Quello che adesso sono capace di fare
Ho un segreto. Ho trovato il modo si staccarmi dal corpo senza svegliarlo, come Darrell Standing, il Vagabondo delle stelle di Jack London. Con la differenza che quella in cui vivo io non è una prigione
fotografia di Domenico Caringella
Ho un segreto. Ho trovato il modo si staccarmi dal corpo senza svegliarlo, come Darrell Standing, il Vagabondo delle stelle di Jack London. Con la differenza che quella in cui vivo io non è una prigione - almeno non più di quanto una vita ordinaria possa esserlo - e che questa nuova strabiliante facoltà che esercito all'alba di alcune giornate, non mi consente di viaggiare a piacimento nella storia e nel tempo. Quello che adesso sono capace di fare è solo tornare a un preciso momento della mia vita passata, immutabile, fisso.
Quando è cominciato pensavo che fosse un sogno, uno di quelli che ricorrono senza un'apparente spiegazione, a cui si finisce quasi per affezionarsi e che assomigliano a un'abitudine più che a un'ossessione. Solo in seguito ho realizzato che non si trattava di questo, e che la visione, il ritorno, non erano affidati al caso o al mio inconscio, ma erano il risultato di una premeditazione, l'appagamento di un desiderio. Le prime volte neppure riuscivo a collocare nel tempo l'azione che si ripeteva identica a se stessa ogni volta. Ora invece, so che è una sera di febbraio quella che mi vede ritornare nella stanza di mia figlia. Lei è a letto, ha la sua rivista preferita tra le mani. Non sta leggendo, è distesa su un fianco e dà le spalle a me e alla porta. Io mi avvicino, mi inginocchio accanto al letto e lei si gira, accenna un sorriso, si volta di nuovo verso il muro e mi chiede di abbracciarla, con un tono della voce che quasi mai le ho sentito, più tranquillo e deciso di quello che usa di solito. Poi, ancora senza guardarmi mi chiede se le voglio bene, e è una vera domanda che esige una risposta che non è scontata. Io le rispondo. Lei rimane in silenzio. Vuole che io mi alzi e la lasci da sola, lo so. E è quello che faccio.
Quando è successo nella realtà ricordo di aver sentito una felicità e una malinconia piene, perfette; ma non paragonabili a ciò che provo quando ritorno in quella stanza di proposito, al limite estremo della notte, senza muovermi dal mio letto, sapendo con esattezza quello che accadrà, le parole, la luce del lume sulla mensola, i suoi occhi aperti che fissano un punto indefinito, le due domande una dietro l'altra, separate dallo stesso numero di respiri; l'intera eguale sequenza.
Quando sono sveglio del tutto, di nuovo ricongiunto al mio corpo, se la mattina è luminosa, so che sarà una bella giornata. Diversa da altre, in cui mi ritrovo rassegnato e solitario, eroico e patetico come un parafulmine, senza decidere se devo sentirmi un baluardo o soltanto un'asta di metallo, protesa verso il cielo, in attesa di qualcosa.
Domenico Caringella
Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti
Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti. Penso all'abilità con cui scelgono parole come umettare, oppure penso alla parola nettàre. Io non ho scritto mai una poesia, solo una volta l'incipit, dedicato al quartiere in cui ho abitato due anni e che fa così:
Tra le persone più pratiche che ho conosciuto ci sono senza dubbio i poeti. Penso all'abilità con cui scelgono parole come umettare, oppure penso alla parola nettàre. Io non ho scritto mai una poesia, solo una volta l'incipit, dedicato al quartiere in cui ho abitato due anni e che fa così:
Oltrarno, putrida latrina
Ho provato ad andare avanti, ma ho lasciato perdere perché credo che la poesia sia come l'amore, se funziona vuol dire che va bene e che c'è, altrimenti vuol dire che si è sbagliato, che ci si è confusi con altre cose.
Ho fatto vedere a Diana la poesia quell'incipit di poesia e lei ha detto: è bello perché è un novenario. Lei ha questa capacità comune a tutte le ragazze che ho avuto, di contare. Ho sempre trovato fidanzate che contavano, contavano cose differenti, ma comunque contavano. Diana per esempio conta le sillabe e questo suo argomento di conteggio me la rende graditissima.
Comunque dicevo dei poeti e di come non ho mai conosciuto nessuno più pratico, che è da un lato un modo per dire che io poeta non sono e quindi neppure una persona pratica, ma anche un modo per dire proprio la cosa che dico.
Penso a Ferruccio, che è il mio amico più poeta che conosco, il vecchio Ferruccio che stanotte ha attraversato il mare tra Sicilia e Sardegna. La traversata è avvenuta senza problemi, come riporta la pagina facebook di suo padre, che seguo (questo per dire solo che Ferruccio è a tutti gli effetti un poeta vivente).
Lui è davvero bravissimo a utilizzare parole, penso ad esempio alla parola ghirlanda, oppure... non mi viene in mente nient'altro, e in verità anche ghirlanda ora che ci penso è il nome di una via, Via Ghirlandaio sarebbe, abbreviata in ghirlanda, e fa parte di una toponomastica che appartiene sicuramente più a me che a lui, che lavoro all'ufficio postale tutto il giorno (anzi mezza giornata perché faccio il part-time) e passo le giornate a sentir parlare di vie. Alla fine se ci penso mi sembra di essere diventato uomo solo da quando ho quel lavoro e conosco le vie della città, mentre prima avevo zone avvolte da nebbia come fosse una fiaba (era bello non conoscere le strade, in verità).
Penso alle parole usate dal poeta Ferruccio senza pensare a nessuna parola in particolare, ma all'uso che lui riesce a farne, a come è pratico nel metterne una dietro l'altra a formare delle melodie, e se una non gli piace o non ci sta bene ne prova un'altra, e alla fine la trova, perché è una persona pratica, io credo. Sceglie sempre delle parole che ci stanno benissimo, Ferruccio, mentre io dopo quel mio unico incipit che è stato alla fin fine casuale, non ho saputo più come rigirarmi. Sarà che non sono pratico, mi dico, sarà che Ferruccio ha più dimestichezza con le parole umettare, con il verbo nettàre, che io non so nemmeno che vuol dire.
Mi piacerebbe molto finire di scrivere la mia poesia, forse un giorno che Ferruccio torna dal mare (ma è possibile che lui non torni mai dal suo viaggio in barca a vela, neanche a dicembre inoltrato, nemmeno nelle giornate cortissime di gennaio e poi fredde madide di febbraio lo vedremo gironzolare per il quartiere) gli chiederò di aiutarmi a ultimarla, o forse gli manderò queste mie parole a un fermo posta di un porto del sud, e lui le leggerà con le gambe penzoloni dalla barca che sfiorano il mare.
Simone Lisi
Veicolo fermo
“Veicolo fermo tra Biandrate e Novara” recitava il pannello segnaletico sulla A4. Qualcuno potrebbe aver bisogno di soccorso, pensò Enrico. Il viaggio era monotono, il caldo di agosto appena mitigato dallo scendere della sera, il parabrezza una costellazione di insetti spappolati. Enrico cominciò da subito a scrutare la corsia di soccorso in cerca dell’auto
fotografia di Aldo Quario
“Veicolo fermo tra Biandrate e Novara” recitava il pannello segnaletico sulla A4.
Qualcuno potrebbe aver bisogno di soccorso, pensò Enrico. Il viaggio era monotono, il caldo di agosto appena mitigato dallo scendere della sera, il parabrezza una costellazione di insetti spappolati. Enrico cominciò da subito a scrutare la corsia di soccorso in cerca dell’auto.
Qualche chilometro dopo Biandrate, eccola lì, una berlina accostata, con le quattro frecce. La vide da distante, ed Enrico ebbe il tempo di segnalare educatamente, spostarsi sulla corsia di destra, poi ancora più in là, oltrepassare la linea bianca continua, e fermarsi giusto dietro l’auto in sosta. Inserì le doppie frecce.
Era il crepuscolo. A lato dell’autostrada un campo di granoturco, gli steli alti e verdi formavano una barriera alla vista. Le pannocchie nei cartocci gli riportarono alla memoria vecchi film americani, le pianure dello Iowa. Dietro, in lontananza, si intravedevano strane forme bianche e tondeggianti, forse dei silos, le cui sagome si staccavano sul cielo che si oscurava, come fossero sospese. Nessuna rana, nessun grillo, nessun rumore.
Nessuna auto passava, che potesse distrarre le zanzare dall’infestare l’area di sosta improvvisata. Saturavano l'aria calda resa dolciastra di frutta marcescente, impazienti che uno degli occupanti venisse allo scoperto. Enrico scese con prudenza. La linea bianca pulsava regolare di arancio, al ritmo dei lampeggianti sincroni. Sembrava che lo ammonisse. Enrico se ne tenne a distanza, si diresse verso l’abitacolo dell’auto davanti alla sua, bussò al finestrino.
L’occupante azionò il meccanismo e, silenzioso, il vetro si abbassò. Ne uscì un odore di fumo vecchio misto alla pelle dei sedili. Era fresco, dentro. Enrico non vedeva bene l’interno, era troppo buio, solo due occhi e un’espressione frastornata.
-Cosa vuole?
-No... Mi scusi, ho visto un’auto ferma e ho pensato... Posso aiutarla? Ha bisogno?
Gli occhi si dirigevano nervosi verso Enrico, a scrutare tutto il viso, riuscivano quasi a tenere distanti le zanzare e il caldo.
-Io... ho visto un’auto ferma, con le doppie frecce- iniziò una voce dagli occhi –e mi sono fermato a vedere... a prestare soccorso. Sono sceso, ho bussato, e l’altro mi ha detto che si era fermato ad aiutare un’auto ferma... poi però se n’è andato. Adesso scusi, ma devo proprio...
L’ultima parola non riuscì a superare il finestrino che si chiudeva.
L’auto si mise in moto e partì, sembrò quasi fluttuare nel crepuscolo, e lasciò Enrico con il buio, negli insetti. Non riusciva bene a capire cosa fosse successo. A malapena distingueva le forme intorno a sé, neppure i silos riflettevano più alcuna luce. Solo la linea, a terra, continuava a pulsare intimidatoria. Enrico ritornò all’auto.
Qualche minuto e un’utilitaria si accodò, inserendo le doppie frecce. I fari impedivano a Enrico di vedere il conducente. Questi scese con prudenza, si tenne a distanza dalla linea bianca, si diresse verso l’abitacolo e bussò al finestrino.
Enrico azionò il meccanismo e, silenzioso, il vetro si abbassò.
-Cosa vuole?
Aldo Quario
Pari e patta
Il tipo grosso si gratta la nuca, ha i capelli corti sotto e un po' più lunghi sopra, senza sfumatura. In grembo ha una mazza da baseball. Sul sedile del passeggero l'altro tizio, magro scavato occhi neri,
fotografia di Carlo Zei
Il tipo grosso si gratta la nuca, ha i capelli corti sotto e un po' più lunghi sopra, senza sfumatura. In grembo ha una mazza da baseball. Sul sedile del passeggero l'altro tizio, magro scavato occhi neri, si stringe nella giacchetta come se avesse un brivido, ma non ha freddo, è nervoso. Anche lui ha una mazza da baseball, ma la tiene tra i due sedili davanti, non la tocca. Il tipo grosso la gratta che sembra quasi accarezzarla, come se da un momento all'altro dovesse fare le fusa. Sono in macchina in un vicolo da più di due ore, non hanno mangiato e il tipo grosso comincia ad aver fame. L'altro no. L'altro ha solo brividi, e ricordi alla rinfusa sparsi dentro la testa e vorrebbe scacciarli con la mano come si fa con le mosche d'estate, ma non può. Non può proprio. Allora si fa un'altra riga di coca. Il tipo grosso si serve anche lui. È un esattore di uno spacciatore e recupera i crediti con la mazza da baseball. Quello magro è fuori dal giro da diverso tempo. È sposato e fa il gommista, è un tipo serio ormai. Un paio di anni prima una gomma di un camion gli è esplosa vicino, lui è rimasto un po' sordo. Da allora prende una pensioncina di invalidità. Una settimana prima il tipo grosso lo ha chiamato. Doveva riscuotere dei soldi da un tale, e il tale si chiamava preciso come un altro di cui quello magro una volta gli ha parlato. Una volta sola, a notte fonda. Ma il tipo grosso si ricorda di tutto, è uno preciso. E ci tiene agli amici. E allora ha chiamato quello magro. Anche se non si sentivano da un po'. Anche se quello magro è fuori dal giro. La macchina ha il motore acceso e i fari spenti. Fuori fa freddo. Tutte le volte che qualcuno passa dal vicolo il tipo grosso aguzza la vista, non si vede granché ma lui ha l'occhio clinico, è abituato alla caccia. Il tizio magro non parla, e allora sta zitto anche lui, si limita a guardare e aspettare. La pazienza fa parte del mestiere. A volte pensa che dopo tutti quegli appostamenti non sarebbe male come poliziotto, con le manette al posto della mazza. Quel pensiero lo fa quasi sorridere, poi sparisce nel vuoto. Il tizio magro si sente un po' riemergere dal buio come quella volta che era in overdose e si sentiva sprofondare e poi quelli della croce rossa gli fecero il narkan in vena e disse che cazzo basta, è l'ora di finirla con questa vita di merda e se ne andò in comunità. Si sente riemergere un po' quasi come quella volta, mentre il tipo grosso lo scuote per il braccio e gli dice ci siamo e di mettere su il passamontagna. Uno alto e ingobbito caracolla per il vicolo, sicuro è ubriaco o fatto, e altrettanto sicuro ha debiti con quelli sbagliati e sapeva anche bene che con certi tipi i debiti è meglio non farli, ma si sa come sono i tossici, comunque ora sono cazzi suoi. Il tipo grosso e quello magro con la faccia scavata si calano i passamontagna sul viso e escono con le mazze in mano. Il fattone non sembra vederli nemmeno nella penombra, chissà dove ha la testa, fino a che non gli sono praticamente davanti. Quello grosso gli molla una mazzata nel petto che lo fa stramazzare, è a terra che rantola, quello grosso gliene molla altre due nelle gambe stretto e preciso, sembra un chirurgo, un chirurgo con la mazza. Quello magro sta fermo fino a che quello grosso non lo guarda come a dire ma che cazzo ci sei venuto a fare fino a qua se non fai quello che devi fare. Il tizio magro lo guarda a sua sua volta da dietro la lana del passamontagna e poi si china e parte all'attacco, prima con la mazza e poi con i calci, il rantolio del tossico sparisce sotto il rumore delle botte, nessuna finestra da sul vicolo e comunque in questa zona nessuno chiamerebbe la pula, qua ognuno si fa i cazzi suoi e questo è un lavoro pulito, ordinaria amministrazione per quello grosso. E infatti quello grosso tira via quello magro, ma che cazzo lo ammazzi, gli dice con un tono monocorde da impiegato. Il fattone è coperto di sangue, sputa tossisce e arranca, lo hanno conciato proprio di merda, fai quello che devi fare, dice quello grosso a quello magro. Quello magro si china sul tossico e lo gira e lo prende per i capelli impastati di sangue e si toglie il passamontagna e lo guardadritto negli occhi pestati e ti ricordi di me, gli ringhia tra i denti. Il tossico non dice nulla e quello magro gli dice in riformatorio ventuno anni fa e lo colpisce ancora in faccia con un pugno e lo gira di nuovo. Si fruga in tasca e scatta un coltello e taglia i pantaloni incrostatati del tossico. Si sgancia i suoi e ne esce un'erezione tenuta su dall'odio e dalla roba e si cala un preservativo sull'erezione e fa quello che deve fare. Pensa un po' se infierire con il coltello ma il tipo grosso lo scuote per un braccio e gli fa cenno di andare. Lasciano il tossico a pancia in giù tra i bidoni, sembra quasi un barbone che dorme, o svenuto. Salgono in macchina e filano.
Filippo Rigli
Un posto nel tempo
Angelo meraviglioso. Isabella si sveglia. Sopravvive con pazienza, in mezzo al disincanto generale, nella frenesia dell’arricchimento rapido diffuso intorno a noi, seguendo una regola di sincero disprezzo per i tempi correnti.
fotografia di Stefano Loria
Angelo meraviglioso. Isabella si sveglia.
Sopravvive con pazienza, in mezzo al disincanto generale, nella frenesia dell’arricchimento rapido diffuso intorno a noi, seguendo una regola di sincero disprezzo per i tempi correnti.
Le ho telefonato anche troppo spesso negli ultimi giorni, mal consigliato dai fantasmi privati che di sera mi parlano dallo specchio piazzato sul soffitto della camera da letto.
Mi ero ripromesso di disturbarla il meno possibile. Non volevo ferire il suo isolamento.
Isabella detesta le idee troppo logorate, quelle sculturine usa e getta che ci trasciniamo dietro, dalle quali l’abitudine ha scavato via ogni senso. E’ convinta che l’elaborazione dei concetti mantenga un’energia espressiva solo a patto di inventarsi scansioni irregolari, con accelerazioni e rallentamenti imprevisti.
Quando stiamo insieme – può essere una passeggiata nel bosco o un percorso davanti alle vetrine dei negozi, nel centro di una grande città – non parliamo molto. Camminiamo a lungo senza fare conversazione. Se vedo che è assorta, la lascio tranquilla.
Cerchi concentrici in apertura ed allontanamento sulla superficie del lago.
Dopo avere saltellato quattro o cinque volte la pietra si è inabissata fulminea. Il gesto di Isabella è stato regale. Una falce scolpita nell’aria del pomeriggio ancora luminoso.
Più tardi, con lo sfumare dei raggi del sole dentro una scatola di oscurità, siamo tornati nella sua casa bianca. Il salotto è spazioso e poco arredato. Un grande divano rivestito di velluto giallo, il tavolo metallico con il piano di plexiglas, le due lampade che emettono attraverso i paralumi di stoffa un’incandescenza trattenuta. Lei sfiora con la punta delle dita le pareti lisce. Mette abbondante legna nel camino. Le fiamme alte accendono una piacevole colonna sonora di crepitii e schiocchi. Isabella si sposta lungo i grandi vetri quadrati che segnano il confine con l’esterno. Osserva gli alti alberi lussureggianti, l’inizio del sentiero, il piccolo pontile che si slancia nelle acque.
Non aspettava visite quella sera Isabella.
Ma quando mi ha visto si è subito illuminata con un’espressione di felicità bambinesca sul viso. Ero andato lì a sorprenderla nella sua vacanza forzata. Avevamo il tempo dell’autunno a disposizione.
Abbiamo ascoltato i rumori della legna secca mangiata dal fuoco, guardando le decorazioni carbonizzate sbocciare in quello spazio moderno. Anche facendo affettuose chiacchiere, Isabella mi accusava di non viaggiare mai. Diceva sorridendo: sei pigro, sempre incollato ai marciapiedi della città, obbligato a girare in eterno dentro il medesimo reticolo di strade. Ti senti depresso per errori compiuti in un tempo così remoto da appartenere quasi ad un’altra esistenza, è logico, i progetti che hai cullato troppo a lungo si sono rivelati impossibili da portare a termine.
Mi sono difeso. Le ho ricordato che amo soprattutto compiere viaggi mentali. Mi piace spostarmi attraverso racconti, immagini, forme di cose che verranno. Malgrado la mia ripugnanza per il luogo in cui sono nato, devo però ammettere di avere disteso radici di pensiero a penetrare il suolo. In casi rari e fortunati ho toccato mondi possibili.
Mi piace questa conversazione con Isabella. Le nostre parole lasciano affiorare tanti modelli del passato, esperienze che ritenevo perdute fioriscono e si espandono in scenari.
C’è la stanza dei giochi che abitavo da piccolo, con la cesta dei balocchi in cui calavo le zampine per afferrare l’orsacchiotto. E più tardi la camera di adolescente con le pareti coperte dalle immagini di gruppi rock ritagliate dalle riviste, il tavolo da lavoro ricoperto con il panno verde scuro, ingombrato di fogli e matite. C’è la strada elegante in cui Isabella ha vissuto gli anni giovanili, rivediamo l’appartamento in cui abitava da ragazzina con il fratello ed i genitori. Facciamo risorgere un intero quartiere della nostra città: le case, le stanze che ci ospitavano, gli arredamenti. Rivediamo i libri più amati.
Studiavamo Catullo al liceo classico. Le sue invettive ci apparivano fresche come se fossero state scritte il giorno prima, pensavamo alle sue poesie anche mentre facevamo finta di ascoltare i discorsi dei protagonisti dell'assemblea studentesca, quella spettacolare arena scolastica governata dagli estremismi politici.
Di notte sopraggiungeva, scivolando sulle onde della radio, una nebbia carica di turbamenti elettrici.
Posati i volumi dei poeti maledetti francesi, Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, studiavamo il Verlaine americano - Tom Verlaine - chitarrista fondatore del gruppo rock Television. Ricordo quanto piaceva ad Isabella la copertina del loro primo album, l’atmosfera febbrile trasmessa dai colori acidi.
Gli aquiloni lanciati nel cielo di New York - a metà di un decennio incandescente – erano ben visibili anche nel cielo di Toscana. Il ritratto in bianco e nero di Patti Smith - magra, l'espressione seria- si imprimeva a sigillo di Horses, un disco epico. Isabella era conquistata da questa ragazza fotografata dallo sconosciuto Robert Mapplethorpe come fosse una santa in preda a visioni del futuro.
Il fuoco dentro il caminetto langue. Fiamme in disintegrazione formano un tenue alone di luce intorno ai legni anneriti.
Apriamo la porta. Abbandoniamo il tepore della casa.
Uscendo all’esterno l’impressione iniziale è quella di un gelo al quale non sapremo resistere, ma percorrendo la stradina verso il lago ci sentiamo rinforzati e determinati.
I passi sopra le tavole di legno del pontile producono un rumore sordo. Ci fermiamo arrivati all’estremità. Isabella per prima inizia a spogliarsi. Lasciamo cadere i cappotti, le sciarpe, il maglione, i guanti.
Ci sporgiamo a fissare la lastra scura dell’acqua. Nonostante il freddo siamo decisi.
Isabella si butta. Nuda, è bianca, sospesa in superficie.
Mi getto anch’io.
Ci ritroviamo insieme nell’acqua alta, sbucati dalla profondità per prendere una boccata di aria fredda. Dopo un carosello di rapide bracciate cominciamo a stare meglio. La temperatura dell’acqua adesso ci sembra quasi piacevole.
Nuotiamo veloci. La notte è senza luna. Cerchiamo di fare poco rumore.
Ci allontaniamo dalla riva, raggiungiamo un punto al largo, dal quale il margine della foresta risulta impreciso, sfocato. Succede una cosa strana. Vediamo una scia di puntini luminosi, vacillanti al bordo del lago. Una segreta processione notturna che si perde poco a poco rientrando nel fitto degli alberi.
Incuriositi ritorniamo indietro. Nuotiamo fino al pontile. Le luci sono scomparse. Tutto è esattamente come prima. Indossiamo i nostri vestiti ghiacciati. Via di corsa fino alla casa.
Davanti ai tizzoni che crepitano nel caminetto, avvolta in una grande coperta di lana pesante, con i capelli ancora gocciolanti, Isabella mi dice che ha visto a sufficienza. Ricomincerà presto a scrivere.
fotografia di Stefano Loria
Stefano Loria
Angela
Angela aspetta dentro una lavanderia a gettoni, seduta, che si lavino i piumini. Non è nemmeno un anno che si è trasferita in una città nel nord, ma come sono cambiate in fretta le cose.
Angela aspetta dentro una lavanderia a gettoni, seduta, che si lavino i piumini. Non è nemmeno un anno che si è trasferita in una città nel nord, ma come sono cambiate in fretta le cose. Vivere giù era diventato impossibile. Per tante ragioni, ma prima fra tutte: lo sporco. Giù nemmeno esistono le lavanderie a gettoni, pensa. Ha come una vertigine, le sembra di essere a New York. Le sembra che il sole di febbraio fuori dal vetro parli con lei in un modo unico, come ritmico, come personale. Ma sono solo le cerniere lampo che sbattono, dentro la lavatrice.
Angela aspetta dentro la lavanderia a gettoni che i piumini siano puliti. Ha questa fissazione che tutto sia pulito, ha la fissa dei germi. Là al nord trovare lavoro è stato facilissimo. Lavora in un ufficio dal lunedì al venerdì, non le dispiace. Con i suoi colleghi e datori di lavoro si trova bene. Poi il fine settimana fa le pulizie a casa: c'è così tanto da pulire, sporco ostinato, che torna, che si ricrea costantemente, è una battaglia persa e che tuttavia deve essere combattuta. Sta bene dentro quella lavanderia a gettoni aspettando che il ciclo di pulizia a quaranta gradi sia terminato. Telefona alla sorella rimasta nella città del sud che le dice, nel suo dialetto lontano: Avevi la testa leggera, è per questo che hai chiamato? Per dirmi niente, solo per far passare due minuti?, mentre la luce che entra dentro alla vetrina della lavanderia a gettoni incendia la stanza. Sembra davvero di essere a New York, invece è soltanto una zona residenziale qualsiasi, in una città del centro nord d'Italia. Ma quasi le verrebbe da dire alla francese, de l'Italie.
Angela aspetta dentro la lavanderia a gettoni e telefona alla sorella che sta al sud, tanto per dirle niente, giusto per fare un saluto e poco dopo tornare a certi discorsi che si ripetono sempre tra loro, questioni insolute che non saranno risolte nemmeno da quella telefonata, da nessuna telefonata.
Angela aspetta che i suoi piumini siano puliti, dentro la lavanderia a gettoni, e vorrebbe che quel momento non finisse mai. Sa che quando i piumini saranno puliti, lo saranno solo per un attimo.
Simone Lisi
L'ultima vera barzelletta
Chiudevano i migliori negozi. Posti dove cercavo libri e LP usati, cantine che potevano essere gallerie d’arte o negozi della carità, rifugi funky che permettevano una tregua dal mondo in giornate uggiose volgevano occhi spenti alle strade che prima avevano mantenuto in morbosa vita.
L'ultima vera barzelletta - Last of the Practical Jokers
(testo bilingue-bilingual text)
Valentina Biasetti, Millimentri (sensazioni di cose minime) #4, tecnica necessaria su carta-matita e pastelli a olio, mm750x750, 2015
Chiudevano i migliori negozi. Posti dove cercavo libri e LP usati, cantine che potevano essere gallerie d’arte o negozi della carità, rifugi funky che permettevano una tregua dal mondo in giornate uggiose volgevano occhi spenti alle strade che prima avevano mantenuto in morbosa vita.
I bottegai sono mortali. Si portano all’oltretomba le cianfrusaglie della vita che intendevano mettere al mondo. Se non trovano eredi o apprendisti cui rifilare saperi e ciofeche, il loro essere commerciale appassisce e smette di esistere.
La Buffa Bottega era più fragorosa dei suoi vicini e colleghi. Lampadine multicolori scintillavano anacronisticamente dentro forme di lettere di latta, contorte e di varie dimensioni, l’equivalente di una cravatta psichedelica ultra-larga, o di un cuscino whoopee infilato sotto le mele di un tetro isolato. Quella vetrina afferrava per il bavero i passanti, gli spruzzava in faccia saliva calda e alito cattivo, e sbraitava con un accento assurdo barzellette senza senso.
Oggetti sprovvisti di inerente giocosità—bombe puzzolenti, polvere prurito, parrucche per simulare la calvizie, occhiali distorsori con attaccati nasi finti e grottesche sopracciglia, sigaroni di gomma, finti polli morti e spennacchiati, vomito posticcio e stronzi di cane artificiali—attiravano l’occhio come i coltelli a scatto e le riviste di donne nude nelle vetrine di altri squallidi negozi del quartiere.
C’era uno scaffale di riviste per soli adulti nel retro de La Buffa Bottega. Immaginai che fosse quella la sua vera fonte di guadagni. Un impiegatuccio in cerca di emozioni forti entra e prende l’ultimo numero di Troie e Sciattoni. Mentre il commerciante infila il lerciume dentro la busta di asettica carta marrone, chiede anche una bombola di spray-scoreggia. Tipi come lui comprano bicchieri-sbrodolo per prendersi gioco delle segretarie al lavoro, sistemano sistole schizza-mutandine sulla linguetta delle scarpe. La vita domestica è meno divertente. Sfigato single in mutande sul divano che si gode la nuova rivista porno mentre la tivù sussurra un vecchio episodio di una serie comica che ai suoi tempi forse faceva morire dal ridere.
Il venerando commerciante de La Buffa Bottega lavorava solo, notai. Cercavo lavoro. Guardavo la vetrina colma di risate liofilizzate come i barboni guardano le vetrine delle rosticcerie. Un teschio di plastica in posa sopra un finto cesso da salotto che strabordava di finti stronzi mi diede una scossa d’ispirazione. Entrai.
“Cosa ti fa pensare che sei qualificato?” Sembrava che il gestore del negozio mi volesse prendere per il culo. Non era così. Ascoltò la mia storia.
Molti lavori, a lungo andare, si rivelano essere delle barzellette poco divertenti. Sam il commerciante della comicità mi prese in prova. Voleva tenere aperto fino a mezzanotte per servire fantomatici turisti nottambuli, ma voleva anche poter tornare a Weehawken per la cena. Un fesso da minimo stipendio gli avrebbe permesso di realizzare questo grandioso sogno.
L’ultima intervista per un lavoro era stata più interessante. Mi ero presentato a un grattacielo anonimo, dove parlai con diverse persone. Quando chiesi che sorta di lavoro offrivano, farfugliarono in modo ambiguo di analisi di foto satellitari. L’ufficio del direttore sfoggiava foto della luna scattate da astronauti Nasa, abilmente incorniciate. Gli faceva gola che parlassi il tedesco. Era un grande ammiratore di Thomas Mann. Discutemmo del suo romanzo Il cigno nero, anziché di ciò che avrei dovuto fare nell’ufficio attualmente vuoto al piano di sotto.
Forse mi assunsero. Non aprii la lettera che mi inviarono, non la volli quasi toccare. Chissà dove finirono le mie impronte quando la buttai in un cassonetto a molti isolati da casa mia.
Sam il commerciante della comicità mi guardò senza espressione. “Sai passare il cencio, laureato del tubo?”
Pulire pavimenti di linoleum disegnati apposta per sembrare tollerabilmente sporchi conferisce una sorta di pace. Il turno serale a La Buffa Bottega era sereno, se non altro. Un cliente regolare, che indossava completi sartoriali di tessuti sgargianti da mozzare il fiato, finiva una bombola di scoreggia-spray a settimana. Non degnò mai nemmeno di uno sguardo la libreria porno.
Lo sgabello girevole dietro la cassa nichelata che sembrava il modello di un grattacielo Art Déco era comodo. Quando finivo di sperimentare scenografie di vetrina, o di stabilire gerarchie dei prodotti-gag in base all’indice di divertimento dentro le teche illuminate, mi sedevo a leggere. Thomas Mann, più che altro.
La sera della prima nevicata di quell’autunno, entrò una donna. Pestò lo zerbino per levare neve fresca dagli stivaletti scamosciati, scosse il trench, inspirò il caldo profumo del negozio, e si diresse verso lo scaffale delle riviste zozze.
Sam il commerciante della comicità di solito vittimizzava nuovi clienti con dimostrazioni pratiche di prodotti-gag, oppure raccontava barzellette indecenti. Era bravo, faceva colpo, di solito vendeva. Preferivo un approccio minimalista. I clienti sognano. La mercanzia sparge la propria magia risogenica. Intervengo solo dietro richiesta. Vendevo finto vomito a galloni. Le cifre mi fruttarono fischi d’ammirazione dal capo.
La Buffa Bottega era attrezzata di specchi deformanti antifurto. Potevo tener d’occhio tipi sospetti mentre spiegavo, per esempio, la preparazione di cubetti di ghiaccio raffiguranti donne nude a nonnine ansiose di sedurre decrepiti stalloni. Finsi di essere rapito dalla maestrale prosa di Mann sul soggetto dell’amore e la salute polmonare mentre lei sfogliava Stròzzami, una rivista per feticisti.
Il suo cappotto era da film noir, oppure da film rose, persino rouge. Le guardavo le mani. Esiste una sottospecie di ladri prestigiatori che indossa impermeabili. Li sgamo subito.
Un tratto di banco privo di vita si estende a sinistra della cassa. I clienti che entrano sono sbalorditi dalle finte carogne di polli, e dalle false teste rimpicciolite di un realismo agghiacciante nel display centrale. “Dacci dentro coi capelli,” aveva detto Sam all’artigiano. “Cazzo, usa pure capelli veri. Rimpicciolisci qualche testa genuina. Ti pagherò extra. I fessi li compreranno.” E infatti li comprarono.
Il mio sogno era di creare un microcosmo di magia dentro la zona morta de La Buffa Bottega. Inutile dire che questa impresa illusionistica fu ispirata da Mann, anche se il personaggio del racconto Mario e il mago non ha bisogno di marchingegni kitsch.
Misi mentalmente a punto un trucco per far sparire le mutandine della nuova cliente, a patto che ne portasse.
Sogni commerciali e montagne incantate fecero puf! quando sbatté sul banco la sua selezione di riviste porngrafiche. Aveva sul viso un’espressione di sfida: compro riviste segaiole pur essendo una donna, e con ciò?
Mi sarei preso a calci che non mi metto mai la cravatta. Avrei potuto praticarle la gag della cravatta che si rizza. Ma non avevo niente. Niente!
“Ehm, le teste rimpicciolite sono in offerta speciale, visto che è giovedì.”
“Passo già abbastanza soldi al mio psicanalista, grazie.”
Mi feci apparire sul naso degli occhiali effetto strabismo. “Ti farò pagare solo la metà di quanto gli dai,” dissi, massaggiandomi pensierosamente il mento.
“La masturbazione mi mantiene sana di mente,” disse.
Potevo solo battere i tasti della cassa per concludere la transazione. Tolsi gli stupidi occhiali-gag. Le piacevano riviste bondage, dalla roba leggera tutta sculaccioni fino a quella più dura e scura che Sam il commerciante della comicità riusciva a sopportare. Cioè non troppo hard. Niente sangue, o altre scorie umane.
“Che diresti di un paio di manette velcro per accompagnarle?” dissi.
“Sono entrata solo perché la tua stamberga è leggermente meno minacciosa degli altri cessi della zona.”
“Scusa. Serata lenta, e solitaria.”
“Meglio così,” disse. Pagò le riviste con un biglietto da cento dollari fresco di zecca, intascò le sudicie banconote di piccolo taglio che le porsi, afferrò la sua meravigliosa busta da sditalino, e si perse nella finta scoreggia che suona ogni volta che qualcuno esce dal negozio. Strinsi il bulbo di un finto klaxon, una gavia che richiama l’anima gemella in una notte metropolitana nella quale nessuno capiva le sue barzellette. Andai a spolverare lo scaffale del fluido glaciale, sperando in un soffio del suo profumo, o del suo odore ascellare.
‘Torna, per favore.’ Una silenziosa preghiera rivolta alle teste rimpicciolite, che non avevano bisogno di essere spolverate. ‘Ti prego, torna.’
La magia tsantsa funzionò. Ricomparve a La Buffa Bottega mentre praticavo un trucco per far sparire finti stronzi. Non salutò. Non sganciò una fialetta puzzolente. Si diresse dritto al retro del negozio, verso lo scaffale porno-anche-per-donne.
Era vestita in modo più femminile, a parte il trench. Feci scomparire altre finte feci, e la persi di vista nell’infinità degli specchi distorsori.
“Niente male,” disse, proprio al momento cruciale del passaggio alla mano sinistra. “Mi sembrò praticamente di sentire quella merda fare puf! Rifallo, dai.”
Mi spinsi un pugno metafisico in bocca per non blaterare, “Speravo che dicessi proprio così.” Materializzai una discreta busta di carta marrone con uno svolazzo dietro la schiena.
Aveva cambiato gusti. Tenere gnocche, Fregna acerba e Lolite implumi erano tra le riviste che avevo convinto Sam il commerciante della comicità a esporre. Vendettero parecchio, e quel successo mi fruttò una certa libertà nella scelta di materiale per soli adulti. Lubrificò la vendita di sterminati microfoni del ventriloquio, e intere macellerie di finti pollici insanguinati.
Tenni chiusa la bocca. Diressi uno sguardo da cinema muto verso l’orologio psichedelico con sagome della Kama Sutra al posto dei numeri, come stessi implorando. Mi mostrò pietà, abboccò.
“A che ora smonti?”
Materializzai una testa rimpicciolita sul banco. Lei non portava l’orologio, o gliel’avrei sfilato per farlo riapparire sotto il finto collo insanguinato, con le mani a indicare la mezzanotte delle streghe. “All’ora di chiusura,” dissi.
“Non fare il furbo,” disse. “O forse non vuoi uscire con me per fare del safe sex.”
“Stasera chiudiamo presto.”
Cercò di pagare le riviste con delle banconote finte, poi propose di vincermele al gioco usando una finta moneta a due teste. Stavo per dirle che il sudiciume era un omaggio della ditta, quando tirò fuori dalla borsa un autentico biglietto da cinquanta dollari.
“Una copia gratis di Screw con l’acquisto di dieci riviste patinate,” dissi.
“Affare fatto,” disse. “Stringimi la mano.”
Com’era prevedibile, mi fece sobbalzare con un anello elettroshock—un nuovo modello che sprigiona voltaggio da far traballare i denti del giudizio. “Ahio,” dissi.
Finse di rubare occhiali a raggi X mentre passavo il cencio. “Non sei Rocco Siffredi,” disse.
“Beh, tu non sei Albert Einstein. Quei cosi lì fanno vedere ologrammi di donne nude solo sotto luce ultravioletta.” Spensi tutto, e appesi alla porta il cartellino Closed, un gesto stupido perché poi tiravo giù il bandone stile carcere, a prova di bomba.
“Non potresti trovare un lavoro migliore?”
“Come, mollare il mondo dello spettacolo? E poi... tu che lavoro fai? Sei per caso la direttrice del Metropolitan Museum?”
Sbottonò il trench, rivelando una T-shirt con la scritta Sindacato Raccoglitori Marijuana. “Lavoro in pubblicità,” disse. Immaginai che fosse una direttrice d’agenzia, con diritti d’elicottero.
“E quindi hai problemi a fare amicizie,” dissi.
“Hai indovinato. Ma sto meditando di cambiare mestiere, fare la comica,” disse. “Potrebbe aiutarmi a essere meno timida.”
Girato l’angolo c’era un nuovo locale dove si esibivano comici professionisti. Era stato un teatro porno. Ora i gestori trasmettevano risate registrate per attirare gli stessi impiegatucci che prima entravano per una lesta sega prima di montare sulla corriera diretta in periferia.
“Che buffo,” dissi. “Io mi sto esercitando per diventare mago. Potrebbe compensare la mia totale assenza di fascino.”
“Fai un trucco,” disse.
“Tirami il dito.” Il finto dito che avevo preparato si stacca e sprizza sangue finto a fiotti. Stavolta non abboccò. Non insistetti.
Prese il comando della passeggiata senza meta. Non ci dirigemmo, come pensavo, verso la zona dei moribondi club per scambisti e voyeur.
Appuntamenti galanti safe sex nell’appartamento di una donna solitaria che vive in un quartiere noioso sono più belli di quanto possa sembrare, specialmente quando la tipa in questione sa cucinare eccezionali polpettoni.
Una bandiera americana invertita, col simbolo della pace al posto delle stelle, attaccata alla finestra per guastare la festa ai vicini guardoni, conferiva un’arcaica vibrazione rivoluzionaria. Attaccò il fantastico trench su un chiodo ingrossato da parecchi strati di vernice, accanto a un altro chiodo che reggeva un giaccone da marinaio. Le piaceva contemplare vestiti di seconda mano, disse. Non c’erano foto, quadri o poster. La cucina non vantava pretenziose caffettiere, frullatori o fornelli micro-onde. Non fumava, ma chiaramente avrebbe voluto. Rubava posaceneri da defunti ristoranti e locali che una volta andavano di moda.
Nella sua camera da letto, mi chiese di fare un trucco di magia.
“Fammi riprendere,” dissi. “L’ultimo trucco mi ha sfinito.”
“Fai scomparire qualcosa.”
“Ci hai già pensato tu, ma guarda... eccolo di nuovo.”
“Le barzellette lasciale raccontare a me, Mandrake.”
“Scusa. Fai pure.”
Non aveva la tivù davanti al letto. L’abat jour illuminava un romanzo di Thomas Bernhard, preso in prestito dalla biblioteca comunale. Si alzò, mise le mutande stile ragazzo adolescente e una T-shirt grigia da palestra, e fece un numero sulla sua breve carriera di spruzzatrice di profumi in un grande magazzino. Ma non faceva ridere. Non aveva il dono della comicità, oppure stava tentando un genere del tutto inesplorato, un numero da acrobata senza la rete. La feci finire, applaudii sommessamente stile safe sex, visto che era tardi e nell’appartamento accanto magari c’era chi dormiva. Come finale, fece un breve strip tease.
“Bene, ti ho fatto vedere la mia,” disse. “Ora mostrami il tuo.”
La stanza da letto era tanto spoglia e spartana com’erano il salotto e la cucina. Mi trovai in difficoltà, ma come un angelo apparve un’idea.
“Bellissimo romanzo,” dissi. “Anche se parecchio deprimente. Me lo passi?”
Fece per prendere la copia de Il soccombente, con sulla copertina un dignitoso ritratto in bianco e nero di Glenn Gould, ma invece agguantò L’ultimo vero bacio, di George Crumley. La copertina raffigurava, a colori violenti, un nudo ventre di donna e una calibro .38.
Aveva guardato dove volevo che guardasse quando uscii dal letto. “Guarda che coincidenza,” dissi. “Lo sto leggendo anch’io. Scrive peggio di un cane, ma è deliziosamente privo di pretese.”
Mollò l’immondo giallo, che avevo trovato in un romantico negozio di libri usati, ormai scomparso. “Ehi, ma cosa ne hai fatto del mio libro?”
“Quel tuo libro è anche mio, visto che appartiene alla biblioteca comunale, e io le tasse le pago. Ma se guardi dentro quelle mutande piene di buchi e patacche che hai appena buttato per terra... ” Abboccò, alla stragrande. “Sto scherzando, è sotto il tuo cuscino. La fatina dei denti gli dà pieni voti safe sex.”
“Però avresti potuto farlo riapparire dentro le mie mutande, vero?”
“Forse. Ma non ripeto trucchi davanti allo stesso pubblico, se non me la sento. Dove hai comprato il tuo perfettissimo trench?”
“A un claustrofobico negozio della carità dove sciamano omosessuali bramosi di strusciarsi addosso. Quindi ci vado anch’io.”
Quel negozio reggeva sempre, anzi andava forte. Forse un consorzio di arredatori l’aveva comprato, per preservarne l’atmosfera furtiva e soffocante.
“Senti,” dissi, anche se mi trovavo nudo sotto una nuda lampadina nella stanza da letto di una donna che conoscevo appena. “Mi sposeresti? Vuoi essere mia moglie, e aiutarmi a mandare avanti La Buffa Bottega quando Sam il commerciante della comicità darà un calcio al secchio sbrodoloso?”
“Sarebbe una barzelletta?”
La magia non è sempre un trucco. Anni dopo, mi confessò che la sua intenzione originale era stata di farmi pagare cinquanta dollari per quel primo romantico appuntamento.
Matthew Licht
Last of the Practical Jokers
All the best shops were closing down. Places to troll for used books, second-hand LPs, basement joints that could’ve been art galleries or thrift stores, funky bomb shelters where you could catch a breather from the world on dreary days—shuttered, black-eyed to the streets they once morbidly enlivened.
Shopkeepers are mortal. They take with them the crap of life which they’d intended to put out into the world, at a price. Unless they find heirs or apprentices on whom to foist their commercial knowledge and wares, the constructs of their shops wither fast and are no more.
The Joke Shop was louder than its fellows and neighbors. Multi-colored incandescent bulbs blared anachronistically across tin-type letter-forms set jumbled and askew in a truncated marquee, the equivalent of an extra-width psychedelic tie, a whoopee cushion under the ass of a grim city block. The show-stopper shopwindow grabbed innocent pedestrians by the lapels, if they had any, sprayed their faces with hot spit and bad breath, brayed a nonsensical one- or two-linerin a heavy Outer Borough accent. Yaah! Honk-honk!
Objects bereft of inherent funniness—joy-buzzers, boxes of frosty fluid, piss-colored stink-bomb ampules, itching powder, skinhead wigs, fake nose n’ mustache eyeglasses, oversized rubber cigars with which to gesture and guffaw, fake puke and artificial turds—hooked roving eyes like the switchblades and split beaver on the dismal stretch of knives-and-porno dives around the corner.
There was an Adults Only rack at the back of The Joke Shop, which I always suspected was the place’s genuine money-maker. Bus station-bound galoot wants a lonely thrill, but is worried that someone from his office will spot him. In he goes, selects the latest issue of Sluts & Slobs. While the clerk discreetly sleight-of-hands the filth into an antiseptic brown envelope, the customer shmo asks for a can of fart-smell. He’s the kinda guy who’ll use a dribble glass on a secretary, or put a bulb n’ tube pocket-squeeze squirting device on the tongue of his 2-for-1 closeout sale office-brogues. The scene at home’s not nearly as funny. Unattached goof in his underwear on an easy chair, enjoying his new magazine while the TV whispers a sitcom that might’ve been considered hilarious, in its long-dead day.
The venerable Joke Shop clerk worked alone. I needed a job. I stared into the laff-packed shopwindow the way bums look into cozy diners. On a flash of inspiration from a hinged plastic skull perched on a fake livingroom toilet that overflowed with pressed-sawdust shit, I went in and made my plea.
“What’re your qualifications?” Sounded like he was setting me up for a dead-end career punchline, but I told him straight, such as they were.
Most jobs are jokes that never quite hit. Joke-Man Sam took me on a trial basis. He’d been hatching a plan to keep the place open till midnight, to cater to phantomatic after-dark wandering tourists. He wanted to get back to Weehawken in time for dinner, though. A minimum-wage sucker had waltzed in off the street to make this lavish dream possible. The 6:02 Jersey Transit bus blazed with renewed life, in the joke-man’s mind.
The last job interview had been more interesting, but proved less satisfactory, in payload terms. The men I’d spoken with were vague on exactly what sort of work was on offer, but it involved satellite-photo analysis. They knew I spoke German before they scoped my CV, and for some reason this knowledge made them hungry, eager. The man whose office featured expensively framed NASA photographs from the moon was a Thomas Mann enthusiast. We discussed The Black Swan, instead of what I might be doing in the currently empty office on the floor below, in a decade or so.
Maybe I got that job. I didn’t open the letter, didn’t even want to leave fingerprints on the envelope when I tossed it.
Sam the Joke Man shot me a dead pan. “Know what to do with a mop, college boy?”
Peace comes from cleaning linoleum floors designed to look tolerably dirty at best. The lobster’s graveyard shift at The Joke Shop was nothing if not serene. The door buzzer never set off the stacks of joy-buzzers by comedic-timing accident. One regular late-night customer, who wore custom-made suits in astonishing color-and-pattern combos, went through a spray-can of fart-smell a week. He never even glanced at the porno rack next to the janitorial closet where I hung my jacket.
The high-rise swivel-action clerk’s stool behind the nickel-plated Art Deco cash register, which Sam had scored at a Salvation Army store in Newark, was supremely comfortable. Whenever I was done jazz-riffing on the window-display, or establishing yock-hierarchies in the illuminated glass counters, I could just sit and read. Thomas Mann, mostly.
One first snowfall of autumn night, a woman came into The Joke Shop. She stomped her suede chelsea boots, shuddered her gabardine epaulets, took in the humorous fug, and headed towards the skin-mag rack.
Sam the Joke Man usually hit new customers with a product demonstration, or a one-liner. He was skilled, often killed, and sold. The subtle approach worked better, for me. Let the customer dream alone, let the merch twist its knee-slapping magic. I’d slide in a set of Bubba teeth and act natural if and when the questions came. Wull yuh fee, mifner, for mack-fimum fake vomick effeckniveneff, yuh gotta plan ahead. I moved solid gallons of fake puke. The numbers got me approving slide-whistles from the boss.
The Joke Shop was rigged with cannily placed loss-prevention fisheye mirrors. The Zen was to keep one eye on a raincoat—Joke Shop slang for shoplifter—while explaining Nudie Girl ice cube preparation to the anxious grandma planning a hot date. I pretended utter absorption in Mann’s take on love and lung health while she skimmed a fetish rag called Choke.
Her outerwear was straight out of a noir movie flickering in an uptown arthouse, on a double bill with something rose, or even rouge. Watch the hands. Some raincoats are also amateur magicians, with the chops to steal stuff faster than the eye can see. I know the type, and can spot them instantly.
A lifeless expanse of counter stretched to the left of the cash register. Customers on the way in were dazzled by fake dead chickens and disturbingly life-like shrunken heads on the main rack. “Go lavish on the hair,” Sam had told the manufacturer. “Hell, use real hair. Shrink some real heads. I’ll pay extra. The suckers’ll buy.” And buy they did.
My retail dream was to create a magic world-within-a-world in the Joke Shop’s dead zone. Needless to say, the illusion venture was inspired by the main Mann, although the Mandrake in Mario and the Magician doesn’t rely on hokey props.
I was thinking of ways to make the mysterious customer’s panties disappear, unless she wasn’t wearing any.
Magic dreams and mountains went poof! She slammed her slick smut selection on the counter. Yeah I buy stroke-mags even though I’m a woman what’s the big deal. Mentally kicked myself for not wearing ties to work. Coulda hit her with the squeeze-bulb hard-on tie gag. Instead, I had nothing. Nothing!
“Uhhh...we got a special on shrunken heads, since it’s Thursday.”
“Thanks but I pass my headshrinker enough moolah as is.”
Deftly slipped Crosseyed Spex onto my shnozz. “I’ll only charge you half of whatever you give him,” I said, and rubbed my chin in meditation.
“Masturbation keeps me sane,” she said.
Not much left to do but ring up her purchases. I took off the dumb joke glasses, did the transaction straight. Her taste in fuckbooks was strictly bondage, from light spanky stuff to dark action as heavy as Joke Man Sam could bear to carry. That is, not too heavy. No blood, or other human waste products.
“How ‘bout a pair of EZ-Off handcuffs to go with these?” I said.
“Look dude I only came in here cuz your dump’s less threatening than most of the scum-pits around here.”
“Sorry. Been a slow night. Lonely, too.”
“Better that way,” she said. She paid with a factory-fresh $100 bill, accepted the forlorn low-denomination notes that were all The Joke Shop had to offer as change, grabbed her wonderful bunny-pat brown paper package and was gone, lost in The Joke Shop closing-door fart fanfare. I honked a punchline horn, a loon silently calling his soul-mate in a big city night when no one was getting any jokes. Then I went to straighten the joy-buzzer aisle, hoping for a breath of her perfume, or body odor.
“Please come back,’ I prayed to the shrunken heads, who didn’t really need dusting. “Please, come back.”
Tsantsa magic works. Better than Magic 8-Ball Mystic Oracles, even. She returned to The Joke Shop while I was practicing a disappearing fake turd illusion I’d dreamed up. She didn’t say hi, or hotcha. She didn’t drop a smoke bomb or do anything novelty shop-appropriate. She headed straight to the back of the store, and hit the female-friendly skin rack.
She was dressed more womanly: black lo-stack pumps, tawny stockings, sensible knee-length navy blue wool skirt. The cool touch was a CPO jacket that whispered, Hello, sailor!
The Joke Shop welcomes Fleet Week! That cloth banner languished in the mop closet 51 weeks of the year.
Had to be a Fleet Enema gag in there somewhere. I made a few turds vanish, lost sight of her in fish-eyed loss-prevention mirror infinity.
“Pretty good,” she said, at the crucial instant of a left-hand pass. “I almost heard the turd go poof! Do it again.”
Stuffed a metaphysical fist in my yap so I wouldn’t blurt out, “I was hoping you’d say that.” Materialized a discreet brown paper envelope with an across-the-breast flourish.
Her taste in frig-mags had changed. Tender Twats, Barely Beaver and Snizz Shavers were all titles I’d convinced Sam the Joke Man would move in quantity, and in a hurry. Their success earned me a free hand in the field of wholesale spank merch. Nubile porn lubed the sale of tons of throw-your-voice microphones, armies of fake severed thumbs.
My trap stayed shut. I shot a Silent Screen glance at the numbers on the register, as though begging.
She had mercy, took the bait. “What time do you knock off?”
A shrunken head was suddenly on the counter. She wasn’t wearing a watch, or I would’ve tried a swipe-and-conjure under the shrunken head’s hideous sawn, shriveled neck, surreptitiously set the hands to point at the witching hour. “Closing time,” I said.
“Smartass, do you not want to go on a jack-and-jill-off date with me?”
“We’re closing early, tonight.”
She tried to pay for her magazines with phony-baloney simoleans, then offered to flip me for the total with a two-headed heads-up quarter. I was about to tell her the smut was on the house when she whipped out a genuine $50.
“Free copy of SCREW with every purchase of ten slicks,” I said.
“Cool deal,” she said. “Shake.”
Predictably, she shocked me with a joy-buzzer—a new, improved model that delivered sufficient voltage and joltage to set phantom wisdom teeth swimming. “Ow,” I said, shaken, stirred.
She mock-shoplifted a pair of X-Ray Spex while I mopped the floor. “You’re no John Holmes,” she said.
“Well you ain’t Sherlock Holmes, neither. Those things only show nekkid lady holograms under high-beam neon.” I doused the lights and hung up the sign that said Closed, which was kinda dumb, cuz the next step was always to pull down the bomb-proof folding-metal gate and apply the prison-grade padlocks.
“How come you can’t find a better job?” she said.
“What, and give up show biz? Besides, what’re you, the director of the Metropolitan Museum or something?”
She unbuttoned her CPO jacket to reveal a Marijuana Pickers Union, Local #13 T-shirt. “I work in advertising,” she said, and I figured her for a high-powered exec, a name partner with helicopter privileges.
“And you have trouble meeting people,” I said.
“You got that right. But I’m thinking of a career change, to professional comedy,” she said. “Should help me overcome my shyness.”
A professional comedy club called The Laugh Track had opened where Peepland once stood. Management thought it a good idea to broadcast mirth-free canned yocks from a place where office workers on their way to the Port of Authority Bus Terminal had once stopped in for a quick jack before heading back to the ‘burbs.
“That’s funny,” I said. “I’m branching out into magic, to get over my lack of charm.”
“Do a trick,” she said.
“Pull my finger.” The finger I’d prepared comes off when pulled, and oozes appallingly life-like fake blood. She didn’t bite. I didn’t insist.
She took the lead in our aimless stroll. We didn’t head, as I half-expected, towards the moribund downtown sex club scene.
A jack- and jill-off date at a lonely girl’s dull-neighborhood pad is more fun than you might think, especially when the lonely girl in question knocks up a way better than average meatloaf.
An upside-down, backwards American flag taped to the window as a screen against a nosy neighbor gave off groovy revolution vibes. She hung her gumshoe trench on a heavily painted nail left over from previous tenants because she liked looking at old raincoats, she said. No etchings, no paintings, no useless gourmet chef items on display. She didn’t smoke, but obviously sort of wished she did. She stole ashtrays from deceased, formerly hot restaurants and nightclubs.
She asked me to do a magic trick in her bedroom.
“Give me five more minutes,” I said. “That last one really took it out of me.”
“Make something disappear.”
“You already took care of that, but look: here it is again.”
“Better let me tell the jokes, Houdini.”
“Sorry. Go ahead.”
She didn’t have a TV anywhere near her bed. Just a lamp, which shone on a Thomas Bernhard novel, borrowed from the local Public Library branch. She got up, pulled on her Boys’ Dept. underwear and a gray T-shirt, and launched into a routine about her brief stint as a professional perfume-sprayer on the ground floor at Saks Fifth Avenue. The bit was depressing. She either wasn’t funny, or was attempting something new and different, a high-wire tummler act without a safety net. I let her finish, gave her a silent round of Jack-and-Jill applause. It was late. There might’ve been people sleeping next door. She did a strip-tease finale.
“OK, I showed you mine,” she said. “Let’s see yours.”
The bedroom was as bare as the livingroom and kitchen, but an idea came, like an angel.
“Great novel, but what a downer...”
She reached for her copy of The Loser, which sported a classy B&W portrait of young Glenn Gould, but came up with George Crumley’s The Last Good Kiss, its cover splashed with a lurid close-up of a headless female abdomen and a snubnose .38.
She’d looked where I wanted her to look when I got out of bed. “Hey that’s funny,” I said. “I’m reading that one too. He writes worse than a dog, but delightfully unpretentious.”
She dropped the pulpy paperback, fruit of a trade-in at NRS Used Books, RIP. “Hey whudja do with my book?”
“Well it’s also sorta mine, cuz I pay my library tax, but if you look in those skidmarked boy-briefs you just dropped...” She fell for it, hook, line and sinker. “Just kidding. It’s under your pillow. The Tooth Fairy gave it a two-handed Jill-off thumbs-up.”
“You could’ve made it appear in my undies though, couldn’t you.”
“Maybe. But I don’t repeat tricks in front of the same audience, unless I feel like it. Where’d you get your El Perfecto trenchcoat?”
“At a claustrophobic thrift shop called Out of Our Closet, on the Upper East Side,” she said. “Lonely guys cop homo thrills sliding past each other in the back room, so that’s where I go.”
The place was hanging on, even prospering. Maybe a consortium of interior decorators had bought the joint, to preserve its furtive, suffocating atmosphere.
“Listen,” I said, even though I was standing nude under a bare bulb in the bedroom of a woman I barely knew. “Will you please marry me, be my wife, and help me run The Magic Joke Shop when Sam the Joke Man kicks the dribble bucket?”
“This some kinda joke?”
Magic’s not always a trick. But years later, she told me her original scheme was to charge me charge me $50 for the Jack-and-Jill-Off date.
Matthew Licht (story)
Scansione
Sono stata sposata una volta. Un ragazzo gentile con una cinquecento blu. Un pomeriggio, come tutti i pomeriggi di quel tempo scandito dalla sensualità
Carlo Zei - Piazza Santo Spirito, Firenze 2015.
Sono stata sposata una volta. Un ragazzo gentile con una cinquecento blu. Un pomeriggio, come tutti i pomeriggi di quel tempo scandito dalla sensualità, ci eravamo avventurati nella boscaglia umida delle colline rimanendo impantanati; chiedemmo aiuto ad altri ragazzi, nudi come noi, ma comodi in una 4x4. Terrorizzati, un altro pomeriggio d’inverno, siamo scappati dalla stessa zona, un po’ più a valle però, per via di uno che si era messo a guardare. Erano i giorni di Firenze e dei suoi amanti violati. Ci andammo a rivestire sotto le luci arancioni di un locale poco distante, quello frequentato dai ragazzi più grandi. Mia sorella andava spesso a ballare lì. Ancora, la domenica pomeriggio, potevi andare in discoteca. Ricordo la prima volta che di domenica siamo andati. Era caldo, forse primavera, si stava bene senza il giubbotto, tanto che rimanemmo fuori sul muretto a baciarci tutto il tempo. Più di dieci anni siamo stati insieme, contando anche quelli della convivenza da contratto, affollati di gente, amanti e valium. Questo è quello che ricordo. Un ragazzo gentile. Ci siamo presi anche a schiaffi e calci. Che ne sarebbe della gentilezza senza la sua totale assenza, senza il campionario completo di specialità umane che la nostra irriducibile razza può vantare. Dopo uno scontro verbale, non necessariamente volgare, è la gentilezza che riconduce ogni parola al suo reale stato di peso sul respiro, ogni gesto alla matrice di lama che falcia il vuoto. E’ la grazia che conduce all’intelligenza, c’è poco da fare. Si addice a chiunque, nessuno riuscirebbe a sembrare fasullo; gli stronzi, invece, quando sono vecchi, maturi diciamo, sono sempre inappropriati, goffi. La cattiveria è in esaltazione nella giovinezza, in questa si perfeziona, scorre e si esaurisce. Perché ad un cero punto si diventa vecchi e se ancora non si è stanchi di fare i cattivi, non siamo che dei coglioni e, a pensarci, lo siamo sempre stati. Poi c’è stata un’altra relazione, anche questa durata un po’ di anni. Un ragazzo bellissimo. Un pomeriggio, come altri di quel tempo scandito dalle droghe, ce ne stavamo tranquilli e rimbambiti a mangiare l’ottima zuppa di legumi e cereali misti che ero solita preparare. Con tanto peperoncino e un po’ di curry. Per farla brevissima, lui crollò con la faccia nel piatto bollente. Perse coscienza all’improvviso, non si svegliava più. Cercai di farlo stendere, era pesante, lo afferrai per le spalle e lo spinsi giù dalla sedia. Un gran tonfo. Gli gettai addosso dell’acqua urlando, niente, non si riprendeva. Cominciai allora a schiaffeggiarlo e urlavo e colpivo e finalmente riaprì gli occhi. Aveva qualche problemino con l’alcol e stava cercando di risolverlo aiutandosi con l’alcover, un miscuglio fornito dal sistema sanitario. Micidiale. Uno sciroppino capace di farti sballare come niente. Sempre più spesso lui ne abusava. In quel periodo chiunque frequentasse casa si abbeverava alla bottiglietta. Il patto era che mai avremmo chiamato l’ambulanza, mai. Abbiamo fallito come tossici e come aspiranti suicidi. Ci trasferimmo in un paesino alle porte dell’Appennino, lasciandoci dietro una scia di debiti e menzogne. Uno di quei posti dove chi non è del luogo sta lì per espiare. Eravamo circondati da un branco di ex qualcosa. Tutto era ricoperto di neve e immacolato al mattino presto. Mi insegnò a fare le impronte col pugno, ricordo che ne rimasi affascinata, davvero sembravano i piedini di un neonato in giro per i boschi. Un ragazzo bellissimo. Da quelle parti producono grandi quantità di ottimo vino.
Annamaria Travaglini (testo)
C'è posto sulla collina
Fammi mandare Laura, disse il direttore nel citofono. La biondina, quella nella postazione in terza fila. La segretaria riappese. Aveva capito. Il direttore si alzò e si stirò, riavviò i capelli con le mani e si sedette di nuovo. Bussarono alla porta.
Fammi mandare Laura, disse il direttore nel citofono. La biondina, quella nella postazione in terza fila. La segretaria riappese. Aveva capito. Il direttore si alzò e si stirò, riavviò i capelli con le mani e si sedette di nuovo. Bussarono alla porta. Avanti, fece. Entrò una biondina, in camicetta bianca e gonna nera, i capelli raccolti, aria timida. Molto carina. Entra bella, le disse. Entra pure. Siediti. La ragazza si sedette. Era visibilmente intimorita. Al direttore venne da leccarsi le labbra ma si trattenne. Ti ho chiamata per darti la busta paga, le disse. Quella rimase di sasso. Fece per dire qualcosa ma il direttore la anticipò. Ti stai chiedendo perché ti ho chiamata da me invece di fartela consegnare dalla segretaria, le chiese. Il sorriso scomparve dal volto del direttore. Attore consumato. Il fatto è che c’è un problema, purtroppo. La ragazza arrossì lievemente. Io... accennò. Ho rilevato un calo del tuo rendimento, la zittì il direttore. Aprì una cartella che teneva sul banco. Hai chiuso molti meno contratti questo mese. Un calo… scorse un foglio. Un calo di quasi il quindici per cento. Del dodici, per la precisione. Sbaglio? Le chiese. La fissò per qualche secondo. Lei fece per dire qualcosa. Non sbaglio, disse il direttore tornando con lo sguardo sul foglio. È scritto qui, e picchiettò sul foglio con l’indice. Guardò di nuovo la ragazza. Hai chiesto un permesso di mezza giornata… per accompagnare tua madre dal dottore, vedo. O no? La ragazza annuì nervosa. Mia madre stava male... riuscì a dire. Lei… La tua scrivania è sempre in disordine, mi ha detto la tua responsabile. Mi ha detto anche che vai in bagno molto più spesso di prima. E poi su, cos’è questa sciatteria nel vestire? I clienti lo sentono che non sei curata, anche se non ti vedono. Lo sai. La ragazza aveva gli occhi lucidi. Tesoro, non possiamo permettere che i tuoi problemi personali creino problemi sul lavoro. Noi siamo una squadra. Se un elemento si guasta si guasta tutta la squadra. E la squadra deve filare, noi siamo un treno super veloce, siamo un branco di squali no? Noi siamo i migliori sul mercato e perché siamo i migliori sul mercato? Perché… rispose la ragazza ma la frase le si troncò in gola. Deglutì. Perché chiudiamo più contratti degli altri! O no? Disse il direttore a voce alta. La ragazza aveva un accenno di lacrime. No, no, Lauretta bella, ora non mi scoppiare a piangere. Su. Non ti mando a casa. Non ancora. Perché io in te ci credo. Sei una dei miei migliori elementi. Ma qua non sono ammessi passi falsi. Là fuori è una giungla, lo sai. Sai anche che ci sono una cinquantina di ragazze in fila per prendere il primo posto che si libera. Il tuo, posto. Lo sai. Ma io ho deciso di darti una mano. Il direttore tonò a sorridere, di punto in bianco. Io non ti mando via. Ti voglio motivare. E per motivarti ho deciso che questo mese ti trattengo lo stipendio. Va bene, tesoro? La ragazza aveva il rimmel sciolto dalle lacrime. Puoi andare, tesoro, le disse. Prenditi un caffè. E vai a rifarti il trucco. La ragazza annuì. Si alzò in piedi. Grazie, mormorò, e fece per uscire. Laura, Cristo di un Dio, ma dove cazzo vai, disse il direttore. Torna qua. Siediti su. Le passò un fazzoletto fine preso da una scatola. Asciugati le lacrime, le disse. Ti ho appena detto che ti trattengo lo stipendio e tu mi hai ringraziato. Ti rendi conto? La ragazza non sapeva più che dire. Non che fino ad allora avesse detto molto. Tu mi avresti dovuto sbranare, bella! Mi avresti dovuto minacciare di bruciarmi la macchina, sparare ai miei figli, andare dai sindacati! Io ti voglio aggressiva! AG-GRES-SI-VA, capisci? La ragazza lo guardava. Aveva occhi enormi per le lacrime e lo stupore. Come fai a mangiare vivi i clienti se ti fai mettere i piedi in testa così, bella mia? Devi combattere. Lottare. LOT-TA-RE, capito? La ragazza annuì. Dimmi che hai capito, le disse. Ho capito, rispose lei, con la voce più ferma possibile. Il capo le sorrise. Le porse la busta. Ora puoi andare. Sul serio. La ragazza accennò un sorriso, prese la busta e uscì. Il capo si stirò e tirò fuori una canna già rollata dal primo cassetto. Mise su “Working Class Hero” di John Lennon e distese le gambe sulla scrivania. Appiccò la canna. Gli piaceva quella canzone. Specie quando diceva “There's room at the top I'm telling you still/but first you must learn how to smile as you kill/if you want to be like the folks on the hill”. Anche Lauretta gli piaceva. Se la sarebbe fatta entro il mese seguente. Un’altra tacca sul calcio della pistola. Sputò il fumo della canna verso il condizionatore. La ventola se lo mangiò.
Filippo Rigli
Era lei
Presi l'autobus per un pelo. La collega a darmi il cambio era arrivata precisa. Aveva cominciato a piovere proprio mentre salivo sul mezzo
Presi l'autobus per un pelo. La collega a darmi il cambio era arrivata precisa. Aveva cominciato a piovere proprio mentre salivo sul mezzo. Me lo ricordo bene. Quando piove il traffico si infittisce, non ho mai capito perché. Feci defluire la gente che scendeva e mi misi seduto. Ci sprofondai, su quel sedile. Avevo fatto il turno di notte e morivo dal sonno. Chiusi gli occhi. Probabilmente mi addormentai. L'autobus era quasi vuoto. La pioggia batteva sui vetri. Era fine però era gelida. Me lo ricordo. Se ci penso sembra ieri. Avevo i brividi e un dolore tra le scapole. Ho la febbre, pensavo. Avevo la testa pesante, e non era solo sonno. A quello c'ero abituato. Era il malessere sudaticcio che ti prende quando ti ammali. Riaprì gli occhi mentre entravamo in una via lunga stretta tra due mura esterne, senza portoni né negozi che si affacciavano, come una specie di budello. Cioè, in realtà un portone c'era. Uno di quelli alti tre metri, l'androne di non so quale ufficio. Lei era proprio lì. Davanti alla fermata del bus che faceva la corsa opposta alla mia, proprio davanti al portone. La vidi di sfuggita, con la coda dell'occhio. Ma ero sicuro. Un illuminazione. Altre volte avevo pensato di averla vista. Da quando era sparita l'avevo cercata in lungo e in largo. Era come sparita nel nulla. Amici, parenti, nessuno di lei sapeva più nulla. Poi mi arrivò una telefonata nel cuore della notte. Non cercarmi più, mi disse. Aveva una voce fredda, senza emozioni. Riattaccò subito. Cercai di reagire, di farmene una ragione. Cambiai lavoro, mi trasferii in questa città dove non conoscevo nessuno. Volevo stare solo con il mio dolore. E ora lei era lì. Non mi passò neanche per la testa di essermi sbagliato. O che stavo delirando per la febbre. Mi alzai di scatto e urlai all'autista di fermarsi. Fece cenno di no con l'indice, senza nemmeno girarsi. Corsi verso di lui e lo presi per il bavero. Ferma questo bus di merda gli urlai e stavo per colpirlo, inchiodò e apri le porte. Scesi mentre quello e i pochi passeggeri mi insultavano, le macchine in coda suonavano i clacson, sai quanto me ne poteva fregare, l'autobus era avanzato di un centinaio di metri, li feci di corsa. Era lei. Era lei. Aveva i capelli corti e tinti di biondo e non portava più gli occhiali, era smagrita e con le occhiaie. Aveva anche delle lenti a contatto azzurre. Ma era lei. Stava guardando la strada. Aspetta l'autobus, pensai. Si girò, mi vide, mi riconobbe. Rimanemmo così. Lei era turbata. Scosse la testa, sgranò gli occhi. Probabilmente avevo già smesso di sorridere quando il botto per poco non mi assordò. Mi girai di scattò e vidi l'autobus dove ero io che stava bruciando. La gente cominciò a scendere dalle macchine e a urlare, mi travolse. Lei si incamminò contro la corrente rasente il muro. Cercai di attraversare la folla per andarle dietro, ma una seconda esplosione mi fece perdere i sensi. Non la vidi mai più. Cadde in uno scontro a fuoco con la polizia poche settimane dopo.
Filippo Rigli
L'attrezzo totale
"L'attrezzo totale" è un racconto di Enzo Fileno Carabba ispirato ad una novella di Giovanni Boccaccio e presentato a Certaldo insieme ad un cortometraggio muto di Tommaso Capecchi
"L'attrezzo totale" è un racconto di Enzo Fileno Carabba ispirato ad una novella di Giovanni Boccaccio e presentato a Certaldo insieme ad un cortometraggio muto di Tommaso Capecchi ("Novellando Piacere", con istallazioni di Carlo Romiti, Palazzo Pretorio, 2013).
Dai tempi più remoti, la storia dell'uomo è anche quella degli attrezzi che inventa. Una prodigiosa scia di oggetti nati dal pollice opponibile, a cuinulla è riuscito ad opporsi. Ogni tanto mi guardo il pollice con ammirazione. Presto saluteremo con gioia l'avvento dell'attrezzo totale, in grado di sostituire tutto.
L'attrezzo totale
Il quartiere in cui si sono svolti i fatti conserva aspetti da paese. La gente si parla, si conosce, fa gli scherzi e cose del genere. Le mode si diffondono di colpo.
Ultimamente è andata in onda in tutto il mondo una serie Tv reality che ha avuto enorme successo nel quartiere. Ha avuto enorme successo anche negli Stati Uniti, e ciò ci spinge a concludere che tutto il mondo è paese. Si intitola Gli apocalittici e racconta gente che si prepara a sopravvivere alla fine del mondo conosciuto. Ognuno di loro è convinto di sapere come si manifesterà questa fine: spostamento dei poli, guerra, collasso economico, impulso elettromagnetico,super terremoti, super vulcani, super onde finali, pandemia, fine della benzina. Quasi tutti si preparano a uccidere i vicini, che vorranno rubargli quelle scorte alimentari che gli apocalittici ammassano da anni in attesa di una catastrofe che sotto sotto sembrano desiderare.
Tra l'altro, dopo un po' le scorte vanno a male per cui se l'apocalisse tarda il cibo messo da parte diventa inutile e va buttato. Immaginate la tristezza.
Ci sono anche quelli che per beffare i vicini ostili disseminano le scorte alimentarinascondendole in un raggio di migliaia di chilometri. Ma rimane sempre il problema di far fuori i vicini, che nel frattempo sono sicuramente diventati cannibali: per loro la scorta alimentare potresti essere te.
Una ragazza che si prepara a uccidere tutti scappando mentre respira da una bombola di ossigeno (perché nella sua apocalisse l'aria mancherà, ma solo per qualche ora) nel kit di sopravvivenza per il primo mese ha anche inserito cento profilattici. Ed è difficile immaginare con chi intenda usarli.
Insomma nel quartiere non si parlava d'altro. TUTTI guardavano Gli Apocalittici, un po' ridendo e un po' seri. Non è che puoi ridere del tutto dell'Apocalisse. Neanche rimanere del tutto serio.
L'interesse per la sopravvivenza dopo il disastro rimase teorico finché al mercato del mercoledì non si presentò un nuovo venditore ambulante.
Chissà da dove veniva. Magari da lontano. O da vicino. Di sicuro esisteva, ed è questo che conta. Un tipo allampanato e assorto che vendeva le cose più disparate: coltelli, asce, martelli speciali, tute mimetiche, mascherine antipolvere, scarpe rinforzate, pantaloni rinforzati (in pratica, tutti gli indumenti rinforzati, utili quando ti morde un vicino cannibale) radioline, fornelli da campeggio, cerini antivento, passamontagna, manuali sulle erbe medicinali o sugli insetti commestibili, occhiali da ghiaccio con la protezione laterale. E dico alla rinfusa perché era alla rinfusa che si presentavano gli oggetti sul bancone. Parlo dunque della merce visibile. Nel furgone poi, chissà cosa teneva. Agli abitanti del quartiere parve che quelle cose fossero sì disparate ma con una caratteristica accomunante: erano tutte utili per sopravvivere dopo il grande e terribile evento.
Un lato buono dell'attesa dell'apocalisse è che cancella il tradizionale culto del denaro. Secondo gli apocalittici, che credono nella pandemia o nell'impulso elettromagnetico, dopo la catastrofe il denaro perderà significato e in questo c'è indubbiamente una componente liberatoria per la psiche di chiunque. Nell'attesa di arrangiarsi senza denaro spendono tantissimo in acquisti apocalittici.
Il discorso è breve: gli articoli proposti dal nuovo ambulante andarono a ruba.
Un mese prima nessuno li avrebbe considerati.
Come avesse fatto l'ambulante ad arrivare nel posto giusto al momento giusto rimase un mistero. Quale navigatore l'aveva condotto proprio là? Si sa che la prontezza è una delle doti dell'ambulante, che altrimenti starebbe fermo.
Un mercoledì egli disse:
“Donne, ho una cosa per tutte voi”.
In realtà c'erano un sacco di uomini ma era abituato a quell'esordio, “Donne”, che funzionava sempre, anche con gli uomini. Risvegliava l'attenzione, e il lato femminile.
Propose un acquisto più impegnativo, più caro. Magari – proponeva – più famiglie potevano unirsi per l'acquisto, era una cosa che serviva a tutti. Si trattava di un'antenna radio che, opportunamente schermata, avrebbe funzionato anche dopo la catastrofe. Un oggetto prezioso, dato che, dopo, la comunicazione con altri sopravvissuti poteva rivelarsi di importanza cruciale. Attraverso l'antenna avrebbero potuto sapere quali erano le zone pericoloseperché, mettiamo, infestate di cannibali radioattivi, e quali le zone sicure, tanto per dirne una.
Gli abitanti del quartiere convennero che era un oggetto utile e quindi tutto fu stabilito. Il venditore si sarebbe presentato il mercoledì successivo con l'antenna speciale.
A essere precisi, non tutti erano d'accordo. Fin dall'inizio non è che ci fosse unanimità nelle famiglie riguardo all'apocalisse, ma qua non sempre badiamo alla precisione.
“A cosa vuoi che ci serva un'antenna dopo la fine del mondo, vecchio rincoglionito, come farà a funzionare?” disse una signora al marito.
“Tu non capisci la tecnologia perché sei una donna” disse lui “E rincoglionita”.
Insomma presso alcuni c'era dibattito.
Della variegata umanità del quartiere facevano parte Enzo e Nicola, due ragazzini che si divertivano molto. Nicola di fronte a qualsiasi situazione era solito porre la domanda filosofica: “E allora?”. Quando la gente diceva ci sarà l'apocalisse e si manifesterà in questo o quest'altro modo lui diceva “E allora?” e la gente rimaneva spiazzata.
Enzo invece siccome sua nonna se ne usciva con frasi tipo “Un grosso nome nel campo della chirurgia, un grosso nome nel campo di questoquello” quando sentiva parlare gli apocalittici diceva: “Sei un grosso nome nel campo dell'apocalisse”, e la gente rimaneva spiazzata.
Un'altra cosa che dicevano era: “Sei amico di culonio” non voleva dire nulla e lo trovavano divertentissimo. Per il mercoledì dell'antenna pensarono a uno scherzo.
Venne il giorno. L'ambulante arrivava sempre presto e prima di iniziare il lavoro se ne stava un po' al bar. Allora, mentreNicola faceva il palo, Enzo, che era agile e di piccole dimensioni, si intrufolò nel furgone attraverso il finestrino aperto e trafugò l'antenna sostituendola con una pala.
Mezz'ora dopo l'ambulante era di fronte a una folla di clienti, al suo pubblico, per così dire, che – per lo più - pendeva dalle sue labbra. Nella folla c'era anche la coppia che litigava e naturalmente c'erano Enzo e Nicola ridacchianti come scemi, un'attività che li rendeva felici. L'antenna (a loro pareva un'antenna normale) l'avevanonascosta in un cespuglio, non erano ladri.
Egli alzò le braccia solennemente e disse:
“Ora andrò nel furgone a prendere ciò che vi salverà”.
Andò. Ne uscì con una pala. Il suo sguardo era indescrivibile. Si potrebbe anche descrivere ma non c'è tempo.
Ci fu un mormorio nel pubblico.
“Una pala” disse la signora che litigava col marito.
“Una pala?” disse l'ambulante. E non si capiva se era incredulo perché quella era una pala o per le parole della signora.
Guardava intensamente l'oggetto che aveva tra le mani, come se si aspettasse che parlasse.
“Signore e signori, disse, inizialmente, è vero, pensavo di portarvi l'antenna. Ma ve la porterò il prossimo mercoledì. Perché oggi abbiamo qualcosa di più importante”.
“Una pala” ripeté la signora, quasi affascinata, nel silenzio del pubblico. Perfino Enzo e Nicola avevano smesso di ridacchiare.
“Una pala?” fece di nuovo lui, e sorrise scuotendo la testa. “Ho tra le mani qualcosa, signore e signori, che dopo l'apocalisse potrà essere usato in mille modi.”
“Per spalare” disse una voce.
“Certamente” fece lui guardando benevolo in direzione di chi aveva parlato. “Ma, se lo mettete di taglio – e fece vedere come – può servire per tagliuzzare qualsiasi cosa. Se lo brandite in questo modo – e lo sollevò sopra la testa con occhi e bocca bellicosi – può diventare un'arma di offesa. In quest'altro modo serve per infornare una pizza. Se lo piantate in terra potete sedervi e appoggiare la schiena. Inoltre notate il manico” ammiccò malizioso verso le signore. “Se lo avvolgete con uno straccio imbevuto di combustibile eccovi la migliore delle torce”.
“Questo ci prende per il culo” disse un'altra voce.
Egli non vi badò.
Si sentiva che il pubblico in qualche modo sospendeva il giudizio, gli dava ancora credito, il magnetismo di quell'uomo arricchiva di senso le parole. Anche Enzo e Nicola erano ammirati.
Però era un momento critico e qui l'ambulante superò se stesso.
“Ancora non avete capito. Devo proprio spiegarvi tutto. Ora vedrete”.
Entrò e uscì per tre volte dal furgone portando fuori casse piene della roba più varia.
Con una destrezza straordinaria, di fronte al pubblico, con un trapano da legno e altri attrezzi saldò sul manico della pala le seguenti cose: un'ascia, un punteruolo, un martello, un cacciavite, un accendino, una sega e una bussola. Più altri oggetti misteriosi.
Venne fuori qualcosa di mostruoso, affascinante, mai visto. Un totem portatile di legno e metallo, che luccicava nel mattino.
“Questa non è più una pala” affermò ispirato. Chi poteva dargli torto. “Ecco a voi l'Attrezzo Totale”. Alzò il mento e scandiva le parole “Con questo potete aggredire, difendervi, lavorare, svagarvi. L'ho montato in pochi minuti, ma - sia ben chiaro - obbedendo a precisi criteri scientificielaborati in anni di studio dagli scienziati dell'apocalisse. Americani”.
“Questo è davvero un grosso nome nel suo campo” sussurrò Enzo a Nicola, sinceramente.
“E' amico di culonio” disse Nicola.
Il venditore inceneriva la folla con occhi febbricitanti, forse a causa dello sforzo mentale sostenuto. Agitando l'Attrezzo Totale per sbaglio si sfiorò il volto tagliandosi.
“Vedete? Osservatene l' efficacia.”
“Compriamolo” disse la donna che litigava col marito, quella che era sempre stata scettica.
“Sì” disse il marito, pieno di passione.
In effetti l'Attrezzo Totale costava meno dell'antenna specialequindi la coppia poté permettersi l'acquisto senza coinvolgere altri, tra il risolino di pochi e l'invidia di molti.
“Fortunati. Furbi e fortunati” gli urlò dietro il venditore.
Se ne andarono a casa tutti contenti, con l'Attrezzo Totale, pieni di amore per se stessi. E per l'Attrezzo Totale. E chi siamo noi per giudicare le cause dell'amore tra due persone? Quello che conta è il risultato. Inoltre l'Attrezzo Totale erauno splendido oggetto, anche se un po' pericoloso.
(Pubblicato in "Boccaccio 2013", Felici Editore, 2013)
Enzo Fileno Carabba (testo)
Tommaso Capecchi (video)
Dodici anni ancora
Roberto Beni si svegliò una mattina di novembre e aveva di nuovo 12 anni. ‘Ma è ridicolo,’ pensò, ritrovandosi nella sua branda formato bambini, nel piccolo appartamento nel quale era cresciuto.
fotografia di Carlo Zei
Roberto Beni si svegliò una mattina di novembre e aveva di nuovo 12 anni. ‘Ma è ridicolo,’ pensò, ritrovandosi nella sua branda formato bambini, nel piccolo appartamento nel quale era cresciuto. ‘Ho 32 anni. Abito a Milano. Lavoro in banca.’
Ma non ebbe molto tempo per riflettere sull’assurdità della situazione. Sua madre gridò dalla cucina di sotto che era pronta la colazione e se non si sbrigava sarebbe arrivato di nuovo in ritardo a scuola e oggi hai l’esame di matematica, te ne sei scordato?
‘Ah, allora è così,’ pensò Roberto, richiudendo gli occhi. ‘Questo non è altro che uno di quegli incubi angoscianti provocati dall’essere sotto pressione, come mi avviene spesso, al mio lavoro. Ora, in questo brutto sogno, mi ritroverò nella mia vecchia scuola, dovrò dare un esame, e naturalmente non saprò nemmeno una delle risposte. E poi scoprirò che mi sono dimenticato di mettermi i pantaloni.’ Ohi! ‘Ma poi mi sveglierò e sarà stato solo un sogno.’ Si tirò sopra la testa ancora piena di sogni la coperta raffigurante indiani e cowboy e aspettò assonnato che la quotidiana realtà riprendesse il sopravvento.
Ma né la realtà quotidiana né il solito incubo dell’esame disastroso includeva che la mamma di Roberto, Doris, venisse su per le scale e dentro camera sua per strappargli le coltri e piombargli addosso e fargli il solletico finché non era totalmente sveglio a ridere peggio di un pagliaccio.
“Ma…mamma!” Roberto la guardò. Sorrideva e ridacchiava come una ragazzina. Era di nuovo giovane, e tanto bella. ‘Non lo notavo mai, quanto fosse bella la mamma,’ pensò. Quindi fece una cosa che non aveva fatto tanto spesso, quando era bambino. Buttò le braccia attorno al collo della madre e le piantò un grosso bacio sulla guancia liscia e rosea. Le disse che era proprio bella.
Lei lo abbracciò, stringendolo forte come se non volesse lasciarlo andare mai più. Neanche lui voleva che lo lasciasse andare.
“Ma cosa ti prende oggi, signorino? Non starai usando modi dolci per ottenere un congedo dalla scuola, spero.”
“No, mamma. È solo che…”
“Allora vèstiti. Mettiti la camicia blu—te l’ho stirata. E visto che sarai così elegante oggi, ti ho preparato dei pancakes.”
Voleva veramente stare lì a guardarlo mentre si vestiva? Roberto ricordò che a volte sua madre faceva così. Era imbarazzante. “Ehm…mamma?”
“E va bene, signor Adulto. Ma ora sbrigati.”
Erano i pancakes migliori del mondo. La madre di Roberto gli ordinò di mangiare una banana, carburante intellettuale per superare l’esame di matematica. Roberto mangiò pancakes con sopra una banana a cerchietti, burro e succo di acero.
“Grazie, mamma—era delizioso. Eri…voglio dire, sei la miglior cuoca al mondo. E sei anche molto bella.” Non riuscì a trattenersi dal ridirglielo, perché era vero: era bella.
“Puoi lusingarmi quanto vuoi, pupo, ma da quell’esame non te la scampi. Però sei carino, a dirmi così. Ma sei sicuro di sentirti bene?”
Roberto Beni disse ti amo, mamma, e la baciò di nuovo prima di uscire per aspettare lo scuolabus. Non l’aveva detto spesso, quand’era stato davvero ragazzo, si ricordava. O comunque, non abbastanza spesso. Mamma Doris gli lanciò uno sguardo un po’ confuso, stando alla porta, poi gli mandò per aria un bacio e lo salutò sventolando la mano quando salì sullo scuolabus. Roberto sentiva di voler piangere mentre la guardò rientrare in casa.
Ma non poteva cominciare a fare bu-hu-hu. Non sullo scuolabus. Non davanti a tutti. Ecco la Signora Testi che guidava lo scuolabus.
“Buongiorno, Signora Testi. Grazie di essere venuta a prendermi.”
La Signora Testi lo guardò strano. A Roberto gli venne in mente che forse non l’aveva mai ringraziata per averlo portato sano e salvo a scuola tutti quegli anni. Era stata una conducente esperta e sicura, sempre in perfetto orario e simpatica per giunta. Non è per questo che si dice grazie?
Signora Testi sorrise. “Ehi, grazie a te, Roberto. Sei un bravo ragazzo. Ma ora vatti a sedere!”
Roberto si avviò lungo la lunga striscia di gomma nera anti-slittamento della corsia, aggrappandosi agli schienali dei sedili mentre la Signora Testi ripartì, con un gran stridore di pneumatici. Era strano essere di nuovo piccolo, strano farsi dare un passaggio, strano vedere tutte quelle facce che non aveva visto da anni, alle quali non aveva nemmeno pensato per tanti anni, tutta questa gente che, come lui, erano ridiventati ragazzi.
Roberto vide un ragazzo che si chiamava Manlio DeViris. Che nome ganzo. Che ganzo il taglio dei suoi capelli. Che giacca da schianto che portava. Roberto ebbe un tremito mentre fissava Manlio DeViris, perché si ricordò di aver sentito che Manlio era rimasto ucciso in uno scontro di automobili qualche anno fa. Ma rieccolo qui, di nuovo vivo, o ancora vivo. Roberto disse, “Ciao, Ma’.”
Manlio DeViris lo guardò impassibile, leggermente seccato perché lui, Manlio DeViris, era un ragazzo grande, già al liceo, e i ragazzi del liceo non hanno tempo da perdere coi mocciosi della quinta elementare tipo Roberto Beni.
Anche qualcun’altro stava fissando Manlio DeViris, una bella ragazza dagli occhi verdi. Roberto diventò rosso come una bottiglia di passata di pomodoro quando la vide. Lei era Rebecca Corvini e Roberto era…e Roberto aveva…non voleva guardarla.
‘Questo è troppo stupido,’ pensò Roberto. ‘Io sono un uomo adulto. Ho 32 anni, nonostante ciò che mi sta succedendo oggi. Sono già stato sposato. Perché non posso nemmeno guardare una pischella della prima media?’
Ci riprovò, ma non riusciva a guardare direttamente in quel faccino pallido, non dopo quel che era successo.
Un altro ragazzo gli stava facendo segnali agitando le braccia sopra la testa. “Dài, vieni! Ti hi riservato il posto.”
Era Cosimo Bruni, a quell’epoca il suo migliore amico. Roberto poi aveva smesso di essergli amico perché Cosimo era un bullo che pestava i ragazzi più piccoli. E poi Cosimo aveva pure cacciato Roberto nei pasticci copiandogli delle risposte su un esame d’istruzione civica.
Roberto andò comunque a sedersi accanto a Cosimo, anche se in cuor suo aveva più voglia di sedersi accanto al ragazzo cicciotello che tutti chiamavano Spaz e di essere gentile con lui, per una volta. Roberto e Cosimo non avevano granché da dirsi, ma andava bene così perché erano ancora amici e gli amici non devono per forza parlarsi.
Cosimo guardava dal finestrino. Gli piaceva identificare macchine vistose. Roberto guardava avanti, ai capelli neri di Rebecca Corvini.
“Ooooh! Roberto è innamorato!” Cosimo aveva incollato sul grugno un sorrisone cattivo. Aveva scoperto che a Roberto piacevano le ragazze!
“Ma stai zitto!” disse Roberto, dandogli una forte gomitata alle costole. Il fatto che era davvero ancora innamorato di Rebecca Corvini lo sconcertava. Cosimo e Roberto si scambiarono cazzotti e fecero la lotta finché non arrivarono a scuola. Roberto non aveva picchiato né strangolato nessuno da anni. Era proprio divertente.
Così divertente che quasi si dimenticò che aveva da affrontare un esame di matematica. Ohi!
Aspetta un secondo—un esame di matematica per la quinta elementare non era nulla di cui preoccuparsi. Lui, il Signor Roberto Beni lavorava come ragioniere alla Grande Banca Centrale da oltre sette anni.
Maestra Walter, l’insegnante di matematica dai capelli grigi e gli occhialoni di plastica nera, distribuì agli allievi i fogli dell’esame. ‘Bello, come tutto ti viene dato, in questa fase della partita,’ pensò Roberto. I fogliodoravano di alcol denaturato e inchiostro liquido.
Roberto disse, “Grazie, Maestra Walter. Nutro forti sospetti che lei ci abbia preparato un esame veramente interessante, oggi.”
Maestra Walter guardò Roberto come se quest’ultimo fosse completamente impazzito, con tanto di bava alla bocca. Ma poi sorrise e disse, “Ma guarda un po’. Vispo, il tizio. A quanto pare, qualcuno si è messo a studiare…tanto per cambiare. Bravo, Robertino. Ma ora mèttiti al lavoro!”
Cosimo Bruni gli diede un colpo di karate sulla nuca. “Che leccapiedi.”
Finire l’esame era facile quanto mangiare una fetta di torta, con sopra una banana affettata. L’algebra è uno scherzo, quando ci prendi la mano. ‘Ma perché non poteva essere stato tanto facile anche allora, quando avevo davvero 12 anni?’ Roberto completò l’esame in 10 minuti netti e tondi, fece un breve accertamento, quindi marciò tronfio alla cattedra della Maestra Walter per consegnare il lavoro.
“Ma…sei sicuro di aver finito, Roberto?”
“Oh, sissignora. Grazie. Era ingegnato bene, quest’esame. Conteneva tanto materiale importante. Mi ha quasi fatto fesso con la domanda numero 9. Un problema diabolico, sinceramente. Complimenti.”
Roberto sapeva quanto lavoro ci mettono i maestri per preparare un esame. Disse, “Grazie, Maestra Walter, per tutta la magnifica roba che ci ha insegnato…voglio dire, che lei ci insegna. Mi è stato…cioè, sono sicuro che mi sarà di grande utilità, dopo.”
Roberto tornò al suo banco, ma la Maestra Walter lo richiamò alla cattedra pochi secondi dopo. Gli diede uno sguardo tra curioso e severo da sopra i suoi occhiali neri a occhio di gatto.
“Roberto Beni: hai barato sull’esame? Dimmelo onestamente.”
“Oh no, maestra. Glielo giuro.”
“Ah. Ma allora è proprio buffo…” gli disse, come se non fosse buffo affatto. “Tu prima non hai mai risposto correttamente a tutte le domande, e mai in così poco tempo. Come spiegheresti questa prestazione fenomenale?”
“Ehm…beh, a dire il vero, aveva ragione lei, Maestra Walter. Questa volta ho studiato a fondo il materiale.”
“E va bene, Roberto. Ottimo lavoro. Puoi tornare al tuo posto…stai tranquillo e buono finché non squilli il campanello.”
Roberto sussurrò alcune risposte esatte a Cosimo Bruni per evitare che questi gli sferrasse un colpo di judo. Cosimo era piuttosto forte.
Roberto rivide Rebecca Corvini dopo l’ora del pranzo. Rivedere Manlio DeViris ancora vivo era stato strano, ma guardare Rebecca camminare verso di lui nel corridoio affollato della scuola era più strano ancora. Erano anni che non pensava a Rebecca. Com’era possibile che ne era ancora innamorato? Perché non riusciva ad andarle incontro, parlarle, nemmeno guardarle negli occhi?
Lo sapeva benissimo perché. Se ora aveva 12 anni, se era di nuovo nella quinta elementare, allora la cosa che era successo non era successo tanto tempo fa. Roberto Beni era corso dietro a Rebecca Corvini sul prato dietro la scuola e le aveva rifilato un calcio al sedere. Neanche un calcetto leggero e scherzoso, ma abbastanza forte da far male. Abbastanza male da far piangere la bella Rebecca. Lacrimoni luccicanti le scesero piano sulle guance pallidine. Perché? Perché Roberto era arrabbiato con lei. Perché Roberto era segretamente innamorato di lei, ma a Rebecca interessava solo Manlio DeViris, che era più grande e più ganzo e più duro. Tutti quegli orrendi sentimenti tornarono al dodicenne Roberto. Roberto trentaduenne se li era quasi dimenticati…quasi.
Rebecca Corvini sembrò non vederlo affatto.
Roberto pensò, ‘Allora sono diventato invisibile. È solo un sogno dopotutto.’ Si diede un pugno allo stomaco, per potersi svegliare e non dover guardare Rebecca Corvini.
Roberto non si svegliò.
Rebecca lo guardò allora, perché infatti è parecchio strano vedere un ragazzo darsi un cazzotto così forte alla trippa.
Ora o mai più. Roberto Beni fissò gli occhi verdi, scuri e profondi di Rebecca Corvini e disse, “Rebecca, mi dispiace che ti abbia dato un calcio. Mi dispiace veramente che ti abbia fatto male. Vorrei non averlo mai fatto. Era solo perché mi piaci tanto. Lo so che è stupido, ma è la verità.”
Rebecca lo guardò come se non si ricordasse ciò che era successo, ciò che Roberto le aveva fatto. Ciò lo fece sentire ancora peggio, se era possibile. Ma poi alzò le spalle, smosse i capelli neri e disse, “Oh. Oh sì. Ehm, va bene, suppongo. Non mi hai fatto mica niente. Ehm…a dopo, OK?”
Se ne andò da qualche parte per fissare un’altra volta Manlio DeViris. Che non l’avrebbe nemmeno guardata, perché lei era in prima media e portava ancora le magliette. Ma Roberto si sentiva come se gli fosse stato tolto dal petto un peso da dieci tonnellate. Rebecca l’aveva più o meno perdonato.
Il resto della giornata scolastica passò come un bel venticello tiepido. Passò troppo in fretta. Roberto aveva molto da dire sul romanzo La medaglia rossa del coraggio di Stephen Crane durante la lezione d’inglese. Sì, perché l’aveva finalmente letto per davvero, a 24 anni, e non è per nulla noioso. Lui e il Maestro Popper, l’insegnante d’inglese hippie, ebbero una discussione animata sugli orrori della guerra e del diventare uomini, mentre tutti gli altri stettero a guardare dalla finestra o a disegnare ghirigori nei quaderni. Maestro Cosmo Popper non era soltanto un frichettone dai capelli lunghi, era una persona intelligente, interessante. Peccato che Roberto dodicenne non poteva invitarlo a bere una birra da qualche parte dopo scuola.
Il Preside Secchi stava accanto alla porta principale quando suonò l’ultimo campanello. Aveva l’abitudine di guardare tutti i suoi giovani alunni mentre uscivano dalla scuola, le loro teste riempite, sperava, con un po’ di sapienza in più. Era massiccio, calvo, portava vestiti neri. Era appassionato di antropologia. Ogni estate andava a visitare delle tribù in Africa o nella Nuova Guinea. I ragazzi avevano un po’ paura del Preside Secchi. Nessuno voleva essere mandato nel suo ufficio per un rimprovero. A Roberto sembrava che il preside era un uomo molto solo. Era l’Uomo invisibile vestito di nero, e tutti i ragazzi gli correvano davanti, ansiosi di andarsene via dalla scuola che lui dirigeva per loro.
Roberto andò incontro a Preside Secchi. Era come contemplare una montagna. Il tipo era alto due metri e dieci, due e venti. E nonostante questo aveva voluto fare il preside di una scuola, con come hobby le culture dette primitive, anziché fare il lottatore professionista. ‘La vita è davvero incredibilmente strana,’ Roberto pensò, ma disse, “Grazie, Preside Secchi. Era veramente bello essere a scuola oggi. Io…beh, ho imparato molto.” Si sentiva triste mentre lo diceva. Sapeva che anche Preside Secchi era morto, alcuni mesi prima che morisse Manlio DeViris. Cosa avrebbe dovuto dirgli? Non dare whisky ai pigmei cacciatori di teste? Roberto andava spesso al cinema. Sapeva che non è saggio interferire con gli avvenimenti della storia.
Preside Secchi si chinò in avanti e porse una mano che avrebbe fatto sparire una palla da football. “Grazie, Roberto Beni. È molto gentile da parte tua dire così.” Aveva una voce profonda e piacevole. Sapeva tutti i loro nomi, più di 300 ragazzi.
Sullo scuolabus, Roberto aveva una mezza idea di sedersi accanto a Spaz il ciccione, ma alla fine non lo fece perché fare i combattimenti finti con Cosimo Bruni era troppo divertente. Mentre andava verso il retro, però, Roberto si appoggiò al sedile solitario di Spaz e disse, “Animo, Spaz. Da grande sarai una stella del rock.” E sapeva che era vero.
Benché gli sembrasse quasi sbagliato, perché era stato talmente facile, Roberto disse a sua madre che aveva ottenuto il massimo punteggio sull’esame di matematica. Lei ne sembrò felicissima. “Lo vedi, ciò che puoi fare quando ti sforzi, cervellone mio?”
Roberto voleva passare il pomeriggio con sua madre, ma lei disse, “No, va’ piuttosto fuori a giocare. Prènditi un po’ d’aria fresca, corri, esplora. Sei esonerato dal dover fare i compiti stasera, visto che all’improvviso sei diventato un genio matematico.”
E così Roberto uscì a giocare.
Giocare era una cosa che il trentaduenne impiegato in banca Signor Roberto Beni non faceva da molto tempo. Correre in giro con gli altri ragazzi del quartiere, saltarsi addosso a vicenda, sporcarsi, stracciarsi i vestiti, sbucciarsi le ginocchia e non faceva nemmeno male. Il dolore viene dopo. Quando hai 12 anni, l’unico motivo per smettere di giocare è perché fa troppo buio.
Roberto tornò a casa per mangiare la cena che aveva cucinato la madre: polpettone e carote.
Dopo aver aiutato a sparecchiare, a pulire e risistemare tutto in cucina, Roberto chiese alla madre di leggergli un racconto, anziché guardare la TV.
“Sono più di due anni che non mi chiedi di leggerti una storia, Roberto. Sei sicuro di volerti perdere Batman?”
Roberto fece cenno di sì con la testa. A sua madre le era piaciuto tanto leggergli, si ricordava, e farsi leggere, ora lo sapeva, è la cosa più bella che c’è.
Si addormentò mentre sua madre gli leggeva ancora una volta un racconto. Le ultime parole di Roberto quella notte furono grazie mamma, ti amo. Una volta si sentiva stupido, dicendo così. Nonostante gli si chiudevano gli occhi dal sonno, la vide alla porta della sua camera, controluce, che lo guardava e gli sorrideva.
Roberto Beni sapeva che al risveglio sarebbe stato di nuovo un banchiere trentaduenne. Come faceva a saperlo? Diciamo solo che nessuna cosa bella come l’aver 12 anni, lasciamo stare due volte, può durare a lungo. Vedrai.
Matthew Licht (testo)
La bibbia francese
Per il secondo pomeriggio di seguito mi ritrovai di fronte alla chiesa barocca intitolata al santo di cui porto il nome, o dal nome uguale al mio come preferisco pensare, perché i santi di un nome al più possono essere i testimoni,
Per il secondo pomeriggio di seguito mi ritrovai di fronte alla chiesa barocca intitolata al santo di cui porto il nome, o dal nome uguale al mio come preferisco pensare, perché i santi di un nome al più possono essere i testimoni, nell'accezione strettamente pubblicitaria del termine intendo. Lo diffondono, su mandato di qualcuno ne sono diventati i rappresentanti, i promotori.
L'edificio mette fine a una lunga stradina lastricata di basole lucenti e levigate dalle mole e dai passi, e guarda dritto in faccia il castello e il cielo che nel vicolo non era niente di più che una striscia su in alto.
Mentre entravo, mi resi conto che questa volta era stato solo per il tempio che avevo deviato dal mio itinerario solito. Il giorno prima era sembrato un caso; ma il caso evidentemente non esiste, mentre il destino sì e così la visita adesso non era un imprevisto ma era stata promossa a tappa. La chiesa era vuota a eccezione di due uomini aggrappati ai banchi e ai pensieri. Non vagai lungo i camminamenti laterali, ma affrontai la navata e mi sedetti a uno dei primi banchi, in un punto dove l'unica lampadina dell'enorme lampadario che pendeva dal centro della volta a botte mi avrebbe consentito di scrivere. Sentii progressivamente un peso gravare, ma non con prepotenza o durezza; si trattava piuttosto di qualcosa di insito negli oggetti, nelle singole parti, nell'intera struttura della chiesa e che si concentrava in quel lampadario precipitato a pochissimi metri dal suolo. Quella non era una delle nostre chiese spoglie e chiare e orientali, ma era ingombra, riempita dalle diverse sovrapposizioni che dovevano essersi succedute nello spazio di pochi secoli. Pensai al dio in cui non credo più da molto tempo e su cui spesso rifletto (per spiegarmelo sono giunto alla conclusione arbitraria che dio e la spiegazione di dio siano materia per gli atei non per i fedeli) e pensai alla commovente grandezza e alla sostanziale vacuità del mondo che mi ha partorito. Restai qualche minuto a prendere appunti proprio su ciò che sto scrivendo in questo preciso momento, con il piacere di un taccuino che attendeva il suo tempo e di una penna nuova, e del silenzio e dell'ombra. Poi uscii.
Mi piace credere che fu quel brevissimo viaggio nell'occidente, un viaggio che probabilmente ripeterò molto presto, a far cadere il mio sguardo sulla piccola bibbia francese imboscata tra i tomi di medicina ordinati nella libreria dello studiolo della casa dei miei genitori, due giorni dopo. Era una domenica. Avevo sempre saputo dell'esistenza di quella bibbia. Il padre di mio padre me ne aveva parlato, forse me l'aveva anche mostrata, ma non posso dirmene certo, molti anni prima, più o meno al tempo in cui mi insegnò a giocare a scacchi (l'altro mio nonno si sarebbe occupato invece del mio addestramento a poker, proprio nella stanza in cui mi trovavo in quel momento, su un tavolo coperto da un panno verde che veniva assicurato alle gambe di legno elegantemente ricurve con delle cordicelle bianche, cucite due a due a ogni capo di quel pezzo di tessuto, che continuo a usare io, così come continuo ad amare entrambi i giochi a cui fui introdotto e la cui pratica ha saltato una generazione, perché prevedono una messa in scena, un canovaccio, una trama e un finale mutevoli, e soprattutto l'alternativa tra una sconfitta senza riserve e una vittoria effimera e senza gloria come si conviene).
Quanto alla bibbia, sapevo bene che si trattava dello strano bottino di guerra che mio nonno, un maresciallo di artiglieria, un militare di professione (rifletto in questo istante sul fatto che in definitiva è proprio a lui e alla sua insistenza che devo il mio nome di battesimo) aveva portato via da una casa abbandonata, in Albania, durante la guerra. La aprii quella volta, o la aprii con un animo differente rispetto alle altre. Dopo, la mia curiosità fece da percussore e le poche parole che trovai vergate a mano sul frontespizio del libro, da innesco. I proiettili come quello che partì quella mattina da quella strana pistola, non sono assoggettabili alle regole della balistica classica, hanno un'inerzia che si estende illogicamente nel tempo, seguono una traiettoria variabile, colpiscono quasi a caso eppure con rara precisione. La data del novembre 1940, e Premeti, il nome del luogo in cui si era consumato il piccolo saccheggio, diedero il via a una caccia che avrebbe riempito delle caselle ancora vuote e disegnato altre, non previste. Adesso ho maggiore consapevolezza della carne mandata al macello contro la Grecia da uomini ridicoli e senza animo, figuri dritti e lucenti come bandiere listate a lutto; ho l'immagine di stivali affondati nel fango dei Balcani nell'autunno del 1940 e del natale dello stesso anno che mio nonno passò a casa sua e non dall'altra parte dell'Adriatico, con il ricordo ancora vivido dei parassiti che gli infestavano la divisa e di un pezzo di artiglieria che a ottobre era stato orgoglio e a novembre un peso.
Non so bene per quale motivo decisi di mostrare il libro a mio padre. Per metterlo alla prova, credo. Certo non per ricevere una vera risposta, qualcosa di risolutivo o illuminante. La mente di mio padre da tempo è diventata una landa inesplorabile. Non so se la causa di ciò sia legata a un processo costante di cancellazione o all'essere entrato in un terreno e in un tempo preesistenti ma occultati, un luogo ignoto a cui si può accedere solo quando la ragione è persa. Il viaggio che mio padre ha intrapreso da 6 anni a questa parte sembra quello di una barca nella nebbia; incrocia in acque improvvisamente diventategli sconosciute e quando si imbatte, per avventura o antica tenacia, in un ricordo, gli rimane appigliato per un tempo indefinito, prima di riprendere il suo cammino che ormai è più vagabondaggio di un cieco o di un bambino che percorso. Quel pomeriggio non chiesi mio padre se avesse memoria del libro o di chi l'aveva portato al di là del mare, ma mi limitai a mostrarglielo, aperto sul frontespizio. Lui senza esitare, disse che si ricordava molto bene della firma che mio nonno aveva lasciato sotto le due righe in cui collocava la magra conquista nel tempo e nello spazio. “L'ho imitata tante volte quella firma, per il libretto delle giustificazioni, a scuola” questo disse più o meno, sorridendo.
Mi ripresi allora il libro per guardare meglio la scrittura. Avevo già notato una certa familiarità in quel tratto. Il mio e quello di mio nonno si somigliavano ma come da lontano. Era come se ai dettagli in comune - la doppia consonante, la "g" un po' plateale, forzatamente elegante - se ne alternassero altri più vaghi se non profondamente distanti. Ebbi la sensazione, forse il sospetto, che dovesse esserci una tappa intermedia e pensai subito alla firma di mio padre, di cui la mia è indubbiamente debitrice. E pensai alle innumerevoli volte in cui avevo tentato di riprodurla, prima sui ricettari intestati in blu che teneva nella scrivania del suo studio, a casa, dai fogli bianchi che all'ennesima prova strappavo e giravo dall'altra parte per ricominciare. La firma l'avrei poi riportata, nei pochi frangenti in cui decisi di servirmene, nella ripetizione di ciò che aveva fatto anche mio padre a quanto pareva. E in quel momento sulla bibbia trafugata, incongruamente, ho intravisto la mia firma e l'asse che forse è destinato ad allungarsi. Il motivo principale per cui la bibbia francese l'ho presa io, per tenerla con me.
Domenico Caringella
Il racconto del 55mo Festival dei Popoli
Dal nostro inviato Simone Lisi, il racconto del 55mo Festival dei Popoli. I - La conferenza stampa come atto mancato. Prima: la mattinata sperso nell'interland, cercando Lastra a Signa alla fine di Scandicci, ma là non era.
Dal nostro inviato Simone Lisi, il racconto del 55mo Festival dei Popoli.
I - La conferenza stampa come atto mancato.
Prima: la mattinata sperso nell'interland, cercando Lastra a Signa alla fine di Scandicci, ma là non era. Nella nebbia di novembre, sospettando che la giornata si sarebbe aperta, che poi sarebbe uscito il sole.
Dopo: la conferenza stampa del Festival dei Popoli come atto mancato. Arrivare là davanti, dopo la mattinata a cercare la Asl, entrare nell'Odeon e poi andarsene prima che tutto inizi, perché alle 13 comincia il mio lavoro.
Scrivo due parole per oppormi alla dimenticanza, due parole per Stanza. Le scrivo dentro al mio bar di fiducia, aspettando di cominciare a lavorare, che la schiacciata di Signora Cocci esca dal forno. La conferenza stampa: con le giovani giornaliste vere, intraviste, e quelle sperse. C'era perfino Agnese che di sabato non aveva idea di chi io fossi.
Qual è il mondo vero? Quello dentro il teatro, e quei discorsi che non ho fatto in tempo a sentire; o quello che degrada verso Empoli, nelle zone industriali, tra la nebbia, dove incontrare il fisioterapista Sabino? Quel cinema o questa pizzeria piena di adolescenti usciti ora da scuola? E poi di cosa parlano?
Apro il computer e scrivo una piccola nota, dopo la conferenza stampa mancata di striscio, sono poi eoni, mentre la Signora Cocci di là prepara il mio pranzo e le pizze per Via dei Marignolli. Oggi è perfino senza il marito e io non oso immaginare come farà a reggere la prossima orda. Dov'è sparito il marito?
Eccolo che arriva, con la bambina nella carrozzina e le borse della spesa. Così scrivo una riga ancora e mi fanno male le dita.
Penso che la vita vera non sia questa né quella, ma entrambe: sono le stesse le mie dita che ora scrivono questo, che tra poco si contrarranno inserendo dati, e che prima si erano aggrappate alle poltroncine calde del teatro.
II - L’uomo che guardava il film nel cellulare
L'uomo sedeva alcune poltroncine più in basso. Era arrivato in ritardo di almeno dieci minuti, accompagnato da una ragazza dal cappellino bianco che si era tolto solo come ultimissima cosa, una volta già seduta accanto al suo uomo e dopo aver domandato ad alcuni spettatori che guardavano il film se potevano scorrere di un posto.
Io quindi ero già predisposto all'odio.
Poi lui, l'uomo che guardava il film dentro al cellulare, accendeva il cellulare in modalità video e si metteva a riprendere il film.
Teneva appoggiato l'iphone sulla gamba, generando una luce che si proiettava sulla sua faccia e su quelle circostanti.
Dopo alcuni minuti, delle persone vicino a lui chiedevano: «Scusa eh, ma che cavolo fai?». L'uomo che guardava il film sul cellulare diceva qualcosa che io però non riuscivo a sentire. La conversazione era andata avanti ancora un po', finché lui non aveva alzato il tono della voce e quello sì, ero riuscito a sentirlo distintamente: «Comunque non ci sono problemi».
Cosa aveva voluto dire?
Così le persone che stavano dietro di lui investite dalla luce del telefonino si spostavano di posto, vinte dalla superiore retorica dell'uomo che guardava il film nel cellulare.
Lo teneva inquadrato verso la parte in basso, mi rendevo conto in un secondo momento, e non in direzione dello schermo nella sua interezza. Allora mi convincevo che stesse riprendendo solo la parte dei sottotitoli, che fosse uno di quei benefattori che portano il fuoco dei sottotitoli nei film che si trovano su internet. E che fosse per quel motivo, per quel suo compito superiore rispetto a un semplice spettatore, che avesse convinto a spostarsi i suoi vicini di posto.
Lo guardavo ogni tanto per controllare, per confermarmi mentalmente la mia teoria, e in effetti quando c'erano parti senza dialoghi lui si disinteressava completamente allo schermo e dava un bacio alla sua ragazza, un bacio con abbraccio e sguardi intorno, che gli altri vedessero bene che lui la baciava. Poi il dialoghi riprendevano e lui tornava alla sua missione.
Anche altri vicini dopo un po' se ne andavano, forse disturbati dall'attività dell'uomo che guardava il film nel cellulare, o per chissà quale motivo, forse non gli piacevano i film sui pirati.
Ecco, finalmente l'uomo aveva creato il vuoto intorno a sé e avrebbe potuto dedicarsi alle sue pratiche tranquillamente, ho pensato dedicandogli ancora un mezzo pensiero e sguardo tra le dita delle mie mani che tenevo a lato del viso, così da non poterlo vedere neanche di striscio.
Ma poi, contro ogni aspettativa, l'uomo che guardava il film nel cellulare e la sua donna, si alzavano (lei si rimetteva il cappellino bianco ad annunciarlo) e se ne andavano abbandonando tutti gli sforzi di produrre cultura sovversiva e disturbo in sala.
Lo rivedevo ancora, o credevo di rivederlo, a uscita film, l'uomo che guardava il film nel cellulare si aggirava tra le persone fuori per strada, come me. Si guardava attorno, a vedere chi c'era e chi non c'era alla prima del Festival, come a celebrare l'evento sociale, il setting.
Per fortuna la serata di inaugurazione era passata.
III - 3 e mezzo
Trama: Cantante punk polacca, dopo aver scoperto la propria omosessualità nell'isola di Ibiza, decide di organizzare un festival di musica in un piccolissimo villaggio serbo. Cercherà di coinvolgere tra i partecipanti anche il chitarrista newyorkese Johnny Tunder tramite la teoria dei sei gradi di separazione, salvo scoprire che il musicista è morto vent'anni prima per l'eroina di Iggy e capire che lui (Johnny Tunder) era il più grande.
Dalle cinque di pomeriggio del sabato alle undici e mezzo di notte a guardare documentari, poi le idee si erano un po' confuse circa la fine dell'uno e l'inizio dell'altro. Ne era uscita fuori una trama dadaista, un film lievemente incomprensibile, ma dolce.
Io sarei rimasto ancora, ma Silvia doveva raggiungere il suo scrittore al Caffè Notte, mentre Lapo aveva gli occhi secchissimi e una volta fuori continuava a guardare verso in basso, mentre gli parlavo, per cercare i sottotitoli.
Io sarei rimasto ancora, per sempre, dentro a quei cinema, spostarsi da cinema a cinema, la vita come interruzione tra film e film, nutrirmi con una cannuccia o con kebab, ma di fretta perché tra mezz'ora ne comincia un altro. E lasciare tutti i problemi e le cose della vita fuori da me, per sempre. Un festival di cinema che durasse per sempre, circolare, in un piccolo villaggio di provincia.
IV - Dior and Lapo
Sul film di Dior che ho visto ieri non ho niente da dire. Ci ho pensato, ma non mi è venuto nulla.
Ho pensato allora a un pezzo di costume, sul pubblico in sala, ma anche sui fashion blogger e le studentesse americane di moda non c'è niente da dire.
E' nata allora questa lista che vuole raccontare gli altri presenti in sala a cui ho domandato:
Qu'est-ce que tu fais dans la vie?
- Impiegati presso poste private cittadine
- Blogger sommersi non retribuiti
- Imprenditori agricoli di padre tedesco
- Professori di scuola superiore esperti in Fiorentina.it
- Disoccupate iper-qualificate con curriculum su linkedin costantemente aggiornato
- Iscritte a master on-line presso l'università Ca'Foscari
- Imprenditori del settore delle costruzioni e in particolari dei ponteggi tubolari
- Fisioterapisti pistoiesi con barbe
- Fotografi a partita iva presso prestigiosi studi fotografici con barbe
- Insegnanti di yoga con partita iva e lavoro di consulenza presso multinazionale americana non bene specificata
- Ragazze inglesi che lavorano presso il Polimoda con funzioni non chiarificate e praticano yoga in zona Palazzo Pitti
- Assistenti/consulenti buyer presso Luisa Via Roma originarie per uno strano scherzo del destino proprio di Roma
- Giornaliste presso testate nazionali in città a trovare la sorella o forse per il Festival stesso
- Ballerine di danza moderna che una volta hanno ballato per Marina Abramovic
- Assistenti universitarie a Novoli
- Stagiste con lieve accento meridionale
- Guidatori di auto dai lunghi capelli e lunghe barbe maestri zen di domani
- Imprenditori nel campo farmaceutico originari dell'Aquila con barbe
- Calcianti storici di parte bianca
- Studentesse di cinema laureate al Dams di Bologna con tesi sul noir francese anni settanta
- Ricercatori di antichi spartiti musicali ex abitanti di mansarde con barbe
- Fiorai con lunghe barbe
- Designer con lunghe barbe
- Curatori di festival di cinema con profonde e marcate occhiaie di espressione, e barbe
- Giovani cineasti hegeliani di origini pratesi
- Web developer/ musicisti di origine sud-est asiatica
- Ex servizi civili presso istituti di cultura cittadina a stampo religioso
- Insegnati di yoga americane di origini centro americane
- Comunicatrici
È tutto.
V - S.T.
Al film di lunedì ho pensato a questo: che amo andare al cinema perché ci si può andare da soli e non ci si sente soli. Non è come andare a cena fuori da soli, non come abitare da soli, svegliarsi da soli, fare la colazione e prepararsi da mangiare per poi mangiare comunque da soli.
Dopo un po', in ritardo come al solito, mi raggiungeva Silvia. Io le facevo un gesto con la mano. Non ero più solo, ma mi ripetevo ancora una volta il pensiero: come sto bene al cinema da solo. Prima dello spettacolo prendersi magari un orzo, leggere una fotocopia appesa al muro con due puntine, ascoltare i discorsi della gente (la moglie con il cappellino color vinaccia che riprende il marito colpevole di non capire il presente) e poi scegliere un posto, dovunque, dove più mi aggrada, scivolare da qualche parte, scrivere un messaggio, sbucciare un mandarino e poi sprofondare tra le poltroncine.
Cominciava il film con quella citazione di Burroughs e dopo ecco l'arrivo di Silvia in ritardo, il mio gesto con la mano, di cui ho già detto, ma che ripeto perché è successo sempre identico non saprei dire quante volte nella mia vita.
Al film del lunedì ho pensato anche a questo: che questi sfigati del documentario, questi figli di un dio minore, hanno vinto. Non c'è partita per i film. Che come dice Ferruccio non si può più fare letteratura ma solo giornalismo: è il postmoderno bellezza!
Lo so Ferro che non dici proprio così, ma concedimi la licenza poetica.
E così questi documentaristi oggi sono i più fighi di tutti, un tempo camminavano rasenti ai muri, erano quelli che non avevano idee, che al tema libero a scuola non sapevano di che parlare.
Oggi invece li si riconosce immediatamente a uscita film: sono alti, con un cesto di capelli riccioli e la sera prima come minimo erano al Milano film qualcosa. Utilizzano l'aggettivo: pindarico.
In settimana presenteranno il loro medio-metraggio e ci salutiamo stringendoci le mani e dicendo: A giovedì!
Allora io e Silvia ce ne andiamo verso il Caffè Notte con le nostre bici pensando: ma guarda questi registi di documentari, 'sti mezzi disperati: ti distrai un secondo e si prendono tutto.
VI - Il matinée
Pessima idea andare al matinée dell'Odeon, saltando la visita con Sabino.
E non solo perché il film scelto come scusa per evitare l'incontro con il medico era un film sulla nebbia; ovvero un mattone di documentario sull'irrappresentabile, con citazione finale di Rainer Maria Rilke.
Pessima idea perché dopo mi avevano telefonato in rapida successione mia madre e mia zia Anna, la collega di Sabino, per sapere che fine avevo fatto e perché non ero mai arrivato al centro a fare la mia visita programmata da una settimana.
Io avevo farfugliato loro qualcosa, circa un'incomprensione mia, non aver capito bene la data e l'orario che invece ricordavo perfettamente e avevo aggiunto che non volevo disturbare Sabino, che mi sembrava di approfittare.
In quelle due telefonate subite non non avevo avuto modo di far riferimento alla mia mattina alternativa, passata dentro al cinema quasi completamente vuoto a vedere quel film sulla nebbia - era pure una replica, un documentario senza trama dove ogni tanto comparivano dei personaggi altrettanto noiosi che facevano solo cose ripetitive.
Era andata così: una parte del mio cervello sapeva che doveva andare a quella visita medica, ma si era giustificata con sé stessa dicendosi: non c'è modo che io vada oggi da Sabino, c'è quel film all'Odeon, l'imperdibile film sulla nebbia.
Ma erano scuse valide solo per un dialogo con la mia mente. Mia madre e mia zia non se le sarebbero mai bevute.
Così in quelle due telefonate non avevo fatto riferimento al mio abbandonarmi tra le poltroncine del cinema quasi vuoto con dieci persone al massimo e trasalire ogni volta che un vecchio si alzava barcollando dal suo posto per andare al bagno e la sagoma contro lo schermo illuminato di bianco nebbia sembrava quella di un trapassato.
Non avevo fatto riferimento al senso di torpore dentro al cinema, a quel senso di benessere, di essere ancora nel letto caldo, e nessun riferimento a quell'erezione mattutina in quel posto deserto, e all'aver deciso di dedicare un pensiero ulteriore alla ragazza dei biglietti, che non aveva neanche guardato il mio accredito press, ma solo detto: Entra.
Avevo omesso molte cose in quelle telefonate con mia madre e mia zia: neanche una parola circa quel latte condensato sulle poltroncine di velluto, non un accenno al senso del film, niente sul significato delle parole di Rainer Maria.
Ovviamente non avevo fatto neanche mezza parola sul non aver fatto nessuno degli esercizi prescritti da Sabino, e mi ero guardato bene da raccontare al telefono che le pasticche non le avevo preso per niente - ne avevo prese 4 in realtà, quelle della confezione omaggio, e poi basta, anzi se per caso andando verso il cinema vedevo una farmacia ci giravo proprio alla larga.
Fa niente -aveva detto mia zia alla fine – guarda che Sabino non lo disturbi affatto, fisso subito un altro incontro.
La telefonata era terminata e io ho pensato che quando il festival sarà finito allora sarò veramente in trappola.
VII - Il dibattito
Sono tornato al cinema dopo la sbronza al Caffè Notte e là davanti c'era il regista incontrato due sere prima, che mi ha salutato con la mano.
L'albero di trasmissione è il titolo dell'opera prima del regista pugliese, e tutta una parte di me era andata là solo per farlo a fette, dato che lui (il regista) aveva criticato un film che a me invece era piaciuto. Grave errore da parte sua.
Invece non è andata così, perché il film di Bellomo mi è piaciuto molto.
Parla di una famiglia pugliese, padre figlio e nonno che vivono in una mezza discarica sfaciacarrozze robivecchie e loro con quella roba ci fanno di tutto. Fondamentalmente ci fanno altre schifezze, ma a volte anche delle cose che funzionano tipo una bici. O un'automobile che non inquina.
Non mi è piaciuto il dibattito dopo, ma quello non conta niente. Ho segnato sul taccuino alcuni concetti chiave a confermare l'impressione, concetti che a un dibattito non si dovrebbero usare per non dare l'idea che stai mentendo, e che trascrivo adesso, ma così, tanto per rendere il mio testo più verticale:
- Ancillare
- Tassonomico
- In qualche modo
- Gentrificare
- Andare all'opening
Concetti che si commentano da soli. Comunque. Quello che avrei voluto dire io al dibattito è questo:
«Bravo Bellomo, hai fatto un bel film. Il discorso dopo insomma, ma il film proprio bene. E lo sai perché? Te lo spiego io. Te hai fatto il tuo lavoro, ora lasciami fare il mio. E' bello che il film abbia il suo proprio albero di trasmissione in un evento misterioso, quella cosa della macchina del futuro, che si può leggere in due modi, e questa lettura ambigua da parte dello spettatore è a ben vedere la stessa identica ambigua interpretazione che ha ogni figlio della propria storia familiare.
Lo dico meglio, caso mai non fossi stato chiaro, siamo tutti stanchi e quindi è bene che io mi spieghi: la versione del nonno è che la macchina d'invenzione sia stata comprata per dieci milioni da uomini distinti, dei gran signori e successivamente immatricolata in “Isvezia”.
Invece la versione del figlio è che quella macchina fu messa in garage, poi smembrata e con quei pezzi costruirono (costruì il figlio) nuove macchine, come i palazzi con le pietre di Roma.
Il nipote avrà così due versioni opposte, inconciliabili: quella del nonno mitica e quella del padre terribile, entrambe vere seppur inconciliabili, necessariamente da riconciliare. Il nipote con il suo telefonino è chiamato a fare questo: a riconciliare le due versioni perché così potrà capire la ragione per cui lui è proprio quel bambino. Cioè te Bellomo. Questo movimento del nipote è il film stesso. Capisci ora?»
Lo so è un po brutto svelare tutto, ma la mia analisi è chiarissima e perfetta. Qualcuno potrebbe dire che mi sono montato un po' la testa, che ormai la mia crescente importanza come commentatore e blogger, la rilevanza in cui è tenuto il mio giudizio, fa sì che certe volte io intervenga ai dibattiti in maniera un po' pesante, lo riconosco.
Invece sono rimasto là in silenzio, ad ascoltare il dibattito, i discorsi di Barbetta, e le domande ingenue di Uomo-con-lo-zaino. Quei discorsi e quelle frasi che ho sentito fare mille volte a quei personaggi ricorrenti del Festival e che quasi potrei anticipare.
Mi sono chiesto, per un attimo, se sia come al ristorante, che dopo un po’ che si va sempre allo stesso posto ormai si conoscono i camerieri e tutti i camerieri riconoscono te. Mi sono domandato in poche parole se anche Barbetta e Uomo-con-lo-zaino mi abbiano identificato e se sì in quale modo.
Ragazzo con accredito farlocco?
Ragazzo dal colorito giallo neon-ufficio?
Sono domande che non hanno una risposta, ma la più probabile se proprio dovessi sbilanciarmi è: che non hanno idea di chi io sia.
Ma adesso li ho sistemati.
VIII - La meta-festa di chiusura
Mi hanno scritto quelli di Stanza 251. Una mail abbastanza irritata, in verità. Me l'ha scritta Carlo, che dei due è quello cattivo. Mi ha detto: «Uè, merdina, che fine hai fatto? Ma soprattutto dove sta il nostro pezzo?»
Basta. Finito.
Cari Carlo e Stefano -penso- la verità è che non sono andato né alla premiazione né alla festa.
Quella sera ero a vedere Fiorentina-Juventus. E dopo ero stanco e sono tornato a casa.
Potrei sempre riciclare quello che scrissi l'anno prima. Ecco quello che farò. Tanto le premiazioni si assomigliano tutte.
Cerco nel computer e scopro tra gli appunti dell'anno prima che non ho scritto neanche mezza parola sulla premiazione. Benissimo.
Cari Carlo e Stefano vi scrivo da un ostello a San Cristobal de la Laguna. Ho di fronte a me questo signore che è alla seconda bottiglia di rosso e che è rimasto impassibile per le due ore in cui io gli sedevo davanti e lavoravo al mio romanzo ipotetico. E dopo due ore, proprio adesso, lui ha iniziato a scrivere e va veramente come un treno, viaggia spedito che è una meraviglia.
Lo scrittore alcolista credo sia tedesco e sta qui da sempre/per sempre. Cercherò ispirazione nella sua figura e scriverò della serata conclusiva a cui non ho partecipato come se fossi lui, uno scrittore affermato. Anzi no, descriverò la premiazione del Festival dei Popoli come se fossi io lo scrittore affermato alla premiazione che si terrà l'anno prossimo, il 56mo.
Che stronzata, non si berranno mai questa storia.
La mail di risposta:
Cari Carlo e Stefano, ecco qua il resoconto dell'ultima sera di Festival. Spero vi piaccia. Un abbraccio,
simone
La festa di chiusura:
Mi sono presentato alla serata di premiazione con un certo ritardo delle cose. Già alticcio. Mi accompagnava la mia negretta, Fanny. All'ingresso ho salutato alcune persone, quelle più credibili o che finiranno male. Un'occhiata d'intesa con Dell'Agnello, agli altri neanche uno sguardo.
Ho ordinato al bistrot subito un giro di Fernet Branca per me e Fanny, che non l'ha voluto. L'ho bevuto io, anche il suo. Poi ne ho fatto un terzo, perché pensavo di farmene due ma quello di lei non valeva nel conteggio, come con le sigarette scroccate.
Siamo saliti di sopra. Quando mi hanno chiamato sul palco a commentare certe scelte della giuria io ero nei bagni con l'assistente di produzione (abbiamo girato con il cellulare un porno-documentario in cui io la prendo da dietro, ancora con i vestiti mezzi addosso, lei che mi succhia un dito e dice, con accento meridionale: realiti is moor) che pietà che mi faccio, che banalità.
Dov'era sparita la mia Fanny? La serata finale come metafora della mia vita allo sfascio: la celebrità recente mi acceca, il potere mi logora, lo so che non può durare.
Rimpiango il passato: Diana, il Festival dell'anno scorso, quando non mi cacava nessuno, quel primo viaggio a La Laguna, a scrivere il mio romanzo di successo, ma fondamentalmente a non fare niente, solo leggere Pacifico, Arthur Miller, Licht, e, certamente, Joyce.
Io rimpiango il passato amaramente, adesso non potrei più scrivere certe cose visto il mio ruolo.
Sono tornato anche quest'anno ala Laguna, ma è cambiato tutto. Non ho rivisto lo scrittore ubriacone e per quanto mi riguarda devo lavorare come un pazzo per gli editori che aspettando tutto il tempo una mia mail, quell'incipit che gli ho promesso. Ma dicevo della premiazione del Festival.
Siamo scivolati fuori dal bagno e chissà dov'era finita Fanny. Spero non fosse a vedere il film del dopo-premiazione, quel riempitivo che mi mette una tristezza addosso mortale. Spero di averle se non altro insegnato qualcosa a quella ragazza.
Le ho insegnato a nuotare, alla mia negretta.
Non è successo nulla, me ne sono andato.
Ho chiuso il tabarro, sono arrivato al Rivalta. Mi sono avvicinato al bancone che non c'era nessuno, solo la mia barista d'elezione con i suoi guanti in lattice nero, da sacerdotessa bondage che stava eseguendo una sorta di liturgia, il cocktail sega. Io le ho detto: «Conosci il significato di sacrificio? Vuol dire fare il sacro». Lei mi ha guardato, ma non l'ho convinta: le mie occhiaie violacee, e non è successo niente. C'era la musica troppo alta, i registi e i miei colleghi giornalisti sfigati parlavano del più e del meno, sono uscito subito e mi sono messo fuori a bere un pisco-sour. E ricordo di aver parlato con una donna che era là, che lavorava a un film, o in ufficio, era nera anche lei, indossava un vestito blu e un cappello, e abbiamo parlato della città, doveva venire da un posto africano poverissimo, e lei ha detto una cosa molto bella, sull'essenza incestuosa di questo posto, di come sia necessario accoppiarsi con qualcuno che si è accoppiato con qualcun altro che è quasi nostra madre, o nostro padre.
L'ho guardata diversamente, intendo guardata-guardata, e ho pensato che forse le cose sarebbero andare meglio. Che potevo ricominciare con lei e mi è tornato in mente quella pensione, un anno prima a La Laguna, quell'ex bordello convertito in ostello-airbnb, gestito da quel tizio gay, ma che aveva pure un figlio, e quei due o tre sbandati strafatti italiani che lui (il gay) usava come schiavi, in cambio di un posto dove dormire e cibo e roba da fumare.
A quell'epoca felice in cui andavo al Festival dei Popoli e non conoscevo nessuno, quasi non bevevo niente perché non avevo un soldo, ma trovavo comunque quei maledetti soldi per andare una settimana alle Canarie, «ma allora», come diceva uno degli schiavi dell'ostello, «che cazzo ti lamenti?» Aveva ragione lui, lo schiavo, io mi lamentavo ma non ne avevo diritto.
Erano tempi fortunati quei tempi là, quelli del 55mo.
Cari Carlo e Stefano, lo so che è il pezzo è troppo lungo e confuso, ma così erano i Festival dei tempi passati, confusi, con sottotitoli sfalzati, premiazioni fondamentalmente noiose e io liberissimo di scrivere quello che mi pareva.
Grazie per avermelo lasciato fare.
Simone Lisi
Under the Tuscan Gun
My climbing partner introduced me to a retired former cycling pro who stretches his pension checks by churning out custom bikes from dead-stock components and factory closeout frames.
My climbing partner introduced me to a retired former cycling pro who stretches his pension checks by churning out custom bikes from dead-stock components and factory closeout frames.
The old guy’s workshop was in a basement garage, crowded with old men. Fat guys seated, rangy graybeards standing hands-in-pockets, clustered around a strong-looking, almost boyish geezer in a blue labcoat. The place buzzed, everyone blabbing full speed, full volume. The mechanic had a steel-frame Colnago strung up on Man Called Horse-style hooks, like a boar or deer carcass. He was getting the machine roadworthy for the Eroica Classic. Stricken by the scene, I momentarily lost the power of speech. The gears of my mind cranked backwards…to Junior High, where my brain seems to have gotten permanently stuck.
Fat Bob, the school rich kid, got a racing bike for a birthday present. It was the first one I ever saw up-close. Had to wonder what a slob like Fat Bob was supposed to do with a weight-free metal-flake red De Rosa. Except maybe crush it. The machine was made of impossibly thin steel tubes. You could pick it up with two fingers, that was the litmus test for hot bikes. Couldn’t stop looking at the riveted, genuine-leather saddle, those dangerous drop bars and toe-clips. Nobody could. Crazy-ass to ride a racing bike in town, in traffic. But crummy 3-speeds and no-speeds that used to be so much fun never recovered.
Flash-forward, back to the garage in Grassina. “What a beautiful bike,” I said. In other words, the sky is blue, the ocean vast.
The mechanic nodded. Maybe this Yank’s not a complete moron.
A Titanium-frame Cinelli mountain bike on another hook was the mechanic’s personal ride. The carbon-fiber racing frames on a rack were works in progress. Couldn’t help myself. Had to look, heft, fondle, practically sniff.
Giuliano’s underground bike lab was a convivial scene bathed in low-watt yellow glow. No smoke, no booze, no sex-blab. A world I wanted to get back into, even though I’d never really been there in the first place. Men gearing up for something necessary, dangerous, difficult --together. A war, or a 200 km bike race.
He knew he had a customer solidly on the line. He sounded the depths of my pockets, took my phone number.
Silent months followed. I cranked the bike called Frankenstein up hills, hills and more hills, and forgot about racing bikes, drop bars, toe-clips. Frankenstein’s basic hideousness was proof against bike thieves, and I’d gotten to feel that the bike didn’t even matter. I just loved to ride. Winter was coming on strong when I got the call. The guy on the other end didn’t remember my name, or couldn’t pronounce it. He’d forgotten whom the number connected to. Anyway, he had something for me, if I wanted to come take a look. No obligation, of course.
Rode across town on Frankenstein, at dusk. Grassina’s a border-town, a sort of Tijuana before the hardcore Chianti-country. Pleasant homey smell of smoke and leaf mould, farm atmosphere, hunched ancients in tweed zipper-slippers shuffling home from a proletarian aperitivo at the commie Casa del Popolo. Home for wine, spaghetti and open-mouthed denture-sliding TV nod-odysseys.
Giuliano was sweeping up. His ciclismo aficionado entourage had also straggled off for beans, grappa, TV zombification. He washed his hands.
“Oh, so that number was you.”
He opened a door at the back of the garage/lab into what looked like a live-in basement rigged for senior marital discord nights, pulled a bike into the light as if it were a shy fragile creature who didn’t really want to be seen.
My eyes popped. I felt like a booze-breathing gargoyle reluctantly suckered into an arranged marriage scam, but then the matchmaker crone reaches behind a fly-blown curtain and leads out Silvana Mangano.
Seafoam green chrome-molybdenum Cinelli racing frame, a-glitter with Campagnolo components and deadly black-taped drop bars like praying mantis claws. Giuliano introduced her, in extremely ancient cycle parlance, as an iron bike. He pointed out the nearly invisible welds. Nobody ever got them finer.
“You like it? You want it?”
Never wanted anything non-human so much in my life.
But Giuliano wouldn’t take my shakily proffered pelf. ‘Ey, got to take her out on a maiden voyage, first. Make sure the bike suits your gross anatomy before you pay. Buy some bike shoes and padded shorts. And helmets are definitely a good idea.
Took a test ride the next afternoon, on the Grassina hill, up to La Panca and over the Sugame Pass.
“How was it?”
“Felt like flying.”
“That’s what I want to hear.” So he took the money.
Michael Jackson would’ve been happy to prance and shriek in my spanking new black-and-white patent leather Corvaros. The rest of my outfit, aside from battleship-gray padded suspender shorts was Slob-O Supremo. Most aspects of Italian life are a fashion show. I was a mutant in a torn sweater, wool army socks, camo gloves, fungoid German bike helmet, lounge lizard shades. But I was a happy mess.
I rode my new dead-stock racing bike solo on days-off from riding dirt trails with Tarzan and the Warthogs. Had to get used to the road, a light frame, thin tires, toe cleats. Hills and more hills, longer, harder, further, a shade faster. Occasionally I saw Tarzan in full lycra tuxedo, blasting by on his white iron Scapin racer, the locomotive on a five- or six-man wind-train. I’d wave, he’d yell. They heard him in Bologna, across the Apennine range.
Tarzan has built-in biological bionic proxy-odometer. When he figured I’d put in sufficient solo kilometers on my Cinelli, he said, “Suck my wheel. Let’s go.”
Giuliano the Mechanic’s workshop isn’t entirely free of clutter, even discounting the warm-blooded two-legged kind. But it’s orderly clutter. No girlie posters. Instead, framed pictures of a large cycling group, year after year, uniform after garish small-corporate sponsor-logo-encrusted uniform. A few black and white pics from the Golden Age, including one of a startlingly handsome young man who’s just crossed a finish line gloriously alone. No expression of foolish evanescent triumph, no raised arms or open mouth. Instead, a quizzical expression. Can this really be the finish line already? Why do arrival and victory always seem premature, hollow?
The face of a knight who’s slain a fearsome dragon, only to discover the monster was merely a custodian of the true quest’s secret.
Above his work-table are framed mawkish poems about friendship, written by members of the hangout discussion team. Rainy days are lovely too because a man can cry with his head held high and no one has to see his tears. Tributes to a person of great integrity, with skilled hands and an open heart, with cycling metaphors thrown in. Clumsy home-made awards and tributes, diplomas from bicycle component factories.
Giuliano opened his shop over 40 years ago, after an apprenticeship at Cicli Morozzi (where they also sold sewing machines, for some reason), a few blocks away. His partner died not long afterwards, and Giuliano has kept his widow on the payroll ever since. Loyalty extends beyond the grave, way beyond. Signora Maria doesn’t know much about bikes, or particularly care for cyclists or the layabouts who hang out in the workshop, but she can sweep floors and operate a cash register.
Beautiful bike frames from past decades are suspended from a rack over the bathroom in the back like rigid heraldic flags in a cobwebbed castle hall, or skeletons in a Natural History museum.
Tarzan, captain and newly elected President of the Oltrarno, treated himself to a new bike. A man who’s a partial partner in a tiny independent grocery store and the father of two little girls can’t pick up a shiny gadget lightly. The search for Tarzan’s presidential ride lasted months. Vasco, his faux-surly trusted mechanic finally came up with the right machine, a red-black, full-carbon Wilier Triestina, dripping with Campagnolo components and fettuccine-spoke wheels. Captain Tarzan was overjoyed, and supremely proud of this object. He’d fondled, considered, approved every piece, from handlebar bolts to saddle pin. But, in the spirit of menefreghismo, he acted like a hot new second-hand bike was no big deal.
Just me and Tarzan, on the machine’s maiden first-ride test run. He broke away from me almost ridiculously fast at Falciani, stayed way ahead for the whole uphill ride to San Casciano, waited for me to catch up towards the top. “This is just a whole ‘nother way to ride,” he crowed. He was puffed up as a turkey, but the inflation was from happiness, not pride.
Marco the Butcher has his shop on Via Romana, the same street as Tarzan’s grocery. He’d just gotten a new second-hand bike too, an aluminum Specialized, so when he said, “They stole the new bike,” I thought he was talking about his own.
Soon turned out some filthy human cockroach had broken into Tarzan’s garage.
Glimpse of a gleaming red-and-black racer in a darkened medieval-atmo utility cave as the metal shutter clanked down, when the owner’s back was turned. The gate didn’t go down all the way. The locking mechanism hadn’t fully clicked. Some skilled, able-bodied creep spots an easy opportunity, comes back when the coast is clear. An expensive bike, probably fenced for a quick sleazy hundred or two. The crime doesn’t exactly count as murder. Not exactly 100%. Maybe only for a day or two. Soul murder hurts, but eventually heals.
Tarzan got back on his steel Scapin, a spent carcass with an ugly scar-weld just over the crank. He hadn’t been able to toss it away, even though it took up space in the crowded garage. He pedaled hard, but with diminished fury. He was crushed.
“Thieves lead shit lives,” I said. I’d been heisted too, recently. Could’ve bought two Ravens with the lost cash (illegal immigrants, even the white Yankee kind, can’t open bank accounts here), and 1970s Rolexes are expensive to replace, but I didn’t mention the home burglary beef.
“At least we got our health,” Tarzan said. “That’s the only thing that really matters.”
“Fuckin’ A.”
Two slobs, unwilling skinhead and past-it hippy hairball, slow down, stop, slap Soul Brother handshakes, exchange a manly bear-hug and everything’s all right again. Nothing on Earth’s stronger than the gentlemanly brotherhood that brutal sport engenders.
That corny stirring dream-sequence scenario didn’t play out. Instead, the worst thing that could possibly happen, did.
We were headed towards Le Gore’s groaning precipice to dispel more of my downhill demons when a burly bearded Bozo clumbered towards us on a sparkling red-black Wilier Triestina, exactly identical to the booty from the heinous crime. Wiliers are an common sight on these roads, and apparently red/black’s an unusual color combo for the brand. A few hundred meters later, Tarzan pulled a sharp U-turn. I followed. But instead of a full-speed chase to stop and interrogate the guy, Tarzan broke off and turned around again, headed home. Seconds ticked away.
“What could we do about it, anyway?” he said.
He didn’t have the serial numbers. False accusation beefs are a serious matter in litigation-happy bureaucratic-nightmare Italy.
“Hey…nice bike. Where’d you get it from, you fuckin’ sneak? Oh yeah? Sez you. Sez you.”
Check out YouTube clips of cyclists in padded shorts and bike shoes getting into fistfights. Ludicrous.
In the meantime, the guy on the possibly hot red-black Wilier was gone. The road we were on has near-infinite possible turn-offs.
“Man I really wish I hadn’t seen that,” Tarzan said.
We carried out grim errands to all the bike mechanics’ shops, to ask them to be on the alert for a certain make frame, wheels, group, etc. You have to phrase this part right, let them know that you know they don’t operate as fences for stolen bike parts. Everyone I talked to gave funeral-style condolences for a lost bike everyone knew would never be recovered. Trucks full of stolen bikes rumble nor’eastward across borders that no longer exist.
The local sense of humor runs bitter. Florentines seem rude loathsome creeps, until you get to know them better. Then you discover they’re even more cynical, malevolent and possessed by Schadenfreude than humanly or demonically possible. But this outlook on life turns out to be a deep gruesome joke, like everything else that’s wrong with the world. Vaunted Tuscan scenery’s only serene because generation after generation of troglodyte peasants cleared boulders and brambles with their handmade implements and rank sweat.
That bike was too beautiful for a mug like you, anyway.
You’d’ve just wrecked the thing.
You can take away the Captain’s new bike, but he’s still the Captain. Even on his rusted clunker, he blasts past, any time I try to break away. Punish the outriders, establish dominance, but also encourage the lowly to attack, always attack.
The hills above ugly industrial suburb Compiobbi are my personal solo suffering domain. Steep and long, but shady, scenic and practically devoid of internal combustion engines. Good place to pick up talismanic feathers and porcupine quills. Near the top, on a foggy fall afternoon, I turned to head for the water-fountain at Monteloro and nearly crashed into a young rider just off my left shoulder.
“Hey!”
“Oops! Sorry!”
The guy rode quiet as an owl. No clue of him on the way up, and I flatter myself on permanent internal 360-degree awareness. I’d never seen the kid before. He rode a sky-blue Cannondale, and there was something so gorgeous and American about his bike that almost made me homesick. No helmet. No flashy bike clothes. Nice soft voice. Relaxed, smart pace. I was kind of surprised when I caught up with him again after I stopped to fill my water-bottles.
We raced a bit. We were pretty evenly matched. Seemed like I was slightly stronger uphill, so it was fun exchanging the lead. No blab necessary.
Mauled-muffler clangour popped this pedal paradise. A frustrated 1970s Alfa Romeo bombed into view, took a blind curve too wide, way too fast. The driver was blabbing on his cell-phone, probably giving his wife detailed instructions on how he wanted his spaghetti lunch cooked. If we’d been fifty meters ahead, he’d have creamed us both. The driver careened towards us one-handed, skidded back into his lane at the last tire-screeching second. Instead of flipping him off in the rearview mirror, I extended tranquil universal hand-jive for, “Slow down, dude. Hang up and watch the road. Life’s beautiful and there’s room and time for all of us.”
“No use,” the quiet rider said. “Some people won’t slow down even if they kill somebody.”
Hit me what enormous violence is done to the world every time some starts up a car- or motorbike engine.
Incredible arrogance is expressed in the life-philosophy “My hurry and my time are worth more than your life.” Easing off the gas to avoid injuring cyclists increasingly seems an intolerable aggravation, to some people.
Lonely lovely winding hill roads increasingly feature homemade monuments, columns and engraved tombstones, with fake flowers and faded home photographs of healthy young people bumped out of the cycling life by rabid motorists. At this point in time, they outnumber anti-fascist Partisan summary execution-spot monuments.
The silent cyclist let me get ahead on the last uphill stretch before the turn-off for Olmo, but he more than caught up on the sincerely nerve-shattering downside. He caught my eye as he slipped by, no helmet, serene. “See you around,” he said.
But when I swung through the next turn, at 70 km/h, fast as I’ll ever go, he was gone. There was an unimpeded view of the road ahead. No turnoffs anywhere, but the guy on the sky-blue bike was gone. Nobody’s that fast, I thought. Not possible.
Never saw him again.
Matthew Licht
La passeggiata
Camminiamo lungo la riva, tu ed io. È una mattina di giugno, la spiaggia è quasi completamente deserta, fatta eccezione per qualche cacciatore di arselle che
Camminiamo lungo la riva, tu ed io. È una mattina di giugno, la spiaggia è quasi completamente deserta, fatta eccezione per qualche cacciatore di arselle che a volte interrompe il suo lentissimo setacciare la sabbia per osservare il profilo della costa, in cerca della motovedetta della capitaneria. La sua tensione non ci appartiene, è soltanto sua. Noi siamo già lontani, già passati oltre, nessuna preoccupazione di ambito giudiziario ci opprime.
Camminiamo lungo la spiaggia in una mattina di giugno ed è ancora presto, in questa spiaggia lunghissima che sembra non finire. Andiamo verso sud. Alla nostra sinistra si apre una grande pineta marittima, là dove un tempo sorgeva il villaggio Valtur che poi è fallito. Vi è rimasta una zona enorme dove non c'è niente, dove si dice stiano costruendo qualcosa, ma poi puntualmente, ogni estate che torniamo, troviamo tutto come l'avevamo lasciato, solo più selvaggio ancora, con più uccelli e più animali che in quella pineta trovano rifugio.
Camminiamo lungo la costa in direzione sud e alla sinistra si apre questa foresta immensa. Non ci spaventa e non ci riguarda la vita che si sviluppa dentro quella riserva naturale; non ci appartiene la preoccupazione o il pensiero di doverla attraversare per cercare dell'acqua potabile o cose del genere. Continuiamo la nostra passeggiata tranquillamente, con la pineta alla sinistra e il mare piatto alla destra, e quasi nessuna persona intorno e quasi nessun rumore, come in una visione, o in un quadro.
A volte ti guardo, di lato. Tu cammini in silenzio, hai addosso una maglietta per non scottarti, il cappello di paglia che abbiamo comprato a Siviglia. A volte ti guardo camminare, osservo il tuo profilo e allora mi guardi di rimando e dici: che giornata bellissima, cosa potrebbe mai capitarci? Cosa importa di tutto il resto, delle nostre vite lontano da qui, dei nostri lavori e della città lontanissima, delle relazioni umane così complicate? Io ti guardo e penso che sei nel fiore degli anni, che sono fortunato a condividere con te questo tempo e che ti amo.
I cercatori di arselle continuano a passare i loro retini là dove si infrangono le onde, se solo vi fossero onde. Hanno questi setacci che trascinano con la forza dei corpi, hanno capelli stinti per il sole e la salsedine, hanno a volte delle mogli che attendono sulla spiaggia, ma solo i meno professionali, mentre gli altri, che sono la maggioranza, stanno là da soli e nessuna donna li attende sulla spiaggia, sembra impossibile perfino immaginare che qualcuno possa aspettarli a casa, perché appaiono come l'incarnazione stessa della solitudine.
Ci fermiamo a guardare uno di quei cacciatori-raccoglitori, ma senza dare nell'occhio, che non lo vogliamo disturbare. Sappiamo bene che quella pratica è illegale, che rischia multe fino a mille euro da parte della capitaneria di porto e non vogliamo che si preoccupi inutilmente pensando che siamo degli scocciatori, che abbiamo intenzione di denunciarlo. Avrà i suoi problemi, pensiamo, una famiglia lontana a cui manda dei soldi, avrà pur bisogno di qualcosa per vivere e allora meglio cercare arselle piuttosto che drogarsi o rubare. Abbiamo iniziato a fare discorsi da adulti, quando è successo?
I pensieri e i suoni sono attutiti. Io ti guardo di lato e penso che non sono mai stato così bene con te come in questo periodo. È un discorso che ti ho già fatto altre volte, in questi ultimi tempi, ma di fronte a queste parole, hai un atteggiamento obliquo: ti piace e non ti piace. Mi dici: si, ma che vuol dire? Si stava forse male uno, due anni fa? Quando si viveva in Spagna, o a Malta, stavamo forse male allora? Io ti guardo e dico, no, davvero, forse sono io che mi sento meglio, non so come spiegarlo. Te non ne vuoi sapere, non che ci sia molto da dire in effetti, ma ti sembra che la mia narrazione, così la chiami, sia lievemente ingiusta verso i nostri noi del passato, che pure hanno camminato su altre spiagge come quella, in altri giungi delle nostre vite. Hai ragione, forse sono ingiusto, penso dentro di me, ma le cose sono cambiate tanto. Ne è conferma questo camminare verso quel paese che non abbiamo raggiunto mai, in altre passeggiate simili a questa, seppur con altri pensieri in testa, con differenti preoccupazioni e gioie ad accompagnarci e altri cercatori di arselle simili a questi e quella stessa pineta, intorno a noi.
Continuiamo a camminare, con il nostro ombrellone ormai molto lontano, poche impronte altrui sull'arenile e sempre meno cercatori d'arselle. Non succede niente. È una mattina di giugno assoluta, non sta succedendo niente e sembra, alcontempo, che non sia mai accaduto e mai accadrà niente. Andiamo in direzione di quel paese sul mare che sarà lontano dieci chilometri almeno, possiamo intravedere la torre di un campanile, o per lo meno ci sembra di vederlo. Non abbiamo nessuna intenzione di raggiungerlo, perché dovremmo? Camminiamo semplicemente in quella direzione, per il piacere di fare due passi sulla spiaggia, di stare insieme, da soli, in una mattina di giugno, di essere ancora tu ed io dopo tutte queste stratificazioni, che fanno di noi un noi, un noi specifico.
Camminiamo sulla spiaggia quando io ti domando qualcosa, come se pensassi ad alta voce. Ti chiedo da cosa dipende il fatto che a un certo punto si decide di tornare indietro, e non dico –è ovvio– la ragione generica che ci spinge a farlo, la noia o un po' di fame o la stanchezza o il caldo. Non mi riferisco a queste motivazioni che sono tutte senz'altro vere e la causa del tornare. Parlo nello specifico: di cosa ci fa tornare indietro in un certo punto, in un dato momento, invece che in uno precedente o in uno successivo. Vorrei setacciare quel momento e guardarlo nella sua singolarità. Isolarlo come un albero all'interno di una foresta. Il discorso continua, anche se è già finito, e insisto a domandarti cosa è che scatta, se poi qualcosa scatta, dal momento che non c'è nessun elemento di discontinuità, nessun punto raggiunto o da raggiungere, niente di niente nel contesto che ci porta a dire: fino a qui e non di più.
Allora ci guardiamo nella maniera che avevamo a volte, in quel modo di guardarci specifico che avevamo un tempo, ai tempi dell'Andalusia o dell'isola d'Elba, mi sembra di ricordare. Ci guardiamo in quel modo e diciamo: andiamo ancora avanti, ancora un poco. Per questo continuiamo a camminare sulla spiaggia, ma è chiaro che poi dovremo tornare indietro, a prescindere dai discorsi.
Forse questa volta raggiungeremo il paese lontano e una volta laggiù prenderemo un autobus per tornare, qualcosa troveremo. Chiederemo un passaggio a qualcuno che torna verso nord, e già l'ombrellone e le nostre cose appaiono lontanissime, anche nel pensiero, e il sole è alto nel cielo e comincia ad essere molto caldo. Sembra quasi di sentire un rumore di campane. Provengono forse dal villaggio laggiù in fondo, che continua a essere lontanissimo, ma di cui adesso possiamo scorgere nitidamente il campanile. Alla nostra sinistra l'enorme pineta, al cui interno stanno i ruderi dell'antico villaggio Valtur, mentre alla destra il mare calmo e alcuni cercatori di arselle, solitari.
Ci guardiamo l'un l'altra e pensiamo che sarebbe certo l'ora di tornare indietro, ma non sappiamo bene come impostare la frase, che dire adesso quelle parole assumerebbe forse il valore di metafora, o di simbolo. Non vorremmo davvero dire qualcosa del genere, terminare la nostra passeggiata proprio adesso sarebbe ingiusto. Così continuiamo a camminare verso sud, come se niente fosse. Il mare calmo sulla destra, l'enorme pineta alla sinistra.
Simone Lisi
Sciogliere il ghiaccio
Lorenzo era un ragazzo e faceva la comparsa nel teatro lirico, quello in cui i cantanti cantano e l'orchestra suona e gli abiti e le scene danno vita a un regno incantato. In quel caso particolare andava in scena la Turandot di Puccini. La storia di una principessa orientale bella e gelida, “bianca al pari della giada, fredda come quella spada”
Lorenzo era un ragazzo e faceva la comparsa nel teatro lirico, quello in cui i cantanti cantano e l'orchestra suona e gli abiti e le scene danno vita a un regno incantato. In quel caso particolare andava in scena la Turandot di Puccini. La storia di una principessa orientale bella e gelida, “bianca al pari della giada, fredda come quella spada”. Questa donna mette a morte tutti i pretendenti, chiedendogli di rispondere a tre enigmi: quelli risultano impreparati, non riescono a rispondere e lei appunto li fa uccidere (“chi affronta il cimento e vinto resta porga alla scure la superba testa”). “Mai nessun m'avrà” assicura. Arriva il principe Calaf e anche lui si innamora di lei, così, di lontano e al buio (“si profuma di lei l'oscurità”). C'è anche una schiava, Liù, che non è gelida e ama il principe Calaf e si sacrifica per lui. Addirittura a un certo punto dice a Turandot “Tu ,che di gel sei cinta, da tanta fiamma vinta, l'amerai anche tu”.
Questo in breve. Insomma Lorenzo faceva la comparsa e, insieme al suo amico Nicola (un tipo pieno di iniziative), durante la rappresentazione stava spesso accanto o dietro a Liù, sul palcoscenico. La cosa interessante è che Liù è un personaggio tenero e appassionato, ma la cantante nel mondo reale era gelida e distante tipo Turandot. Viceversa la cantante che impersonava Turandot risultava, nel mondo reale, abbastanza comunicativa e pronta ai rapporti con gli uomini e con le donne, a prescindere dagli indovinelli.
Il tema centrale dell'opera Turandot è: come trasformare una donna fredda e sanguinaria in una pupa calda e innamorata.
Lorenzo era molto interessato al tema centrale. Dunque era molto interessato alla cantante che impersonava Liù: una donna distaccata, e inoltre lontana socialmente da lui. Forse le due cose erano collegate. Quando sei una famosa cantante tendi a distaccarti dalle comparse.
Lui pensava spesso a Liù, chissà se lei era era come lui la sognava. A un certo punto nell'opera i ministri della principessa cercano di scoraggiare il protagonista ricordandogli che il mondo è pieno di donne vere, mentre quella che lo fa impazzire è una proiezione della sua mente: “Oh ragazzo demente, Turandot non esiste”.
Eppure Lorenzo se la immaginava talmente bene la sua Turandot, che poi era Liù. Per cui esisteva di sicuro.
Una sera Lorenzo e Nicola si trovavano in un bar all'aperto. Erano con delle ragazze. Nicola, convinto che l'amico dovesse essere guidato nelle faccende della vita, nel pomeriggio gli aveva raccomandato di evitare quei suoi ragionamenti astrusi che tendevano ad allontanare le donne.
Solo che Lorenzo non parlava proprio.
“Va bene evitare i ragionamenti astrusi ma ora esageri, qualcosa devi dire” gli sussurrò Nicola esasperato
Quando Lorenzo ci provò, dallo sguardo severo dell'amico capì che non stava andando bene.
Nicola cercava di coinvolgerlo in giochi sociali tipo andare a distendersi in quattro sulla spiaggia ma lui non afferrava l'essenza di quelle proposte.
“Sei distratto” lo rimproverò Nicola in un momento in cui le ragazze erano andate al bagno per tornare più vivaci.
“Eh?”
“Non ti vedo sull'obbiettivo” alludeva alle ragazze.
“Quale obbiettivo”.
“Appunto”.
Improvvisamente Nicola fece la voce comprensiva:
“Pensi a lei, eh?”
“Chi”.
“A Liù”.
“Che dici”.
“Lasciala perdere. Non pensarci. Chissà che ti immagini in quel cervello contorto di segaiolo”. Parlava come i ministri di Turandot.
“Se ti dico che non ci penso”.
In realtà ci pensava di continuo. Quel distacco da soprano lo ipnotizzava. E' vero che era gelida, ma aveva gli occhi fiammanti, da rapace erotico, o da sirena predatrice, una chiara promessa sessuale, a saperli leggere.
Del resto anche nel cartone di Biancaneve aveva sempre trovato più sexy la matrigna regina, rispetto alla protagonista allocca: lo sguardo intensa di quella donna (prima dell'invecchiamento chimico) era tutto un programma. Dalle un letto a quella poi lo vedi. Disprezzava lo specchio orbo e mentitore.
Nicola gli disse: “Allora, se è così, le facciamo un bello scherzetto a Liù”.
“Quale”.
E Nicola, sempre molto vivace e pieno di iniziative, spiegò la sua idea. Lorenzo non poté tirarsi indietro.
Ho notato che nella società contemporanea il pizzicotto sul sedere non è considerato un bel gesto. Piuttosto, è visto come un atto volgare e antiquato. Ci si immagina che l'artefice debba essere un individuo di una certa età, retaggio di un tempo giustamente dimenticato. Un vile, perché si suppone agisca nell'anonimato, per esempio sull'autobus. Qui si parla invece di un pizzicotto coraggioso.
La sera dopo c'era la rappresentazione. Immaginiamo un teatro all'aperto, estivo. Lorenzo, sul palco, immerso nella musica, provava un'emozione indescrivibile. Lì tutto era meraviglioso. Trasfigurato. Uno straccio diventava un drappo trapunto d'oro, come aveva detto il regista. Ma Lorenzo aveva fatto una promessa al suo amico, aveva preso una decisione, e non poteva tornare indietro. Richiamò a sé tutto il coraggio che rispose al richiamo e si preparò. Il momento si avvicinava.
Quando Liù cantava “Te che di gel sei cinta, da tanta fiamma vinta, l'amerai anche tu” i due ragazzi erano posizionati dietro la cantante. E l'idea di Nicola era stata: “In quel momento le diamo un pizzico sul sedere, tu sulla chiappa destra io sulla sinistra”.
E così fu: in concomitanza della pausa che segue la parola “vinta” i due amici presero possesso della chiappa assegnata e dettero un pizzico.
La pausa si protrasse un attimo più del previsto. Lorenzo si preparò alla catastrofe. Avevano interferito manualmente con un momento cruciale nella carriera di una cantante. Ora Liù avrebbe smesso di cantare, schiaffeggiandoli di fronte alla folla. O come minimo avrebbe stonato. Invece quel “l' amerai anche tu” si levò straziante e meraviglioso nel cielo notturno, sollevando l'intero anfiteatro pieno di gente dal suolo.
L'oscurità si profumò di lei, di Liù.
Dopo la rappresentazione Nicola disse: “La vacca non si è accorta di nulla, aveva troppi vestiti su quel sedere piatto”. Era deluso.
“Secondo me invece se ne è accorta e ha continuato lo stesso. E non ha il sedere piatto. Che vacca sarebbe”.
Liù uscendo dal camerino non li degnò di uno sguardo, non disse niente, come nulla fosse.
“Hai visto?” chiese Nicola
“E' che è arrabbiata”.
La notte, fosse il piacere per l'atto coraggioso o il rimorso per la sfumatura discutibile, Lorenzo dormì poco. Il pomeriggio successivo capitò per caso nel bar dove sapeva che lei andava sempre a quell'ora per bere la tisana da cantante.
Si avvicinò pronto a tutto, ma non a quello che avvenne.
Lei gli sorrise per la prima volta e fece cenno di sedersi al suo tavolo. Gli parlò, perfino.
“C'è voluto un bel coraggio” disse.
Lui cercò di far finta di niente.
“Come?”
“Dico per darmi quel pizzico. Che roba”.
Alessandro sentiva una sensazione strana che non riusciva a identificare.
“Allora te ne sei accorta, nonostante i vestiti”.
“Me ne sono accorta eccome. Stanotte ero arrabbiatissima. Poi ho riflettuto: quel pizzico mi ha fatto cantare meglio”.
In effetti quando era arrivata al punto in cui morendo dice “Io chiudo stanca gli occhi... per non vederlo più” Lorenzo si era commosso più delle altre volte, nonostante l'emozione eroica del pizzico appena inferto fosse molto viva in lui e, in teoria, divergente rispetto alla commozione amorosa.
Parlarono come non avevano mai parlato. Interi minuti. Lui le raccontò che faceva la comparsa per immergersi nelle opere, dato che voleva diventare compositore.
Anche lei raccontava di sé.
A un certo punto Lorenzo capì l'origine della sensazione strana. Liù, quella creatura da fiaba orientale, che ora era diventata meno algida, parlava con un forte accento di qualche provincia agricola italica. Quasi in dialetto.
Era per questo che di solito parlava poco: per non rivelare quella che ai suoi occhi doveva essere una pecca. Fortunatamente mentre cantava non si notava niente.
Comunque quando si sentiva libera di parlare era una donna allegra e comprensiva. Discorrevano di questo e di quello ma tornavano sempre al pizzicotto, al coraggio che c'era voluto, al significato di quel gesto.
“Ho sempre pensato che fosse un gesto greve, volgare, disse Liù. Certo questo è un caso diverso dal solito”.
Lui si sentiva incoraggiato da come lei si era aperta e si lanciò. Disse che a volte la volgarità è una difesa. Magari uno dice “che gnocca” perché è troppo tenero: si rende conto che la malia d'amore sta per farlo impazzire e allora dice “che gnocca” come fosse una formula magica, per confinare quel potere infinito da cui si sente minacciato in un contenitore, una definizione chiara che ne disinneschi il mistero.
Finito quel discorso si pentì di averlo fatto: era uno di quei ragionamenti astrusi che il suo maestro di vita, Nicola, gli sconsigliava perché confondono.
Pentendosi guardava gli occhi di Liù, fiammeggianti. E tutto il resto del suo corpo, diventato più morbido.
Lei però non sembrava confusa. Disse:
“Ti devo far vedere il livido”
Fu così che grazie a quel pizzicotto eroico il ghiaccio di lei si sciolse e divenne una donna e stettero insieme per pochi, bellissimi giorni.
Cosa rimane di quei giorni? Le ondate di piacere che sentivo quando ero immerso in quella musica, mentre lei cantava e io le era accanto, si rinnovano ogni volta che ascolto Turandot. Vive, possenti, a distanza di molti anni. Forse la donna che mi ha segnato era quella che sorgeva dalla musica, come una Venere dei suoni. Quella che non esisteva. Eppure non mi sento demente. Sono felice di tutto quello che è accaduto.
Enzo Fileno Carabba (testo e voce)
Testo tratto da: "Enciclopedia dell'amore" di Enzo Fileno Carabba (in corso di pubblicazione in formato ebook presso Bookabook, sito di editoria attraverso il "crowdfunding": http://www.bookabook.it )
Frammenti musicali tratti dalla Turandot di Giacomo Puccini (dir. Herbert von Karajan, Wiener Philharmoniker. Deutsche Grammophon, 1990)
Unghie e censura
Ci siamo amati mai? Forse la tua domanda è una semplice provocazione e io dovrei prenderla così, senza stare tanto a ricamarci sopra. Mi lasci questo biglietto, come se avessimo smesso di parlare e comunicassimo solo con messaggi cartacei lanciati
Ci siamo amati mai?
Forse la tua domanda è una semplice provocazione e io dovrei prenderla così, senza stare tanto a ricamarci sopra.
Mi lasci questo biglietto, come se avessimo smesso di parlare e comunicassimo solo con messaggi cartacei lanciati tra me seduto e te seduta due metri più in là che fai le tue cose. Non è così: questo non è un racconto di Simenon.
Allora mi hai lasciato questo biglietto a cui non so francamente come potrei risponderti, se poi una risposta era prevista, considerata, possibile.
Fa niente, rifletto ora, ma mi viene da pensare alla tua domanda, alla domanda in sé e non a questo tuo gesto, alle ragioni che ti hanno portato a fare così. Neppure al perché e al senso di trovare il messaggio proprio oggi piuttosto che ieri. Neppure immaginare te che entri nello studio e lasci scivolare questo bigliettino piegato in 4 dentro al mio cassetto che non apro mai, quel cassetto con tutte le mie cose in disordine che rimetterò a posto ogni tre o quattro mesi. Quindi il tuo messaggio potrebbe essere là da chissà quando.
Ma non è questo che importa, ripeto, non su questo mi vorrei concentrare, quanto sulla domanda. Solo su quella. Su di me quindi, su cosa ne penso io. Pur essendo la tua una domanda al plurale, parli di noi, sul nostro amarci o non amarci, così che la risposta ipotetica è difficile, se non proprio impossibile, dal momento che tu non ci sei.
In effetti negli ultimi tempi sono stato piuttosto duro con te. Abbiamo litigato molto, e sopratutto in pubblico, con altre persone tra le palle. Era in quei momenti là che ho dato il peggio, che sono stato insopportabile. Non quando eravamo soli, che invece tornavo ad essere molto tenero con te. Non so questo che voglia dire né come lo si possa giustificare e comunque non c'entra niente con quella tua domanda scritta in viola, il colore della stilografica che mi ha regalato tuo padre.
Castrante non penso di essere stato mai, ma indubbiamente inflessibile su certe tue manifestazioni pubbliche, che erano tutte dimostrazioni di insicurezza. Quindi no, certe cose non le sopportavo e non le dovevi fare. Non penso tanto a certe scollature, se poi proprio volevi metterti qualcosa del genere, allora sarebbero state scollature molto poco scollate, colli a barca, canottierine comunque sempre sotto a schermare.
Poi a casa te le strappavo coi denti e rimanevi con tutta quella roba mezzo addosso, mezzo tirata su, e ci guardavamo felici, io credo. Ci guardavamo felici?
Te in effetti mi guardavi e dicevi: ti dico dopo. Mi sembra di ricordare che tutte le tue frasi cominciassero e terminassero così. Posticipavi la questione a dopo, a un secondo momento, a data da concordare.
Poi qualche volta, io credo, devo averti fatto anche presente la cosa, sì insomma, cos'è che mi volevi dire prima? Te allora mi facevi: prima quando? Ah niente, una cosa da niente, te ne parlo dopo, ora sono impegnatissima con questa unghia e con questa spilla per capelli con cui sto intrattenendomi a rappresentare un dramma greco, il Teseo, nella versione messa in scena da mio padre per la recita di fine anno dei bambini, lassù a Pian di Mugnone.
Va bene amore, rispondevo, ne riparliamo allora quando vuoi te. Per il momento c'erano solo i miei pieni e i tuoi vuoti, come dal macrobiotico. Nient'altro.
Penso a te che adesso sei lontana e ripenso che eri bella sempre, anche con quei vestiti che ti facevo mettere, con la tua chiavetta usb attaccata ad un filo, che si appoggiava ai tuoi seni. Quelle tue unghie che lasciavi crescere e con cui mi graffiavi la schiena e io ti dicevo: che banale! Ma mi piaceva e te le lasciavo tenere. A volte un'unghia si rompeva. Non te ne importava niente, se si rompevano, ma ti facevano male e a me la schiena.
Mi ricordo questo e neanche a me importa, di ripensare ad una certa serata di tanto tempo fa, quando si rideva della tua collana usb, delle tue unghie, di quei tuoi vezzi da donna, che avevano aggirato il mio visto censura. E là, a una cena inutile, io allora ridevo con il nostro ospite casuale delle tue unghie lunghe che paragonavamo a quelle dei chitarristi andalusi e dei cocainomani, ma che di fatto erano dimostrazioni della mia insicurezza, del mio non riuscire a trattenerti per niente.
La conferma al fatto che mi scappavi da tutte le tue parti, che già allora ti perdevo, che la mia strategia era pessima come a Risiko, che non avrei mai fatto niente con l'Oceania e il Sudamerica del tuo cuore. La verità stava in quella collana usb che te portavi così, come se niente fosse, o in quelle unghie mezze rotte: io lo capivo già allora quanto mi sarebbero costate.
Simone Lisi
La ricetta di pàpalo: Chili Mexicali
Matthew Licht legge: "La ricetta Pápalo: Chili Mexicali" (avvertenza: non riuscirai ma a fare una tortilla messicana anche semi-decente, figurati un taco come comanda il Signore)
La ricetta Pápalo: Chili Mexicali
(avvertenza: non riuscirai ma a fare una tortilla messicana anche semi-decente, figurati un taco come comanda il Signore)
Fai friggere in padella tanta pancetta e salsiccia per ricavarne il grasso. Se sei coraggioso, aggiungi anche strutto di manzo, che il macellaio di fiducia ti regalerà, o almeno ti farà pagare poco. È un’ingrediente imprescindibile. Al grasso liquido e caldo, aggiungi qualsiasi polvere di peperoncino o chili che possa conferire un piacevole, quasi violento color arancione, e anche scorza di arancia triturata fine. Togliere la salsiccia e la pancetta rosolata bene, anche i croccantini del grasso di manzo, lasciando in padella tutto l’unto possibile. Buttateci un battuto di cipolle, sedano e peperoni di tutti i colori, abbondante in base a quanti della tribù hai invitato a cena. Spezie e roba piccante a volontà. Polvere di chili messicano preconfezionato al supermercato può anche andare bene. Spezie e erbette fresche sono per cuochi azzardati con pretese sciamaniche; per quelli meno ambiziosi vanno bene foglie rinsecchite. Quando il battuto vegetale prende un’aria stanca e sudata, ed è completamente pregno dello squisito grasso arancione, butta tutto in una pentola più grande, tipo da spaghetti, apri le scatole di fagioli borlotti, buttali, girali e falli scaldare bene. Ora è tempo di cocktail... una parola azteca, dopotutto. Tira fuori dal freezer una lattina di birra fredda da congelare il naso di un inuit (non bisogna più dire eschimese), aprila e versa il primo sorso nel lavabo per le anime dei morti. Il prossimo sorso è tutto per te, il resto finisce in pentola. Magari buttaci dentro anche un’altra lattina. E se hai in frigo una bottiglia semi-piena di vino bianco, aggiungi anche quello, vai. Abbassa la fiammella, vai a bere e ballare, tornando ogni tanto a dare un’occhiata nel pentolone. Quando il look ti sembra giusto e il liquame si sarà ristretto parecchio, aggiungi tutta la ciccia grassolenta cotta, spegni il fuoco e fai riposare tutto. Poi distribuisci il rancio, buttando sopra ogni porzione una manciatina di cipolle verdi a rondelline, o cipolla bianca triturata fine col coriandolo fresco o foglie di qualche altro fronzuto profumato, panna acida se sei gringo fino al midollo. Non mangiare troppo.
Testo tratto dall'ebook: "Occhio cuore Satana" di Matthew Licht (stanza 251, 2014)
Matthew Licht (testo e voce)
Baldomero Fernandez e Carlo Zei (immagini)
La regola delle tre pagine
Così avvenne l'incontro con lo scrittore Matthew Licht che non conoscevo personalmente, ma che avevo già visto molte volte nell'osteria di Grassina in cui avevo lavorato per anni come cameriere.
Così avvenne l'incontro con lo scrittore Matthew Licht che non conoscevo personalmente, ma che avevo già visto molte volte nell'osteria di Grassina in cui avevo lavorato per anni come cameriere.
Allora non lo sapevo che lui si chiamasse così, né che fosse scrittore, ma quando lo vidi entrare a Villa Romana accompagnato dalla moglie lo riconobbi immediatamente perché era un tipo esotico, perché gli anni passati non erano troppi e perché aveva un viso cinematografico che io potrei riconoscere tra cento simili. Così lo domandai a Giulia chi fosse quel tipo con il berretto in testa e il giubbotto da cacciatore. Come si usa a queste serate mondane, lo chiesi con discrezione, a bassa voce ed evitando di guardarlo direttamente.
Lo scrittore Matthew Licht, come luce, mi rispose Giulia. Sì, pensavo io, ma in che lingua? E la risposta era: in tedesco.Licht -ovvero luce come mi aveva spiegato Gioacchino, mentre Giulia si era già dileguata tra gli invitati- era uno scrittore di romanzi blues, o forse un musicista, suonava la batteria. Scriveva dei romanzi, ma era anche uno scalatore. Era molte cose, a sentire Gioacchino, non faceva, era. Così ci eravamo ritrovati noi tre addossati a un muro a parlare, a parlare più che altro loro due. Ero silenzioso perché loro, Matthew Licht e Gioacchino, non lo erano per niente e mi guardavano fisso e dopo un po' dicevano: certo sei ben silenzioso tu, per essere uno scrittore. Già pensavo io, essere uno scrittore.
Comunque poi a Matthew glielo avevo chiesto, dovevo chiedergli qualcosa, dovevo pur trovare un canale comunicativo. E allora glielo chiesi come facesse, come trovasse la costanza, no, nemmeno, forse gli chiesi solo: ma come si fa ad essere scrittori, come lo sei tu, che scrivi, mi dicono, romanzi erotici e ora, mi dici, un racconto lungo dove si parla in termini non specialistici di alpinismo?
Dunque, come, fu la mia domanda quella sera a Villa Romana, con Gioacchino già completamente ubriaco a molestare chiunque, tranne le persone sbagliate, e chiedere al fotografo ufficiale della serata che ci fotografasse perché eravamo importanti o lo saremmo stati, che ci facesse qualche foto a noi tre in quell'angolo, mi viene da scrivere rincón, che con Matthew lo scrittore inglese o forse americano ci fu un momento che parlammo in spagnolo tra di noi, dopo aver parlato di letteratura in generale e di quella ispano-americana in particolare. Lui parlò con marcato accento spagnolo, perdendo il suo accento italo-americano e assumendone uno tutto nuovo.
In un futuro remotissimo qualcuno le avrebbe viste quelle foto ufficiali dove si stava noi tre in un angolo, rincón, io, Gioacchino e Matthew Licht lo scrittore, a fare le facce serie come se fossimo già a pensare a foto ingiallite per il tempo, e magari quel qualcuno avrebbe detto: guarda te le coincidenze, che proprio quei tre all'epoca, non ancora famosi, si ritrovarono una sera per caso a un cocktail party qualunque, in una Villa Romana qualsiasi, a un'inaugurazione di una mostra generica e chissà di che parlarono, se poi riuscirono a parlare in mezzo a quella gente con tutto quell'alcool incorpo, in quel corridoio stretto e tutte quelle persone, soprattutto quelle donne che passavano là davanti con i loro vestiti fasciati e i loro occhi verdi lucidi distratti e direzionati verso i punti di fuga del corridoio.
Matthew e Gioacchino si erano già conosciuti, non so in quale contesto, in quale altra serata uguale o simile a quella, in un'altra Villa, con altri vini bianchi offerti, giusto per esserci, giusto perché si doveva esserci, o chissà perché. Lo so perché: per Giulia e la moglie mecenate di Matthew, per quelle donne che a quel mondo erano effettivamente dentro e non come loro, Gioacchino e Matthew, di rimbalzo, nel corridoio antistante, in virtù di quelle loro fidanzate o mogli.
Gioacchino aveva anche letto un suo libro, se non proprio letto almeno lo aveva sfogliato e così aveva voluto che ci conoscessimo, io e Matthew, o forse si annoiava. Aveva detto: ehi Matthew, lui è Simone, anche lui è uno scrittore. Lo aveva detto due volte, a voce alta, a prendermi in giro, per rendere tutto ufficiale, tutto difficile, per me. Così parlai con Matthew Licht in quel corridoio mentre Gioacchino fermava le persone che passavano e chiedeva cose assurde, e brindammo più e più volte, con del vino bianco, che a volte andai a versare io per tutti e tre, altre volte andò Gioacchino, mi sembra di ricordare, brindammo alla letteratura, ai libri, al Sud America e agli angoli come quello in cui ci eravamo messi, agli angoli quale famoso concetto kafkiano, perché luogo sicuro, dove tutto si vede, il luogo della verità.
Ma a quest'ultimo argomento non brindammo, lo dico io adesso, col sennò di poi, mentre cerco di restituire un po' di quella mezz'ora passata là, parlando con lo scrittore Licht, i suoi quarantacinque anni, pelato, con la faccia molto americana, ma un'espressione pacata inglese. Un uomo ambitissimo dalle ricche signore di Villa Romana, come mi disse Gioacchino, ma irraggiungibile ad esse, poiché già preso dall'indiscussa leader di tutta quella baracconata di artisti, esperti, critici e curatori. Chissà magari era comunque possibile per le giovani, le curatrici; tuttavia, su questo punto Gioacchino non si dilungò, come se sapesse qualcosa ma preferisse evitare, da figura sospettosa quale lui è, che pensa sempre che ogni informazione concessa sarà prima o poi usata, come la pistola nel romanzo, e usata contro di lui.
Si parlò quella sera, con Matthew, prima di andare a una cena con alcuni artisti e i reietti della Villa, quelli non invitati alla cena ufficiale. Si parlò come a volte io ho parlato con gli scrittori, con un'attenzione speciale alle loro parole, al modo di dire una cosa, cercando di capire se stanno parlando o se stanno ricordando qualcosa che scrissero una volta e ora riusano, per stanchezza, abitudine, per semplicità, per scarsa voglia o per voglia di andare avanti al ritmo, di essere simili a quelli che furono, perché poi stare nel presente riesce male ad uno scrittore, penso ora. E anche io chissà dov'ero in quel momento, durante quel discorso con Matthew e durante tutta quella sera in generale, se pensavo a Diana lontanissima nella città in fondo alla strada, se pensavo al lavoro il giorno dopo oppure ai progetti futuri, un romanzo, un ristorante, la partita di calcio del venerdì o cose ancor più piccole, piccolissime beghe del presente che pure riuscivano ad allontanarmi da lì.
Così, come spesso accade quando incontro uno scrittore, gli chiesi come facesse a scrivere, come si facesse a scrivere, come faceva lui, se c'era una regola che seguiva, qualcosa, un trucco, quando ritagliasse del tempo alla vita, al presente così pure poco presente, per scrivere, al computer con la fronte lievemente corrucciata e gli occhi veloci a seguire le dita sui tasti e poi perderli e pensare ad altro.
Rispose di sì, che una cosa c'era, che lui si era dato come regola, e là citò credo Hemingway, quella di scrivere come minimo tre pagine al giorno, anche quando non c'era niente di niente da dire, tre pagine di parole di seguito, a forza, e qualcosa in quelle tre pagine non si sarebbe salvato, mi disse, ma avrebbe contribuito chissà come a fare di quel suo tempo il suo lavoro.
Simone Lisi