveva farlo. Allora allungò il braccio e toccò il sacco, per farsi divorare dai topi.
Il sacco rantolò. Lui ritrasse la mano.
Il giorno dopo, a mezzogiorno, il raggio di luce piovve e Filippo vide quel sacco alzarsi e srotolarsi con una grazia sorprendente. Il raggio dipinse nell'aria una creatura lunga e verde: una donna.
Lei fu la sua salvezza. Era una schiava come lui, ma da più tempo. Si era ammalata, l'avevano buttata laggiù per paura del contagio e dei suoi discorsi da strega. Non era affatto verde, quella era solo una prima impressione, e poi all'inizio la donna stava male. Quando migliorò divenne bianca. Era alta, bella. Capace di sopravvivere. Non è che proprio parlasse, piuttosto cantava. Un canto sommesso e ipnotico con cui riusciva a comunicare, se ti lasciavi andare all'ascolto. Nelle ore infinite del buio gli insegnò ad ascoltare il rumore dell'acqua, con la sua regolarità e i suoi imprevisti. Filippo cercava di capire la legge che governa quella musica. In certi momenti, guidato dalla voce della donna, riusciva quasi a vedere quella legge. È anche per questo racconto che Leonardo disegnò molte volte la forma dell'acqua.
A Filippo, a forza di ascoltare la sua voce gorgogliante nello sciabordio, sembrò che quella donna nascesse dal mare. Per questo poi Botticelli dipinse la Venere che nasce dal mare. Sta in equilibrio precario su una valva di pecten, una di quelle conchiglie capaci di saltare. Ecco perché ha raggiunto la superficie. Una Venere bellissima ma sbilenca, con una spalla fuori posto: come la schiava, dopo tutte le violenze e le pressioni abissali che aveva subito.
Incontrarono delle tempeste. Il loro mondo tremò e scricchiolò, squassato da una forza superiore. Lei gli raccontò del Diluvio universale. Lui ormai la capiva perfettamente. Non c'era più differenza tra canto e discorso. Dentro l' Arca di Noè non entrava la luce, perché l'Arca era sigillata, per resistere alla fine del mondo. Eppure Noè e i suoi ci vedevano. Alcune leggende dicono che l'Arca era piena di pietre preziose e cristalli che scintillavano. Una spiegazione meravigliosa (ora la cella in cui si trovavano non sembrava più orrenda) ma irrazionale. Lei gli spiegò che erano gli organismi luminescenti che avevano trovato la salvezza nell'Arca a rischiarare l'oscurità sigillata. Insetti notturni, misteriose creature dai grandi occhi, funghi. C'erano anche vasche, in cui nuotavano meduse brillanti e strisciavano conchiglie lucenti. Fu dalla descrizione precisa di una di queste conchiglie - un sontuoso gasteropode del Mediterraneo orientale - che Leonardo prese ispirazione per la scala elicoidale che realizzò in Francia.
Qua si interrompe di colpo la narrazione di Giovan Girolamo de' Rossi, forse perché morì scrivendo. Ma Filippo e quella donna parlarono ancora a lungo. Ci sono tempeste che sono tempeste ma non sono solo tempeste. E navigazioni che non hanno fine. Che un'eco dei loro discorsi possa arrivare fino a noi, e proseguire oltre, perché furono discorsi che li salvarono. Parlavano di una barca piena di vita in navigazione su un pianeta d’acqua. Se il Diluvio è universale vuol dire che riguarda anche noi.
Enzo Fileno Carabba
Enzo Fileno Carabba ha scritto romanzi pubblicati in Italia e all'estero, racconti, sceneggiature radiofoniche, libri per bambini, libretti d'opera. Nel 1990 ha vinto il Premio Calvino col romanzo Jakob Pesciolini (Einaudi 1992), primo volume di una ideale trilogia fantastica che comprende: La regola del silenzio (Einaudi 1994) e La Foresta finale (Einaudi 1997).Viaggiando nell'immaginazione è approdato alla realtà: il lato oscuro e quello luminoso si fronteggiano nel romanzo Pessimi Segnali (Gallimard 2003, Marsilio 2004) e nella narrazione autobiografica La zia subacquea e altri abissi famigliari (Mondadori 2015). Tra le sue pubblicazioni segnaliamo Con un poco di zucchero (Mondadori 2011) e Attila (Laterza 2000, Feltrinelli 2012). Nel 2017 è uscita una saga fantastica per ragazzi: Fuga da Magopoli e Battaglia a Magopoli, (Marcos y Marcos). Nell'ottobre 2019 Storie fantastiche di paura (Giunti), un libro che contiene anche racconti di Anna Maria Falchi e Marco Vichi. Si tratta di storie liberamente tratte dalle ottocentesche Novelle della Nonna di Emma Perodi. Nel maggio 2021 Vite sognate del Vasari (Bompiani). Collabora al Corriere Fiorentino, testata per cui ha scritto, tra l'altro, cinquecento storie d'amore.
Incipit per un romanzo
Da circa un’ora forse più Alberto parlava della velocità con cui gli iceberg del Polo si stavano sciogliendo. Aveva preso dal bicchiere di un tavolo vicino un cubetto di ghiaccio e l’aveva appoggiato sul suo, poi ci aveva avvicinato l’accendino a un centimetro, questa non è una metafora diceva con un tono di voce isterico, è da intendersi in senso letterale.
Simone Lisi ritratto da Carlo Zei
Da circa un’ora forse più Alberto parlava della velocità con cui gli iceberg del Polo si stavano sciogliendo. Aveva preso dal bicchiere di un tavolo vicino un cubetto di ghiaccio e l’aveva appoggiato sul suo, poi ci aveva avvicinato l’accendino a un centimetro, questa non è una metafora diceva con un tono di voce isterico, è da intendersi in senso letterale.
Poi tornava a un volume di voce naturale calmo piatto opalino e diceva che al di là dell’ovvio innalzamento dei mari e degli oceani che avrebbe fatto sì che intere città e aree costiere fossero sommerse e la gente costretta a migrare in altre zone e paesi lontani, si sarebbe verificata l’emissione nell’atmosfera di una quantità spropositata di un gas, di un certo gas di cui al momento non riusciva a ricordare il nome esatto, ma comunque poco importava, era un gas tossico che stava nascosto sotto le calotte polari artiche. E quella sarebbe stata la fine di tutto. Ne parlava con una certa cognizione di causa, o almeno così sembrava, perché così si esprimeva Alberto detto Berto: con precisione, sebbene con quel tipo di precisione che tendeva al logorroico. Jonny, che gli sedeva esattamente speculare, pensava dipendesse dal suo (suo di Berto) segno zodiacale: ariete.
Berto diceva anche che ultimamente non aveva fatto altro che leggere di queste cose qui, sui siti scientifici in inglese: del riscaldamento globale, dello scioglimento dei ghiacci, del gas, delle isole galleggianti sorte in mezzo al mare composte da bottigliette da mezzo litro che avevi buttato via senza pensarci anni prima nel bidone dell’indifferenziata... e molte altre cose diceva Berto con una certa cognizione di causa, se non che, pensava Jonny, il fatto che Berto scendesse così tanto nei particolari, in quelli che sembravano a tutti gli effetti dettagli secondari e vicoli ciechi che portavano da nessuna parte, gli precludessero di terminare una frase. Che Berto vedesse l’albero, ma perdesse di vista la foresta, era ciò che pensava Jonny.
Stavano in un bar-libreria fatto tutta di legno.
Con delle piante appese al soffitto, sotto a dei lucernari che trasmettevano una luce bianca ma calda, bevendo delle birre. E Berto, nel suo completo di lino chiaro elegante, ma finito, ironico, forse appartenuto al padre, con le sue scarpe da gondoliere ai piedi, sembrava non dar cenno di voler concludere il suo discorso. Che il discorso di Berto sarebbe finito mai, era ciò che pensava Jonny. Poi Berto si rivolgeva direttamente al terzo, seduto a quello stesso tavolino fatto con dei pancali o con delle cassapanche o delle madie recuperate e assemblate tra loro. Berto sceglieva che fosse il terzo, seduto allo stesso tavolo seppure sembrasse lontanissimo perso nei suoi pensieri, affondato tra correnti marine del bicchiere finto antico, per metà pieno di birra e lo schermo del computer che gli stava davanti, che fosse lui il suo interlocutore e gli diceva: Noi che ci dichiariamo scrittori e sotto certi aspetti potremmo dire che lo siamo, vi è solo un argomento che dovremmo affrontare nei nostri romanzi, ed è questo: l’antropocene. Perché tra qualche anno, quando il disastro sarà sotto gli occhi di tutti, i posteri sopravvissuti che vivranno in cima ai monti o sulle palafitte si domanderanno: che cosa facevano gli scrittori in quel periodo storico? Di che cosa parlavano i loro libri? Perché la loro preoccupazione principale era solo e soltanto di pubblicare un nuovo romanzo e con quale casa editrice pubblicarlo?
Jonny fece cenno al barista Francozzi di avvicinarsi, e indicò con aria da cospiratore i tre bicchieri semi vuoti ruotando un dito in aria con un movimento quasi ipnotico, lasciando intendere di volere altre birre. E certo se non fosse stato Jonny, ma uno degli altri due a fare la richiesta e farla in quel modo, se ad esempio fosse stato Berto, il barman Francozzi l’avrebbe guardato con la sua aria di disprezzo, la più grande che fosse riuscito ad assumere e gli avrebbe detto, anzi nemmeno detto, ma con un semplice sguardo avrebbe fatto capire: ma vai a mori’ammazzato, ma pijiatele te ‘ste bire, a’ fijio de papà, Berto er communista che hai lavorato du’ ggiorni in vita tua, col modo brusco, ma in fondo dolcissimo di dire le cose che aveva Francozzi. Tuttavia in quel caso no, se la richiesta veniva da Jonny tutto era concesso, e infatti ecco che come conquistato dal gesto e dal modo di guardare le cose di Jonny, Francozzi si avvicinava in un attimo al tavolo di legno dei tre circondato da altri tavoli di legno simili, e lasciava là le tre birre senza aggiungere niente.
Il terzo uomo, che fino a quel momento non aveva parlato e nemmeno rivolto uno sguardo ai due che gli sedevano intorno, perso nello schermo del suo computer portatile, alle parole di Berto che gli erano state rivolte si girò verso di lui con lentezza esasperata, quasi studiata (Jonny pensò allora che anche quello dipendesse dal suo segno zodiacale, ariete pure lui) e disse: Sono d’accordo Bertuccino, la questione di pubblicare romanzi ci sta molto a cuore. Forse troppo. Tuttavia anche il tema che tu dichiari così importante, il disastro climatico, non mi sembra così decisivo, e ti spiego il motivo. Non prenderla come una provocazione Berto, sono sicuro che tu hai ragione. Che il mondo finirà. Sono certo dal modo in cui ne parli che tu abbia ragione da vendere, le argomentazioni che porti sono più che ragionevoli, i siti in lingua inglese su cui ti sei documentato nelle tue lunghe notti insonni, probabilmente, lo dico senza nessun tipo di giudizio, dopo esserti masturbato compulsivamente e aver assunto droghe, quei siti non mentono: il mondo sta finendo davvero. Tuttavia ti invito a considerare la questione da un punto di vista psicologico.
Psicologico, ripetè Berto.
Non credi che ogni generazione prima della nostra abbia creduto che il mondo stesse finendo? Che i nostri padri con le loro guerre fredde avessero ragione di credere che il mondo sarebbe finito? E prima di loro che i nostri nonni con le loro guerre mondiali, con le loro Hiroshima e Nagasaki credessero lo stesso? Insomma da un punto di vista esclusivamente psicologico, non ti sembra che il riscaldamento globale sia niente di più e niente di meno che un pensiero narcisistico?
Narcisistico? Fece eco Berto.
Che ogni generazione abbia paura che il mondo finisca perché in verità lo desidera. Che sogniamo di essere l’ultima generazione. Che dopo di noi non ci sia niente. Lo speriamo Berto. Lo vogliamo.
C’era un certo silenzio di fondo ai tavoli intorno a loro e anche a quello dei tre. Coi loro pochi o tanti capelli bianchi sulle loro teste, e rughe intorno agli occhi come piccole increspature nel mare, e i loro corpi che ad altre latitudini e in altri tempi sarebbero stati all’apice della forza e del vigore fisico, corpi tesi a generare quanti più figli prima di morire per malattie o di morte violenta ad opera di quegli stessi figli e ancora e ancora, mentre là, in quella libreria-bar erano solo i corpi di alcuni trentenni simili ad adolescenti fuori formato. E infatti di lì a un secondo, senza un motivo apparente, i tre cambiarono argomento e cominciarono a parlare dei libri che stavano scrivendo, e con chi li avrebbero pubblicati, come facevano ogni volta che si vedevano.
Berto sarebbe uscito a breve con un romanzo sugli hikikomori (quei ragazzi giapponesi che non uscivano mai dalle loro camerette), avrebbe pubblicato con una casa editrice piccola, è vero, nata da soltanto un anno, ma che faceva cose di grande qualità. Non solo. Una casa editrice che osava. Libri coraggiosi si diceva nell’ambiente editoriale. Berto evitava di parlare di questa novità, salvo che gli altri due non glielo chiedessero esplicitamente, perchè era così che l’idea della pubblicazione assumeva ai suoi occhi tratti più belli ancora: vaghi e cangianti come i colori di un fiore da portare all’occhiello.
Jonny col suo viso pacificato, la sua parlata monocorde e affascinante, il naso camuso e indosso la solita t-shirt fruit of the loom bianchissima, come al solito non scopriva le sue carte: parlava a volte quando era ubriaco di un libro a cui stava lavorando già da un bel po’ di anni (la costruzione di un pozzo, a Parigi), del fatto che avesse da qualche mese deciso di porsi una data di scadenza, ma non aggiungeva niente oltre a questo. Gli altri due erano convinti che il libro a cui Jonny stava lavorando fosse molto buono, forse addirittura ottimo.
Mentre il terzo, di nome Yuri segno zodiacale ariete, stava lavorando al suo secondo romanzo. Di questo secondo romanzo gli altri due amici sapevano quasi tutto. Perché, come si diceva a quelle latitudini, Yuri “non reggeva nemmeno il semolino”, che voleva dire che non era in grado di tenere un segreto. Sebbene questo non fosse completamente vero. Era un romanzo che parlava di yoga e ci stava lavorando da quasi due anni.
Come va come va il nuovo romanzo? Chiedeva Jonny. Pronto per andare alle stampe?
Non direi, diceva Yuri tornando col viso dentro le spire del bicchiere finto antico, finto moderno per tre quarti pieno di birra. Anzi, se per mesi ho creduto che fosse pronto, poi ho capito che non era finito per nulla e che ci sarebbe anzi da lasciare perdere e scrivere tutt’altro: ricominciare da capo e fare un bel romanzo sui postini nel terzo millennio. Sulle minacce dell’automazione, le paure di un postino privato, e i suoi sogni. Delle strade che si dispiegano davanti a quest’uomo antico e moderno, le vie, i viali, le piazze, i quartieri centrali e le enormi periferie, e i numeri civici che per lui sono messaggi o simboli da decifrare. Messaggi da parte di chi? Nessuna risposta. Un bel romanzo epico. Raccontare di una comunità di uomini che vivono in un mondo senza più comunità, sospesi tra il mondo del lavoro e la fine di tutti i lavori.
Sembra interessante, diceva Jonny.
Pensavo anche che sarebbe bello che questo romanzo fosse composto solo di incipit. Perché gli incipit hanno una forza portentosa, una forza che poi i romanzi non possono avere. Perché un incipit è qualcosa che deve bastare a se stesso.
Mi sa che l’hanno già fatto, diceva Berto.
Il romanzo sui postini privati?
No, non quello. Quello fatto di incipit, faceva Berto che sapeva sempre tutto. Anzi forse ce ne sono più di uno. Ora ci penserò.
Ma il romanzo sullo yoga? chiedeva Jonny che invece non si perdeva nelle strade laterali, che pure era la bellezza di Berto che intanto si stava aggirando pensieroso nella libreria, elegante e decadente nei suoi vestiti e modi, lanciando un’occhiata a una studentessa americana che da quando era entrata non li aveva degnati di uno sguardo. Berto si aggirava in mezzo ai tavolini alla ricerca tra la memoria e gli scaffali di quei libri d’incipit che di lì a cinque minuti avrebbe trovato e buttato sul tavolo con un fare da primo della classe.
Il romanzo sullo yoga, ma non era quasi finito? Lo hai detto tu l’altra volta.
Sì, cioè da buttare. Mentre ero in Cina ad accompagnare Daniel a fare dei lavori, anzi più che altro delle cene di lavoro, mi è venuta voglia di stravolgerlo, di cambiare tutto dall’inizio alla fine. Farne un bel giallo, un thriller sullo yoga, ambientato negli anni Settanta. Che era quello che in origine voleva mio padre. E aveva ragione. Primo perché nei gialli le storie sono sempre dei pretesti. E questo io lo trovo onesto. E poi perché i gialli sono gli unici libri che vendono bene. Sarà anche vero che la scrittura per me è una forma di preghiera in quanto inutile (non ci salveremo Jonny, tutto quanto finirà in un bidone della spazzatura, ci finiranno i capolavori immortali della letteratura, nel bidone, figuriamoci i nostri romanzi, ma questo andrebbe anche bene, lo rende una pratica di ascesi) ma forse uno due soldi li vorrebbe anche fare. Non credi?
Bah.
E poi mi sono detto che sarebbe bello finirla. Non finire il romanzo, ma intendo proprio smettere di scrivere. Di dedicarci tutte queste ore e pensieri. Quanto mi sentirei leggero. Prima era diverso, quando ho scritto l’altro, era diversa la scrittura e ero diverso io. Una specie di rabbia giovane che ora non sento più. Anzi no, non era nemmeno rabbia, semmai tutto l’opposto: era una specie di cura di me, un metodo per ascoltare gli altri e ascoltare me stesso.
Che sciocchezze dici Yuri, mi sembri come uno di quelli che la sera beve un bel po’ e si ubriaca e il giorno dopo ci ripensa. Ma lascia stare. Non ci ripensare. Hai scritto un libro e ora ne scriverai un altro. E poi un altro ancora. Ecco tutto. Ma piuttosto con chi hai intenzione di pubblicarlo?
Questo è un tema secondario, direbbe il nostro Berto. Secondario rispetto al gas tossico che sta sotto le calotte polari. Credo che la parola che non riuscisse a ricordare fosse permafrost. Tra l’altro te Jonny ci credi alle cose che racconta Berto? Io sì, credo davvero che il mondo finirà. Comunque forse quello che mi esaspera è proprio questo: scrivere un romanzo, cercare qualcuno con cui pubblicare, poi impegnarsi perché la gente lo legga, ottenere delle recensioni, ma io dico: non ci è ancora venuto a noia? Perchè non parliamo d’altro? Anzi, perchè non andiamo via?
Perché? Si sta così bene qui dentro. Finché Francozzi non ci butta fuori. Ma Carla cosa dice di questa idea di ricominciare tutto da capo? chiedeva dopo un po’ Jonny con la sua faccia solare, da dio centro-americano, come se fosse l’unica domanda possibile.
Dice che è la mia solita paura di finire le cose. Che invece dovrei concentrarmi sul romanzo dello yoga senza perdermi nei sentieri interrotti, nei nidi di ragno e soprattutto di non dare mai retta a Berto.
Vuoi anche il mio parere? Io farei come dice Carla.
Poi ognuno tornava dietro al suo computer, tra le birre e gli schermi e i libri d’incipit che Berto aveva lanciato sul tavolo rischiando di rovesciare tutto e che nessuno aveva guardato, ciascuno a inseguire il romanzo del futuro che chissà se un giorno sarebbe stato pubblicato e da chi. A meno che non fosse sopraggiunta la fine del mondo.
L’aria condizionata fissata sui venticinque gradi centigradi emetteva un lievissimo sibilo che solo adesso, che tutti erano in silenzio, si riusciva quasi a percepire. Il computer di Yuri gli illuminava debolmente il volto, nel rettangolo-mondo in cui era fissato il suo sguardo vi capeggiava una pagina bianca virtuale con una scritta apparentemente priva di senso e un simbolo indiano.
Yuri stava là immobile guardando quella pagina quasi fosse davanti a una pianura immensa e luminosa che gli si apriva di fronte. Ad altre latitudini sarebbe potuto sembrare una specie di esploratore giunto fino a quel posto al termine di una navigazione lunga e faticosa o anzi per meglio dire come qualcuno che si era completamente perso là dentro e non sapeva come uscirne.
Simone Lisi è nato a Firenze nel 1985. Ha pubblicato nel 2018 il romanzo Un'altra cena, o di come finiscono le cose e nel 2021 il romanzo Padre Occidentale, entrambi con la casa editrice effequ. Lavora alla libreria Todo Modo di Firenze, partecipa e collabora con numerose riviste e premi letterari.
Chakma
Lenny era corso su per le scale. “Finalmente mi hanno dato un lavoro,” ansimò. “Meno male che i piatti non si lavano da soli,” gli rispose Baxter. “Un lavoro da modello.” Era diventata la professione di grido. Gente che mostrava la faccia e il fisico per pubblicizzare prodotti commerciali erano i nuovi astronauti.
Matthew Licht fotografato da Carlo Zei
Lenny era corso su per le scale. “Finalmente mi hanno dato un lavoro,” ansimò.
“Meno male che i piatti non si lavano da soli,” gli rispose Baxter.
“Un lavoro da modello.” Era diventata la professione di grido. Gente che mostrava la faccia e il fisico per pubblicizzare prodotti commerciali erano i nuovi astronauti.
“Fammi indovinare: ti vogliono per la copertina di Nano Vogue.”
Baxter non l’avrebbe mai confessato, ma invidiava il bel grugno e gli addominali di Lenny, che in vita sua non aveva mai fatto nemmeno una flessione. Un trapianto del viso e la muscolatura di Lenny sul telaio longilineo di Baxter sarebbe risultato in un mostro di bellezza maschile, sebbene dalla schiena cosparsa di brufoli. Ma la rivista Schiena Vogue non esiste.
Lenny non era nano. Era tappo in modo estremo, ma nessun circo che si rispetti l’avrebbe assunto. Devolveva le refurtive dei suoi delitti spiccioli per farsi ritrarre da fotografi professionisti. Un giorno avrebbe trovato l’artista capace di conferirgli altezza, perlomeno su pellicola. Doveva solo continuare la ricerca.
“Il tizio mi ha detto che si tratta di una rivista glamour, ma... “
“Roba da froci, insomma.”
“Per questo lo sto dicendo a te. Che fai oggi pomeriggio?”
“Hai detto un lavoro da modello, non un furto di lubrificanti.”
“Accompagnami, dài. Il tizio mi ha detto di presentarmi da qualche parte a East New York.”
Baxter rabbrividì. Il South Bronx era un quartiere più malfamato, per quanto riguardava il degrado urbano e la violenza delle gang, ma chi abitava davvero nella metropoli sapeva che East New York era peggio, molto peggio. Gli omicidi-decapitazioni che avvenivano lì avevano odore di magia nera.
*
Il treno della metropolitana sembrava voler cambiare traiettoria, tornare alla relativa civiltà. Lenny e Baxter si sentirono vulnerabili appena emersero dalla stazione. Mucchi di rifiuti sembravano cadaveri lasciati fuori per placare i toponi carnivori dagli occhi rossi, schiumanti di rabbia.
Lenny si trattenne dal prendere la mano di Baxter. Meglio non fermarsi. Meglio non guardarsi intorno.
“Hanno rubato pure le insegne stradali.”
“Il redattore della rivista mi ha detto di dirigermi verso Cthulhu Boulevard. Non è sulla mappa: ho controllato. Poi si gira a destra all’angolo di Shub-Niggurath Street. Quindi secondo me dobbiamo solo... ”
“Lenny, mi dispiace dirtelo, ma questo lavoro di modello è una presa per il culo.” Poi aggiunse, “Non c’entro nulla, te lo giuro.”
“Ha detto inoltre che la rivista è alquanto specializzata. Il mio istinto mi dice che è una cosa legittima.”
“Se lo dici tu, mi puzza.”
“Hai mai sentito di una rivista chiamata Skull?”
La strada era deserta, a parte carcasse bruciacchiate di automobili. Fiocchi di ruggine cadevano dal cielo coperto. Gli alberi dei vari progetti di rigenerazione urbana erano finiti nei falò dei barboni. Al loro posto erano cresciuti quei fronzuti contorti detti ironwood, incombustibili e velenosi.
Lenny si mise gli occhiali da sole arraffati da un drugstore mentre scappava senza aver pagato il pranzo. La cameriera anziana urlò, ma il poliziotto pranzante non si mosse dallo sgabello girevole cromato. “Non rischio la pelle né spreco pallottole per occhiali da 99 centesimi,” disse. “Quei furtarelli lì riguardano la guardia giurata.”
“Non ci possiamo permettere la guardia giurata.”
“Cazzi vostri.”
Occhiali scuri da due soldi resero ancora più truce il panorama di East New York. Per rincuorarsi, Lenny voleva cantare una canzone di un musical per cui aveva fatto senza successo un provino.
“Oh certo che ti chiameremo,” aveva sghignazzato il Casting Director. “Quando avremo bisogno di mezze cartucce che non sanno cantare né ballare né recitare.”
Lenny era rimasto in agguato fuori dal teatro e lo colpì in testa con un coperchio di pattumiera. Poi scappò via.
Non c’erano più pattumiere a East New York. I netturbini si rifiutavano di lavorare in quel quartiere. Il vento spazzava i rifiuti dentro le entrate sbarrate dei palazzi abbandonati. L’unico idrante era stato schiacciato da un camion. Un topone dai denti a sciabola issò la zampa per pisciarci.
Baxter voleva sentire una voce umana, anche se era la propria. “Scommetto che perlomeno gli affitti sono bassi.”
“Andiamocene, Baxter. Ho deciso che non voglio più fare il modello. Non è dignitoso.”
La nota di terrore nella voce di Lenny suscitò coraggio in Baxter. “Carriere da modello non crescono sugli ironwood, Lenny. I tuoi sogni di gloria non si avvereranno mai se molli così facilmente.”
Lenny non aveva mangiato niente da quando l’avevano chiamato. Voleva farsi un look da cowboy affamato. Aveva cercato di previsualizzare la sua faccia su una copertina patinata, ma le immagini sfumavano in lastre a raggi X di teschi urlanti. Si strappò gli occhiali da sole che davano allucinazioni.
“Di là c’è un’insegna,” disse. “Per terra.”
L’insegna sembrava essere stata presa a morsi da orsi. C’era scritto, Shub.
“Ci siamo,” disse Baxter.
Lenny si sentì restringere lo scroto. Quell’insegna era la prova che Shub-Niggurath Street esisteva. Voleva dire che anche la rivista Skull apparteneva alla realtà, e che lui ci sarebbe finito dentro, per sempre.
Su quella strada non c’erano numeri civici. Non c’erano campanelli accanto alla porta dell’unico stabile rimasto in piedi. La porta stessa era un coacervo di legnacci inchiodati allo stipite slabbrato per prevenire l’occupazione dai senzatetto. Recava un graffito: Sku.
“Potrebbe trattarsi di un palinsesto,” disse Baxter.
“Come sarebbe a dire? Un palo della tortura per incestuosi?” La porta faceva venire in mente scene di supplizio.
“Un messaggio parzialmente cancellato, con nuovi scritti sovrapposti, diversamente leggibili. Ci potrebbe essere un significato più profondo. Potremmo essere nel territorio dei Savage Skulls. Sarebbero guai. I Savage Skulls spaccano il culo a tutti.”
“Ma va là. I Savage Skulls stanno di casa nel South Bronx. Non siamo neanche vicini. Piuttosto potremmo essere sul territorio dei... ”
Era troppo orribile persino pensarci.
Visto che era lui che doveva fare il modello, Lenny bussò sulla X di compensato che bloccava l’entrata della redazione di Skull Magazine.
Sentirono echi di un tamburo da funerale. Qualcosa di pesante zampettò verso di loro. Toponi idrofobi che si avvicinavano per uccidere.
Un uomo pelato con le sopracciglia rifatte e tatuaggi di teschi urlanti sul collo sporse la testa da una finestra al secondo piano e urlò, “Dovete entrare dal retro. C’è un buco nel muro. Impossibile sbagliare.”
Quel buco era visibile da lontano un miglio. Baxter e Lenny entrarono in uno spazio buio, umido, odoroso di muffa. Baxter scivolò e schiantò contro Lenny, stendendolo. Apparve un alligatore fosforescente. Illuminò le pareti pieni di petroglifi pornografici e impronte di mani a cui mancavano varie dita. Il rettile albino sibilò e svanì con uno svolazzo di coda.
“Ma guarda. Ero convinto che quelle belve non fossero altro che una leggenda metropolitana.”
Una donna dalla voce soave e sexy disse, “La scala è di qua.”
Lenny la trovò col naso. Sperò di non averlo rotto. “Devo ricordare di dare sempre il profilo sinistro,” pensò. L’ultima volta che aveva montato una scala era a una lezione di ginnastica, prima di aver mollato il liceo. Ma quella era stata una scala di corda, e ci era arrivato neanche a metà.
Salirono.
“Cosa ci fa qui lui?” chiese l’uomo calvo e tatuato. “Abbiamo specificato un solo modello maschio.”
“Ehm, è il mio manager,” disse Lenny. “Anche il mio agente, ed è cintura nera di kung fu.”
Erano sbucati in uno spazio industriale in disuso, riempito da una luce cruda e polverosa. L’Empire State Building era visibile in lontananza, attraverso i vetri rotti delle finestre.
“Sei in ritardo,” disse il tizio coi tatuaggi al collo, buttando con fragore un taglierino su una scrivania di metallo.
“I tassisti non amano questo quartiere.”
“Non rimborsiamo per tassì, e poi questo quartiere non piace a nessuno. Precisamente per questo ci piace.”
La donna che aveva indicato la scala si era seduta su una malandata poltrona di cuoio. Allucinantemente nuda, fumava uno spinello. Una creatura pelosa con una catena attorno al collo stava accovacciata ai suoi piedi.
“Oh Ming,” disse la donna, esalando una nuvola profumata d’incenso. “È ancora più tappo e bello di quanto mi avessi detto. È adorabile.”
Baxter soppresse una sghignazzata. “Hai detto che era un lavoro di modello, Lenny. Qui faranno bizzarre sedute porno.” Pensò brevemente a ciò che aveva appena detto. “In altre parole, cento milioni di volte meglio.”
Lenny si irrigidì, ma non nel modo utile per girare riprese porno. Concentrò lo sguardo sul tizio pelato. “Mi avevi detto che Skull era una rivista glamour.” Pronunciò male la parola.
La creatura pelosa ai piedi della donna nuda era un babbuino dal culo rosa. Chiaramente trovava Lenny la cosa più scottante della terra. Prese a masturbarsi.
L’uomo chiamato Ming non era cinese. Aveva basato la sua esistenza, o almeno le sopracciglia, su uno spietato personaggio dei fumetti. “Skull è puro glamour,” disse, pronunciandolo male anche lui. “Non importa ciò che dicono gli altri.”
“Allora perché non l’ho mai vista in edicola?” gli chiese Baxter.
“Perché sfogli solo riviste porno,” disse Lenny. Ed era vero.
“Ah sì? E tu l’hai vista da qualche parte la rivista Skull, Signor Glamour?”
“Certo che l’ho vista. Un sacco di volte.” Ma non era vero.
“No che non l’hai vista,” disse Ming. “Perché Skull è in vendita solo per abbonamento. E siamo esclusivi nella scelta di chi si può abbonare.”
“Intendi dire, solo gente ricca e famosa?”
“Non intendevo questo,” disse Ming, ma poi non specificò. “Che ne dite se ora smettiamo di sprecare tempo. Ci farai da modello, o no?”
Bolle oniriche scoppiarono in testa a Lenny. “Sono modello,” disse. “Quindi vi farò da modello.”
Baxter scoppiò a ridere. Lenny gli mollò una gomitata alle palle. Più in alto non ci arrivava.
Baxter si piegò in due. Il babbuino ruppe la catena che aveva attorno al collo e lo attaccò. Gli sfregiò la faccia con gli artigli, e lo prese a schiaffoni con le manine cuoiose finché la donna nuda non riuscì a trattenerlo.
“Male,” disse lei. “Sei una scimmia cattiva.”
La donna aveva una certa stranezza, a parte essere una naturista esibizionista dominatrice di scimmie in uno studio a East New York. Baxter si accorse della sua fondamentale diversità guardandola tra le dita che reggevano brandelli della propria faccia.
Non erano normali cicatrici da parto cesareo, né segni di una liposuzione andata male, rossore post-depilazione o scarificazioni tribali. Galante come sempre, Lenny borbottò, “Ehi non sarai mica una di quelle donne a tre gambe?”
La creatura nuda e misteriosa lasciò cadere a terra il babbuino, che squittì e tornò a masturbarsi. Con ammaliante lentezza, soppesò i seni e li fece dondolare. “Avete mai visto un mostro-trans con un paio di bocce così?”
Ipnotizzati, Lenny, Baxter, Ming e la scimmia masturbatrice fecero cenno di no con la testa.
“L’intervento che ho subìto riguarda solo me e la mia scimmia,” disse. lei. “Mi sono fatta alterare per accomodarlo.”
L’organo genitale della scimmia era colorito ma triste. La bestia guardò melanconico il grugno glàmouroso di Lenny e schizzò una gettata acquosa. Grumi di polvere coagularono attorno al suo Dna di primate.
Una nebbia di depressione scese su Lenny e Baxter. Sinistri chirurghi avevano reso impossibili teoretici amplessi con questa femmina umana sexy. La donna nuda aveva mandato affanculo il sesso con la propria specie per provare emozioni innaturali con un macaco segaiolo. Sicuramente la procedura era irreversibile.
Ming tolse dalla custodia imbottita una video-camera spaziale. “Mettiamoci al lavoro. Spilungone, chiunque tu sia, è ora che te ne vada.”
La donna nuda alterata si fece seria. Preparò la scimmia per la prestazione. Il cuore di Lenny, come ogni altra sua componente capace di provare emozioni, divenne una vescica piena di acqua ghiacciata rosea.
“Non lavoro con animali,” disse. “Neppure con bambini. E non faccio spettacoli all’aperto.”
Baxter e Lenny sgattaiolarono attraverso il buco nel pavimento, poi dai buco nel muro a pianterreno. Quando sbucarono sulla strada, gli esplosero attorno dei missili gialli. Qualcuno gli lanciava addosso banane. Guardarono su. Era la scimmia. Sembrava vogliosa, arrabbiata, addolorata. Quando finì le banane, scaraventò un pesante posacenere di vetro, poi un mattone rotto.
Baxter e Lenny se la diedero a gambe, lasciandosi dietro una nuvoletta di sudore nervoso.
La metropolitana non circolava più, oppure aveva rifiutato di continuare a servire East New York.
Rischiarono una camminata lungo le rotaie che conducevano dentro il tunnel sotto l’East River. Lacrime verdognole sfuggirono all’infrastruttura della città.
Alla stazione fantasma di Van Brunt Blvd., non più indicata sulle mappe della ferrovia sotterranea, una donna grassa vestita di una sottana di lana con una sciarpa attorno alla testa chiese se volevano delle salsiccie.
“No grazie.”
“Capisco,” sussurrò lei. “Nemmeno a me interessano. Puzzano. Me le ha regalate un macellaio. Piacciono da matti a questi dannati alligatori però. Non so cosa farò quando non avrò più carne da lanciargli.”
Una coda squamosa fosforescente svanì nel buio della galleria.
Matthew Licht è fiorentino di adozione, ha pubblicato diversi libri in inglese e italiano. Sotto pseudonimo collabora a romanzi gialli. Per Stanza 251 scrive settimanalmente il blog bilingue Hotel Kranepool, sull'industria dell'ospitalità metafisica.
Ferruccio Mazzanti - Un estratto da "Timidi messaggi per ragazze cifrate"
Eppure di fronte a questa Maria Freder, Babbage dei miei sogni, come fare a non ricordare la mia prima e unica grande, titanica e mostruosa delusione d’amore? 2.189 giorni fa è stata l’ultima volta che mia madre mi ha portato al mare. La spiaggia luminosa e la pineta con gli aghi piovosi e le pigne non rappresentavano per me uno spazio continuo dove divertirmi, a 15 anni, quando ancora non ero un ritirato sociale e mia madre guardava alla mia timidezza con un sorriso affettuoso
Il transfert, scrive Sigmund Freud, è amore.
E quando Grot, protagonista di Timidi messaggi per ragazze cifrate, rompe l’isolamento in cui si è
recluso e lancia per la rete messaggi cifrati - è l’amore: sono donne, immagini di donne che gli
vengono in mente.
Tuttavia non tutte le immagini sono uguali, né tutti gli amori, né tutte le donne.
Segnatevi tre nomi: Brigitte Helm - la curva algebrica di 5° grado delle sue spalle - è uno di questi.
Alfredo Zucchi
Ferruccio Mazzanti ritratto da Carlo Zei
Eppure di fronte a questa Maria Freder, Babbage dei miei sogni, come fare a non ricordare la mia
prima e unica grande, titanica e mostruosa delusione d’amore? 2.189 giorni fa è stata l’ultima volta
che mia madre mi ha portato al mare. La spiaggia luminosa e la pineta con gli aghi piovosi e le
pigne non rappresentavano per me uno spazio continuo dove divertirmi, a 15 anni, quando ancora
non ero un ritirato sociale e mia madre guardava alla mia timidezza con un sorriso affettuoso, come
a sottolineare tra sé e sé che solo lei avrebbe potuto generare un tale sensibile fagotto di carne, ecco
sì lei pensava allora che nel tempo le mie deformazioni craniche si sarebbero trasformate in
splendidi ornamenti fisici e la mia timidezza sarebbe stata un’arma di seduzione e successo.
Andavamo nella spiaggia libera, ma il più vicino possibile al più costoso tra tutti i bagni. Per quel
che ne so lo stabilimento balneare accanto al quale mi trascinava era un luogo pacifico e
matematizzato. Johann il bagnino nordico dall’accento di ghiaccio manteneva gli ombrelloni e le
sdraio ordinati secondo file numericamente predisposte, ché poi in definitiva doveva essere un po’
compulsivo, Johann il bagnino, dato il risultato che otteneva: un insieme di Cantor capace di
sopravvivere all’agitazione dei bambini e dei ragazzi, con le loro biglie e i loro palloni e le loro
racchette e le ciabatte lasciate in giro in ogni dove e i ragazzi che inseguono le ragazze, le afferrano,
le gettano in acqua, le sdraio spostate di continuo, i best sellers gettati un po’ ovunque quando non
più utili per dilazionare la noia, le creme solari spremute, le sigarette fumate, gli asciugamani
bagnati, la gente che ride, che si rilassa, che prende il sole, questa luce quasi bianca dai contrasti
netti, che appiattisce la tridimensionalità e, coadiuvata dal salmastro, secca le pelli già abbronzate
delle madri e si espande come una colpa smascherando gli angoli più ottusi del nostro corpo, là in
costume blu, sotto l’ombra poco protettiva dell’ombrellone, un corpo inceppato e sudato da oliare:
che paura questo orrore del corpo, ma Johann il bagnino indefesso manteneva un ordine che poteva
essere trasformato in algoritmi, sempre col sorriso, al centro delle attenzioni, come qualsiasi
bagnino che si rispetti.
E invece, appena due metri più in là del lungo cordone arancione che divideva inequivocabilmente
la spiaggia privata da quella pubblica, là dove mia madre ogni mattina piantava con soddisfazione il
piccolo, lacero ombrellone rosa, adagiando in un secondo momento l’asciugamano anch’esso rosa,
ecco là l’imperiosa e obnubilante entropia, la discontinuità di donne obese e figli tatuati e ombre
incapaci di rendere l’aria respirabile all’una di pomeriggio, il caldo ancor più caldo sotto le ascelle,
tutto questo unto che cola lentamente come dentro una rosticceria, e i bambini ustionati che scavano
buche, l’onda che riporta gradualmente la sabbia rendendo vani gli sforzi e i palloni bucati e le
ragazze che tossiscono e le ciabatte che non si trovano e gli aghi di pino in verticale nella sabbia e
io lì, avvolto nel mio asciugamano come un malato, nella minuscola proiezione gnomonica
dell’ombrellone, senza avere accanto un Johann il bagnino capace di riposizionare le sdraio e gli
ombrelloni al loro posto naturale.
Me ne rimanevo nel mio piccolo angolo di ombra, mia madre come una lucertola a riscaldarsi le
ossa, con il mio saggio di crittografia ben ancorato tra le mani e le nostre cose gettate un po’ a caso
intorno a noi, facendo attenzione a non subire la fastidiosa ossessione dei granelli di sabbia
appiccicati tra i frenuli delle dita dei piedi, e tra una pagina e l’altra potevo spiare i miei coetanei
pochi metri più in là intenti a costruire castelli, calciare un pallone, lottare dove ancora si tocca,
mentre le mutandine dei costumi delle ragazze lasciavano cadere verso il suolo salate gocce di
mare. Là, nel mio più assoluto disagio, completamente avvolto nell’asciugamano, vidi magnifica e
incolume dalla mostruosità del corpo umano, in tutta la sua volatilità, Brigitte Helm, coi suoi capelli
flavi e quegli occhi cilestrini e quel costume niveo.
La sua sdraio nel bel mezzo dello stabilimento balneare era la L583, incredibilmente azzimata nella
disposizione dell’asciugamano, tutta una sua logica tra quello che appendeva sui raggi metallici
dell’ombrellone e le cose a cui veniva permesso di stare al suolo. La madre educatamente intenta a
risolvere le parole crociate, mentre il padre sbracciava dalla piccola deriva presa a nolo. Più che una
piazzola, come le chiamava Johann il bagnino, sembrava un piccolo giardino pieno di arabeschi
dove Brigitte Helm sostava di quando in quando per riprendere fiato dai giochi o baciare un panino
o santificare la crema protezione 50 benedicendola con la propria pelle.
Brigitte Helm e le sue piccole lentiggini fulve che incorniciavano le fossette agli angoli della bocca,
fossette presenti solo quando sorrideva, ma lei sorrideva sempre, nel suo trovarsi a proprio agio in
quella dimensione intermedia tra l’asciutto e il bagnato, là in riva al mare.
Brigitte Helm e la curva algebrica di 5° grado delle sue spalle.
Brigitte Helm e la sua voce che risuona per tutta la spiaggia mentre corre contro le onde, tuffandosi
di volta in volta sempre più al largo.
Brigitte Helm e l’asciugamano stretto intorno ai fianchi mentre guardinga si cambia per tornare a
casa: quei pochi attimi in cui potevo percepire dal caos della spiaggia libera la sua nudità, là tra gli
ombrelloni perfettamente ordinati da Johann il bagnino, prima che si rivestisse, per una manciata di
secondi ancora, nuda sotto l’asciugamano.
Brigitte Helm e mia madre che mi ripete ogni venti minuti circa: ma perché non vai a farti una
girata, non vai a giocare con gli altri ragazzi, non vai a farti un bagno, non mi lasci un po’ sola, un
po’ qui, da sola, prendi un pedalò, pedala, fai qualcosa.
E io che torno sulle pagine inumidite dal sudore delle mie mani dei saggi di crittografia, avvolto
nell’asciugamano, con quel senso di umiliazione derivante dalla consapevolezza che, nonostante
tutti i miei sogni e tutti i miei buoni propositi, Brigitte Helm sarebbe stata irraggiungibile per uno
come me.
Sennonché un giorno terribilmente luminoso, mentre Brigitte Helm giocava insieme a una sua
amica sul bagnasciuga col racchettone, la bianca pallina del suo divertimento cadde esattamente tra
i miei piedi e lei, Brigitte Helm, giunse correndo sotto la logora protezione del mio ombrellone, le
mutandine del costume che gocciolavano il salmastro sulle cosce, e guardandomi con un sorriso
indimenticabile mi chiese se per caso volessi giocare con lei, col racchettone, là sul bagnasciuga,
che la sua amica era proprio una cagna e che io forse avevo un dritto più deciso.
Ferruccio Mazzanti
Ferruccio Mazzanti ha scritto su numerose riviste letterarie, ha un blog su Stanza251, oltre ad essere cofondatore di In fuga dalla bocciofila e Il mondo o niente.
Cicladi minori
Che ogni spiaggia della mia vita e di chiunque sia un unico, penso stamani a Frassa, nel nord est di Kimolos. Da tre giorni che siamo su quest’isola ed è già diventata la nostra abitudine. Quando con Diana arriviamo al mattino la spiaggia è quasi completamente deserta perché i greci hanno ritmi strani e non si presentano al mare prima di mezzogiorno.
Che ogni spiaggia della mia vita e di chiunque sia un unico, penso stamani a Frassa, nel nord est di Kimolos. Da tre giorni che siamo su quest’isola ed è già diventata la nostra abitudine. Quando con Diana arriviamo al mattino la spiaggia è quasi completamente deserta perché i greci hanno ritmi strani e non si presentano al mare prima di mezzogiorno.
Oggi siamo arrivati e c’erano solo due persone stese sotto a una tamerice e, poco distante, un cane. Veniva fuori che il cane non apparteneva a loro, ma a una seconda coppia che si trovava a largo, su un piccolo gommoncino. Prima che i due tornassero il cane ci aveva accolti con mille feste, mordendoci le mani per giocare, capriole, guaiti, rotolando sopra di noi. Poi i padroni erano tornati e il cane aveva smesso di considerarci, assumendo un atteggiamento più responsabile. Io e Diana ci eravamo spostati di tamerice, lontani dal cane e a una ventina di metri dagli altri. La seconda coppia era rimasta fino ad allora al margine del campo visivo, aveva cominciato ad attrarre la mia attenzione. Come gli altri due avevano intorno ai cinquanta anni, come Diana anche lei era senza il pezzo di sopra del costume e leggeva un libro, ma era l’uomo che aveva monopolizzato il mio sguardo. Aveva una testa vagamente quadrata e un corpo esile ma potente, un corpo a tutti gli effetti normale e non particolarmente muscoloso, ma che esprimeva con ogni gesto la centralità di quel corpo nell’ambiente circostante. Dopo un momento in cui mi chiedevo cosa avesse di tanto particolare quel corpo, capivo che quel tale io lo conoscevo.
Era Antonio, ovvero un uomo conosciuto qualche mese prima durante un lavoro nella vigna di Daniel. Antonio che Daniel, il titolare della ditta vinicola, aveva da poco licenziato dal suo lavoro.
Cosa ci faceva Antonio in Grecia?
Quante probabilità c’erano di incontrarsi su un’isola così piccola?
Per giunta in un anno in cui così poche persone avevano scelto località estere come destinazioni delle loro vacanze. Bassissime. Eppure eccolo là.
Era stata la testa quadrata e soprattutto quel suo modo di portare il corpo che mi avevano convinto fosse Antonio.
Ma era proprio lui? O forse mi ingannavo? Di sicuro, se era Antonio per davvero, sarebbe stato necessario salutarlo, ma parlarci sarebbe stato quanto di più spiacevole, perché io ero e sono amico di Daniel che, come dicevo, aveva da poco licenziato Antonio. Provavo a guardare altrove, indossavo degli occhiali da sole per non farmi riconoscere, quando mi ricordavo che una cosa simile era successa anche l’anno prima, a Dounussa, un’altra delle Cicladi minori. Mi ero convinto che un tizio di spalle al ristorante fosse l’amico di mio padre, Renzo, amico con cui mio padre aveva da qualche tempo litigato dopo una amicizia durata una vita. Io ero là al ristorante della sperduta e minuscola Dounussa con Diana che mi parlava di qualcosa, incredulo di sentire la voce che conoscevo così bene e che era a conti fatti la voce di Renzo. Ascoltavo mentre discuteva con la cameriera e aspettavo solo si voltasse per affrontare il dialogo imbarazzante.
Renzo, che ci fai qui?
Lo stesso che ci fai tu, suppongo.
Non è assurdo che da Sesto fiorentino, ritrovarci entrambi in questa minuscola isola greca?
La vita è strana, Simone.
E poi dopo qualche altro istante di sospensione avremmo dovuto affrontare il tema spinoso, la lite recente tra lui e mio padre.
Poi però Renzo si era voltato e non era Renzo, ma uno che gli somigliava e allora ho capito, là nella spiaggia di Frassa, che anche Antonio non era veramente Antonio.
Dopo un sospiro di sollievo, mi rendevo conto che di tutta quella faccenda il punto centrale era un altro. Non tanto che quello fosse o non fosse Antonio, ma che il mio sguardo fosse sempre alla ricerca da qualcosa di inaudito e ingestibile. Che io vedessi sempre ciò che mi avrebbe messo in difficoltà, prima Renzo e poi Antonio, tanto che si poteva concludere che fosse proprio quello che io desiderassi vedere.
Ma perché?
Nessuna risposta.
Tuttavia ciò che mi preme dire adesso è tutt’altro. Di come questa spiaggia, ma oltre a questa, come ogni singola spiaggia, abbia una sua storia e con storia non intendo geologica o storica nel senso dei fatti salienti che sono avvenuti qua come battaglie o ammaraggi, bensì questa storia minuscola e unica che si ripete ogni giorno, diversa ogni giorno. Di chi arriva e chi va e in che ordine e in che modo. La storia di oggi era quella della coppia col cane che aveva occupato mezza spiaggia senza neanche starci, e della coppia con il tizio che sembrava Antonio e di sua moglie in topless che era una grandissima lettrice, come lo era anche la moglie del vero Antonio a quanto lui una volta mi aveva raccontato in auto mentre tornavamo insieme dal lavoro nella vigna. Durante tutto il tempo che io guardavo lo pseudo-Antonio di sottecchi, la sua compagna aveva continuato a leggere indifferente a quell’altra storia che le avveniva intorno, la storia della spiaggia. E di come poi fosse arrivata una terza coppia un po’ sguaiata, sebbene la ragazza dopo un attimo si fosse messa a leggere e il ragazzo si fosse addormentato così che quella prima impressione di confusione era stata smentita, come spesso accade. Ed ecco poi arrivare un’altra coppia, lui tatuato, con i capelli lunghi sopra e rasati ai lati e lei semplicemente longilinea, coppia che avevo già notato ieri mattina (sebbene ieri fosse stata ovviamente una storia completamente diversa caratterizzata da un tale sovrappeso che giocava con un piccolo motoscafo telecomandato rumoroso mentre i suoi figli lo guardavano in silenzio). E infine stamani era arrivata in spiaggia (ma dire “infine” non ha senso, dovrei dire piuttosto: fino a qui) una coppia italianissima, lei tatuata e bella, lui con gli occhiali da sole all’ultima moda, al che io mi ero deciso a interrompere l’osservazione, prendere in mano il quaderno e la penna e scrivere questa specie di resoconto.
Simone Lisi
Fotografie di Carlo Zei
Simone Lisi ha pubblicato racconti su antologie e riviste. Collabora alla redazione di stanza251 e fa parte del collettivo In fuga dalla bocciofila. Nel 2018 ha pubblicato il suo romanzo d'esordio con la casa editrice effequ. Attualmente lavora alla libreria Todo Modo, a Firenze. Nel 2021 uscirà il suo nuovo romanzo
Il segreto della vista a raggi X
Nella casa più triste di un brutto quartiere abitavano due uomini calvi.
Tony era un cervellone, e anche uno sciattone olimpico. Non ero tanto meglio.
Vivere da cavernicoli è divertente. Basta poter uscire ogni tanto dalla caverna. Questa perlomeno era la mia filosofia troglodita.
Nella casa più triste di un brutto quartiere abitavano due uomini calvi.
Tony era un cervellone, e anche uno sciattone olimpico. Non ero tanto meglio.
Vivere da cavernicoli è divertente. Basta poter uscire ogni tanto dalla caverna. Questa perlomeno era la mia filosofia troglodita. Tony invece si scavava sempre più profonda la grotta. Non esiste fondo. Smise di vestirsi da essere umano. Diventò una specie di animale notturno. Stava seduto per delle ore a fissare il computer che aveva costruito con le proprie mani, usando componenti di recupero. Si era laureato a pieni voti in ingegneria elettronica. Una volta gli venivano offerti posti di lavoro da favola. Ora faceva soldi fissando uno schermo fosforescente. Ne faceva tanti. Guadagnare era diventata la sua ossessione. Si offrì di insegnarmi il segreto, ma non ero curioso. Ce l’avevo, un lavoro.
Scrivevo per una rivista indecente, fingendo di essere una serie infinita di donne erotomani ed esibizioniste per indurre altri uomini a masturbarsi. La rivista era popolare, specialmente tra carcerati e subnormali. Scrivevo i testi sul computer di Tony, e li inviavo in redazione per via internet. La paga non era delle migliori, ma ci mettevo solo pochi giorni al mese.
Tony non sprecava tempo sulla carta stampata. Era preso dalla cocaina e dalle prostitute. Il sesso convenzionale non lo interessava. Pagava per essere legato, imbavagliato, malmenato e scudisciato.
Grida soffocate e schioccare di frusta echeggiavano mentre cercavo di leggere o dormire, ma il segreto della coabitazione armoniosa è tolleranza e rispetto reciproco.
Una volta tornai da un lungo giro senza meta in bicicletta e trovai Tony elegantemente vestito.
“Che fai, ti risposi? Ti sei stufato di pagare?”
“No. Ma questa che viene ora è speciale.”
“Ah sì? Ha la frusta fatta di cocaina?” Mentre mettevo via la bici Tony farfugliò qualcosa che non capii. “Come? È russa?”
“È cieca.”
Era pure bionda. La intravidi quando Tony la fece entrare. Stavo finendo un numero speciale della rivista, anale al 100%. La bionda non portava occhiali scuri, né usava la bacchetta bianca, né aveva un Doberman-guida. Tony le prese il cappotto e chiese se voleva bere qualcosa, prima. Lei disse no, grazie, quasi sussurrando.
Passarono nella stanza di Tony. Lui chiuse la porta a chiave.
Le frustate e gli schiaffoni risuonarono più forti del solito. Poi lei iniziò ad imprecargli contro come un’arpia.
Con questa colonna sonora, le avventure anali scorrevano. Mi domandavo se lei sapesse che ero lì. I ciechi sarebbero capaci di percepire presenze estranee grazie all’olfatto acuito, dai cambiamenti elettromagnetici nella densità dell’aria e così via, ma non ci credo. I ciechi sono persone normali, solo che non ci vedono. Chiudi gli occhi e sei cieco. Se li tieni chiusi abbastanza a lungo, anche tu ti dimenticherai che aspetto hanno le cose, i colori, le persone.
Finii, spensi il computer e chiusi gli occhi. Sentivo il macabro suono di un corpo sudato che si dimenava sul pavimento di legno, pianti soffocati, raffiche di frustate e una donna cieca che inveiva, che urlava il suo odio per gli uomini. Riaprii gli occhi e uscii a fare quattro passi.
Quando tornai, non c’erano ambulanze parcheggiate davanti alla stamberga. Entrai, e vidi che non sarebbe stato necessario accompagnare nessuno al pronto soccorso. Lei se n’era andata. Tony era in cucina. È un bravo cuoco. Si muoveva un po’ indolenzito, ma sembrava contento. Mangiammo insieme un’ottima cena.
Tony smise di chiamare le altre squillo, anche se la cieca dalla frusta assassina non faceva sedute che finivano in orgasmi. O forse lei godeva, infierendo contro uomini con troppi soldi che non possono avere rapporti del tipo biologico con le donne, oppure non vogliono. Si presentava al nostro tugurio due volte a settimana. Tony raccontò che si erano messi d’accordo che lei prendeva una parte della marchetta in coca. Un amico spacciatore gli faceva sconti in cambio di certi lavori sul computer. Tony voleva indurla ad accettare tutta la paga in droga. Tu picchiare me, io dare te bamba.
L’economia globale diventa meno complicata ogni nanosecondo che passa.
Cominciai a sognare la puttana sadomaso cieca, anche quando credevo di essere sveglio. Cercavo di immaginare che aspetto avesse, nuda. Come le sarei sembrato io, nudo? Quali terribili sogni riempivano le sue notti?
L’economia globale, i computer e internet silurarono il mio lavoro. Persino gli ergastolani Down oramai possono navigare in rete e segarsi gratis quanto vogliono. Le riviste hard andarono praticamente in estinzione. Venni licenziato per posta elettronica. Lavoro a tempo libero equivale niente cassa integrazione, niente sussidio statale per i disoccupati. Meno male che la bici l’avevo pagata tutta. Presi ad uscirci più spesso, per giri sempre più lunghi. Specialmente le notti che veniva lei. Pedalare al buio non mi fa impressione.
Una sera rientrai che la casa era immersa in un lugubre silenzio. Appesi la bici al gancio, mi spogliai e mi feci una doccia bollente. Ero sicuro che Tony fosse morto. Overdose di cocaina, oppure la dominatrice non-vedente gli aveva provocato un infarto a suon di nerbate. Mi sarebbe toccato chiamare la polizia. Avrebbero preteso delle spiegazioni. Forse era meglio scavare una fossa nel giardino delle erbacce, infilare Tony in un saccone per l’immondizia e scaraventarlo dentro.
Lei mi mise le mani sugli occhi mentre guardavo bollire l’acqua per il tè. Si muoveva silenziosa come una gatta nella casa buia. Mi disse di farne una tazza anche per lei, ma corretto. Il whisky era nell’altra stanza. Mi tenne le mani sugli occhi mentre andai a prenderlo. La bottiglia di whisky era quella quadrata. Metti il dito sull’orlo della tazza per non riempirla troppo. Per non ustionarsi il polpastrello, senti il calore che sale, ascolta la tazza che si riempie. È logico. Ci si abitua, alla cecità. Si scoprono modi per adeguarcisi. Tenni chiusi gli occhi quando lei mi tolse le mani dal viso. Andammo a sedere nel salotto, ammobiliato con sofà e poltrone trovate accanto ai cassonetti. Le chiesi se Tony era ancora vivo.
Abbiamo un po’ esagerato, disse lei. Ora sta riposando. Mi passò una piccola chiave.
“Vai a dargli un’occhiata.”
“No, grazie.”
“Bene, allora non ci andare.”
Bevemmo il thè. Lei disse, “Ho sentito che hai perso il lavoro.”
M’immaginai Tony ammanettato al termosifone, bendato, con in bocca una palla di gomma rossa, che mugugnava cose incomprensibili. “Come hai fatto a sentirlo?”
“Sono cieca,” disse. “Mica sorda.”
“Se sei cieca, perché non porti gli occhiali da sole, perché non usi la bacchetta bianca?”
“Vorresti insinuare che fingo la cecità per impietosire i clienti e farmi pagare di più? Vuoi far finta di mollarmi un pugno per vedere se reagisco?”
Non aggiunse, provaci, e vedrai cosa ti succede.
“Ero solo curioso,” dissi.
“I miei occhi sembrano normali, ma non lo sono. Ho dei rimasugli di percezione della luce, ma sta deteriorando. Tra poco verrà il buio totale. Per me è così. Se m’imbatto in delle cose, mi ci imbatto. Se inciampo, casco per terra oppure no. Se mi perdo, chiedo delle indicazioni, proprio come faresti tu, se non sei uno di quegli imbecilli che non vogliono mai chiedere indicazioni. E io, a differenza di te, posso permettermi di girare in tassì.”
Riaprii gli occhi. Lei sorrideva crudele. Guardava la parete dov’era appesa una vecchia foto in bianco e nero, incorniciata, di una ragazza tedesca che spompina un pastore tedesco. Lei non poteva vedere quella pittoresca anticaglia pornografica. Nemmeno io potevo, perché non avevo acceso la luce.
Cercò inutilmente con la mano un mobile dove posare la tazza. “Hai bisogno di soldi?”
“Non tanto. Non ancora.”
“Non è ciò che pensi tu.”
“Perché, cosa sto pensando?” Stavo pensando a spaccio di cocaina, lavori da magnaccia, sedute sadomaso con assistenti incappucciati a tempo perso.
“Il tuo colore preferito è il blu,” disse. E aveva ragione. Il mio colore preferito è infatti il blu. Come il cielo, il mare, le genziane alpine. Anche i suoi occhi erano blu. Ma non riuscivo a vederli. Mi sarebbe bastato accendere una lampada. Ne avevamo tante, tutte raccattate. Tony le risistemava, era bravo a saldare. La mia quota delle bollette della luce sarebbe diventata una problema, se non rimediavo un nuovo lavoro.
“Non mi ricordo che aspetto abbia, il blu,” disse lei. “Non ho idea di cosa vede una donna quando un uomo la penetra. Quando ero bambina c’erano colori, ma quando iniziai a fare sesso, non erano rimaste che ombre. Ora stanno scomparendo anche quelle.”
“Cosa posso farci?” Immaginai chirurghi, bisturi laser, io con una pezza di cuoio all’occhio destro e un milione di euro sul mio conto in banca. Io e lei a spasso per le strade di Parigi. Lei non ce l’ha, la pezza sull’occhio. Ha invece un occhio blu e un occhio marrone, come il mio. Lei sotto il trench è nuda. Siamo diretti a un ristorante chic, poi a una festa particolare a una villa in campagna, piena di gente nuda che si nasconde il viso dietro maschere di animali.
“Dovresti solo leggermi storie,” disse lei. “Ti do cinquanta all’ora.”
“Si fa qui, o a casa tua?”
“Qui.”
Valori svolazzavano per aria come fantasmi invisibili. Tony le dava droga. Lei mi dava contanti. Io le davo parole. Tony se ne stava in camera sua, legato, bastonato. Non irrompeva mai, non gli sarebbe stato possibile. La sua padrona spietata e cieca ed io eravamo nel brutto salotto. Forse anche Tony poteva sentire la lettura. Forse le storie erano per lui un supplizio in più, che gli impediva di godere fino in fondo la sua solenne punizione. Lei si mise il cappotto sopra la tenuta sadomaso, come una modella che si infila un kimono tra le sedute di posa. I suoi incontri con Tony erano delle mascherate, giochi in costume, a parte le urla e le botte. Lei quando gridava non sembrava giocare.
Voleva sentire le cose che scrivevo, lasciava a me scegliere quali. Non diceva mai nulla mentre leggevo. Fissava il vuoto oscuro che la attorniava sempre, in direzione del finestrone con le sbarre. Fuori, passavano le macchine. Non erano tante. Ogni tanto passava qualcuno a piedi. Non esiste, la visione a raggi X. Chi passava non ci vedeva. Io non vedevo Tony, chiuso in cella. Mi domandavo se quella finestra le appariva come un rettangolo grigio sulle rètine morenti. Lei non tirava su col naso, né straparlava come sono soliti i cocainomani. Per leggere usavo la voce di tutti i giorni, non facevo effetti vocali per indicare i vari personaggi.
Intendiamoci: a volte rideva, e nei punti giusti. Non era come leggere ad una statua bionda dagli occhi blu in tilt, ma non diceva mai nulla del tipo bella roba, oppure, fa cagare, oppure, nessuna donna direbbe mai, né sentirebbe mai, né farebbe mai una cosa del genere. In altre parole, nulla di ciò che avrei voluto sentire.
Esiste una teoria che l’occhio umano non sia soltanto uno strumento per captare informazioni luminose del tipo difenditi o scappa. La consapevolezza di essere osservati non è un caso. Esperimenti e statistiche ne danno la conferma. Gli occhi emettono raggi non quantificabili, imperscrutabili e invisibili quanto la luce stessa. Non volevo che lei sapesse che mi bendavo gli occhi per le nostre sedute. Avido di pseudo-sapere parascientifico, non le chiedevo di bendarmeli. Gli scienziati vogliono che i soggetti di qualsiasi esperimento siano reciprocamente ciechi. Solo così si possono ottenere risultati rigorosi.
Omero erotico sbraita per vitto e alloggio, e per le bollette della luce. Canta, o musa, diceva lui, e poi si metteva a cantare. Intrattenevo una donna cieca mentre lei, nell’altra stanza, teneva prigioniero un cocainomane secchione dell’informatica. La mia memoria non è delle migliori. Non sono capace di recitare i miei racconti. Presi a inventarmeli sul momento, con sempre più mutanti sessuali e atti osceni, illegali e impossibili nella realtà. Non avevo mai guadagnato così tanto con la scrittura, e non stavo nemmeno scrivendo. Facevo finta di voltare pagina, di fare piccole correzioni. Tracciavo sghiribizzi senza senso su fogli di carta salvati dai cestini delle copisterie.
Aguzzavo le orecchie per un suo pur minimo gemito, per il fruscio che avrebbe potuto fare il suo pube strofinandosi sul lurido sofà, rumori umidi di donna.
Sentii solo silenzio.
E che cosa avrei fatto poi? Sicuramente era cintura nera di ju-jitsu.
La Silencieuse, fotografia di Christophe Pok
Un Tony sciolto, cioè non legato, pippato, era sulla triste soglia quando rientrai dall’ennesima futile odissea in bici. Beveva birra. Aveva gli occhi rossi. Disse, “Che cazzo stai cercando di combinarmi, stronzo?”
“Di che stai parlando?”
“Lascia stare la mia ragazza.”
“Di che stai parlando?”
“Mi sta trascurando.”
Quando la vita si trasforma in un film noir di infimo grado e il tuo coinquilino drogato è isterico, avresti voglia di prenderlo a schiaffi. Ero troppo impegnato a cercare di richiudere la bocca per farlo.
“Ti sta dando di volta il cervello. Tu le dai la polvere. Lei ti lega e ti prende a calci in culo. Tu ti diverti così. Massimo rispetto. Io sono disoccupato. Lei mi paga per leggerle perché è cieca. Ma non sono una puttana. Lei invece è una puttana. Non è la tua ragazza.”
“Lasciala stare comunque.”
“Scòrdatelo.”
Ruppe la bottiglia per sfregiarmi, cavarmi gli occhi, ma la ruppe un po’ troppo forte. Schiuma di birra e frantumi di vetro volarono dappertutto. Gli buttai in faccia la bicicletta. Cascò all’indietro, sui vetri rotti. Gli camminai sopra per entrare. “Lascia stare la cocaina, piuttosto.”
Aveva il culo zuppo, ma non si era tagliato un’arteria. Disse che dovevo andarmene. Gli dissi certo ora vado, ma non me ne andai. Dove potevo andare?
Andai nel lurido bagno e mi feci una doccia.
Quando finii, Tony era tornato al computer a fare i suoi affari misteriosi e redditizi. Aveva pulito per terra.
Si vendicò cambiando il luogo dei suoi incontri con lei.
Due volte a settimana si metteva i vestiti migliori e guidava fino al nuovo penitenziario, ovunque fosse.
Il pensiero di Tony che si spogliava davanti a lei mi inquietava, anche se lei non lo vedeva. Per quanto ne sapessi, lui rimaneva vestito, oppure si metteva le briglie e il perizoma di cuoio nero nello spogliatoio per i clienti. Lei poteva toccarlo. Si trovavano insieme in una stanza a compiere atti che avevano un significato sessuale. O magari lo avevano solo per lui. Forse lei odiava sul serio gli uomini, e voleva danneggiarli.
Nei sogni che facevo di lei, mi faceva capire che non mi odiava. Ci baciavamo e ci spogliavamo l’un l’altra in una stanza al buio. La sentivo, ma la vedevo. Mi diceva che le mie storie le mettevano tante immagini in testa.
Mi telefonò lei. Quando squillò il telefono, stavo guardando porno gratis sul computer. Tony era riuscito ad intrufolarsi in un esclusivo sito per incontri anonimi. Le donne iscritte lasciavano numeri di telefono e recapiti di posta elettronica. Era fin troppo facile incontrarle in carne e ossa.
Lei mi telefonò e mi disse di raggiungerla in un albergo in città, vicino alla stazione ferroviaria.
L’uomo dietro il bancone mi disse di salire all’ultimo piano, seconda porta a sinistra. L’ascensore era lì davanti, a dieci metri. Mi ero messo gli occhiali da sole. Credeva che fossi cieco, come lei. Può darsi che anche i fessi ciechi la pagavano per essere pestati senza pietà, che lei odiava gli uomini ciechi tanto quanto quelli vedenti. Forse torturava pure le donne, anche altre cieche. Non avevo alcuna idea delle sue faccende, ma ormai ci ero dentro. Mi aveva dato un indirizzo e ci sono andato, come uno schiavo drogato.
Aprì la porta. La stanza era banale. Quattro sedie attorno a una tavola sotto la finestra e un letto che sembrava di secondaria importanza. Forse la stanza veniva affittata da uomini d’affari per riunioni segrete.
Aveva riempito il lavabo di cubetti di ghiaccio e bottiglie di birra. Serviti pure, disse, e portamene un’altra. Si sedette sul sofà con la schiena rivolta al finestrone. Mi sedetti sulla poltrona dirimpetto. La stanza vantava un panorama di un grattacielo aziendale piena di gente che lavorava seduta dietro scrivanie, che batteva su tastiere. Passavano da una stanza all’altra con dei fogli in mano, senza un suono.
Ci scolammo tutta le birre mentre le raccontavo storie di sesso. Brilli, abbiamo iniziato a strusciarci sul sofà, sulla poltrona, sulla tavola, sulla moquette, sul letto. La gente negli uffici avrebbe avuto un’ottima visuale di ciò che facevamo, se avessero guardato. Non potevo saperlo, avevo gli occhi chiusi. Lei mi permise di metterle le mani sotto la camicetta, ma non volle che la spogliassi. Niente reggiseno. Micromutandine di pizzo sotto la minigonna. Mi mise le mani sotto il maglione, sotto la maglietta, sulla patta dei jeans, ma mai dentro. Lei ci godeva ad amoreggiare così, io no.
Squillò due volte il telefono sul comodino. Era il segnale che dovevamo liberare la stanza.
La giornata era conclusa, fuori era venuto buio. Il palazzone aziendale brillava, ancora pieno di gente, chi finiva di lavorare, chi faceva piccole pulizie, chi metteva via documenti, chi spegneva i macchinari d’ufficio, chi si metteva cappotti e cappelli. Anche noi ci ricomponemmo.
Mi diede i soliti soldi. Volevo dirle, stavolta no. Poi pensai che le piaceva pagarmi, e li presi. Volevo darle un bacio nell’ascensore, ma mi mise una mano sul petto.
Si buttò in un tassì proprio davanti l’albergo, come se il tassista l’avesse aspettata. Lei chiuse la portiera. Non so se il tassista sapeva già dove portarla, o se lei gliel’ha detto quando non potevo più sentire. Non mi guardò nemmeno. Certo che no. Avevo messo gli occhiali da sole in tasca. Memorizzai il numero di targa del tassì, ma dopo poco lo dimenticai.
A casa, Tony era al computer con una bottiglia di vino quasi vuota. Ormai beveva direttamente dal fiasco. Guardava foto digitali di donne. Donne che la davano.
Non la vidi mai più. Lei non mi ha visto mai. Ero solo un’ombra, come quelle macchie grigie a Nagasaki che erano state degli esseri umani. Per lei ero un fantasma, ed ero svanito.
Scrivevo storie, uscivo in bici. Trovai un nuovo modo per guadagnare soldi.
After Hours, fotografia di Christophe Pok
Lei mi ritelefonò e mi disse di andare all’edicola per comprare il nuovo numero di The New Yorker. Non disse altro.
Andai in biblioteca a leggere la rivista. C’era un racconto scritto da una donna di nome Jane. Era scritto bene, metteva in testa immagini forti, di quelle che non riesci a dimenticare. Quando tornai a casa, il postino aveva messo nella buca diverse lettere da redattori che dicevano no, grazie.
Se un tuo racconto viene pubblicato, vuol dire che altri racconti sono stati scartati. Il mio racconto era tra quelli. Ero fuori. Messo KO. Steso. Fuori di testa.
Forse la telefonata era il suo modo di dirmi grazie. Forse.
I racconti di Jane continuarono a venir pubblicati. Forse Jane era lei. I racconti si trasformarono in libri nelle librerie, e i libri diventarono dei film a Hollywood.
La donna nella foto sulle copertine dei libri portava gli occhiali scuri. Non era bionda, ma anche una donna cieca può tingersi i capelli, se vuole.
Quasi tutte le puttane che vengono qui a trovarci si tingono i capelli, o portano parrucche. Anche alcune di quelle che la danno a sconosciuti. Una delle troie mi ha rubato l’orologio. Le professioniste regolarmente fanno piazza pulita delle scorte di cocaina che Tony nasconde invano per tutta la casa. Queste donne vedono due sciattoni che bevono troppo e non vanno granché d’accordo. Se parlano tra di loro dopo, diranno: quella coppia di fessi depressi.
Matthew Licht è fiorentino di adozione, ha pubblicato diversi libri in inglese e italiano. Sotto pseudonimo collabora a romanzi gialli. Per Stanza 251 scrive settimanalmente il blog bilingue Hotel Kranepool, sull'industria dell'ospitalità metafisica.
Supponiamo che
Supponiamo che la madre di Valeria non fosse stata un’alcolizzata. Supponiamo che la nonna di Valeria non avesse abbandonato sua figlia. Supponiamo che la bisnonna di Valeria non fosse scappata di casa all’età di 14 anni per inseguire un uomo di 10 anni più vecchio che la mise incinta otto volte. Supponiamo che il passato conti. Forse Valeria non sarebbe impazzita.
Supponiamo che la madre di Valeria non fosse stata un’alcolizzata. Supponiamo che la nonna di Valeria non avesse abbandonato sua figlia. Supponiamo che la bisnonna di Valeria non fosse scappata di casa all’età di 14 anni per inseguire un uomo di 10 anni più vecchio che la mise incinta otto volte. Supponiamo che il passato conti. Forse Valeria non sarebbe impazzita.
Supponiamo che quella mattina di agosto la sveglia non avesse suonato. Supponiamo che Valeria avesse perso tempo prima di uscire perché non trovava le chiavi o perché il telefono di casa aveva suonato proprio quando lei era sulla soglia «no grazie la sua offerta non mi interessa, l’abbonamento a internet che ho va benissimo». Supponiamo che, una volta fuori, il semaforo sotto casa fosse stato rosso e Valeria non avesse potuto attraversare la strada. Supponiamo che per quei pochi preziosi secondi Valeria avesse perso l’autobus. Forse Valeria non sarebbe impazzita.
Invece andò così:
Immagine di Alice Rainis
Alle 7.26, perché a lei piacciono i numeri pari, Valeria viene svegliata dalla sonata numero 5 di Beethoven. Ha una di quelle radiosveglie Sony fine anni ‘90, quelle che puoi programmare sulla tua stazione preferita (nel suo caso Radio Classica) così che, alla peggio, è Debussy che ti fa scendere dal letto e non un acuto suono a ripetizione. Valeria non sopporta il suono del cellulare che, in ogni caso, tiene in un’altra stanza durante la notte. La sua naturopata l’ha messa in guardia sugli effetti negativi delle onde elettromagnetiche che, a quanto il test bio- energetico ha rivelato, sono presenti nel suo corpo in quantità allarmanti. Spaventata da questi esiti ha deciso di spostare portatile, tablet e cellulare nella sala da pranzo durante le ore notturne. Ha anche comprato mezzo kilo di noci che tiene in una ciotola in ceramica vicino al computer quando lavora, noci che, sempre secondo la sua naturopata, sono in grado di assorbire le onde maligne e (parzialmente) salvare i nostri ignari corpi da tremende conseguenze.
Così ha recuperato da un vecchio scatolone quella Sony di 23 cm di diametro ancora perfettamente funzionante. Senza wireless, senza USB, solo una presa per la corrente e la sensazione che, quella scatola atavica, non ti tradirà mai.
Certo la fa sentire un po’ vecchia.
Come quella volta che sulla riviera romagnola portò con sé il frigo portatile in plastica per tener fresche le bevande, un frigo arancione con la marca della Fanta in grande su un lato, che aveva ritrovato svuotando la casa di sua madre pochi mesi dopo la sua morte. Arrivò in spiaggia non curante delle dimensioni o dell’aspetto inusuale del suo frigo. Finché
dei ragazzi sotto l’ombrellone di fronte attirarono la sua attenzione esclamando a gran voce «Signora ma è fantastico. Il suo frigo vintage è bellissimo! Dove lo ha trovato? Possiamo comprarglielo?». Quella parola “vintage” (nella stessa frase, poco distante dalla parola “signora”) le fece uno strano effetto. Si sentì vecchia, non tanto per l’effettiva età del frigo, più che altro perché lei questo aspetto “cool” non lo aveva lontanamente considerato. Eppure, Valeria non è così vecchia. Ha solo 43 anni. Non è ancora in menopausa, la sua vicina Gloria ha appena partorito a 42 e Martina Colombari ha la sua stessa età e sembra abbia vinto Miss Italia la settimana scorsa. Tuttavia, si sente come se stesse vivendo in un’epoca sbagliata. Le nonne fanno shopping su ebay con le nipoti, le madri mettono i like sulle foto dei figli, il
pensionato di Forte dei Marmi prende l’Uber per andare al circolo di bocce. Lei no. Come se involontariamente non riuscisse a stare al passo coi tempi. Certo, anche Valeria ha l’i-phone. L’8 per la precisione, glielo hanno regalato i suoi colleghi per i suoi 40 anni, stanchi (chissà perché poi) di vederla tirar fuori un Nokia. Ma, a parte per le foto e WhatsApp, non è che lo sfrutti più di tanto. Il punto è che non gliene importa proprio, mentre (chissà perché poi) sembra importargliene molto a tutti quelli che le stanno attorno. Valeria devi metterti su Tinder, Valeria dovresti iscriverti a Classpass, ma come Valeria non sapevi del compleanno di Carmine? Era su Facebook! Valeria non hai idea cos’ho visto... la story del fratello di Mario mamma mia, Valeria se vuoi mia figlia ti installa apple-pay cosi paghi con la contactless, eh dai Valeria non fare la vecchia.
Immagine di Alice Rainis
Valeria invece ha una grandissima passione per le piante carnivore. È iscritta all’AIPC (Associazione Italiana Piante Carnivore), ne ha circa una cinquantina in casa e da cinque anni non manca il meeting nazionale per gli appassionati che si tiene annualmente a Mira, provincia di Venezia. Conta una dozzina di amici cari incontrati durante fiere ed eventi, con i quali si scambia messaggi e lunghe telefonate. Ha avuto una relazione, breve, con Paolo un cinquantenne di Bergamo che conosce a memoria le quasi seicento specie, suddivise in sette famiglie e quindici generi, di queste piante che richiedono un’estrema cura e attenzione.
A Valeria non gliene è mai morta una.
Supponiamo che Valeria sia un’associale. Supponiamo che a Valeria interessino solo le piante carnivore come a quelli a cui interessano solo cani e canili e, degli uomini, chi se ne frega. Supponiamo che parlare con Valeria sia di una noia mortale. Supponiamo che sia una di quelle che facebook non ce l’ha perché “non fa intellettuale”. Supponiamo che Valeria sia sciatta e abbia i capelli grassi. Supponiamo che Valeria non faccia mai l’amore.
Se così fosse, vorremmo il peggio per Valeria.
Ma Valeria l’amore lo fa ogni volta che va a Mira, con uno o a volte due appassionati di piante carnivore. Valeria non ha i capelli grassi e non è sciatta. Non è nemmeno bellissima, ma è una donna attraente. Una di quelle che non ti fa girare di 90 gradi se ti passa di fianco ma che se, ci inizi a parlare, ti cattura con dolcezza. Valeria è un contrasto, un contrasto ammaliante. Ha un naso importante su dei lineamenti sottili. I suoi occhi da cocker, ovvero un po’ abbassati ai lati, le donano una perenne espressione malinconica, di una donna che sembra aver vissuto più vite. Ma i suoi denti bianchi e il suo sorriso perfetto la fanno sembrare felice. Quando la incontri vorresti capirne di più, scoprirne i segreti.
Può parlare per ore di un milione di cose, senza stancarsi mai, con la determinatezza di chi fa di un incontro un’occasione speciale di scambio. Può parlare per delle ore non solo di piante ma anche di geografia (sa tutte le capitali del mondo a memoria), della musica pop dagli anni ‘60 (con un interesse particolare per Marvin Gaye, The Carpenters, The Turtles and The Supremes), di neorealismo italiano (ha visto Umberto D 12 volte e La Terra Trema 7), di malattie tropicali (a un certo punto si era preoccupata che le sue piantine importate potessero anche portarle in salotto qualche germe pericoloso), di autori americani contemporanei (con una grandissima passione per Philip Roth) e della storia di Cuba.
Valeria sa poco di quello che le succede attorno ma conosce cose di cui pochi parlano.
Nonostante le sue capacità relazionali e la curiosità immediata che suscita dal primo incontro, spesso il suo essere fuori contesto la rattrista un po’. Ne ha parlato con la sua terapeuta che
l’ha più volte rassicurata «Valeria, lei è una persona in gamba. E molto sensibile. Non si lasci influenzare dalle chiacchiere. La sua non è ingenuità, è innocenza.»
Valeria, però, si infastidisce spesso.
Al cinema ad esempio. C’era andata da poco a vedere l’ultimo film di Tarantino. La piccola sala era piena. Lei era arrivata per prima, aveva scelto un posto vicino al corridoio, per assicurarsi, almeno da un lato, di non avere nessuno di fianco. Pian piano la sala si era riempita, con l’inguaribile ritardatario che arriva a film iniziato e che come prevedibile ha riservato un posto al centro della fila.
Per fortuna, Valeria pensò tra sé e sé, i film di Tarantino non sono film fatti di silenzi, ci saranno urla, lotta, scene chiassose che copriranno qualsiasi altro tipo di rumore. Purtroppo, venne presto smentita. Aveva già adocchiato la sua vicina di destra che, con aria spensierata, teneva in grembo un pacchetto di patatine San Carlo. Le gongolava tra le cosce e Valeria sapeva che da lì a poco lo avrebbe aperto, previsione che si avverò dopo pochi minuti. La ragazza iniziò a sgranocchiare le patatine esattamente come Valeria si era prefigurata, con la bocca semi aperta, una dopo l’altra, due alla volta, a manciate. Presto si sarebbe anche leccata le dita, pensò. Come se non bastasse la ragazza era particolarmente brutta. Aveva la pelle lucida quasi trasparente, i capelli arruffati e degli occhiali dalla montatura leggera che si posavano sulla punta di un naso troppo aquilino. Era brutta e mangiava con la bocca aperta. Un calore improvviso percorse il corpo di Valeria dalla punta delle dita dei piedi fino a quelle delle mani, il cuore sembrava palpitare più in fretta, la testa non riusciva a concentrarsi sullo schermo. Le orecchie le fischiavano. Era come se quell’irruente sgranocchiare le stesse rodendo il cervello. Le immagini proiettate non bastavano a farle scivolare quel rumore di dosso.
Si girò di scatto verso la vicina che, ignara della tempesta imminente, ridacchiava alle battute di Di Caprio. Ridacchiava e sgranocchiava. Valeria sprofondò nella sua poltrona, come una tartaruga che ritira la testa, sperando di attutire quello che le pareva puro fracasso.
Passò solo qualche minuto quando qualcuno in sala commentò una scena. Succede. Anche a Valeria a volte scappa una parola, un’incontrollata esclamazione come quando durante un film di Muccino aveva riconosciuto in una comparsa la sua vicina di pianerottolo «nooomaddai Gelsomina». Ma stiamo parlando di eventi rari, molto rari.
Questa invece era una di quelle signore che adorano commentare le scene, quella che va al cinema apposta per dire la sua, che se anche suo marito cerca di zittirla lei niente, continua, a bassa voce, certo bassissima, ma guarda caso con quella S sibillina che anche se sei seduto a cinque file di distanza ti penetra nel cervello.
Durante le due ore e cinquanta minuti del film Valeria contò ventitré commenti da parte della Signora S, che fa circa otto commenti all’ora, quattro ogni mezz’ora, uno ogni dieci minuti. Valeria chiuse gli occhi qualche secondo e immaginò di elevarsi dalla sua calda vellutata poltroncina verde, fluttuare tra le teste degli ignari spettatori, arrivare senza dare nell’occhio cinque file dietro di lei e, una volta sopra la testa della Signora Disgrazia, caderle sopra e schiacciarla. Pouf sparita. Il marito avrebbe osservato Valeria, le avrebbe fatto un sorriso riconoscente e come se niente fosse avrebbero, finalmente in pace, continuato la loro visione. Invece dalla bocca di Valeria uscì solo qualche shhhh dismesso. Ogni tanto si girava e lanciava nel buio sguardi assassini ma niente e nessuno sembrava essere in grado di fermare quell’affronto umano. Così, quando non si distraeva immaginandosi eventuali stermini, Valeria veniva richiamata alla realtà dal brusio di nuove patatine, popcorn o caramelle Ricola. L’unico pensiero fisso rimaneva «non devo più venire al cinema, i film me li devo scaricare».
Valeria, molto spesso, forse troppo spesso, vorrebbe stare da sola. Ha molti amici, vari amanti, le piace chiacchierare, uscire, non potrebbe mai immaginare di vivere senza incontrare nuove persone, scambiare opinioni. Eppure a volte, come quando va al cinema, un’opposta tendenza misantropa l’assale e ne trasforma i pensieri.
Quel mattino, quando la sveglia suona, Valeria sente che sarà un giorno importante. Esce dal letto, si fa un caffè, si mette addosso un vestito di lino leggero, prende la borsa sempre troppo pesante, esce di casa, attraversa la strada, il semaforo è verde. Prende l’autobus che ogni mattina, da dieci anni, la porta in Comune, dove lavora.
Su quell’autobus, quella mattina, un bambino di circa otto anni sta giocando con il telefono della madre. Ha dei riccioli pel di carota e un visino quasi simpatico. La madre guarda distrattamente fuori dalla finestra mentre lui, intento, digita. A ogni punto, o a ogni mossa vai a saperlo, lo smartphone emette un suono. Blip. Blip. Valeria immagina sia Tetris, chissà se esiste ancora. I blip sono costanti ed acuti ma nessuno pare farci caso se non Valeria.
Dopo alcuni minuti, infastidita, si gira verso la madre, la fissa sperando che questa capisca il disagio e quanto quel blip sia scortese, inappropriato ed invadente alle 8 e 20 di un martedì mattina. Che poi, se fosse stato un giovedì o le 8 di sera non sarebbe cambiato nulla, ma questo conta ben poco.
Forse a questo punto Valeria avrebbe dovuto chiedere per cortesia di metterlo in modalità silenzioso. Forse avrebbe potuto spostarsi. Invece no. Sta per entrare in uno dei suoi sogni a occhi aperti, dove si eleva dal suo corpo e sopprime la causa. Solo che stavolta non sogna. Di scatto si gira verso il bambino, lo prende tra le braccia e con forza lo scuote e lo getta per terra sotto lo sguardo attonito dei passeggeri e della madre che non hanno il tempo di reagire. Il bambino sbatte la testa con tutti i suoi riccioli arancioni per terra e Valeria si sente, forse per la prima volta, profondamente appagata e calma.
Viene arrestata. Valeria viene internata. La terapeuta che la segue sa che Valeria è un soggetto a rischio. Le sue passate depressioni, le sue dipendenze, qualche episodio psicotico la incasellano in uno stato dove il tutto è possibile, la pazzia dietro l’angolo.
Mai avrebbe immaginato che potesse arrivare a tanto, che potesse farsi del male sí, che potesse colpire qualcun’altro però era un’altra storia.
Come poteva spiegarlo, Valeria, che in quel blip ci sentiva un degrado? come poteva spiegare che quel blip aveva scatenato tutta la rabbia che aveva dentro?
Si fece paura e si sentì in colpa, non tanto per quello che aveva fatto al bambino ma per quello che si era inflitta. D’ora in poi il suo quotidiano non sarebbe stato lo stesso. Qualcuno l’avrebbe monitorata giornalmente, ogni suo azione un potenziale pericolo. Lei stessa ora temeva quello di cui era capace.
È un meccanismo che chiamano fight or flight, una fisiologica risposta con la quale il nostro corpo reagisce quando ci sentiamo in pericolo, attaccati. Si tratta di pura sopravvivenza. Solo che per alcuni, come per Valeria, il nemico non possiede armi e non ha cattive intenzioni. È il suono di un telefono nel momento sbagliato, è uno sconosciuto che ti pesta un piede per sbaglio, è la ragazzina che fa la bolla con la gomma, è la cassiera del supermercato che batte i tasti con estrema lentezza. Valeria deglutisce ogni volta che si sente colpita da questi invisibili detonatori. Ingerisce a poco a poco frustrazioni e rancore.
Supponiamo che Valeria avesse deglutito anche quel martedì mattina, sull’autobus.
Forse la collera sarebbe diventata incontenibile, in qualche modo avrebbe dovuto disfarsene. Forse avrebbe urlato, forse si sarebbe strappata i capelli, forse sarebbe scesa dall’autobus o chissà, forse si sarebbe gettata sotto all’autobus.
Invece adesso Valeria, seduta vicino alla finestra di questa nuova fredda bianca stanza, osserva fuori.
È una giornata di sole, ci sono altri pazienti che chiacchierano in giardino, nella sua testa pochi e distinti pensieri, nella sua mano destra una piccola pianta carnivora che la sua collega le ha fatto recapitare. Con la punta dell’indice della mano sinistra la accarezza, si sente stranamente serena. Finché l’infermiera entra nella sua stanza per portarle il pranzo.
Entra e sbatte la porta.
Sbatte la porta rumorosamente, senza prestare attenzione.
Sbatte la porta e Valeria deglutisce mentre la piantina le cade di mano.
Alice Rainis vive a Londra da sei anni dove lavora come Art Buyer. Precedentemente ha vissuto a Parigi lavorando in ambito fotografico. Pur occupandosi professionalmente ti immagini, la sua passione è la scrittura.
Una bambina
Marta stava affacciata alla finestra a versare del vino in un bicchiere spesso e a tenere d’occhio Betta mentre giocava. Un po’ beveva, un po’ pelava i fagiolini. Betta era seduta fuori con le tazzine di plastica e la teiera finta. Apparecchiava su un carrellino con le ruote, non lo spostava mai perché si inceppava e le tazzine riempite d’acqua si rovesciavano subito.
Marta stava affacciata alla finestra a versare del vino in un bicchiere spesso e a tenere d’occhio Betta mentre giocava. Un po’ beveva, un po’ pelava i fagiolini.
Betta era seduta fuori con le tazzine di plastica e la teiera finta. Apparecchiava su un carrellino con le ruote, non lo spostava mai perché si inceppava e le tazzine riempite d’acqua si rovesciavano subito.
– Marta, vuoi un tè?
– No.
– Perché?
– Perché c’ho il vino.
– Mi sono sbagliata, sai? Non è tè, è vino.
Marta non si faceva convincere, Betta allora guardava la terra screpolata del cortile. Suolo giallo e secco, erba rada. La terra aveva solchi, era spaccata.
Attraverso quei solchi Betta vide qualcosa.
Ne notò prima solo uno: rosa, tenero, a pancia in su. Quattro zampine corte, il corpo tozzo. Spostò gli occhi e ne vide un altro. Poi un altro, un altro, e un altro ancora. Che succede? Il cortile ne era pieno zeppo. Tutto il cortile, sotto la terra spaccata, era abitato da piccoli feti tranquilli che si intravedevano dalle crepe del suolo. Erano lì sotto. Da quanto? Erano tanti.
– Hai visto?
Betta si rivolse a Marta, che taceva e continuava a bere.
– E se sono topi?
Stavano crescendo i topi nel cortile di casa? Sarebbero usciti topi a decine, veloci, da un terreno prima così banale?
Marta la guardava in silenzio, occhi celesti e opachi. Spostò la bacinella dove i fagiolini si ammucchiavano verdissimi e portò lo sguardo oltre Betta, verso gli alberi di pero, oltre la panchina e l’altalena, fino ai cespugli di tuia che segnavano il confine con il giardino della signora Pichi. Si pulì le mani sul grembiule. Si alzò, prese il suo bicchiere e andò al lavandino.
– Non abbiamo piantato topi, quest’estate, Betta.
Non la guardava e sciacquava il bicchiere.
– No?
– No, bella… Pensaci.
Cosa abbiamo fatto in questi mesi? Cosa ho fatto, Marta?
– Abbiamo piantato lontre.
La mamma di Betta era incinta. Stava sempre a letto. Betta le chiedeva spesso del bimbo, chi sarà, che nome avrà. La mamma diceva è maschio. No, faceva Betta, è femmina, è Marianna – come la perla di Labuan, la fidanzata di Sandokan.
Betta raccontava cose dell’asilo. Della maestra Alessandra. Della gatta Mina, incinta pure lei. Dei muratori che lavoravano fuori, sulle impalcature, tutti i giorni, in giardino. Perché dipingevano la casa di marrone? – A me non mi piace.
– Non è che dobbiamo chiederti il permesso per tutto, sai? E poi, sciagurata, ti ho vista ieri in perlustrazione sui ponteggi, quando i muratori se n’erano andati. E se cadi? Guarda che sei piccola!
Mentre la mamma sistemava il fiocco alle scarpette di Serenella, la bambola preferita di Betta, attraverso le tende chiare Betta teneva invece d’occhio i movimenti dei muratori, registrava il loro vociare, il rumore degli attrezzi, dei secchi, il passo di quelle loro scarpe.
All’asilo di Corinaldo Betta andava con Marta, che le prendeva la mano e si avviava a passi sbrigativi. Sul marciapiede gli aghi di pino scricchiolavano sotto le scarpe. Marta ogni tanto si fermava a raccogliere i pinoli. A volte si sbagliava, non era un pinolo, ma un pezzo di pigna, e allora lo gettava per terra, sbuffava.
Betta aprì gli occhi. C’era Marta. C’era anche suo babbo, più arretrato, in piedi. La camicia celeste aveva aloni sotto le ascelle, i capelli erano un po’ sudati.
– Hai voglia di andare da Marta qualche giorno?, chiese il babbo.
Marta si sedette di traverso sul letto. Si scostò il vestito da dosso, all’altezza del seno, per il caldo. Poi appoggiò le mani sulle gambe, una sull’altra, precise.
– Te oggi vieni con me.
– Posso stare da te?
– Sì, hai sentito, vestiti.
Quando Betta tornò dal bagno, Marta aveva Serenella sotto braccio. Betta allungò le braccia verso la bambola, Marta si scostò, le gambe di Serenella penzolarono:
– Prima ti vesti.
Il babbo prese un vestito dall’armadio.
– Vieni, topina.
– No, babbo, non quello. Quello lì.
Lui guardò Marta.
– Va bene, va bene. Muoviti, Giorgio.
Da Marta Betta vide i conigli con i piccoli. Andò in giro per strade quasi vuote, a piedi, con i vecchi e le vecchie, che a Betta piacevano molto. Le vecchie più belle erano quelle che avevano ancora i capelli lunghi, li portavano raccolti, e quando Betta chiedeva di scioglierli, chiedeva se poteva toccarli, loro rispondevano di sì. I vecchi stavano seduti su sedie di plastica, con i gelati in coppetta, e quando era più fresco giocavano a carte. Betta mangiò i pomodori appena colti, senza lavarli, caldi. Disse a Serenella che ora vivevano lì, da Marta. E le tolse le scarpette, perché era estate.
– Quale è stato il giorno più bello della tua vita, Marta?
– Nessuno.
Buio e silenzio nella camera da letto. Marta pregava in sottoveste, con la luce del comodino accesa. Prendeva l’immagine di santa Maria Goretti da sotto il cuscino, e la baciava.
– Marta a che ora ti alzi la mattina?
– Presto.
– A che ora?
– Per te è presto.
– Mi svegli quando ti alzi?
– Vediamo.
Marta svegliò Betta alle sei. La svegliò e la lasciò per conto suo. Betta andò in bagno, poi cominciò ad aggirarsi per casa. In cucina, Marta aveva scaldato il latte in un pentolino, tirato su le serrande e aperto la porta con la zanzariera. Betta si mise a sedere davanti a una tazza e a un pacchetto di biscotti. Nel latte caldo c’era l’insidia della pellicola di panna già formata, disgustosa.
Dall’orto dietro casa entravano i rumori delle cicale e degli uccelli. E mentre gli animali spadronneggiavano nel loro codice di versi, Betta restava zitta a guardare Marta che spazzava le scale, Marta che prendeva qualcosa dal frigo, Marta che tirava giù da uno scaffale il vaso di vetro pesante con la farina.
– Ti dobbiamo dire una cosa.
Betta era in auto col babbo, che era venuto a prenderla a casa di Marta. Marta stava seduta davanti, lei dietro con Serenella.
– È nata la sorellina, ma la mamma è stata tanto male.
Betta smise di guardare fuori dal finestrino e scivolò verso il centro del sedile.
– Adesso sta meglio, ma non si alza perché le hanno fatto un taglio nella pancia.
– Ah…
– È a casa, però si deve riposare, deve stare a letto. Non vuoi sapere della sorellina?
Betta pensò a Marianna.
– Si chiama Giulia. Ti piace?
– Non Marianna?
L’auto accostò davanti a casa.
– Elisabetta e Giulia, senti che bello, sono i nomi di due principesse!
– Tu lo sapevi, Marta, che era nata la sorellina?, chiese Betta.
– No…
– Lo sapevi!
L’odore di Giulia era disgustoso come quello del latte bruciato con la pellicola sopra. Teneva gli occhi chiusi e si muoveva in continuazione. Questo sorprese Betta. Si muoveva come quei vermi che spuntavano in giardino quando ha piovuto. I grandi non si muovono così, neanche i bambini. Non aveva visto mai niente di così fluido e indifferente. Era sudaticcia. Vestiva di azzurro, perché la mamma era sicura che sarebbe nato un maschio. Invece era nata una femmina, come voleva Betta, ma diversa da come Betta sperava, diversa già nel nome. Non sarebbe salita sui ponteggi dei muratori insieme a lei, avrebbe avuto paura. E non avrebbe raccolto i vermi dopo la pioggia per fare uno scherzo a Marta, avrebbe avuto schifo.
La mamma non riusciva ad allattare Giulia, le dava il latte nel biberon. Tutta la faccenda del cibo era molto complicata, Betta non capiva bene, anzi più che altro ne era infastidita. Possibile che bisognasse sempre star lì a pesarla, possibile che se una volta Giulia non mangiava doveva succedere chissà che?
– Betta, non mi racconti più niente?, le chiedeva la mamma ogni tanto. Lei raccontava, ma non riusciva mai a finire una storia, la mamma si distraeva subito perché Giulia piagnucolava, o smetteva di succhiare, o dava l’impressione di non respirare più; oppure la interrompeva perché entrava il babbo, e allora parlavano di Giulia, o di come stava la mamma, o del battesimo, o dei muratori che facevano rumore e creavano pericoli.
– Adesso poi che stanno lavorando proprio sul terrazzo della nostra camera da letto… Hanno pure tirato giù la ringhiera, è pericolosissimo, Betta ci va sempre. E se cade? Si porta pure la bambola, così non ha neanche appigli se inciampa.
– Topina, prometti che non ci vai più?, chiedeva suo babbo.
– Ma che, secondo te ubbidisce? Speriamo che ricominci presto l’asilo, così magari gioca con i bambini della sua età e la smette di seguire i muratori sui tetti o stare sempre dietro a Marta.
– Tra qualche anno giocherà con Giulia.
La mamma allora abbassava la voce e sussurrava qualcosa, con l’aria di saperla lunga.
Il babbo era via e Betta poteva dormire nel lettone con la mamma. Giulia dormiva nella culla. Era agosto, era caldo, le finestre stavano aperte anche la notte.
– Serenella deve proprio dormire con noi?, chiese la mamma ridendo, mentre si aggiustava su un fianco, verso la bambola e verso Betta. Serenella stava tra i due cuscini.
– Tu hai Giulia, io ho Serenella.
– Io ho anche te, s’è per questo. Ti sei lavata i denti?
– Sì.
– Fa sentire l’alitino? Brava la mia bimba. Dai un’occhiata tu a Giulia mentre vado in bagno?
Appena i passi della mamma non si sentirono più, Betta scattò in piedi sul letto e andò a guardare la culla. Vista dall’alto, Giulia sembrava ancora più piccola. Rosa, tenera, con le braccia e le gambe corte e grasse assomigliava a uno di quei feti che stavano crescendo all’insaputa di tutti sotto la terra del giardino. Topi!, pensò Betta in quel momento. Ora, osservando Giulia, ne era sicura. Sono topi, le lontre hanno il pelo, i topi no. Marta si è sbagliata. E poi forse Marta non li ha neanche visti, ha fatto finta. Li vedo solo io, pensò Betta. Si sedette sul letto, con le gambe che penzolavano fuori, e con grande cura prese Giulia fuori dalla culla. Giulia non si mise a piangere, fece piuttosto un verso piccolo, animale, il lamento di un agnellino. Tenendola ben stretta, scese dal letto con un saltino leggero. Giulia cominciò a piangere, ma il sonno sembrava più forte del pianto, teneva gli occhi chiusi, non urlava come quando aveva fame. Era un pianto nervoso, capriccioso. Betta avrebbe voluto stritolarla, mordere quella carne inutile, prenderla a calci. Buttala dalla finestra.
Sul terrazzo l’aria era mite e scura. C’era l’odore dei materiali che usavano i muratori, odori che un po’ le piacevano, un po’ le stringevano la gola, come capita con la vernice fresca. Dal giardino saliva l’umido lento della vegetazione. I gatti in amore lottavano e si straziavano, nei loro gemiti c’era la forza delle tigri di Sandokan, mentre nei versi di Giulia solo debolezza e stupidità. Si guardò le spalle, la mamma non era tornata. Ci metteva sempre molto, chissà cosa faceva. Avanzò fino a dove c’era la ringhiera, che adesso era stata tolta. Stette lì a respirare finché non le fecero male le braccia. Giulia seguitava a dimenarsi con il suo movimento continuo e misterioso.
Tornò in casa, appoggiò Giulia sul letto. Non riusciva a ripetere tutta l’operazione al contrario e a rimetterla nella culla, così la lasciò sul letto e si mise in piedi di fianco a lei. Tanto per fare qualcosa prese ad accarezzarle il braccio, con un dito solo, la faccia seria, piano.
Donata Cucchi (testo e immagine)
Donata Cucchi è laureata in filosofia, lavora per la casa editrice Zanichelli dal 2005 e scrive su «La ricerca». Ha lavorato in precedenza per la Libri Scheiwiller e ha collaborato con diverse case editrici, tra cui Mondadori, Utet, il Mulino. Da anni si dedica alla fotografia e alla pratica teatrale. Vive a Bologna.
Ricominciare a fumare / La nuova ruga
Due racconti intimi ma filosofici al tempo stesso, tra riflessione esistenziale e la classicità del quotidiano
Simone Lisi fotografato da Carlo Zei
Ricominciare a fumare
Ho ricominciato a fumare, ma di nascosto. Ogni notte quando Diana va a letto io faccio una piccola sigaretta con l’erba legale che compro al negozio semi invisibile di piazza dei ciompi, e fumo affacciato senza che nessuno mi veda. Diana la mattina mi guarda e mi dice: che per caso c’è puzzo di fumo? Che per caso hai fumato di nuovo? Io nego. Nego anzi mi offendo, ci rimango male, come puoi dire anzi pensare una cosa del genere, perché so che l’attacco è la miglior difesa. Ma il punto non è questo. Vedo delle cose, dalla mia finestra, cosa di cui non posso parlare. Perché non c’è motivo che io sia affacciato alla finestra. E di conseguenza come ho potuto vedere certe cose? Non posso neanche dire che ero affacciato così, tanto per distrarmi guardando fuori, dal momento che è inverno, ci saranno zero gradi. Fa freddo. Che ci facevi affacciato alla finestra, se come dici non hai ricominciato a fumare? Quindi non dico niente a Diana. Ma io vedo delle cose, ogni sera. Ho visto delle cose. Sono stato testimone di fatti che mai avrei pensato di vedere, anzi si potrebbe dire che adesso io so tutto. Ho capito come stanno le cose. Resta il problema principale, ovvero come fare a dirlo, dal momento che la mia presenza affacciato alla finestra è e rimane ingiustificabile, a meno
che io non confessi a Diana che ho ricominciato a fumare. Ma questo non avverrà mai, sarebbe tremendo, perderei tutto il credito che ho con lei e questo è inaccettabile. Le cose che ho visto accadere in queste notti d’inverno, sotto alla mia finestra, cose come ho detto terribili e sconvolgenti, cose che se io avessi detto avrei anche potuto evitare si ripetessero, rimangono sospese nella mia mente e in queste poche parole di contorno.
La nuova ruga
Da qualche tempo ho una nuova ruga sul viso. Ha la forma di V, ai due lati della fronte e mi viene fuori di notte, poi col giorno a poco a poco se ne va. All’inizio la cosa mi ha fatto una grande impressione, il primo o secondo giorno che ci ho fatto caso. Ho provato a capire, facendo delle espressioni facciali, in che modo io dormissi per far uscire quella ruga, sollevando gli occhi, corrugando le sopracciglia, ma non ne sono venuto a capo. Forse dormo con la faccia schiacciata sul cuscino, ho pensato, eppure ero sicuro di dormire a pancia in su. Ho anche comprato da NaturaSì
una crema per il viso. Mi sono fatto consigliare da una commessa che non la smetteva più di parlare e mi ha suggerito sei o sette creme molto costose, e una che costava poco e alla fine ho preso quella. Me la metto la sera, seppur non me ne ricordi sempre, tuttavia la mattina le due rughe a forma di V ci sono lo stesso. La crema viso di NaturaSì ha tuttavia avuto però un effetto positivo e cioè ho smesso di guardarmi allo specchio, al mattino. Mi lavo la faccia e i denti guardano da un’altra parte, guardando la lampadina, o il telefono cellulare. È successa però una cosa particolare. L’altro giorno a un concerto di musica da camera ho incontrato il mio vecchio amico S. Lui è un medico di successo, quello che si potrebbe definire uno stimato professionista, sempre molto elegante e gentile. Con S. siamo amici per questioni che esulano dalla sua professione, anche se in effetti lui è il mio medico di base. Ci conosciamo da prima, per questioni che riguardano quello che si potrebbe definire il campo artistico, infatti sia io che lui siamo scrittori, o per lo meno aspiranti scrittori, o scrittori della domenica, o abbiamo una considerazione troppo alta della scrittura per poterci definire così senza che ci venga da sorridere. Tuttavia è quello che sogniamo io e S., giorno e notte, solo di quello ci importa. Proprio l’altra sera al concerto di musica S. mi ha rivelato, assicurandosi che evitassi di farne menzione con nessuno almeno per il momento poiché ancora cosa non era cosa sicura, che probabilmente una sua raccolta di racconti verrà presto pubblicata da una prestigiosa casa editrice. Io mi sono complimentato con lui, con gioia per la sua buona notizia, notizia che in un certo senso ci rende più vicini ancora, giacché anche lui come me, avrà presto il suo libro di racconti pubblicato e il suo ruolo di scrittore sarà così ufficialmente confermato. Tuttavia ho notato qualcosa in lui, un particolare di cui poi ho chiesto anche a Diana se avesse notato, giacché intanto lei era poco lontano a conversare con la moglie di S. e solo dopo ci siamo riuniti. Hai notato qualcosa di diverso in S.?, le ho domandato. Non direi, a che ti riferisci? Non ti sembra che avesse due nuove rughe a forma di V, sulla fronte? Rughe? A forma di V? Non direi, non mi sembra, anzi l’ho visto con il viso più rilassato di un tempo. La nuova ruga tuttavia è là, presente in lui come in me, forse invisibile a chiunque altro che non sia noi, ma c’è. La nuova ruga sta sulle nostre fronti a confermare che a tutti gli effetti, ora sì, siamo degli scrittori.
Simone Lisi fotografato da Carlo Zei
Simone Lisi è uno scrittore fiorentino fra i più apprezzati della Stanza 251. Si è laureato in filosofia con una tesi su "Il castello" di Franz Kafka, ha vissuto a Madrid, a Siviglia e nell’isola di Malta per ragioni di studio e sentimentali. Molto attivo in rete, ha pubblicato racconti su “Scrittori Precari”, parla di calcio e di altro su “In Zona Cesarini” e di cinema e letteratura sul recente nato “In fuga dalla bocciofila”. Studia francese a tempo perso. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Un’altra cena per ia casa editrice effequ.
NY 1967
The Gambrinus Night Club, known as The Gambler In Us, used to be the family business. Aunt Flora founded the joint. This is the story of her entertaining dream. She obtained a liquor license, and took out a lease on a former flower shop.
(Bilingual: English/Italian)
(Bilingue: Inglese/Italiano)
The Gambrinus Night Club, known as The Gambler In Us, used to be the family business. Aunt Flora founded the joint. This is the story of her entertaining dream.
She obtained a liquor license, and took out a lease on a former flower shop. She painted the walls, and began to serve simple cocktails to a small-town clientele. The only thing she insisted on was proper dress. This meant: suits and ties for the gents, knee-length skirts and combed hair for the ladies. Local gangsters showed up, inevitably. Aunt Flora couldn’t figure out a diplomatic way to discourage their custom, especially since they dressed well and behaved themselves.
Il locale Gambrinus era l’azienda di famiglia. Zia Flora ne fu proprietaria. Questa è la storia del suo grande sogno.
Ottenne una licenza per vendere liquori e prese in affitto un fondo commerciale che prima era di un fioraio. Ridipinse le pareti e cominciò a servire cocktail senza pretese agli abitanti della piccola città. Insisteva solo che i suoi clienti fossero vestiti decentemente, cioè uomini in giacca e cravatta, donne con le gonne sotto le ginocchia, e tutti pettinati. Arrivarono, inevitabilmente, i mafiosi nostrani. Zia Flora non riuscì a trovare un modo diplomatico per scacciarli, specialmente perché erano fin troppo eleganti e si comportavano bene.
She hadn’t foreseen that their presence would magnetize the region. People who like to drink in nightclubs also like to be around alleged criminals. Business at the Gambrinus soared. When it was clear that The Gambrinus could afford to expand, Aunt Flora and her then husband Michael took a trip to New York. She wanted ideas for how the renovated club should look, what sort of image it would project, what social atmosphere it would embody. Must’ve been some trip.
Non poteva prevedere che la loro presenza avrebbe magnetizzato la zona. Alle persone a cui piace bere nei locali piace pure frequentare criminali. Gli affari al Gambrinus andarono di bene in meglio. Quando fu chiaro che il Gambrinus si poteva ampliare, Zia Flora e l’allora marito Michael fecero un viaggio a New York. Lei voleva cogliere idee su quale aspetto, quale atmosfera avrebbe avuto il locale rinnovato ed espanso. Sarà stato un viaggio fantastico.
Uncle Michael took off soon afterwards, for parts unknown. He’d worked as an accountant for a brewery in a nearby town. Aunt Flora said he was peeved at her success, but she’d become much too busy for home life. Aunt Flora hired me as a part-time waitress in her place whenever I came back to town for the summer. Years later, circumstances dictated that I had to ask her for a place to live.
The Gambrinus had closed down a long time before. Was closed down, actually. By police. There’d been trouble with the same gangsters who’d made Aunt Flora’s business boom in the first place. They muscled in on the Gambrinus’ gaming license, liquor supply, and waste disposal contract. They buffalo’ed ever-deeper into her business until she sold out, or had to. They drove her place into the ground. Sad, because the club was the soul of the town. With no spirit left, the town died.
Zio Michael, che aveva lavorato come ragioniere presso un birrificio della zona, sparì poco dopo. Secondo zia Flora era invidioso del successo di lei, ma è vero anche che era troppo presa dal suo lavoro per occuparsi di faccende domestiche. Zia Flora mi prendeva come cameriera quando tornavo in città per l’estate. Anni dopo, le circostanze mi costrinsero a chiederle anche un posto dove vivere. Il Gambrinus a quel punto era chiuso da anni. Anzi, fu fatto chiudere dalla polizia. Ci furono guai con i gangster che l’avevano reso un club di grido. Con modi forti si erano impossessati delle varie licenze e appalti, e alla fine costrinsero la zia a vendere. La nuova gestione fallì, forse apposta. Era triste, perché il Gambrinus era l’anima del paese. Priva di spirito, anche la nostra piccola città sembrò morire.
Aunt Flora’s elderly, so she was glad to have someone younger and stronger around to help with household- and personal matters.
She said she wanted to empty the house before she died. She didn’t want to be reminded of a happier past by objects fashioned from inert matter, or have strangers snoop the souvenirs of her life.
La zia Flora era anziana a quel punto, ed era contenta di avere una donna più giovane e forte che le desse una mano in casa. Disse di voler sgomberare tutto prima di morire. Non voleva tenersi ricordi del passato, e non voleva che gente sconosciuta frugasse tra i souvenir della sua vita.
When I was cleaning out her live-in closet, I found a box of pictures from that New York trip she took with Uncle Michael.
It took some pretty hard begging, but Aunt Flora eventually agreed to describe what was going on in these pictures I selected from the trove. The rest disappeared into the mob-owned dumpster in the alley behind her house.
Mentre svuotavo l’armadio, trovai una scatola piena di foto del viaggio di New York che fece con zio Michael.
Dovetti implorare forte, ma la zia alla fine descrisse ciò che avviene nelle foto che selezionai. Il resto finì nel cassonetto del vicolo dietro la casa.
“I asked your uncle to snap this picture because I wanted a dress like the one this woman was wearing. I thought a club hostess ought to wear something festive while on duty, like a kimono or paper lantern earrings. But the dress I had made out of some nice shantung we found in Chinatown didn’t look right on me. I could never wear bright colors, you know.”
Chiesi a tuo zio di scattare questa foto perché volevo un vestito come quello che porta questa donna. Credevo che la padrona di un locale dovesse essere sempre vestita a festa, in kimono, per esempio, con orecchini lanterne di carta. Ma l’indumento che mi feci fare usando della seta shantung comprata a Chinatown non mi donava. Non sono nata per portare colori sgargianti.
“This was snapped at the club where I sorta stole the idea to put folding tables out on the dance floor when things got crowded. They had a professional photographer who strolled around with a Speed Graphic. He’d get your address, send you a proof print, and if you liked it, you sent him a check for five bucks. Your uncle liked me in white. He was really handsome, you know, a sharp dresser and a great dancer. I watched him dance with a lot of women that night, I remember, including women of color. They asked him to whirl them around a bit. I didn’t mind. I forgot who the band was... Charlie Parker, maybe?”
Questo è il night dove rubai l’idea di mettere tavolini pieghevoli sulla pista da ballo quando il locale era affollato. C’era un fotografo a giro con una Speed Graphic. Si faceva scrivere indirizzi in un quaderno e mandava in giro foto di prova. Se ti piacevano, gli mandavi un assegno. A tuo zio piacevo, tutta vestita di bianco. Era davvero un bell’uomo, elegante, e ballava da dio. Lo guardai che ballava con diverse donne quella sera, alcune di colore. Furono loro a invitarlo a farle fare qualche giro sulla pista. A me non dispiaceva. Mi dimentico chi suonava. Charlie Parker, forse.
“The women on Fifth Avenue wore permanent white gloves, like it was the Easter Parade. And they all had yippy little dogs on white leashes. I don’t like the idea of animals on a rope, but I thought those gloves were just so elegant. So I bought a few pairs at Bonwit Teller, and never failed to put them on in my role as hostess at the Gambrinus.”
Le donne sulla Fifth Avenue portavano sempre guanti bianchi, come a parata. Avevano tutte piccoli cani chiassosi al guinzaglio. Non mi piace l’idea di animali legati, ma quei guanti mi affascinarono. Ne comprai diverse paia da Bonwit Teller, e li mettevo sempre quando ero in veste di hostess al Gambrinus.
“She’s one of the ladies in white coats, white gloves, with a furry little white dog on a white leash. I was envious of her until I saw that look in her eye. She was envious of her fellow Fifth Avenue women. Maybe they had better dogs, whiter gloves, longer leashes, and lived in more glamorous structures, at more prestigious addresses. I didn’t want to be whoever got in her way when she saw her chance to get those things.”
Lei è una di quelle signore dai cappotti bianchi e guanti bianchi coi cani a guinzaglio delle Fifth Avenue. La invidiai finché non vidi quel suo sguardo. Era invidiosa delle sue compagne, che forse avevano cani più belli, guanti più bianchi, guinzagli più lunghi e vivevano in palazzi più belli, dagli indirizzi più prestigiosi. Non volevo essere tra lei e le cose che desiderava.
“How do you feel when you stumble on a masterpiece? Actually I kinda felt, ‘we got lotsa these, in Kansas City.’ But then I went inside, straight into another world. I walked up the spiral plane, looked at the people and all the crazy colors splashed any which way except it wasn’t just any old which way and all of a sudden I sorta didn’t want to go back to Kansas any more. I wanted to stay in the Big City and learn more out about color and music. Luckily your Uncle Michael sobered me up on that kooky idea.”
Che effetto fa, imbattersi in un capolavoro? Pensai, dobbiamo farne costruire tanti musei così a Kansas City. Entrai, e finii in un mondo diverso. Salii il pavimento a spirale, osservai la gente e i colori pazzeschi spiaccicati qua e là ma comunque nel modo più giusto possibile. Non volevo tornare mai più nel Kansas. Volevo restare nella Grande Città per imparare il colore e la musica. Per fortuna tuo zio Michael mi distolse da simili lunatiche idee.
“He took me up another skyscraper—forget which one—and told me to look out west. What I saw was chaos, cars and the river. He showed me the cover of a magazine he’d bought at the ground-floor newsstand: a weirdo map of the country, pretty much from the perspective of where we were standing right then. The world beyond the river was reduced to childish doodle, as though New York was the only place that really mattered. “We’re on top of the world in the capital of the world,” I said. “Why don’t we move here and start all over again?”
He shook his head. ‘That’s the wrong way of looking at this. What the drawing really means is that where you are is the only place that matters.’”
Mi portò in cima ad un altro grattacielo, non ricordo quale, e mi disse di guardare a ovest. Vidi caos, automobili, e il fiume. Mi mostrò la copertina della rivista che aveva comprato all’edicola a pianterreno: una bizzarra mappa del paese dalla prospettiva di dov’eravamo in quel momento. Il mondo oltre il fiume era ridotto a un disegno infantile, come se New York fosse l’unico posto che conta. “Siamo in vetta alla capitale del mondo,” dissi. “Perché non ci trasferiamo qui e ricominciamo daccapo?”
Scosse la testa. “Lo stai guardando nel modo sbagliato. Il disegno significa che dove sei tu è l’unico posto importante.”
“He took me further along on the reality tour, as he called it. We climbed every tall building they’d let us climb. From the inside, I mean, not like King Kong. The bustle and crowdedness below gave me vertigo. Just when I was about to throw up whatever we had for lunch at the Horn & Hardart’s Automat over the Chrysler Building’s handsome cast-iron parapet, we saw this perfect little girl who was being shown the big city for the first time. If there was anything wrong down there, she didn’t see it. I wanted to be just like her forever.”
Proseguimmo ciò che tuo zio chiamò la Reality Tour. Montammo tutti i grattacieli dov’era permesso salire. Da dentro, intendo. Non come King Kong. La confusione del formicaio sottostante mi diede le vertigini. Quando stavo per vomitare ciò che avevamo mangiato al ristorante automatico Horn & Hardart’s dal parapetto del grattacielo Chrysler, vedemmo questa ragazzina perfetta che vedeva la città per la prima volta. Se c’era qualcosa che non andava, là sotto, lei non se ne rendeva conto. Volevo essere come lei, in eterno.
“Since it was such a pretty, breezy day, and because we were both in such a childish mood, we went out to Coney Island to have some fun. But when we got back to Manhattan there was a man begging by the stairs of the subway station. He’d been caught in a fire, his face was burned. He didn’t even have eyebrows, and he was crying. We gave him some money, but I didn’t take a picture.”
Visto che era una giornata di vento, cristallina, e che eravamo di umore adolescente, andammo a Coney Island per divertirci ancora. Ma quando tornammo a Manhattan c’era un mendicante sulle scale della metropolitana. Era rimasto intrappolato in un rogo, aveva il volto ustionato. Non aveva nemmeno le sopracciglia, e piangeva. Gli demmo dei soldi, ma non gli scattai una foto.
“I can’t remember who this bearded guy sitting next to me and your uncle was. He might’ve been the owner of that Irish pub in the picture. It was a windy day, and we had probably put away more stout than was good for us. There might’ve been hanky-panky with that fellow up in the rooms over the pub. You can see I’ve got my arm around his shoulder. Uncle Michael liked to share, and he certainly liked to watch. I didn’t mind it, then.”
Non ricordo chi fosse il tipo barbuto seduto accanto a me e tuo zio. Forse era il proprietario del pub irlandese alle nostre spalle. C’era un grande vento, e avevamo bevuto più di quanto avremmo dovuto. Forse ci fu un po’ di orgia, nelle stanze sopra il locale. Come vedi, ho il braccio attorno alle spalle del tipo. Lo zio Michael era generoso, e gli piaceva guardare. All’epoca non mi dispiaceva.
“We went back to Central Park, and your uncle Michael took me out on a rowboat. In the middle of that tiny artificial lake, unless it was a real lake and they built the Park around it, we heard drums, like we were in Africa all of a sudden, and not in the City.”
Tornammo a Central Park, e zio Michael mi portò a fare un giro in barca. Nel mezzo del laghetto artificiale, a meno che non fosse un lago vero e ci hanno costruito attorno il parco, sentimmo tamburi, come fossimo in Africa anziché New York.
“These kids were playing, dancing and smoking marijuana from pipes that looked like things they’d borrowed from their grandfathers. They seemed like they knew what they were doing, and that they were in the right place at the right time to do it. We were both envious of them.”
Questi ragazzi suonavano, ballavano e fumavano marijuana da pipe che sembravano prese in prestito dai loro bisnonni. Sembravano sicuri di se: stavano facendo ciò che dovevano fare, nel posto giusto. Ci resero entrambi invidiosi.
“This girl was listening to the drums, lost in thought. Or else she’d smoked too much marijuana. We both took a few hits when they passed the pipe around. Then I thought about the little girl looking at the city from binoculars high up in the sky. What would happen to her when she grew up? Would she still be perfect? Would she be happy?”
Questa ragazza ascoltava i tamburi, trasognata. O forse aveva fumato troppa marijuana. Facemmo qualche tiro anche noi quando ci passarono la pipa. Pensai alla ragazzina che guardava la metropoli dal binocolo posto in cima al grattacielo. Come sarebbe diventata, da grande? Sarebbe rimasta perfetta? Sarebbe felice?
“These people were listening to the music, nodding their heads as if they understood what emotion the sounds were meant to describe. The man in the raincoat was so tall, I thought he must be a Maasai tribesman who’d wandered all the way from Africa. Clouds of smoke passed through us. Maybe that’s what gave me the idea. But when the tall black man walked past me on the way to wherever he was going—work, probably, maybe at a hotel— I smelled something strange, like the earth where crowds of animals have walked on their way to a water-hole. He said good afternoon.”
Questa gente ascoltava la musica, annuendo come se capissero l’emozione descritta dal suono. L’uomo dall’impermeabile era così alto da sembrare un guerriero Masai, arrivato a piedi dall’Africa. Passarono nuvole di fumo. Forse l’impressione è dovuto a quelle, ma quando il nero alto ci passò accanto, diretto al lavoro, immagino, forse in albergo, sentii un profumo strano, come la terra dove sono passati animali per bere a una sorgente. Ci augurò buon pomeriggio.
“On the way back to our hotel, this building was going up and this beautiful woman was walking by. She got in the subway under the scaffolding and went somewhere else.”
Mentre rientravam in albergo, sorgeva questo palazzo e passava questa bella donna. Entrò nella metropolitana sotto l’impalcatura e andò altrove.
“The day before we left, I was overcome by an urge to find something that would explain our trip and keep it fixed and real, at least in my mind. Your uncle Michael suggested we go to an art gallery, so we did, but what I wanted wasn’t there. Then I thought a picture book of the city the way it was when we saw it would do the trick, but there were no books like that in any of the bookstores we visited. We went to the Public Library at 42nd Street and Fifth Avenue. When I explained what I was looking for to a nice young lady who was working her way through college in there, she took us to a section reserved for the city’s history. The book was there, exactly what I wanted, but she wouldn’t even let us take it out of the room. Public property, and highly liable to theft, she said. She also said I’d never find the same book anywhere else because there was only one copy. The man who’d taken the pictures had dropped it off without leaving his name or address. ‘Isn’t it a great, beautiful book though?’ Now I’ve even forgotten the title. Can’t read it from the picture. My hands were shaking when I snapped the shutter.”
Il giorno prima di partire fui colpita da un desiderio di trovare qualcosa per spiegare il viaggio, fissarlo e tenerlo vero, almeno nella mia mente. Zio Michael suggerì di andare in una galleria d’arte. Andammo, ma non vi trovammo ciò che volevo. Mi venne in mente un libro di immagini della città com’era quando l’abbiamo vista, ma non c’erano libri così nelle librerie dove entrammo. Andammo alla Biblioteca Pubblica sulla 42ma Strada e Fifth Avenue. Quando spiegai alla giovane bibliotecaria ciò che volevo, ci portò alla sezione riservata alla storia della città. Il libro era lì, esattamente come me l’ero immaginato, ma non ci permise nemmeno di prenderlo in mano, tantomeno portarlo fuori dalla sala. Proprietà pubblica, disse lei, e la gente ruba parecchi libri. Aggiunse che non saremmo riusciti mai a trovarne un altro simile, perché ne esisteva un solo esemplare. L’uomo che aveva scattato le foto del libro l’aveva lasciato in biblioteca senza nome o indirizzo. “Ma non è un libro meraviglioso?” ci chiese la bibliotecaria. Ora non ricordo nemmeno il titolo. Non si legge, nella foto. Mi tremavano le mani mentre la scattai.
Testo e immagini di Manlio Bigeschi
La controra
Non era mica scema la bambina. I genitori d’estate la lasciavano alla nonna materna. Questa era una vecchia minuta, avvolta in uno scialle nero anche sotto il sole di ferragosto. Parlava solo in siciliano stretto.
Fotografia di Costanza De Rogatis
Non era mica scema la bambina. I genitori d’estate la lasciavano alla nonna materna. Questa era una vecchia minuta, avvolta in uno scialle nero anche sotto il sole di ferragosto. Parlava solo in siciliano stretto. La figlia la capiva, ma non era in grado di replicare quella specie di creolo. Il genero non aveva mai avuto idea di cosa dicesse. Ma quando chiedeva alla bambina se capisse la nonna, questa sorrideva e annuiva scuotendo i riccioli neri. Tanto bastava. La bambina era contenta di stare con la nonna. Non dava problemi, era tranquilla ed educata. Rimaneva per ore assorta a disegnare cani e dinosauri, a colorare album, china sulla tavola dell’appartamento bianco che i suoi genitori avevano comperato alla nonna, dopo che questa era rimasta vedova e avevano venduto la vecchia casa colonica. Un appartamento bianco, vicino al mare, dove le persiane abbassate tagliavano la penombra con raggi di luce. L’unico problema era il sonnellino pomeridiano. La bambina non aveva assolutamente intenzione di dormire. Non aveva mai sonno di pomeriggio, e nonostante fosse quasi del tutto aliena da capricci e pianti, era testarda come un mulo. Scuoteva la testa nera, sorrideva serafica, e tornava a disegnare cani. Allora la vecchia frugava in un cassetto, infrattava qualcosa sotto lo scialle nero e se ne spariva nella sua stanza. Poi tornava coperta da un lenzuolaccio bianco con i buchi per gli occhi, brandendo un coltello da cucina. Sono la Controra, diceva nella sua lingua sepolta, e mi mangio le bambine che non vogliono fare la pennichella. La bambina non era scema, e si era accorta da subito che la Controra aveva la stessa voce della nonna. Però scappava in camera, e faceva un po’ finta di dormire, e dopo un po’ leggeva un fumetto. La nonna riappariva poco dopo, e le sorrideva soddisfatta. La nonna è un po’ matta, diceva ai genitori la bambina, agitando l’indice intorno alla tempia, e ridendo. Poi, un giorno, la Controra smise di parlare. Se ne stava sulla soglia della porta d’ingresso, con alle spalle la luce del giorno, zitta. Sembrava pure più alta. La bambina non fece una piega. Tornò a chinarsi sui suoi cani e riprese a colorare. Quando dopo un po’ rialzò la testa, la Controra era sempre sulla soglia, ma la porta era socchiusa. E, sempre senza parlare, indicò alla bambina la stanza da letto. Alzò il braccio e indicò, con la mano coperta dal lenzuolo. Alla bambina ronzò in testa qualcosa, ma lo sapeva, la nonna era strana, e andava assecondata. Tirò indietro la sedia e si avviò verso la stanza da letto. Strano, la porta era chiusa. Abbassò la maniglia ed entrò. La nonna era distesa sul letto, con gli occhi sbarrati, senza dentiera, in una pozza purpurea e umidiccia. Nella specchiera accanto al letto, la bambina vide la Controra sulla soglia della camera, con il coltello in mano.
Filippo Rigli
Varianti d'autore - Andrea Zandomeneghi
Ritorna su Stanza 251 Andrea Zandomeneghi con un esperimento imprevedibile: ci regala un estratto dal suo nuovissimo romanzo “Il giorno della nutria”, ma in sintonia con il suo modo di raccontare ce ne offre qui una versione rivisitata e diabolicamente alterata.
Ritorna su Stanza 251 Andrea Zandomeneghi con un esperimento imprevedibile: ci regala un estratto dal suo nuovissimo romanzo “Il giorno della nutria”, ma in sintonia con il suo modo di raccontare ce ne offre qui una versione rivisitata e diabolicamente alterata. Il tutto preceduto da un invito alla lettura di Vanni Santoni.
Questo è un invito alla lettura del Giorno della nutria di Andrea Zandomeneghi. Si dirà che lo consiglio in quanto direttore della collana che lo pubblica. Vero. Ma posso comunque raccontare perché l'ho scelto, sopra le migliaia di manoscritti che ogni anno giungono in redazione.
L'ho scelto perché Il giorno della nutria presenta una scrittura già formata, sia in senso stilistico, sia in senso tematico, cosa rara in un esordiente, e perché Andrea Zandomeneghi mostra una caratteristica essa pure rara (questa, anche tra gli autori affermati): una inusitata capacità di unire uno spessore letterario considerevole con una decisa verve comica. Il giorno della nutria è infatti una rutilante slapstick comedy, che riesce allo stesso tempo – e in modo serissimo – a mettere il punto sul filone delle narrazioni della provincia, e a dirci qualcosa di nuovo sul tema, sempre attuale, delle ossessioni, inserendosi allo stesso tempo, e con grazia erudita, all'interno di un canone letterario ben più ampio.
Vanni Santoni
Andrea Zandomeneghi fotografato da Carlo Zei
Mare nostrum
Non si può giocare tutto il giorno tutti i giorni – neppure da bambini. O comunque io non potevo, non ce la facevo. E così spesso mi sedevo sul bagnoasciuga e guardavo l’orizzonte marino. A sinistra stava la sinistra ciminiera della centrale elettrica di Montalto, luogo d’industriosa turpitudine; davanti a me l’isolotto delle Formiche, che credevo appunto abitato solo da formiche (ma cosa mangiavano se c’erano solo loro? mi chiedevo e ipotizzavo carogne di gabbiani e semi portati dai venti); poco più a destra, in lontananza, visibili solo quando il cielo era limpido, i tre picchi dell’Isola di Giannutri che per uno strano effetto ottico di cui non conoscevo il nome parevano levitare sull’acqua cosicché quel luogo remoto assumeva caratteri magici e mitologici, in particolare immaginavo ci vivesse la Ninfa Calipso; e poi sulla destra l’ondulato promontorio del Monte Argentario che parte con una testolina in rilevo, per poi abbassarsi seguendo il collo oblungo e infine innalzarsi sul dorso mastodontico: altro non era che un enorme dinosauro fossilizzato e giacché i dinosauri li conoscevo bene sapevo che si trattava proprio di un diplodocus. Questo vedevo dalla spiaggia deserta dove mi portavano i miei nonni, a metà strada tra l’Ansedonia e la Torba, tra lo stabilimento della Strega e quello del Frigidaire, dove si ammassavano calpestandosi gli ombrelloni e le genti, persone che vivevano il mare come bivacco sudato di un’orda indisciplinata e litigiosa: gli stabilimenti balneari li vedevo come inferni e non capivo come fosse possibile che degli umani se l’infliggessero volontariamente e per di più pagando e magari venendo in macchina da lontano, da Roma o da Terni.
Quando ero un bambino i miei genitori avevano un forno a Borgo Carige, una frazione di Capalbio. Di notte facevano il pane, di giorno lo vendevano in negozio oppure portandolo direttamente ai poderi con un furgoncino. Mentre la panificazione notturna m’era estranea, avvolta in una misteriosa ed escludente atmosfera virile, assistevo invece volentieri – rubando pasta frolla cruda e mangiando cucchiaiate di «nutella» direttamente dai secchi da tredici chili – alla muliebre realizzazione dei dolci, che avveniva di pomeriggio. Una volta mangiai così tante pizze di pasqua ancora calde, appena sfornate, che mi sentii male: un’indigestione – da allora non posso, pena la nausea, neppure sentirne l’odore. Ma l’estate era diversa. D’estate la richiesta di pane e dolci da parte direttamente dei turisti e indirettamente dei ristoranti e dei bagni decuplicava. I ritmi di lavorazione si facevano frenetici, non c’era requie, si faticava anche per sedici ore di fila: ai miei genitori restava giusto il tempo di dormire e neppure molto. Cosicché venivo affiato per settimane intere ai nonni materni che mi portavano appunto a vivere con loro al mare.
I romani chiamavano il Mediterraneo mare nostrum, ma per me il mare nostrum era un’altra cosa, si trattava della porzione di mio nonno della striscia di dune e macchia che si frapponeva tra la stradina dei Cavalleggeri e la spiaggia. Quei terreni un tempo demaniali erano stati poi venduti a un privato per una qualche sorta di attività estrattiva di cui non ho mai saputo molto. Il privato – di nuovo non ne conosco il motivo – contrasse un debito con mio nonno, ma, non avendo poi pecunia per saldarlo, lo fece trasferendogli la proprietà di quel fondo. Il mare nostrum era recintato e ci s’accedeva da un cancello che quando arrivavamo volevo sempre avere l’onore di aprire e poi richiudere. Tale logistica permetteva un isolamento pressoché totale, era come se l’intero lido fosse nostro.
Mio nonno faceva il meccanico ma era un inventore, ad esempio con il motore di una lavatrice aveva costruito un argano che serviva per tirare a secco una barchetta con cui facevamo piccole escursioni e battute di pesca. Aveva anche fabbricato una casetta di legno su ruote, l’aveva trasportata nel nostro appezzamento con un trattore e d’estate ci abitavamo: io, mio fratello, mio cugino e i miei nonni. Addormentarsi ipnotizzato dalla litania ascetica della risacca. Svegliasi e andare a lavarsi il viso nel mare liscio come l’olio, ancora vergine, con le marmorette che s’inseguivano lì a due passi.
Tre cose – oltre alla contemplazione immaginifica dell’orizzonte – riempivano le mie giornate: giocare a racchettoni, pescare (imparai a distinguere al primo sguardo un’orata da un sarago, un cefalo da una spigola, mio nonno e mio cugino m’insegnarono a differenziare i fili, a legare gli ami e i moschettoni, a calibrare i piombini, a costruire una montatura per la bolognese, un terminale il bolentino, una lenza per il surfcasting minuto) e fondermi con la sabbia bollente.
Ne Il giorno della nutria ho scritto: «Mi piaceva sdraiarmi sulla sabbia calda. Dove la spiaggia sta per terminare e quasi iniziano le dune e i cespugli di ginepro coccolone. In tarda mattinata e poi nelle prime ore del pomeriggio la sabbia lì scottava, per scendere in spiaggia ci mettevamo le ciabatte. Io mi ci sedevo, mi acclimatavo, lentamente appoggiavo anche la schiena e la testa. Con gli occhi chiusi fissavo il sole e guardavo le forme rossastre che formava la luce. Di tanto in tanto mi premevo i palmi delle mani sulle palpebre, oscuravo quello sguardo cieco, premevo forte e comparivano sbrilluccichii in movimento, su uno sfondo nero. Vedevo l’universo e le stelle e i pianeti. Di tanto in tanto cambiavo la pressione esercitata, scendevo con la mano sulle guance e lasciavo solo le dita a coprire gli occhi. E così vedevo ombre e figure, le identificavo in maniera frenetica: “una maschera sacerdotale; un albero in fiamme; la luna piena che si riflette sul mare; il mio trionfo, nelle vesti di un antico condottiero”. Avevo sette o otto anni penso. Le immagini erano in continuo movimento e le riconoscevo decidendole, le decidevo dicendo dentro di me la prima parola che mi veniva in mente, in automatico. Non guidavo l’identificazione delle forme, tutto stava nel non forzare la loro comparsa, nel permettergli di manifestarsi da sole. Certi scenari duravano un secondo, altri erano molto lunghi e si evolvevano spostandosi, soprattutto le maschere avevano la forza di imporsi, di permanere per più tempo, le vedevo avvicinarsi, spesso in diagonale, o allontanarsi, e man mano si svelavano maggiori dettagli, acquisivano spessore ed erano storie e simboli, e non più immagini. Ho visto migliaia di maschere sdraiato sulla sabbia bollente in pieno sole. Maschere-guida, maschere-demone, maschere-me stesso, maschere mitiche, maschere-folletto. A volte inquietanti nell’inespressività, gli occhi due pozzi neri, la bocca una linea scavata nel legno, nessun naso, un profilo affusolato. A volte invece ghignavano, per lo più con cattiveria. Ho sempre saputo che le maschere ghignanti erano le più deboli, spiritelli, geni dei cespugli e degli acquitrini oppure di festività, soprattutto di remoti carnevali agrari, di riti popolari contadini per la fertilità o per l’arrivo della primavera. Non ho mai visto maschere piangenti o sorridenti. Le maschere inespressive erano più forti, soggetti elementari, più profondi, più divini e non magici, come invece i ghignanti. Un ghignante al massimo avrebbe potuto fare un incantesimo dispettoso o scatenare un’ebbrezza collettiva. Un inespressivo poteva dare la morte. Era la mia morte, o la morte del mondo, del reale. Allora avevo una fede incrollabile e del tutto spontanea nel fatto che io fossi il reale, che non ci fosse mondo prescindendo da me. Tutte le maschere inespressive non erano altro che sfaccettature o articolazioni di un solo soggetto, lo chiamavo Lo sconosciuto. Aveva un aspetto ieratico, oppure rimandava più al fato, alla necessità, che in un certo senso identificavo con la mia stessa vita, oppure appunto con la morte.»
Fu allora che forse incontrai Iddio, ma non lo riconobbi.
Andrea Zandomeneghi fotografato da Carlo Zei
Andrea Zandomeneghi abita a Capalbio. E’ stato tra i direttori della rivista letteraria Crapula e ha pubblicato articoli e racconti su varie antologie.
Vanni Santoni presenta "I fratelli Michelangelo"
– Sei sveglio?
– Colette?, – dice lui, e apre un occhio. Solo l’occhio destro, e la vede nello specchio sulla parete davanti, nuda e bocconi, come posata sopra le lenzuola di lino ricamato, e poi viva accanto a sé, che gli dice, piano:
– Oui. Sei venuto a letto tardissimo, stanotte.
Vanni Santoni fotografato da Carlo Zei
Prima di tutto, un saluto e un ringraziamento a “Stanza 251” e ai suoi lettori. I fratelli Michelangelo, questo romanzo di seicento e più pagine che ho cominciato a scrivere nel 2012, è uscito da pochi giorni e sta già facendo parlare molto di sé, grazie a tante recensioni, tantissimi commenti dei lettori, e anche in virtù di alcuni estratti pubblicati in giro. Tuttavia, quando si effettua un “carotaggio” da un libro così ampio – e per di più un libro che ha interi blocchi dedicati alle vicende di diversi personaggi – il rischio è che tali estratti risultino fuorvianti, portando a volte chi vi incappa a credere che uno dei tanti aspetti del romanzo sia quello decisivo, che ne definisce il carattere. Così in questi giorni I fratelli Michelangelo si è fatto via via romanzo picaresco con i personaggi di Louis e Carletto, disamina sul mondo dell’arte contemporanea con Cristiana, romanzo di formazione sentimentale con Enrico, e altro. Così, di fronte alla possibilità di pubblicare ancora un estratto qua dagli amici di “Stanza 251”, sempre generosi con i miei libri (e con quelli dei miei pupilli!), ho fatto la scelta forse più naturale, e tuttavia ancora non effettuata, decidendo di affidare loro l’incipit e tutto l’inizio del romanzo, da quando il vecchio Antonio Michelangelo si sveglia assieme alla giovane fidanzata Nicoletta, figura che più in là assumerà un ruolo molto importante, fino al primo arrivo dei quattro fratelli in quel di Vallombrosa, con l’ostensione della cartolina d’epoca di Villa Formenti – Villa Fortuna nella finzione letteraria – che mi piace particolarmente vedere qua sulla “Stanza” considerando quanto, da sempre, la rivista abbia privilegiato la commistione tra testi e immagini.
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Da I fratelli Michelangelo di Vanni Santoni, per gentile concessione di Mondadori:
– Sei sveglio?
– Colette?, – dice lui, e apre un occhio. Solo l’occhio destro, e la vede nello specchio sulla parete davanti, nuda e bocconi, come posata sopra le lenzuola di lino ricamato, e poi viva accanto a sé, che gli dice, piano:
– Oui. Sei venuto a letto tardissimo, stanotte.
Lui si volta appena, ne inspira l’odore:
– Dovevo finire l’ultimo pannello. È stato un sogno, adesso, a svegliarmi.
– Le mogli?
– Cosa intendi, di grazia?
– Ieri hai detto di aver sognato le mogli, ricordi, e ti ho chiesto se c’ero anch’io.
– No. Qua eravamo…
– C’ero, quindi?
– Sì.
– E cosa facevo?
– Mi dicevi: Non hanno capito che sei solo un contadino?
– Ah oui? Et pourquoi?
– Parce qu’ils devaient me manger.
– Ma non c’è molta carne qui, – dice lei mordendogli il costato, tutto tendini e ossa, e cotenna. – E chi doveva farlo, sentiamo.
– I miei figli.
– Ah. – Dice lei, e si scosta un poco.
– Cosa?
– Niente, – dice, e tira su di sé il primo lembo di lenzuolo che trova a portata di mano.
– Dimmi.
– Perché non mi parli mai di loro? Ne hai parlato anche a quella là del giornale. Con me, mai.
– Ecco: cambiamo soggetto.
– È per la mia età?
– Falla finita.
– Falla… Finita?!
– Ti avevo chiesto di farti un giro, questo fine settimana. Sei voluta rimanere.
– Ancora con questa storia? Cos’è, devi dirmi qualcosa?
– Spiegati.
– Che… Ma niente, – dice lei e si mette seduta sul bordo del letto.
– Dimmi.
Si volta:
– Che ti girano perché non hai potuto far venire una tua amante?
– Una mia amante! No, Colette, niente del genere. Hai voluto fare a modo tuo? Ebbene, allora io faccio a modo mio.
Lei afferra l’abito dalla sedia e ci si infila dentro. Poi ficca i piedi nelle scarpe:
– Meglio se vado a comprare il pane.
Il suo sbattere la porta, forte ma controllato, come a rimarcare il risentimento senza però escludere una successiva pacificazione, gli toglie un sorriso. La ascolta scendere le scale, attraversare il salone, l’ingresso; attende il rumore della porta sotto, poi a sua volta si alza in piedi, si stira. Si vede nello specchio: lungo, scuro, fibroso; i peli ispidi, sulle spalle più che sul petto, e quasi tutti ancora neri; il sesso pure scuro – un caprone davvero, come scherza lei a volte. Prima di tornare a letto si porta al finestrone, vagheggiando di vederla passare sotto, anche se sa che è uscita dalla porta dietro e prenderà quindi l’altra strada. Vede passare, invece, una macchina. Un piccolo fuoristrada Suzuki, di quelli che andavano di moda una quindicina di anni prima, e che aveva anche sua moglie Beatrice: sarebbe facile allora immaginarci dentro uno dei suoi figli, sempre che siano venuti in auto. Sempre che siano venuti, in effetti. Verranno? Da questo finestrone, pensa, non si può tener d’occhio che un pezzetto di strada, ma li si può perlomeno immaginare: Cristiana, Rudra, poi Louis, e ancora Enrico, qualunque sia il suo volto, uno dopo l’altra… Si fa presto, poi, a dire “pezzetto di strada”: è pur sempre la curva del Belvedere, quella dove – ricordi, Rudra? Cristiana? – ci fermavamo quando scendeva il buio e giocavamo a riconoscere i paesi a valle, nidi di stelle capaci ogni volta di meravigliarci; a trovare il punto dietro ai colli dove stava Firenze, il suo chiarore simile a quello di un’alba imminente, e ancora la S dell’Autostrada del Sole, un nastro di luci che aveva sempre la pulsazione del futuro, anche se in quelle estati marcavo i cinquantasei anni, i cinquantasette. In queste sere, i paesi mi sono apparsi come vaghe e sparse lucciole; il chiarore di Firenze quello di un residuo di brace, e la S dell’autostrada, una sig: una ϟ distesa e molle, come un sigillo a un tempo esiziale e stanco… A ogni nazione è dato un termine, e quando il suo termine giunge, non v’è uomo che possa farlo arretrare o affrettare di un’ora: cos’era, la Sura del Limbo? Ma forse, forse sono solo io. Io che, fissato un mio termine, messe in moto le mie intenzioni, non posso che tendere a una cosa: al vostro arrivo, nel quale non mi resta che sperare, visto il mistero che da solo mi sono imposto e creato.
***
Pure, arrivano. Sparsi, ma tutti quel giorno; tutti nel giorno che gli è stato indicato, nonostante siano partiti da luoghi lontani o molto lontani. Nonostante siano partiti da Stoccolma, Londra, Bali, Tel Aviv.
Rudra, anzi, deve essere partito dalla Svezia nella notte se ha avuto già il tempo per una prima ricognizione: se lo si può riconoscere nella figura che discende da una ripida sterrata, la sacca militare in spalla e l’andatura molle a dargli un’aria minacciosa, subito sciolta dal venirgli incontro di un tipo biondo e dinoccolato, che si trascina dietro un trolley di smalto rosso:
– Till sist! Se ci mettevi ancora cinque minuti…
– Ti avevo detto di aspettarmi all’abbazia.
– Non ti vedevo arrivare!
– Va bene. Muoviamoci.
– Dove vuoi andare, adesso?
– All’Arboreto.
– Aha?
– Il giardino botanico. Davanti all’abbazia, appunto.
– Ma cos’hai, oggi?
– Senti, Mats, – dice a mezza bocca, poi senza finire la frase tira fuori il cellulare.
– A chi scrivi?
– A Cristiana. Scrivo a Cristiana.
Ed eccola, a bordo della vecchia Suzuki Vitara che qualche minuto prima passava dalla curva del Belvedere: ecco che agguanta dal cruscotto il Nokia che segnala l’arrivo di un sms, se lo ficca in tasca e finisce di parcheggiare nella strada dietro l’unico bar del paese, poi si guarda di fronte e di profilo nello specchietto, prende dal sedile del passeggero uno zaino e una cartellina ed esce. Non fa due passi ed è già inciampata. Si alza, sbuffa, controlla che la Canon che ha al collo sia a posto, si pulisce i palmi dall’erba e dal ghiaino; poi raccoglie la cartellina e tutti i fogli che si sono sparsi a terra. Per prima, una cartolina. Soffia via la terra, si prende il tempo di guardarla ancora una volta:
Raccoglie poi una specie di modulo, un mezzo foglio da disegno con disegnata sopra una piantina, e ancora una lettera con alcuni passaggi evidenziati, su cui pure si sofferma: “per Enrico, l’Abetina … Louis, dai frati … Rudra al Principe di Savoia … E tu…” Ficca tutto dentro e intanto risale da una scaletta di cemento fino a un giardino al cui centro ristà una fontana con mascheroni di fauni; da lì procede a colpo sicuro fino a un basso pannello bianco con scritto, a vernice verde, GRAND HOTEL. Giunta sulla soglia del cancello, da cui l’albergo si mostra nella perfetta simmetria di ogni pur decadente elemento, Cristiana si ferma, appiccica un adesivo su uno dei colonnini, poi mette la Canon in modalità video ed entra filmando davanti a sé.
Intanto, un uomo alto e grosso scende dall’unica altra auto giunta a Vallombrosa-Saltino quel mattino: un taxi con la sigla di Firenze. Fanno ottantasei, dice il conducente; lui tira fuori di tasca un rotolo di banconote, cerca gli euro tra varie valute, lascia un pezzo da cento e procede verso l’Abbazia mentre il taxi riparte lungo la statale. Le mura paiono sbarrate. C’è solo un ometto che spazza il parcheggio laterale, su cui dà un’altra porticina, pure chiusa.
– Scusi, lei.
– Icché c’è.
– Questa è l’Abbazia. Sbaglio?
– Gl’è questa sì.
– È da qua che si entra?
– Entrare? No, no, ‘un si pòle.
– Come?
– Dico, ora ‘un si pòle.
– Ascolta, bagonghi…
– Oh, oh, stia bono, o’ cosa fa? Mi lasci, abbia pazienza…
– C’è una camera qui a mio nome. Michelangelo. Louis.
– No, no… – Dice quello alzando gli occhi verso l’abbazia, iernotte hanno sfondato l’uscio dietro… Ora ‘un si pole… Che mi potrebbe lasciare, per cortesia?
Louis gli fa poggiare di nuovo i tacchi a terra e alza a sua volta lo sguardo. A una finestra scorge la capoccia tonsurata di un frate. Gli fa un cenno ma quello scompare dalla visuale. Allora molla del tutto l’ometto:
– E va bene, tanto mentre il taxi mi portava qua ho visto un albergo, fanculo.
Ecco, infine, sull’altro versante, una Renault Clio metallizzata che sale dal Valdarno per Loro Ciuffenna, costeggia i pascoli in mezzo ai quali si staglia rossa di antiruggine la Croce del Pratomagno e da lì attraversa la spianata di ripetitori e fienili di Secchieta per sbucare a Vallombrosa da dietro l’Abbazia. Da lì scende verso il Saltino e si ferma a mezza strada, davanti a quell’hotel Abetina che, per il biancore umido delle mura e gli sparsi anziani sulle sedie del giardino, darebbe anche al più superficiale degli sguardi l’immediata impressione di un sanatorio, e quello del ragazzo che esce dalla Clio non si limita a ricevere tale impressione, ma ne esprime a sua volta una: un senso di spaesamento, come quello di chi, ogni minuto di più, si chieda come sia finito in un certo luogo.
Vanni Santoni fotografato da Carlo Zei
Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017). È fondatore di SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013). Dal 2012 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sul Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
Il dottor Caligari e zio Sam
Il dottor Caligari detesta l’America, ma Trump non c’entra niente. “Detesto gli Stati Uniti, questo deve essere chiaro” dice a volte, capriccioso, quasi come se uno volesse convincerlo del contrario. “Odio l’America e tutto ciò che contiene” ribadisce. Inutile provare a chiedergli il perché.
Andrea Di Marco, Senza titolo (Serenata palermitana), 1994 circa, olio su stoffa
Il dottor Caligari detesta l’America, ma Trump non c’entra niente.
“Detesto gli Stati Uniti, questo deve essere chiaro” dice a volte, capriccioso, quasi come se uno volesse convincerlo del contrario.
“Odio l’America e tutto ciò che contiene” ribadisce.
Inutile provare a chiedergli il perché.
Una volta il dottor Caligari m’ha risposto: “La considero solo una bizzarra piattaforma che tanto tempo fa si è staccata da Pangea e ora viaggia verso Occidente alla deriva”.
Un’altra volta ancora l’ho provocato e ho tentato di argomentare: “Eppure qualcosa di buono gli americani l’hanno fatto: pensi al 25 aprile”.
Non l’avessi mai detto. Il dottor Caligari mi ha spiattellato la filastrocca completa: “Disprezzo quella doppia faccia dell’America: bigotta e permissiva, salutista e obesa... Detesto l’America, pacifista e accanita come un giocatore di Risiko. Depressa per stato e fiduciosa nel futuro per decreto presidenziale. Detesto gli americani. Così retorici, così melensi”.
Quella volta davvero ho temuto per la sua salute. Il dottor Caligari ha preso a sudare. Io gli ho offerto un bicchiere d’acqua. Mi pareva la cosa più naturale. Ma lui mi ha allontanato il braccio. Ha estratto un vecchio e fazzoletto di seta con quadretti bianchi e verdi. E ha ripreso dopo un attimo di sosta: “Caro il mio Edoardo, a sentir loro viviamo tutti in un film di Frank Capra. Solo che ti giri intorno e di James Stewart e della sua mogliettina non scorgi neppure l’ombra.Tu li vedi? Dimmi, li vedi? Io no”.
Stamane ho insistito, cercando almeno di farlo rinsavire: “Dottore, ma li odia davvero tutti gli americani?” ho domandato.
Lui prima ha annuito. Poi ha spiegato, singolarmente sereno: “Tutti, proprio tutti, no”.
“Ah, ecco: volevo ben dire” gli ho ribadito io.
“Tutti tranne due” ha distinto il dottor Caligari. Poi con l’aiuto del pollice e dell’indice della mano destra ha spiegato: “Bruce Springsteen e Pete Seeger. Springsteen non c’è motivo di dire perché. E Seeger...”.
Mentre scandiva quel nome è tornato a rabbuiarsi il dottor Caligari. E ha concluso: “Ma no, pure lui per me può andare al diavolo. Faceva l’anti-retorico e l’anti-imperalista, ma poi ammantava quelle sue ballate al tempo di marcette: praticamente una contraddizione di termini. Dove sono finiti tutti i fiori?”.
Dunque è chiaro: il dottor Caligari detesta l’America e gli americani. Sebbene talvolta, di tanto in tanto, mi accada di vederlo catturato dalle immagini dei giocatori della Nba in tv.
Corrado Castiglione
Corrado Castiglione natonel 1963 vive e lavora a Napoli nel 1963. Giornalista professionista, è vice-caposervizio al Mattino. Nel 2016 ha pubblicato insieme a Sergio Russo il romanzo “Oliver e altri migranti” (GoWare, Firenze). Nel 2015 ha scritto “La camicia di Spinoza” (Rivista Effe numero 4). Ha pubblicato due raccolte di racconti: “Vedi Napoli e poi niente” (GoWare, Firenze 2014) e “Sette storie di fine millennio” (Phoebus, Napoli 2001). Ha scritto “Gli spiriti del Castellione” in “Minori a Napoli” (AA.VV., Irs Campania, Napoli 2011). Il suo esordio narrativo con “Vennero su vivi”, nell’antologia “I racconti dell’Apocalisse” a cura di Fulvio Panzeri e Roberto Righetto (Sei, Torino 1996).
Genesis - la Voce e lo Sciamano
Una cosmogonia erotica di Andrea Cafarella e Emiliano Martino
Una cosmogonia erotica di Andrea Cafarella ed Emiliano Martino
E fu l’amplesso di Notte e del Dì, nel Nulla. E nacque la Voce nell’urlo di Notte, orgasmo primigenio. E si sperse nelle metamorfosi dell’ombra e nel crepuscolare perpetuo della luce.
Dal Nulla si genera la Voce, emanata dal ventre di Notte in forma di urlo, durante l’amplesso primordiale col Dì, la luce. In questo senso, la nascita della Voce è antecedente all’origine dei mondi. La comparsa del reale, del mondo materiale, del tangibile, che si origina dall’orgasmo del Dì, determina la fine dell’atto procreativo, e l’inizio di Tutto. Il grido, padre dell’intangibile, invece, scaturisce dalla bocca di Notte già nel precedente Nulla, quando ancora le due entità divine sono intente nella copula. Ambedue i mondi, immateriale e materico, si formano da tutti e due gli amanti: dall’atto, appunto, della loro comunione corporea. L’uno, il mondo della veglia, delle cose dimostrabili, si genera dall’eiaculazione del Dì, dalla presenza fecondatrice della luce sgorgante sulla materia e sui corpi, didentro Notte e attraverso di lei. L’altro, il mondo nascosto, delle cose impalpabili, si forma poco dopo l’amplesso, illuminato dalle spalle del Dì e dalla sua assenza – ma proviene al contempo da un momento antecedente: l’istante dell’urlo orgasmico di Notte. Travalica il tempo della copula coesistendo prima e dopo, e durante. Trascende passato e futuro, e presente.
L’eco della voce gaudente – la Voce – racchiusa nell’urlo di Notte si riverbera eternamente nel suo mondo onirico e si fa cosmo e si fa tutto e nulla e si fa assoluto.
La voce si tramutò in una melopea piena e conchiusa. Flussi linee accordi intrecciati nei sogni e di sogni siffatti.
È nei sogni di Notte che l’urlo godurioso si trasforma – ed è qui il fulcro del mondo immateriale: la metamorfosi. Si armonizza e si fa complesso. Diventa sogno, si fa bello. Da grido primordiale – che in una nota stonata, naturale e ancora grezza, spontanea, porta in sé tutto il significato dell’esistenza – diventa una melodia perfetta che, dovendo contenere ogni cosa, è portata necessariamente a moltiplicarsi e differenziarsi nell’essenza.
Sono le metamorfosi dell’ombra, non una singola, unica trasmutazione metamorfica.
Il potere intrinseco del grido-melodia è quello d’introdursi e, mischiandosi, unificarsi ai sogni di Notte; allo stato d’incoscienza in cui gli amanti appagati giacciono, per evocarne la Verità.
Vi è senza dubbio una differenza sostantiva tra il Dì e la Notte, il mondo materiale, delle cose visibili, e quello delle cose invisibili. Vedere sarà il senso del giorno, mentre sentire quello della notte. Allo stesso modo: guardare e ascoltare. Ancora: se il tangibile è maschio l’intangibile è femmina. Lo dimostra il fatto che nel mondo materico è proprio su questo dualismo che si creano le idee e si definiscono le cose: per contrapposizione. Nel sogno di Notte, invece, è un continuo nascere e rinascere di contraddizioni che, incontrandosi, si uniscono e si fanno altro, nelle loro infinite diversità paradossali che si armonizzano nel paradosso di una misteriosa presenza assenza: un nulla consistente che non è possibile definire perché non esiste nulla cui contrapporlo.
E suoni e rumori si riversarono in un turbine, un vortice di esistenza splendente e confusa. Il cuore dell’invisibile.
Quello che nel mondo materico è chiamato tutto, nel mondo immateriale è un «turbine»: un insieme confuso, sempre in movimento e in continua mutazione e congiunzione e influenza reciproca tra le singole entità che lo compongono. Una comunione perenne di esistenza potenziale.
Non si distinguono i corpi dagli spiriti, nel turbine.
Il turbine è turbine in se stesso e, pur contenendo innumerevoli entità, esse non lo determinano; ne prescinde poiché è un unicum.
Nonostante le entità del mondo immateriale sono nel turbine e sono esse stesse il turbine, da esso si distaccano: vengono richiamate oppure, senza apparente motivo, esistono anche altrove, oppure ancora scelgono di apparire con nuove sembianze in altri luoghi del tutto materico.
Una forza centrifuga misteriosa trafuga dal turbine frammenti dello stesso turbine, entità che, con una potenza incontrollabile, vengono scagliate nei mondi e possono esistere ed esistono, nelle forme uniche e nei tempi irripetibili di quei singoli mondi.
Nel sonno di Notte non v’è Tempo. Seppure ella lo vide sulle spalle del Dì e lo sentì dentro di sé, nel suo seme. Esso fu il lascito del concepimento.
Il mondo materiale, nella sua interezza, si compone quando il Dì si volta, per riposare, e Notte, sdraiata, si ferma a pensare davanti alle massicce imponenti spalle del Dì, che tutto ricoprono con la loro presenza-assenza, comprese le intuizioni malinconiche di Notte; finché ella non si rigira nel giaciglio della creazione e lascia che i pensieri s’intreccino, nel sogno, alla Voce – la eco dell’urlo orgasmico emanato durante l’amplesso primigenio. Nella solitudine melanconica delle riflessioni notturne, che già si legano ai sogni, Notte partorisce il mondo immateriale.
Il Tempo è figlio dell’amplesso, parte del concepimento. Si trova nel seme del Dì e crea il mondo nel ventre di Notte. Persiste nei pensieri di Notte ma non può insinuarsi nei suoi sogni, nel caos assoluto del suo sonno nostalgico.
Il turbinio dell’intangibile gorgoglia senza seguire l’ordine del Tempo. Si è liberato dalla schiavitù del passato e dall’attesa del futuro per ignorare il presente. Persino il suo vibrare è scevro dal concetto di linearità del Tempo. Quando i frammenti del turbine – le entità del mondo immateriale – vengono scagliati a velocità incalcolabili, poiché intangibili, nel Tempo, prima ancora di farsi materia e incontrare la superfice o l’acqua o il cielo, essi sanno già del Tempo, ricordano il Tempo, e ne avvertono la presenza. Ed è come se debbano istantaneamente reimparare quel sentimento, quel modo di sentire, per farsi visibili. Per questo motivo spesso si rivelano in un lampo, in una luce, in fuochi fatui. A volte le entità immateriali sopravvivono un istante e l’istante successivo – nel Tempo del mondo materiale – non esistono più nella loro forma tangibile. Tornano invisibili, tornano altrove. Non avendo concezione del Tempo non possono esistere completamente. Tuttavia conservano la rimembranza del Tempo, promanato in forma di luce, dalla schiena del Dì, prima del sonno e dei sogni di Notte. Grazie a quel briciolo di memoria senza tempo, attraversano i mondi e mutano la propria sostanza per aderire a quella del mondo in cui si trovano ad apparire, esistere, farsi tangibili.
E dalla melodia sgorgarono le parole divine dei sogni oscuri illuminati dal seme del Dì. E la Voce si fece lingua e i vocaboli presero a esistere nel sonno eterno degli amanti distesi nel Nulla.
La metamorfosi non è mai unica. Sono le metamorfosi della Voce: essa da grido si fa melodia e unendosi alla luce – «il seme del Dì» – nel Tempo, si tramuta in linguaggio e crea le parole, e quindi le cose del mondo, i suoi corpi definiti e tangibili. «La lingua» indica tutto ciò che può essere linguaggio e tutto ciò che può essere parola. Qui s’intende quindi: il gesto comunicativo tra gli esseri – che è sempre anch’esso un cambiamento, una mutazione, una metamorfosi. Sono linguaggio i cambiamenti energetici, auratici dell’anima che inevitabilmente parlano, come sono linguaggio le lingue: simboli e suoni astratti che, attraverso un codice comune, diventano utilizzabili per creare senso e comunicarlo all’altro attraverso diversi canali: la carta, l’aria, lo spirito. Linguaggio è quando lo spazio, l’attorno, viene metamorfosato e diventa parola, crea senso.
Quindi è la Voce che si trasfigura e diviene linguaggio, e si erge nel Tempo, ombrosa di mistero ma diafana, perspicua, afferrabile, anche solo per un barbaglio sperso nell’oscurità.
Nel giaciglio si ersero i monti, illuminati e tesi alla volta celeste e il grande mare si accovacciò, nel buio del fondo.
È dal linguaggio che si formano tutte le cose del mondo materiale, mentre quelle del mondo invisibile vorticano in una melodia senza codici. Se da una parte avviene una contrapposizione, per necessità di definire, di comprendere e di codificare; dall’altra si sprigiona la potenza creatrice dell’unione provocata dalla perdizione nell’indefinito. Quella che potremmo chiamare «comunione notturna». Esattamente il fenomeno grazie al quale in sogno è possibile qualsiasi cosa. Ed è possibile pensare e percepire, sentire qualsiasi cosa. Il mondo delle idee, in effetti, è il prolungamento naturale del mondo immateriale, ed è «il turbine» e da esso proviene. A volte i pensieri si possono riconfigurare attraverso le leggi del mondo visibile, ma altre volte nulla di ciò che si pensa appare concreto o esplicabile. Le emanazioni del mondo immateriale nel mondo materico sono innumerevoli e spesso appaiono funeste, spaventando gli esseri che non sono pronti al percepire assoluto. Allo stesso modo, il mondo materico si specchia nel turbine e così lo coinvolge nella sua esistenza. Difatti gli esseri intangibili somigliano a quelli materiali. In questo senso viene da chiedersi: è forse la luce tiranna la forza centrifuga che trafuga le entità dal turbine?
L’orizzonte a separare i corpi degli amanti, linea di senso – lo spazio d’inconsistenza tra tutto e nulla.
È scritto che tra i corpi del Dì e di Notte vi è uno spazio. D’inconsistenza. Il tutto e il nulla segnalano l’inizio e la fine – e prima dell’inizio c’è la fine stessa (Fine-Inizio-Fine) in un circolo perfetto e interminabile. Lo spazio d’inconsistenza è quella porzione di Tempo che accade negli istanti che precedono il sogno di Notte. La distanza tra le due entità divine. Coincide con i momenti che preludono, per esempio, allo stato d’incoscienza della meditazione, dell’ebrezza. Della follia. Del genio.
L’orizzonte – elevato a simbolo di questo spazio d’astrazione – è alba e crepuscolo. I momenti di cambiamento della giornata, tra il Dì e Notte. Le metamorfosi della giornata – ancora. La membrana che si frappone tra i due mondi – e tra i due corpi, di Notte e Dì. Lo spazio d’inconsistenza è l’ascesi stessa, è l’altrove da cui è possibile vedere e sentire la Verità. Senza le rigide regole del mondo materico né la confusione caotica del turbine. Quando una creatura, un’esistenza, un’entità si trova nello «spazio d’inconsistenza» raggiunge uno stato di consapevolezza assoluta che gli consente di vedere tutto nella sua interezza e disvelarne la vera natura. All’interno dello spazio d’inconsistenza, qualunque entità, guarda e ascolta con il linguaggio della Voce, cambiando con essa e seguendone il metamorfosare.
Qui s’alligna lo Sciamano, il figlio della Voce.
Gli Sciamani sono illuminati: esseri fatti di metamorfosi. Sono turbine. Sono tangibili ma provengono dal mondo inconsistente senza Tempo. Sono i figli della Voce: della sua maestosa e riverberante eco infinita.
Mentre le entità del mondo immateriale restano esseri intangibili, pur apparendo come immagini concrete; gli Sciamani, qualunque sia la loro forma e la percezione che se ne può avere dall’esterno, conservano la loro essenza intatta, trasmutandone le sembianze attraverso i mondi e il Tempo; tramite il linguaggio e con la Voce. Lo Sciamano è fatto di Voce e con essa cambia, a causa e grazie alla Voce e con la Voce e per la Voce. Egli vede e sente e guarda e ascolta e canta con la sua vera Voce e richiama, evoca pezzi del turbine nel mondo materico e, viceversa, modella pezzi di tangibile perché somiglino al turbine o ad esso tornino. Alcuni Sciamani possono apparire con le sembianze di una tigre o di un lemure, alcuni preferiscono manifestarsi come foglia o goccia, o roccia millenaria immobile levigata dal grande fiume, per vivere l’esperienza di un’ossessionante carezza acquatica.
Lo Sciamano nasce dallo spazio d’inconsistenza ed è fatto della stessa materia dei sogni e sussiste tra il Dì e la Notte.
Egli conosce il linguaggio e governa la Voce nel canto. Sente nella Notte e getta ombre sull’abbaglio del Dì.
Lo Sciamano governa la Voce, canta con sicurezza le note della melodia intonando le parole, nel linguaggio che egli perfettamente conosce. Lo Sciamano canta con la Voce. Lo Sciamano può tutto, ma non solo, potrebbe anche il Nulla. Può evocare tutto ciò che è possibile e anche ciò che non lo è. Per questo lo Sciamano soffre, e sente sulle spalle un peso enorme e inconcepibile al contempo – dunque si dispera per ciò che potrebbe o dovrebbe fare. Egli esiste con una consapevolezza assoluta, che gli rende impossibile la felicità. Egli agogna la contemplazione suprema del silenzio. L’eremitaggio dello spirito. Sente le voci, e riconosce e ascolta la Voce – ogni Sciamano quando sente la Voce deve ascoltare la Voce. La madre. Per questo lo Sciamano appare distratto e svogliato, perso, e spesso può essere scambiato per uno straccio o uno straccione, un viandante trasandato e lordo. Lo Sciamano punta alla percezione assoluta. Può apparire alla stregua di un ubriacone, ma la sua ebrezza lo eleva a un’estasi consapevole e sicura, conscia, cui egli si concede quando è necessario, con la sicurezza di un’anima grande e irremovibile. Un’anima fragile.
Egli compie il gesto che richiama l’amplesso, l’ebrezza, l’essenza di essere. L’orgasmo di Notte – la Verità.
Lo Sciamano è un viandante dei mondi. Egli compie il gesto seguendo una delle sette vie. Le sette vie della metamorfosi: la magia, la scienza, la coscienza, l’arte, l’ebrezza, il viaggio e il suicidio. Lo Sciamano – sia che si trovi in forma di corallo o stella alpina, abete o tasso bruno – esegue il gesto. Sia esso la caccia alle allodole, alle streghe o alle stelle. Lo Sciamano esegue il gesto. Sia esso l’impollinazione d’un fiore, la corsa disperata di uno gnu, lo spegnersi e cadere di una stella. Sia esso il canto superiore delle melodie degli altissimi, per accedere al paradiso subacqueo, in un’apnea sempiterna d’ascesi verso il fondo. Sia esso l’amplesso di due corpi transustanziati nella Verità che sta sopra ogni cosa. La Verità – il giaciglio della creazione dove il Dì e Notte riposano, e tra loro uno spazio d’inconsistenza dove risuona la Voce, atmosfera magniloquente del sonno eterno che tutto genera, della durata d’un sogno, tra il Tutto e il Nulla, fino a che Notte non si risveglierà, e il sogno non sarà più sogno.