Incontro con Jonathan Lethem
Il giudizio dello scrittore americano Johnathan Lethem sull’elezione di Donald Trump e sulla teatralità grottesca della politica americana contemporanea (audio in inglese).
Jonathan Lethem è l'interprete di una generazione di ex giovani scrittori americani: alle spalle romanzi maturi che hanno dato voce ad un sentimento diffuso e condiviso, come "La fortezza della solitudine"; è il classico rappresentante di quella categoria di scrittori intellettuali, sempre dentro il dibattito politico statunitense, vicini all'Europa, disponibili, gran chiacchieroni. Possono parlare per ore di rock, di baseball, di razzismo, di scrittori francesi, e di tacchino e di controcultura (cui Lethem ha dedicato un romanzo bellissimo, "Il giardino dei dissidenti").
Io l'ho incontrato a Torino, e la nostra è stata un lunghissima intervista, durante la quale abbiamo parlato di molte cose, anche di politica ovviamente. E Lethem non si è sottratto.
Ad un certo punto gli ho chiesto se considerava il suo nuovo romanzo "Anatomia di un giocatore d'azzardo", un romanzo epocale, e se mentre lo scriveva avesse già la sensazione della direzione che aveva intrapreso l'America.
Enrico Bianda
Recensire una fragola
Molti pensano che il cibo sia solo cibo, ma altri invece proiettano, specialmente sulla frutta (neanche il più astuto tra i freudiani ha capito il perché), strane immagini a sfondo carnale o escatologico.
Molti pensano che il cibo sia solo cibo, ma altri invece proiettano, specialmente sulla frutta (neanche il più astuto tra i freudiani ha capito il perché), strane immagini a sfondo carnale o escatologico. La storia dell’arte è piena di esempi, soprattutto quell’arte che abbia al proprio centro l’immagine in tutte le sue svariate e poliformi conformazioni, sulle quali non insisterò oltre, perché noi invece nascosto dietro agli epicarpi cutinizzati, nella zuccherosa polpa dell’ovario delle angiosperme, scorgiamo interi, vasti, epici romanzi. In questa circostanza ci ritroviamo ad analizzare il Bildungsroman intitolato, per quanto riguarda la lingua italiana, Fragola.
Siamo al cospetto della più classica delle opere postmoderne e postavanguardistiche, dato che la Fragola solo apparentemente è una storia unitaria capace di mostrare frasi integre senza frammentazioni, una sorta di iperbato che, trattandosi di un frutto aggregato, dal punto di vista botanico non può esser considerato neppure un frutto. Dunque cosa è? Se il postmodernismo ha fatto come proprio centro l’assenza di centro, epitropicamente inteso, ovvero ha costruito intertestualità da scovarsi costantemente ai margini non solo della Fragola, ma anche del cronotopo stesso che l’autore (assente o presente che sia) ha messo in atto per noi, così l’ipallage. No, volevo dire: la Fragola. Essa ci racconta, con tutta la sua zuccherosa e infantile sessualità, l’esposizione scherzosa delle catacresi vocali, dato che i semi sono estroflessi sull’epicarpo e messi in mostra come seni di una puttana in un mondo senza marciapiedi. Ups.
Dunque il vero centro di questa storia, che però è riportato solo in quarta di copertina, è il triste, abietto mondo del Corax. Ma, come dire, ne è solo la facciata, dal momento che appena si varchi il paratesto dell’esocarpo, ci si trova di fronte ad una metalepsi d’amore intensa e nabokoviana, cesellata da buffi aneddoti e macchinari desideranti atti a ossimorare tutte quelle superfici lisce del corpo umano che tanto bramiamo da quando siamo venuti al mondo, cioè, fondamentalmente le concavità preterizionali. Proprio qui possiamo scorgere le più serie contraddizioni della iconolagnia: nel punto interno e questa volta centrale della polpa, dove si radica la prolessi, nella parte alta vicina allo stolone, si dipanano mille meiosi bianche che raggiungono ognuna uno iantronudista sul bordo marginale dello pseudo frutto, così che sfogliando continuamente le pagine, mangiandole, per così dire, una dopo una ci si ricapitulazio la strana, contorta litote che da un cuore tenero e centrale conduce attraverso 181 kj ogni 144 grammi di anaclitismo, qualsiasi cosa questa cosa significhi.
Ferruccio Mazzanti
Giochi profondi - Vanni Santoni
In esclusiva per la Stanza 251, Vanni Santoni presenta un estratto del suo nuovo libro "La stanza profonda" in uscita in questi giorni per Laterza.
In esclusiva per la Stanza 251, Vanni Santoni presenta un estratto del suo nuovo libro "La stanza profonda" in uscita in questi giorni per Laterza.
Proseguendo l'ibridazione tra saggio e romanzo (ma sbilanciandosi ancora di più sul romanzo), La stanza profonda esplora, dopo i raver di Muro di casse, un'altra subcultura giovanile negletta – e il brano che ho scelto per voi gioca proprio con lo stigma che sovente l’ha colpita – che era in realtà un'avanguardia: i giocatori di ruolo. Nel far ciò, mi sono trovato a raccontare anche la dissipazione di senso nella nostra provincia e il sopravvenire di un mondo in cui non è più tanto ovvio dire che il virtuale è "meno rilevante" del reale. Un fatto che, alla luce ormai, potremmo dire, della storia, ci impone di guardare in modo molto diverso il senso e la portata di quel disperato tessere mondi in mille garage e cantine di paesi, periferie, città.
Vanni Santoni fotografato da Carlo Zei
In seconda ti arriva però una voce. Alcuni ragazzi di quinta, senti dire Lanfredini a Zucchi durante l’intervallo, avrebbero partecipato a un torneo di D&D. I tornei: a ripensarci, una contraddizione, vista la natura non competitiva del gioco. Ce n’erano di due tipi: individuali, nei quali dopo la sessione giocatori e master votavano ciascun altro giocatore, e che sovente si concludevano col passaggio di turno dei più scarsi, che tutti votavano nella speranza di sabotare chi effettivamente aveva giocato meglio e favorire se stessi, e collettivi, dove a passare il turno era tutto il gruppo, e ai quali quindi si poteva partecipare solo in squadra (e in cui la designazione dei vincitori era altrettanto arbitraria). Ma a quei tempi tutto ciò non lo sapevi, e la prospettiva di un torneo, di un simposio di esperti di gioco di ruolo, era di per sé troppo esaltante.
Ti decidi allora ad avvicinarli sfidando le vessazioni che possono toccare a uno del biennio che si aggiri senza motivo nell’area proibita delle quinte. Te la cavi con un ganascino. Poi, spiegate le tue ragioni, e approvato che sei dallo Stagi, uno che poteva permettersi di essere giocatore di ruolo in quanto enorme, vieni autorizzato ad aggregarti. Che quel Compagnia del Principe Nero scelto come nome del gruppo non sia un omaggio al duca di Cornovaglia ma al più recente Junio Valerio, non puoi neanche immaginarlo: né una pienamente formata coscienza politica ti avrebbe impedito, giunto a un tal punto, di partire su quella Fiat Uno, essa pure nera, seduto nel posto peggiore, dietro e in mezzo, tra il Galla, un ciccione che non si toglie mai lo Schott dal colletto di pelo impestato di cenere, e il Fantini, la cui prima passione sono pistocchi e frizzini, che vanno a distribuirsi per un terzo a Johnny, fratello minore dello Stagi, seduto accanto a lui che guida, e per i rimanenti due terzi a te. Essendo il più piccolo, non puoi neanche reagire come Johnny, che a ogni molestia si volta tempestando il Fantini di cazzotti, ma l’eccitamento per il torneo e il fatto che durante il viaggio verso Arezzo non si parli d’altro che di giochi di ruolo, basta a farti sopportare – e poi, nella logica primitiva del liceo, essere l’ultima ruota in un gruppo di gente di quinta è comunque un avanzamento sociale.
L’eccitamento finisce lì, perché venite piazzati ai tavoli troppo piccoli di un oratorio che puzza di piscio e semolino a cercare di interpretare la conduzione di un master che pare sotto barbiturici, salvo il fatto che ogni tanto, allo scoccare di determinate e irrilevanti evenienze di gioco, si mette a ridacchiare come una scimmia. Cerchi lo sguardo dello Stagi, ma niente: lui e i suoi paiono a loro agio. Non va meglio al tavolo accanto: dopo dieci minuti di gioco, il loro master, un tizio segaligno con una codaccia di trenta capelli già brizzolati, starnutisce, o tossisce, o qualcosa a mezzo tra le due cose, un medaglione di muco grigio sulla mappa di gioco e tenta di pulirlo con la manica facendo peggio. Non che la mappa serva a molto: si è in un dungeon puerile, tutto stanze quadrate e orchetti, che mette una tristezza pari a quella dei personaggi distribuiti, guerrierucci come il tuo, con l’equipaggiamento che si esaurisce in una spada corta +1 e una cotta di maglia, chierici con incantesimi scelti a caso, maghi con 6 punti ferita, halfling anche più inutili di quanto la classe normalmente preveda. L’unico gruppo che sembra scialarsela è quello che va sotto il nome “Dragonlance” (quelli del muco sono i “Figli dell’Apocalisse”, mentre a un tavolo più indietro giocano gli “Squassamaster”, già condannati dal nome, senza contare l’essere finiti agli ordini di un master del tipo “vedete, fiocamente illuminato da un barbaglio azzurrino di probabile origine magica, un massiccio portone a due ante di legno scuro, forse ebano, sottilmente intarsiato con legno più chiaro – acero, o tiglio – nella foggia radiale di uno stemma composto da tre lepri che condividono le medesime orecchie formando una sorta di triskelion, e rinforzata da fasce di acciaio brunito larghe mezzo cubito, ognuna delle quali reca dei rivetti appuntiti a base esagonale...”; in una stanza secondaria e più buia sono stati, infine, alloggiati i “DePalma,” un gruppo di piccoletti che fumano una sigaretta dopo l’altra e forse per questo delocalizzati); i Dragonlance hanno come master l’organizzatore stesso del torneo, un tipo con l’aria quasi sveglia e la maglietta degli Stratovarius, e dopo quattro ore infernalmente lente in cui il vostro gruppo arriva alla nona stanza dopo tre scontri privi di opzioni tattiche e due trappole incoerenti, più tre minuti di summit dei master, si aggiudicano il passaggio del turno.
È lì, alla votazione, che vedi. Vedi quella manica di ribeuti piegati sulle schede in attesa del responso, senti il fiato marcio di tutti per la giornata passata al chiuso, le battute da fissati emesse a mezza bocca, le magliette schizzate di Fanta, la forfora sulle spalle, gli occhiali riparati col nastro isolante, il rispetto che ispirano quelli privi di difetti fisici evidenti e in grado di parlare in modo articolato, e poi quello che tutti chiamano Mururoa, un ciccione purulento, sudato, in ciabatte. Sono così? Il fiore della gioventù ruolistica è quello? Siete così? Avresti capito tutto qualche anno dopo, trovandoti per la prima volta a un free party – a un rave, insomma: da fuori, zombie che si aggirano tra tuoni infernali e rena impestata; da dentro, pionieri del sublime e tecnologie dell'estasi. Idem lì: da fuori, una coorte di disadattati; da dentro (ma non al torneo, no: solo quando ogni gruppo è a casa sua, col suo master, col suo codice e il suo mondo condiviso), eroi dell’immaginario e universi di grandi avventure. In qualche modo senti che il tempo sarebbe arrivato a dargli ragione, ma chi avrebbe salvato i giocatori di ruolo nel presente? I raver, almeno, si salvavano con lo stile, che gli veniva copiato dai film e dalle maison di moda, e con l’etica – quantunque degenerasse la scena, erano comunque degli irriducibili. Ma quella banda di spalle cascanti e buzze flaccide, di battute su Radagast e disinteresse per l’igiene? Come rendere loro dignità senza aspettare i responsi della storia?
Vanni Santoni
Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015). È fondatore di SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013). Dal 2012 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sul Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
L’amore non necessario. Sulle istituzioni
Pensare diversamente l’obbligo (non legandolo soltanto alla sottomissione da ottenere a tutti i costi) e quindi leggere/tentare anche le possibilità di nuova istituzionalità, che appare oggi sempre più necessaria.
Ubaldo Fadini fotografato da Carlo Zei
Pensare diversamente l’obbligo (non legandolo soltanto alla sottomissione da ottenere a tutti i costi) e quindi leggere/tentare anche le possibilità di nuova istituzionalità, che appare oggi sempre più necessaria. Le pagine che seguono, estratte dal mio recente Il tempo delle istituzioni. Percorsi della contemporaneità: politica e pratiche sociali (Ombre corte, Verona, 2016, pp.21-25), richiamano questo motivo, attraverso la conversazione/discussione tra T. W. Adorno e A. Gehlen, e costituiscono la premessa di una indagine, ampiamente sviluppata nel libro, che slitta verso il pensiero critico-radicale francese, soprattutto incarnato nella figura di G. Deleuze. In quest’ultimo l’istituzione non è semplicemente uno strumento di conservazione ma piuttosto il luogo di incontro di tendenze, bisogni e desideri mediati/riflessi nei soggetti attraverso la facoltà dell’immaginazione. L’idea di Deleuze, evidente a partire dal suo iniziale studio dell’opera complessiva di D. Hume e delineata anche nell’antologia Istinti e istituzioni, del 1955, è quella dell’istituzione come vero e proprio spazio metamorfico di soddisfazione, di variazione, delle distanze/misure dei soggetti, tra i soggetti: in questo senso, pensata in modo inventivo/creativo, essa è un motore di regolamentazione delle condotte individuali e collettive che però non ne tradisce la “parzialità” di fondo, non predisponendole in definitiva alla dipendenza – di fatto “tossica” – nei confronti dello spaccio di identità precostituite, anche nelle modalità apparentemente più sofisticate e brillanti.
“Se ciò che contraddistingue l’istituzione è un movimento preciso, allora il compito da risolvere, sapendo che la soluzione non può che essere sempre parziale, è quello di coglierlo – il movimento – nelle sue ragioni di fondo o comunque in ciò che in esso urge. Uno stimolo importante a portare avanti la riflessione può pervenire dalla ripresa, apparentemente un po’ fuori contesto, dell’idea di Luhmann sulla premessa di qualsiasi realtà strutturata artificialmente, di ogni organizzazione, che appare essere quella della non conoscenza del futuro, il che vuol dire che il ‘successo’ di quella realizzazione non potrà che essere ottenuto sulla base del miglior trattamento possibile di tale incertezza (nel trattare cioè efficacemente/proficuamente ‘il suo aumento, la sua specificazione e la riduzione dei suoi costi’) (N. Luhmann, Organizzazione e decisione, B. Mondadori, Milano, 2005, p.4).
Che quello di istituzione sia un termine ‘ambiguo’ è stato rilevato da molti studiosi, dato che esso rinvia ad una produttività (un movimento creativo) sia ad attività di conservazione. A me sembra importante ribadire il ‘fatto’, per evitare derive di segno unicamente ‘reattivo’, che le attività di conservazione sono tali rispetto a ciò che ‘muove’ l’istituzione, nell’istituzione. L’attività di conservazione, proprio perché è in effetti una pratica su base comunque ‘creativa’, è ciò che provoca la riformulazione continua dei tessuti istituzionali o anche la loro radicale trasformazione, il superamento delle configurazioni e degli assetti ‘dati’ (che pretendono, a volte, di durare ‘per sempre’).
In questo senso, mi pare ancora opportuno tornare al confronto tra Adorno e Gehlen, del 1965, in cui trovano saldo ancoraggio molte delle odierne analisi sul rapporto tra il (bio)potere e la paura, sull’insicurezza dilagante nelle società contemporanee. Il pessimismo ‘passivo’ di Gehlen e quello ‘attivo’ di Adorno ben si articolano in tale discussione, che consente di cogliere alcuni dei tratti più significativi della particolare teoria delle istituzioni sviluppata dall’autore di Morale e ipermorale. Un’etica pluralistica. Al centro del confronto si può porre quello che oggi si definirebbe ‘uomo securizzato’, un soggetto para-hobbesiano, naturalmente comandato e rassicurato unicamente dal suo affidarsi/consegnarsi ad un ‘sistema di spine’, di parole d’ordine, conficcate nella ‘cerne’, nei corpi, per riprendere le parole incisive di Canetti. In Gehlen si può scorgere un percorso di analisi che non si limita a rinviare la ragione di fondo dell’istituzione ad un quadro dell’umano contraddistinto da carenze e negatività varie: certo, tale rimando è ‘classicamente’ presente, per così dire, ma a me interessa anche il nesso di pulsionalità eccedente, operatività immaginativa e condensati di temporalità che è facile rinvenire nelle pagine del teorico delle istituzioni su sfondo antropologico (in senso filosofico). L’ ‘eccesso pulsionale’, che caratterizza il grado umano dell’organico, deve essere infatti ri-orientato e poi collocato in ambiti/ambienti di sicurezza, per evitare che si attui quella ri-naturalizzazione dei comportamenti individuali e sociali che è oggi ancor più sollecitata dalle progressioni tecno-scientifiche, meglio: dal concretizzarsi del nesso di scienza, applicazione tecnica e sfruttamento economico. Il rafforzamento imprescindibile delle istituzioni viene ad essere ulteriormente giustificato, in tale ottica, proprio dalla necessità di assumere una disposizione ‘ascetica’ rispetto agli impulsi fondamentali (i bisogni di conoscere e consumare), che da parte loro sono responsabili, in prima approssimazione, della formazione di una ‘superstruttura’ sempre più autonoma/autonomizzata, praticamente ‘indifferente’ da un punto di vista etico e caratterizzata da un dinamismo ‘metaumano’, in grado infine di trascendere la stessa figura dell’uomo, per come la conosciamo. Non è difficile notare come ci sia qualcosa di comune tra queste riflessioni del teorico della connessione post-storica del dato antropologico ‘negativo’ (ma anche – paradossalmente insieme – ‘positivo’, disponendo diversamente l’osservatore) e il teorico critico della ‘dialettica negativa’, cioè la necessaria imposizione di obblighi all’esperienza di soggetti che si ritrovano in un mondo sempre più intricato. Ciò però non impedisce di rilevare come tale ‘dovere’ non assuma, per Adorno, la forma dell’adattamento in termini di reale sottomissione, potendo anzi stimolare la critica pratica di quello che ostacola l’attualizzazione dei potenziali di trasformazione della sensibilità e della intelligenza umane. La critica investe dunque una raffigurazione delle istituzioni, prese nella loro progressiva autonomizzazione, come qualcosa di necessario sulla base dello specifico naturale dell’essere umano, il quale richiederebbe oggi un surplus di direttive (e di ‘comunicazione’…) per poter essere ‘sollevato’ dall’onere crescente dovuto ad una accelerazione dello sviluppo tecnologico. Adorno osserva che il potere delle istituzioni, il loro porsi come raccolta di istruzioni per qualsiasi uso, viene considerato, in tale prospettiva, in termini di ‘fatalità’, come una sorta di ‘predestinazione’, rimuovendo così il fatto che tale fatalità si origina quando ‘i rapporti e le relazioni tra gli uomini sono diventati impenetrabili a se stessi e poiché essi – cioè come rapporti tra gli uomini – non sanno più niente di sé, hanno allora assunto questo carattere di potere superiore nei confronti degli uomini. E proprio a ciò che Lei (Gehlen) qui accetta come necessario, in parte con pessimismo, in parte però con amore, bisognerebbe innanzitutto contrapporre l’analisi, l’analisi critica di queste istituzioni e poi la questione se esse realmente ci fronteggiano come cieco potere e (…) se non bisognerebbe mutare queste istituzioni e porne altre al loro posto che, per riprendere il Suo termine, esonerino di meno gli uomini di quanto non facciano le istituzioni odierne e perciò non li onerino di quel peso paventoso e opprimente che minaccia di seppellire ogni singolo individuo e che non consente infine più la formazione di un soggetto libero’ (T. W. Adorno – A. Gehlen, La sociologia è una scienza dell’uomo? Una disputa, in Adorno, Canetti, Gehlen, Desiderio di vita. Conversazioni sulle metamorfosi dell’umano, a cura di U. Fadini, Mimesis, Milano, 1995, p.100).
Adorno propone così una considerazione dello specifico delle istituzioni come ‘frutto di uno sviluppo storico’ e non semplicemente come ‘necessità’ della natura umana, il che vuol dire che le cause della realizzazione di tale specifico sono individuabili e anche trasformabili, a certe condizioni. La critica è quindi un formidabile criterio pratico di valutazione della bontà o meno dei comportamenti e degli istituti umani. Aggiungerei però che l’idea di un umano costitutivamente ibrido e in ibridazione, visto il suo essere nature artifici elle (così come lo è la tecnica: ed è ciò che dà ancora più spessore all’immagine gehleniana di un uomo come essere ‘naturalmente artificiale’), problematizza, se si vuole: complica assai, la fenomenologia di quel mondo dell’ ‘astrazione’ che si va sempre più generalizzando. Nel finale della conversazione, Adorno indica una possibile ‘vita ulteriore’, che potrebbe essere colta anche nella figura della nature artificielle, nelle risorse molteplici del suo campo semantico (per non dire altro…), nel momento in cui si darebbe non soltanto nelle prestazioni ottimali di una ‘ragione’ il rimedio per poter mitigare e forse superare il disagio attuale, ma anche e soprattutto nelle articolazioni dell’ ‘immaginazione’, cioè di una ragione ‘più sottile e concreta’ (avversa alla ‘ragione dominante’), in grado di affrontare le paure individuali e collettive, di prendere posizione di fronte alle esperienze delle catastrofi. In breve: elasticità/plasticità, ai diversi livelli della vita umana, nelle sue qualificazioni naturali e sociali, costituisce ciò che si può inscrivere nella coscienza degli uomini come elemento originale e produttivo, come potenza di (immaginazione di un) mondo, che ha al suo fondo un intreccio di pulsioni e abbozzi di ‘istituzione’, di bisogni e attività. C’è un bel passo di Minima moralia, che è sempre importante richiamare, in cui si legge: ‘La fantasia, oggi assegnata alla sfera dell’infanzia e proscritta dalla conoscenza come rudimento acritico e infantile, è quella che, in realtà, stabilisce il rapporto tra gli oggetti, in cui ha origine, per forza di cose, ogni giudizio: espulsa la fantasia, è esorcizzato anche il giudizio, il vero atto conoscitivo. Ma la castrazione della percezione ad opera dell’istanza di controllo, che le vieta ogni anticipazione emotiva, la costringe ipso facto nello schema dell’impotente ripetizione del già noto. Il divieto di vedere, nel senso proprio della parola, si traduce nel sacrificio dell’intelletto. Come, sotto la supremazia assoluta del processo produttivo, svanisce il perché, l’ ‘a che pro’ della ragione, che regredisce al feticismo di se stessa e della potenza esteriore, così come la ragione stessa si riduce a puro e semplice strumento (…). Una volta cancellata l’ultima traccia emozionale, non resta, del pensiero, che l’assoluta tautologia’ (T. W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni della vita offesa, Einaudi, Torino, 1979, p.142).
E’ questo nesso di fantasia e giudizio, che si riformula incessantemente nel decorso storico, ad essere rimosso dall’utilizzo strumentalmente negativo delle varie ‘critiche delle istituzioni’ (considerate unicamente come elemento di disgregazione ulteriore dell’ordine sociale), che non si limitano ad auspicare una ‘emancipazione’ dello ‘spirito’ dalle istituzioni medesime, proprio perché motivate anche dalla rilevazione del tessuto istituzionale come fattore di soddisfazione (di bisogni) del vivere umano”.
Ubaldo Fadini
Ubaldo Fadini insegna Filosofia morale presso l'Università di Firenze. Fa parte dei comitati di redazione e dei comitati scientifici di numerose riviste, tra cui "Aisthesis", "Iride", "Officine filosofiche". Tra i suoi lavori più recenti: La vita eccentrica. Soggetti e saperi nel mondo della rete (2009); Lessico Virilio. L'accelerazione della conoscenza, con Silvano Cacciari (2012); Il futuro incerto. Soggetti e istituzioni nella metamorfosi del contemporaneo (2013); Divenire corpo. Soggetti, ecologie, micropolitiche (2015); il tempo delle istituzioni. Percorsi della contemporaneità: politica e pratiche sociali (2016).
Look at the Pictures: la fotografia di Robert Mapplethorpe
La Psychopathia sexualis, fu il primo tentativo riuscito di studio psichiatrico sistematico, quasi "enciclopedico", di tutti i comportamenti sessuali devianti, compiuto dalla medicina ottocentesca.
La Psychopathia sexualis (edizione originale in tedesco: 1886), fu il primo tentativo riuscito di studio psichiatrico sistematico, quasi "enciclopedico", di tutti i comportamenti sessuali devianti, compiuto dalla medicina ottocentesca. A scriverlo fu Richard Freiherr von Krafft-Ebing. E’ in quest'opera che appaiono per la prima volta parole e concetti oggi correnti nel linguaggio quotidiano come "sadismo", "masochismo" o "feticismo". Lo stesso termine "omosessualità" (sia pure usato in alternanza con altri, come "uranismo") si diffuse inizialmente in Europa per il tramite di quest'opera.
Benché l'autore l'avesse destinata, nelle sue intenzioni, alla sola comunità scientifica, la Psychopathia sexualis ebbe un enorme successo di pubblico, nonostante il fatto che i passi giudicati "scabrosi" fossero stati pudibondamente tradotti in latino.
A New York durante gli anni 70 si assistette al proliferare di una moltitudine di scene artistiche underground. Oggi ci riesce difficile mettere a fuoco quello che poteva essere quella cultura che si componeva di subculture che facevano della distruzione di tutte le ortodossie il loro credo. Musica, teatro, arte, fotografia, cinema, performance, letteratura, design. Tutto era funzionale all’idea di smantellamento della struttura borghese della cultura istituzionale. E tra queste subculture trovava spazio anche un movimento eterogeneo che si nutriva di pornografia. O meglio portava la sessualità esplicita dentro le maglie dell’espressione artistica. Senza confini. Pensiamo al cinema di Richard Kern: underground? Sovversivo? Antiborghese? Pornografico? Punk? Rivoluzionario? Antisistema? Dentro c’era tutto: artisti musicisti attori hard creativi tutto. Ed era considerata cultura underground. Semplicemente.
Robert Mapplethorpe muore di aids a soli 42 anni (nell’89). Sfiderà con spavalderia la cultura e la società americana, incorrendo in censure, clamorose manifestazioni di teocon e infastiditi ostracismi persino delle «checche conformiste» perché porterà fuori dalla clandestinità le pratiche sessuali più estreme del mondo gay. Tutto ciò (e anche qualcosina in più) che Krafft-Ebing aveva elencato nel suo catalogo delle perversioni assume, attraverso l’obiettivo, una perfezione algida, neoclassica, come se i corpi muscolosi che giocano con feticismi, fisting, frustini, latex fossero apolli (e dionisi) di un’agorà greca. E tutto questo lo farà in quel dispositivo culturale che era la cultura underground newyorkese. Dopo, solo dopo, con una devozione infinita, Robert Mapplethorpe entrerà nella cultura mainstream e verrà celebrato come un’icona della fotografia anni ’80.
Probabilmente in Europa diventa molto famoso proprio un paio di anni dopo la sua morte: ad inizio anni 90. A Losanna, al Musée d’art contemporaine FAE, la mostra Mapplethorpe arriva nel 1991. Farà scalpore. Sommessamente però. Alla svizzera. Altrove, come in Italia, in modo molto più rumoroso. Il fotografo era morto da due anni. Di AIDS si moriva molto di più e molto più rumorosamente.
La mostra esponeva una selezione di tutti i mondi artistici del fotografo: i fiori sensuali, i ritratti, i lavori sui corpi e le scene ad alto tasso di perturbabilità: il ritratto del mondo omosessuale underground
Ma gli inizi ovviamente non saranno facili. Proprio quelle clamorose manifestazioni violente neocon daranno il titolo al bellissimo documentario Look at the Pictures, che adesso è disponibile in DVD e che a ottobre è stato proiettato per una sera solamente in alcuni cinema. Look at the Pictures è la biografia per immagini e testimonianze del fotografo più amato e odiato della scena artistica USA della fine degli anni 80. E di lui vorrei parlare, prendendo a prestito una bella biografia intitolata Robert Mapplethorpe. Fotografia a mano armata (Johan&Levi editore, 2016) di Jack Fritscher.
Intanto il film, che propriamente è un documentario: c’è infatti poco cinema in questo bel lavoro; poco cinema e tanto intento divulgativo, di approfondimento, quasi didattico. Ed è comprensibile non vi sia nessun tentativo di estetizzare il lavoro visuale: Mapplethorpe era arte, le sue fotografie sono, insieme alla sua personalità controversa, l’oggetto di questo film. E la potenza che ancora oggi ne scaturisce ci fanno ringraziare la coppia Fenton Bailey e Randy Barbato. Il loro film pone i riflettori sulla vita e l’opera di Mapplethorpe senza troppi filtri e senza sovrapporre una propria visione artistica a quella del suo protagonista. “Look at the pictures!” non è un invito da parte dei suoi amici e collaboratori, ma la famosa esortazione del senatore Jesse Helms durante un’interrogazione parlamentare in cui si metteva in discussione la presunta arte di Mapplethorpe, ritenuta mera pornografia a causa dell’ampia quantità di scatti di natura omoerotica e sadomaso. Ed è proprio gettando un occhio ai suoi lavori, al di là di ogni possibile idea aprioristica, che ci si può fare un’idea personale del vero confine tra arte e perversione.
Ed in questo caso, proprio nel tentativo di mettere a fuoco questo confine, ci viene in aiuto la bella biografia scritta da Jack Fritscher: Fotografia a mano armata. Un bel titolo che innanzitutto ci deve far comprendere che le fotografie di Mapplethorpe erano un tentativo di imporre una visione eversiva del mondo e delle sessualità. Ci urlavano addosso “questo è il mio mondo cazzo, ed è proprio dietro la porta, vicino a voi!”. Poche ipocrisie, solo il disvelamento di un universo clandestino abitato in larga misura da persone, uomini, con una doppia vita. E questa doppia vita emerge in tutta la sua deflagrante verità dalle pagine della biografia: c’è tutto, e si comprende bene la totale sincerità del lavoro di Mapplethorpe con i suoi nudi, le sue scene di sesso estremo, che ritroviamo, inedite, nelle immagini di Look at the pictures. Ecco perché i due lavori vanno colti insieme nella loro complessità. La lettura ci guida nella visione, la visione ci sostiene nella lettura.
Enrico Bianda
Daydream Girl
Come era nascere in una famiglia borghese intellettuale sulla costa est degli Stati Uniti, padre professore di sociologia, passaggio e adolescenza sulla costa californiana, e diventare un’icona post punk che da subito ribalta l’estetica musicale e insieme definisce una linea di continuità
Kim Gordon ha scritto un memoir. Ed è bello da leggere
Come era nascere in una famiglia borghese intellettuale sulla costa est degli Stati Uniti, padre professore di sociologia, passaggio e adolescenza sulla costa californiana, e diventare un’icona post punk che da subito ribalta l’estetica musicale e insieme definisce una linea di continuità tra quello che era stata la no wave newyorkese e tutto il post rock USA che arriva fino ad oggi?
Domandone. Pure un po’ inutile.
Fatto sta che Kim Gordon ha fatto tutto questo, e nel mezzo ne ha combinate molte altre, restando ancorata cocciutamente all’idea vitale di fare rock ed essere un’artista contemporanea.
Si parla dunque di Sonic Youth, si parla di scena artistica americana dai primi ’70 ad oggi, tutto questo in un libro, un memoir, intitolato Girl in a band (Minimum Fax, 2016).
Diciamo subito, agli scettici, che si tratta di un libro scritto. Non raccogliticcio, ma proprio scritto con l’intento di ripercorrere un’esistenza (Kim Gordon nasce nel 1953), ricomporre i pezzi di una vita che nel 2011 subisce una brusca frenata, e raccogliere tante suggestioni legate al mondo dell’arte contemporanea che la ex bassista e fondatrice dei Sonic Youth ancora oggi abita con determinazione e un certo successo.
Il libro è innanzitutto un modo per scoprire chi sono stati, per chi non li conosce, i Sonic Youth, i pionieri del noise-rock americano, nati all'alba della no wave newyorkese, una miscela di improvvisazione colta, noise, punk, hard core, avanguardia.
E allora vale la pena immergersi in questa storia, che ha attraversato la musica americana per 30 anni. Quattro musicisti: Lee Ranaldo, Thurston Moore, Steve Shelley e appunto Kim Gordon (per qualche anno sono stati in 5 con JimO’Rourke). Musicisti sperimentatori che hanno di fatto costruito un’epopea chitarristica totale, segnando lo sviluppo del rock alternativo americano come lo conosciamo oggi. Grunge, noise-rock, post-hardcore e gran parte dell'indie-rock anni 90 sono nati sulle loro fondamenta.
La loro portata rivoluzionaria si snoda lungo tre assi: il primo è quello già accennato, di sintesi di generi e sonorità lontane, quando non antitetiche.
Secondo: i Sonic Youth hanno cambiato il modo di concepire la chitarra elettrica, usandola in modo totale, cioè spingendosi oltre il suo utilizzo ortodosso. Sfruttando la lezione del compositore Glenn Branca, i chitarristi Moore e Ranaldo suonano lo strumento chitarra nella sua interezza, sfruttandone la componente fisica (corpo, manico, elettronica) tanto quanto quella melodica (note, accordi, scale), arrivando a preparare le chitarre, modificarne l'elettronica, percuoterle con oggetti, cimentarsi in droning e feedback, o - nelle parti melodiche - sperimentare accordature atipiche. Chi ha visto Lee Ranaldo allo Studio Foce a Lugano nel 2015, si ricorderà del continuo cambio di chitarre acustiche ognuna con accordatura diversa.
Terzo punto, fondamentale, ai Sonic Youth va riconosciuto l'apporto iconografico che hanno dato alla cultura underground, coi loro testi surreali e stranianti, il loro look giovanile e stravagante e la loro etica commerciale che ne ha fatto prima delle star indie, poi dei veri e propri mecenati.
Tornando al libro, Girl in a Band, non si limita, per modo di dire, a ricostruire la storia della band. Fa di più, ed è qui che risiede l’interesse per i curiosi di musica. Fa comprendere il complesso sistema di riferimenti che i Sonic Youth hanno avuto: la rete culturale dalla quale sono usciti contempla certamente la musica, e forse il modo migliore per cogliere quel brodo primordiale che era New York negli anni ’70 è leggere il fondamentale libro di Will Hermes (New York 1973 - 1977).
L’arte contemporanea della scena underground, con i galleristi che diverranno i grandi nomi, e gli artisti naturalmente: scorrono allora i nomi di un giovane e arrogante Larry Gagosian, Jutta Koether e Gerhard Richter, amico della coppia Gordon-Moore e autore della copertina di quello che forse è il disco più celebrato, Daydream Nation.
Per finire Girl in a Band è l’epitaffio di una storia amorosa, che per venti anni ha rappresentato un unicum nella storia del rock: Kim Gordon e Thurston Moore erano l’anello mancante tra John e Yoko e Kurt Cobain e Courtney Love (e guarda caso Kim Gordon era legatissima a Cobain ed ha prodotto il primo disco delle Hole di Courtney), ma senza l’ecumenismo post-hippy dei primi e lo sfascio autodistruttivo dei secondi. La Gordon racconta di come tutto sia finito, di come ne sia uscita, a fatica, e non del tutto forse, e di come sia stato difficile capire che con la loro storia d’amore finiva anche la storia dei Sonic Youth.
Enrico Bianda (testo e immagini)
That Feeling - Pensare con la pittura
La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie.
Joshua Citarella
La vitalità della pittura prima di tutto. A dispetto di quanti pensano al linguaggio pittorico come ad un mezzo sorpassato, oppure giunto ad un suo esaurimento dopo una storia lunghissima, o disseccato dall'infinito numero di opere prodotte in passato e custodite nel museo delle nostre peregrinazioni immaginarie. In opposizione ad una sua morte continuamente annunciata durante gli ultimi quaranta anni. A sfatare questo pregiudizio (forse più tipicamente italiano che internazionale) giungono segnali inequivocabili di una capacità della pittura di reinventarsi durante tutti i cicli storici, compiendo successive rivoluzioni, con stupore di tutti, quando ormai se ne preparava in più luoghi un lussuoso funerale. Nessuna sorpresa da parte mia nel constatare che ancora una volta nuove generazioni si affacciano sul bordo di questo linguaggio, sull'abisso forse potremmo dire, viste le profondità ormai in gioco. E' il caso That Feeling, mostra collettiva a cura di Domenico de Chirico, con autori tutti impegnati a ripensare lo spazio pittorico e la sua identità, provando a tracciare possibili vie di fuga verso costruzioni inedite.
Alexander Lieck
Hayal Pozanti
Attraversando le sale della galleria mi è sembrata dominante la tendenza a guardare avanti più che a ripercorrere i temi della tradizione. Sono pochi infatti gli artisti di questa esposizione che si riallacciano a modelli del passato, solo Haylan Pozanti (con le sue forme incastonate dentro composizioni di lucida esattezza grafica) e Alexander Lieck (che evoca una sorta di fantasma raggelato dell'espressionismo astratto) risultano interessati a reinterpretare stili ormai storici. Gli altri provano ad immaginare cosa possa essere la pittura super contemporanea del nostro presente, con esiti talvolta molto convincenti, come le visioni -tecnologiche e smaterializzate - di Joshua Citarella, capaci di suggerire trasformazioni dell' immagine già avvenute, proiettando l'osservatore ad un grado inquieto ed enigmatico di attenzione. Ho trovato molto affascinanti anche gli spazi astratti di Heather Guertin, ambigui, inconoscibili, mettono in scena una sorta di territorio misterioso da percorrere soprattutto con gli strumenti della mente. Falsamente semplice, il lavoro di Stephen Felton mi pare sviluppi una interrogazione sul potere delle forme simboliche, ridotte ad una scarna rappresentazione – logica e primitiva - una proposta radicale per instaurare nuovi vocabolari essenziali. Le grandi, ipnotiche campiture di colore di Tamina Amadyar – intense e quasi apparse in sogno – le potrei leggere come una sorta di accensione, una promessa di libertà per la pittura, da spendere e confermare negli anni futuri.
Heather Guertin
Tamina Amadyar
That Feeling, Eduardo Secci Contemporary, Piazza Carlo Goldoni 2, Firenze.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
The straight Life of Steve Lacy
Completi in velluto, marroni o verdi, spesso una semplice camicia aperta chiara, di cotone, scarpe marroni con i lacci. Il passo leggermente incerto, elegante, interrogativo e aristocratico allo stesso tempo. L’ho visto accanto a Mal Waldron, Joe Lovano, i fidi John Betsch e Jean-Jacques Avenel, ballerini, poeti, Ferlinghetti, sua moglie Irene Aebi,
Fotografia di Bärbel Reinhard
Completi in velluto, marroni o verdi, spesso una semplice camicia aperta chiara, di cotone, scarpe marroni con i lacci. Il passo leggermente incerto, elegante, interrogativo e aristocratico allo stesso tempo.
L’ho visto accanto a Mal Waldron, Joe Lovano, i fidi John Betsch e Jean-Jacques Avenel, ballerini, poeti, Ferlinghetti, sua moglie Irene Aebi, in sale da concerto, librerie, a Santarcangelo insieme a Leo De Berardinis al Falansterio sui versi di Leopardi.
Steve Lacy rappresenta, per me, un enigma: attratto dall’insieme della sua arte, dalla sua complessità, amando alla follia alcuni suoi dischi, sopratutto i dischi in solo, in duo. Il suo Monk necessario, la sua scrittura d’arte, una musica diretta, semplice e stratificata. Eppure, una musica, la sua, sghemba e incerta, non accondiscendente. Come quasi tutta la vera musica.
Non l’ho mai incontrato, mi pare. Almeno non ricordo di averlo mai intervistato. Ma mi sarebbe molto piaciuto poterlo fare. E quindi adesso la gioia nel leggere le tante interviste raccolte in Conversazioni con Steve Lacy (ETS, Pisa, 2016), a cura di Jason Weiss, è tanta.
C’è tutto. La musica, ovviamente, la passione per la poesia, per le arti, i suoi musicisti, le sedute di incisione, le città, il movimento, l’acutezza con cui Steve Lacy commentava il mondo dei musicisti, l’industria discografica, la politica, il suo paese, e l’Europa dove ha a lungo vissuto.
Un libro di interviste che si legge come un memoir: ogni incontro ha il respiro della conversazione, e l’utilizzo nel titolo di questo termine non è inadeguato. Non sono propriamente delle interviste, sono degli incontri. Non credo fosse sempre merito dei giornalisti, era più che altro la disponibilità, la predisposizione alla conversazione che aveva Steve Lacy, che trasformava ogni incontro, molti incontri, in un’occasione di confronto, per fare il punto su chi era e sull’arte della musica, o sulla musica dell’arte.
Amava le avventure: e che salto, intorno ai vent’anni, quando passa dal Dixieland a Cecil Taylor. Il suo secondo disco si intitola Reflections, è interamente dedicato a Monk: è, oltre ad un omaggio, forse l’imperativo di un’esistenza passata attraverso le arti, con attenzione e serietà, riflettendo sempre sulle diverse forme che la musica può e deve assumere per raccontare bene il mondo e le sue contraddizioni.
A partire dalla fine degli anni ’60 è difficile legare insieme i fili della sua produzione discografica: contratti con etichette importanti e piccole incisioni, concerti e progetti discografici monolitici, per piccoli o grandi ensemble: cicli di composizioni attorno a poeti e recuperi di repertorio. E la lunga ricerca sul soprano solo: i dischi e i concerti in solitudine, con la musica dei suoi maestri e con le sue composizioni, fino all’ultimo disco uscito postumo, per la svizzera Intakt, ancora un solo registrato alla Rote Fabrik di Zurigo e intitolato November.
Steve Lacy poi sapeva parlare di musica. Bene, lo sapeva fare. Per esempio, accennando a Cecil Taylor, ad una domanda risponde così:
“Era più avanti, la sua musica aveva più di tutto rispetto a quello che trovo ora. Era più dolorosa e frenetica, e più meravigliosa e più brutta, ed era più viva. Ecco, era davvero questo, più viva. Quella musica era davvero sovraccarica di energia.”
Si scopre tanta bella musica leggendo le interviste di Conversazioni con Steve Lacy, e viene voglia di tenere aperto accanto a se il laptop per seguire su youtube tutto quello cui accenna Lacy. E, se sei un po’ malatino come lo sono io, poi inizi a sperare di trovare un mercatino dove vendono dischi, oppure lanciarti in scorribande di shopping compulsivo on line. Quindi fate attenzione.
“Sono un grande appassionato di parole. Ho letto molto, sopratutto scritti degli artisti o che parlano di loro. Così ho una testa piena di nozioni, e non sempre è una bella cosa, sai. Anche la vita istintiva e silenziosa è bellissima. Ha dei vantaggi che mancano all’altra.”
Philippe Carles, storico direttore di Jazz Magazine, ad un certo punto, in quella che è la prima intervista alla stampa francese, chiede a Lacy se quando suona pensi al pubblico. Risposta, diretta, semplice, e se vogliamo brutale, che di certo ti disorienta:
“No, non quando suono. Ma tra una volta e l’altra, sì.”
Enrico Bianda
Materia oscura – Le rovine di Luciano Funetta
Già a partire dall'epigrafe collocata in apertura di Dalle rovine, Luciano Funetta - giovane autore di questo sbalorditivo romanzo - dichiara molti dei suoi intenti e ci lascia spiare in anticipo molti dei suoi demoni.
Già a partire dall'epigrafe collocata in apertura di Dalle rovine, Luciano Funetta - giovane autore di questo sbalorditivo romanzo - dichiara molti dei suoi intenti e ci lascia spiare in anticipo molti dei suoi demoni. Si tratta di una frase di Joseph Conrad (“Non c'è uomo qui – mi segue? non c'è uomo che reggerebbe a una vita fatata”) che unisce un tema esistenziale ormai classico della modernità, la fatica di vivere, ad una corrente magica, con una domanda interna relativa al seguire un pensiero, il tutto in forma di dichiarazione negativa rivolta ad un ipotetico interlocutore.
A lettura conclusa del libro, mi sono reso conto che la citazione di Conrad contiene in pratica tutto il nucleo incandescente, e molti degli interrogativi (elegantemente non espliciti) che Funetta, con sottili (ma dirompenti) manipolazioni delle strutture narrative espone poi al lettore durante lo scorrere della storia. Questo lo osservo rimanendo sulla citazione letterale, esaminando un elemento diretto. Su un piano più indiretto, ma credo non meno significativo, torna utile considerare che Conrad è l'autore di Cuore di tenebra (Heart of Darkness) e La linea d'ombra (The Shadow Line: A Confession). Dunque un creatore di cuori pulsanti ma circondati da una materia oscura, lo scrittore capace di confessioni che vanno a toccare quella linea – dolorosamente invisibile - che separa giovinezza e maturità. Siamo tutti obbligati a varcarla, ma dopo saremo anche esposti a cadute e maledizioni di vario genere.
Per entrare nel paesaggio mentale, nell'atmosfera febbrile, nel teatro di Dalle rovine, devo rimanere in tema di oscurità, ancora dentro la lingua inglese, ma vado indietro nel tempo. Ho trovato - per felice combinazione, lo sto leggendo proprio in questi giorni – in un saggio di Nadia Fusini dedicato alla Tempesta di William Shakespeare, una frase di Prospero che si adatta secondo me perfettamente a questo romanzo: “This thing of darkness, I acknowledge mine”. Ecco la descrizione che cercavo. Questa frase Prospero la pronuncia riferendosi a Calibano, mi scuserete se la strappo al suo contesto originale per definire questo libro: una cosa di tenebra. E questa cosa di tenebra io la chiamo mia.
La storia del protagonista, il collezionista di serpenti velenosi Rivera, è narrata da una prima persona plurale: da un noi corrispondente a non identificate entità. Sono questi spettri parlanti - invisibili a tutti gli attori principali coinvolti nell'azione – a raccontarci la vicenda. Sono fantasmi custodi che osservano tutta la vita di Rivera e la restituiscono ai lettori.
E' un libro di grande esattezza ma scritto come tracciando allucinazioni. Molto denso di materie diverse, davvero multidimensionale perché attraversato da temi differenti che si sovrappongono a creare una allegoria complessa. Dichiaro qui tre elementi, tre linee portanti che mi hanno colpito più profondamente (ma molte altre se ne potrebbero individuare).
ARCHITETTURE AL LAVORO. Considero in questa categoria i tagli del racconto, i montaggi successivi delle voci narranti (i fantasmi, abbiamo detto) utili a costruire, aggiunta dopo aggiunta, l'intero lo sviluppo della vicenda. E poi le strategie messe in opera dall'autore per la creazione di strutture narrative ingannevoli, con false prospettive, deviazioni, citazioni (evidenti o nascoste) destinate a moltiplicare gli scenari ed i riferimenti, in un gioco di specchi virtuosistico, celato sotto una apparente fluidità del dettato. Ma troviamo anche in Dalle rovine (a partire dal titolo!) vere architetture, non linguistiche ma pure strutture visive. La forma-città: il parco pubblico, le torri, i viali con scorci prevalentemente notturni, colti attraverso finestre o finestrini di automobile, con aperture su una periferia minacciosa, fantascientifica, opprimente. La forma-casa: innanzitutto l'appartamento in cui vive Rivera, una casa-prigione dove lo spazio (fisico e psichico) viene scolpito e qualificato soprattutto dalla presenza delle teche in cui sono custoditi i serpenti; ma è importante anche la villa di Jack Birmania, una scatola popolata da ombre e memorie, con le persiane delle finestre chiuse, gran parte dello spazio interno trasformato in una sala cinematografica domestica (al primo incontro tra Rivera e Birmania è in corso la proiezione di Freaks di Tod Browning).
PORNOGRAFIA MEDITATIVA. Rivera scopre di poter fare sesso con i serpenti come se fosse un monaco che vuole perfezionare una tecnica di meditazione. Le intimità con i rettili si svolgono sempre, paradossalmente, in una atmosfera de-sessualizzata, tutto accade sotto una luce fredda di laboratorio, nessuna descrizione è morbosa. Qui è in gioco più che altro il passaggio ad uno stadio di coscienza superiore. La trance in cui entrano l'umano ed i suoi animali si configura proprio come un esercizio spirituale, serve ad accendere una tonalità emotiva di fondo, quasi l'attesa di ricompense future e sviluppi possibili. Forse questi accoppiamenti animaleschi di Rivera (che vengono filmati, diventeranno cinema) alludono ad una promessa di maggiore consapevolezza e tutta la messa in scena funziona come una sorta di schermo su cui, come nel film Solaris di Andrej Tarkovskij, a partire dal desiderio e dallo sguardo si materializzano le inquietudini dei lettori.
DERIVA CONTROLLATA. A partire dalla metà del libro, dopo che Rivera ha inaugurato una specie di anomala carriera da pornodivo, Funetta cambia il ritmo della trama, gli sviluppi della storia ci sono, va tutto avanti, ma in modo sempre più enigmatico, come se si verificasse una perdita nella messa a fuoco. Mi pare una strategia precisa: mentre i dialoghi si infittiscono facendosi sempre più stringenti, le situazioni si accumulano ma sfumano dentro un arabesco complicato e sfuggente. La narrazione crea un montaggio di eventi, conversazioni frammentarie, illusioni: una densa materia romanzesca dove è più significativo quello che non viene detto rispetto a ciò che viene raccontato. Comunque una forza inesorabile trascina il protagonista verso l'epilogo. E' la gravità di un destino, la cifra di una ossessione.
Dopo avere terminato la lettura di Dalle rovine ho avuto l'impressione di essere stato catturato in un labirinto di specchi le cui pareti restituiscono, con simboliche alterazioni, l'immagine di chi lo percorre. Ho subito desiderato di ricominciare a leggerlo: magari la seconda volta sarebbe arrivato un angelo, diciamo un Kafka, ad indicarmi una via di uscita. Così ho fatto.
Stefano Loria
Luciano Funetta, Dalle rovine,Tunué, 2015.
Circostanza 251 - faglie
Scrivere e fotografare di spostamenti, di rotture, di smottamenti e di fratture lungo linee di faglia. Accade, accadrà, è nella natura delle cose. Lo è anche nella società: le economie, le appartenenze,
Scrivere e fotografare di spostamenti, di rotture, di smottamenti e di fratture lungo linee di faglia. Accade, accadrà, è nella natura delle cose. Lo è anche nella società: le economie, le appartenenze, le tensioni politiche e identitarie scatenano e scaturiscono da faglie. Prima erano convivenze, poi sono conflitti.
Come rendere leggibili queste faglie? Come raccontarle?
Viaggiando, annusando, guardando e fissando le cose: in taccuini, in pellicole oppure in file sonori.
Questo ho fatto per alcuni anni, dal 2003 al 2015 con molta frequenza: Baltico, Europa Orientale, Caucaso. Cercando, accidentalmente incontrando, le linee di rottura, le faglie.
Avendo sempre in mente il lavoro di due maestri: Paolo Rumiz e Luigi Ghirri. Il primo ha saputo come pochi altri rintracciare i punti di rottura e percorrerli nei suoi reportage; il secondo ha saputo cogliere il mistero oltre l’indefinito. Le faglie sono così. Poco visibili. Ghirri ha saputo raccontare l’indefinito oltre la nebbia. Quel che non si vede l’ha mostrato nella sua incompiutezza. Intangibilità.
Io ho provato a seguire il loro insegnamento.
Enrico Bianda
Enrico Bianda - Cartavetra 11 Giugno 2016
Circostanza 251 - Non ho mai visto un marocchino piangere
Silenzio. Non ho mai visto una città farsi così d'improvviso muta, sospesa nell'attesa rispettosa della voce che romperà questa quiete quasi surreale, srotolando per le strade una folla disordinata e vociante di donne velate, anziani in abiti tradizionali, uomini diretti alla moschea con il tappeto sotto braccio
Rabat
8 Luglio 2015
Silenzio. Non ho mai visto una città farsi così d'improvviso muta, sospesa nell'attesa rispettosa della voce che romperà questa quiete quasi surreale, srotolando per le strade una folla disordinata e vociante di donne velate, anziani in abiti tradizionali, uomini diretti alla moschea con il tappeto sotto braccio e bambini che finalmente riprendono, in strada, le occupazioni che avevano lasciato in sospeso. Silenzio. Solo poi comincerò a sentire, ancora, l'odore della carne macinata arrostita in fondo alla strada, alle porte della Medina, e quell'indistinto profumo di cumino e un'altra spezia di cui ancora non ho capito il nome; solo poi vedrò di lontano, affacciata al balcone della mia nuova casa di Rabat, il fumo che si leva dal carretto ambulante del venditore di pannocchie, un anziano signore marocchino col viso segnato dagli anni trascorsi ad arrostire mais, confuso nella nuvola bianca che si alza dalle pannocchie sulla brace, che è tutta la vita che fa quel lavoro eppure sembra che abbia improvvisato il carretto ambulante giusto un momento prima di entrare nel raggio visivo di chi lo guarda.
Ma ora no, ora è il momento della quiete.
Pazientemente, fuori dai bar e dai ristoranti, giovani coppie, famiglie e gruppi di amici(uomini)attendono con la tavola già apparecchiata l'inizio della giornata.
Nessuno inizia a mordicchiare il pane, nessuno beve un sorso d'acqua, nessuno fuma. Tutto è pronto per essere consumato ma rimane intatto, in attesa del ftour.
Sono quasi le otto di sera a Rabat, il Ramadan è cominciato da una decina di giorni e, appoggiata al balcone della mia nuova casa di Rabat in attesa del richiamo del muezzin, ho ancora tutto da scoprire in una città che dorme di giorno e si sveglia al calare del sole, quando passate le mura della Medina, si apre un tumulto di odori, vistose bancarelle di abiti moderni di scarsa qualità, tappeti di scarpe usate, nuove, rubate, occhiali da sole all'ultima moda sapientemente contraffatti, <<Buenos dias, espagnola?>> <<Non, italienne>>, banchi di ortaggi, spezie a cinque dirham, pochissimo ne prendo un po'! montagne di olive e poi ancora vestiti e scarpe, e di nuovo una via che si apre svoltando l'angolo coperta da una coltre di fumo che si alza dagli arrosticini di kefta, ma quanta gente devono sfamare e allora percorriamola, seguirò questa donna che mi pare sappia dove stia andando con questo cipiglio sicuro tra la folla, un negozio di scarpe tipiche, mi distraggo, l'ho persa, ma che importa, sono tornata al venditore di pannocchie, anziano signore coperto dal fumo che sembra non dargli nessun fastidio mentre io lacrimo, senza sapere come sono ritornata al punto di partenza percorrendo a caso queste file di banchi snocciolati senza logica apparente in strade vecchie come il mondo.
Logica.. non è questo il posto per cercare ordine alle cose. Né fuori di me, né tanto meno dentro.
Ma ora, c'è solo silenzio.
Lento muoversi delle cose e delle persone per strada.
Affacciata al balcone della mia nuova casa di Rabat posso arrivare a vedere fino alla fine della via. Surreale questa calma silenziosa, per un attimo mi quieto anche io, fermo il pensiero, smetto di rincorrere l'agio in cui mi voglio sentire nelle situazioni e che qui ostinatamente non trovo, lascio cadere questo sentirmi costantemente straniera e osservo, protetta dal corrimano del mio balcone, il lento spostarsi della strada sotto di me.
Vorrei una birra e mi sento ancora una volta fuori da questo mondo che mi hanno detto essere più o meno come un sud Italia, ma un po' più a sud.
Ecco il muezzin.
Ecco questa voce che rimbalza da una parete all'altra della città, che parte dalla Medina e si diffonde in un coro di voci sovrapposte ai minareti di tutta Rabat, come quando sulla muraglia cinese i guerrieri accendevano il fuoco di torre in torre per segnalare l'arrivo del nemico.
Mi metto la borsetta a tracolla con dentro il mio passaporto e mi dirigo verso la Medina appena svegliata dal richiamo del muezzin. Sono ancora i primi giorni, e mi porto dietro, insieme al passaporto, le svariate raccomandazioni di tenere soldi, documenti e telefono sempre vicini al mio corpo, sotto la camicia. Esagerato ovviamente, ma i primi giorni, qui, tutto quanto lo è.
fotografia di Francesco Niccolai
Campagna di Kenitra
20 Luglio 2015
Ho uno zaino in spalla e sono partita con Mohamed, mediatore culturale di fatto e di professione, doppia cittadinanza marocchina e italiana, alle spalle una famiglia numerosa di un'ospitalità commovente e una lunga storia di vicissitudini che lo hanno portato dal Marocco al nord Italia e poi ancora in Marocco, passando per la Sicilia e per una serie di lavori meno gratificanti e gratificati della mediazione culturale.
Siamo nella campagna a ridosso di Kenitra, una trentina di chilometri sopra Rabat, per la precisione in un paese che non ho ancora imparato a pronunciare. Qui mi posso scordare allegramente il francese, i palazzi moderni ed europei della città e le abitudini che avevo appena imparato a riconoscere come tali.
Qui, a due passi dall'oceano, ci sono solo distese di campi di الفول السوداني (la pronuncia è qualcosa come cou-cou) che scopro con mio esterrefatto stupore essere campi di arachidi, una delle principali coltivazioni di questa zona del Marocco.
Rachida si china a strappare un cespuglietto verde dalla terra: ne esce un arachide acerbo, ancora deve fare la buccia con la quale siamo abituati a vederlo. <<Mange!>>. Mangio.
'Mange' parola di significato universale, misto di francese, darija e italiano che ci ricorda con nostro grande sollievo quel grande connettore senza parole che è il cibo.
Rachida si muove tra i campi di ”cou cou“ con l'aria di chi è tutta la vita che fa quei movimenti quotidiani, portando sulle spalle Arima, una graziosa bimbetta sui tre anni, comodamente appollaiata sul morbido sedere della donna che sembra fatto apposta perché Arima possa sedervici comoda, protetta dalla fascia che Rachida si tiene legata alla vita.
Questa donna mi comunica simpatia a pelle. Dopo una buona mezzora riesco a capire che non devo stare attenta a niente, ma che il gesto che le donne di questa famiglia mi stanno ripetutamente facendo aprendo e chiudendo la mano come a dire <<apri gli occhi, bella, attenta!>> vuole semplicemente dire 'bello', un complimento che mi fanno con occhio materno, accogliendo le mie scarpe da trekking tra le loro ciabatte lasciate fuori dalla porta prima di entrare in casa, le mie braccia scoperte e questi pantaloni sdruciti che indosso da tre giorni - perché mica avevo capito che stavamo via così tanto - tra i loro abiti tradizionali.
Prima regola da ricordare: quando in Marocco vai a fare una visita a una famiglia, c'è da mettere in conto almeno – ma è proprio il minimo minimo – due giorni di permanenza presso tale famiglia.
Rachida si china di nuovo per mostrarmi il fiore giallo del cou cou: quando diventa rosso l'arachide è pronto, e si può raccogliere. Si gira e mi sorride, mentre Arima si nasconde dietro quella schiena accogliente, sempre appollaiata sul morbido sedere materno.
Torniamo in casa, c'è da preparare il pranzo. Uomini da una parte, donne dall'altra. Io sono ospite occidentale dunque posso stare con Mohamed e il resto dei ragazzi; mangerò con loro mi dicono, o almeno così credo mi stiano dicendo.
Mi siedo con le donne sul tappeto della “sala da pranzo", una stanza completamente spoglia, in cemento, semplicemente quanto accuratamente cosparsa di tappeti di finto tessuto che in realtà è plastica e immancabili cuscini riservati agli anziani e, senza possibilità di rifiuto, agli ospiti.
Comincio a spezzettare il pane con le donne per fare una specie di cus-cus a base di pane avanzato dalla sera prima, che non si butta via niente. A fine preparazione ne uscirà un enorme piatto giallo, colorato di curcuma e zafferano, che verrà posto al centro del tavolino basso di legno attorno al quale saremo seduti, sui tappeti di finto tessuto che in realtà è plastica, mangiando tutti da questo enorme piatto di portata, con le mani e per la precisione con la mano destra che la sinistra si usa per lavarsi e mangiarci non sta bene.
Stasera ci sarà la festa di fidanzamento della figlia più giovane, che è molto più giovane di me e a cui non torna tanto che io non sia sposata e non abbia figli, e ci sono grandi preparativi in casa.
Le donne sono in fibrillazione; stanno facendo tutto loro, gli uomini sono altrove, non ho capito bene se nei campi o semplicemente fuori dai centri nevralgici della casa e cioè dalla cucina e dalla casotta da pranzo dove stiamo preparando il pane. La casa è il regno delle donne, che siano bimbette sgambettanti o robuste capo-famiglie dal sedere grande e morbido perché Arima vi possa stare comoda.
Le donne cucinano, lavano, accolgono gli ospiti e se ne prendono cura, da loro dipendono i ritmi della casa, il momento del lavoro e quello del riposo, il tempo per piangere i morti e quello per distaccarsi da essi, e su di loro ricade la scelta del marito o della moglie per i propri figli, in accordo con le donne dell'altra famiglia prescelta.
Qui siamo in campagna e le tradizioni sono ancora forti, molto più che nella città più grandi e moderne come Rabat, anche se poi in effetti quasi ovunque c'è tutto e il contrario di tutto.
Spezzetto il pane sentendo di aver preso quasi il ritmo e le donne scherzano sulle mie braccia scoperte che sporgono dalle maniche della camicia che indosso. Scherzano e poi si rivolgono alla ragazza che stasera si fidanzerà e ridono, ridono a crepapelle e in qualche modo mi fanno capire che la cosa che le diverte tanto è che la loro pelle sarà pur coperta dai polsi alle caviglie, ma presto la ragazza si troverà senza mutande davanti allo sposo. Rido, quasi stupita da questo scherzare scanzonato entro cui mi hanno coinvolto, donna tra le donne, e poi mi accorgo che il riso si trasforma per la madre in un pianto sommesso, perché la figlia più piccola lascerà, insieme alle mutande la prima notte di nozze, anche la sua casa.
fotografia di Francesco Niccolai
paese impronunciabile nella campagna di Kenitra
15 Luglio 2015
Mi sto accorgendo che il concetto di privacy o è sopravvalutato "da noi", o è per lo più una nozione sconosciuta qui.
Mi sento invasa da una serie di suoni e odori che sento non appartenermi e vorrei per un attimo la mia nuova casa a Rabat, quel po' di privacy sempre in fuga dalle parole concitate di Arlette, e invece sono in viaggio da cinque giorni, con gli stessi pantaloni, la stessa maglietta e sopratutto le stesse mutande e oggi ho perso irrimediabilmente la mia unica possibilità di salvezza: la mia saponetta che, volendo ostinatamente lavarmi con l'acqua del bidone in bagno, ho visto scomparire nel buco nero della turca che tutto inghiotte e quindi anche la mia preziosissima saponetta.
Ma oggi si riparte e con quel sapore in bocca di un addio di cui facciamo finta di non accorgerci dicendo <<arrivederci>>, saluto Rachida, il suo morbido sedere per farci stare comoda Arima e quella famiglia che per tre giorni, senza privacy e senza saponetta, mi ha fatto a suo modo sentire in una nuova casa.
fotografia di Francesco Niccolai
Oued zem
13 Agosto,
É la donna più grande che io abbia mai visto. Non grande nel senso di grassa, proprio grande, imponente, massiccia, autoritaria, le mani ancora segnate dallo sporco ostinato del lavoro, che non fanno in tempo a togliersi perché subito ricominciano la stessa mansione. Con queste mani impregnate dell'odore di carne morta che il sapone non riesce a togliere del tutto, e che trapela da sotto i suoi vestiti rosa acceso tendente al fucsia, ci mostra il suo grembiule di plastica bianca macchiato di sangue, pezzo principale dell'armamentario da lavoro consistente per l'appunto in grembiule, stivali di gomma da pescatore, e una tenuta acre e macchiata quanto il grembiule di plastica bianca.
Domani, come ogni mattina, si sveglierà prima del sole, indosserà questi odori e si immergerà in altri ben più forti, che ogni mattina si levano dal banchino della carne del mercato di Oued zem. Lì scuoierà pecore e vacche, per salvarne la pelle e vendere tutto quello che della carne si può mangiare. La testa della pecora e della vacca dissanguate verranno esposte sul banchino, marchio di garanzia perché si veda che qui si vende carne fresca e finito di estrarre gli organi dai corpi animali che la imprimeranno di nuovo di questo acre odore, impugnerà con le sue grosse mani un ventaglio per cacciare mosche e moscerini che come avvoltoi cominceranno a volare sopra la carne morta appesa ai ganci di un baracchino sgangherato, che è a tutti gli effetti la macelleria.
Avvolta nel suo vestito rosa e in quel che resta degli odori della mattina, inforca uno sgabello di legno visibilmente troppo piccolo per il suo corpo imponente e comincia ad arrostire carne, la più pregiata che ha riportato dal mercato. Le sue mani snocciolano strisce sottili che non vogliamo ammettere siano intestini, intente a srotolarli sulla brace ardente.
Ci guardiamo, sappiamo che non potremo rifiutare niente ma facciamo finta di non vedere il problema almeno finché non ci si presenterà irrimediabilmente davanti.
Ma sappiamo esattamente che stiamo farfugliando pensieri inconsistenti e intanto il piatto è arrivato, una montagna di intestini arrostiti su un letto di cipolla cruda, che non capisco se gli occhi mi si fanno lucidi per la cipolla o perché so che quella montagna dovrà rientrare in cucina rasa al suolo.
Afferriamo il pane come se dovessimo proteggerci, ma sappiamo che dobbiamo mangiare: nulla sfugge ai vigili occhi della donna, che meticolosamente registra ogni movimento dei nostri corpi, al fine di incitare con la giusta enfasi, che non lascia possibilità di rifiuto, a mangiare.
<<Mange, mange>>, maledetto termine universale. Ci si siede accanto e afferra con le grosse mani che da sempre hanno toccato quella carne un boccone che si porta alla bocca, come ad esempio. Non c'è scampo, nascondiamo un po' di carne nel pane, cipolla e via, in bocca, mastico, non c'è modo che vada giù, guardo i miei compagni di viaggio in cerca di un impossibile aiuto, sembra che mangino ma io li vedo che sono in difficoltà, tengono lo sguardo basso come se stessero compiendo un'operazione che richiede la precisione di un chirurgo. Sorride compiaciuta, la donnona, soddisfatta nel pieno di quei denti sgangherati che sta mettendo in mostra di stare sfamando come si deve i suoi ospiti, cioè noi.
Sorrido, con uno sguardo che è un misto di gratitudine e terrore a quel tripudio di rosa accesi che tutto evocano tranne la delicatezza che il colore stereotipato attribuisce alle donne.
Mi prende sotto braccio senza possibilità di scampo, l'odore intrappolato sotto ai suoi vestiti rosa mi avvolge stretto nel suo braccio intorno alla mia vita. Di nuovo mi lascio trasportare tra l'atterrito e il grato e ci sediamo davanti a un thè alla menta servito dalle sue grosse mani, e cominciamo a parlare, ormai consapevoli di essere di fronte al capo indiscusso della famiglia, vestito con tutte le sfumatura di un rosa acre, forte, ancora indeciso tra il materno e l'autoritario.
fotografia di Francesco Niccolai
Figuig
23 Agosto 2016
Dopo una sosta apparentemente casuale l'autista lancia sguardi d'intesa alla folla che attende riparandosi dal sole ardente di pieno Agosto in pieno Marocco appiattendosi contro la sottile linea d'ombra che corre lungo il muro della caffetteria. L'autista mette in moto, il pullman si muove appesantito dalla folla che finalmente si è riparata dentro, chiassosa e ingombrante.
Guardiamo la palmeria scorrerci un'ultima volta dal finestrino; da lontano appare ancora più isolata e assurda, circondata da un niente che ha il colore della terra. Ecco scoperto il luogo dove gli alieni testano l'umanità, distante da tutti i centri abitati, troppo lontano da raggiungere per essere tappa consueta di turismo – sua condanna e salvezza – nascosto sulla cartina dal tratteggio del confine algerino. Francesco continua a ripetermi questa teoria mentre il pullman percorre il nulla che ha il colore della terra e io rimango scettica e perplessa sul perché un alieno abbia prescelto proprio queste strade sterrate che si snodano secondo le linee di una mappa che in realtà è un labirinto tra le case di terra cruda e cemento, accostate l'una all'altra in modo che la strada resti quasi completamente buia, e poi improvvisamente affacciata su una piazza a picco sotto il sole, e ancora di nuovo al buio percorribile solo a piedi o in biciclette noleggiate senza sapere come possa mai campare un noleggio di biciclette a Figuig, dove le donne camminano avvolte in un lenzuolo bianco con solo l'occhio destro scoperto.
Ogni tanto un pastore berbero e le sue capre scorrono dal finestrino, poi di nuovo la terra secca, la strada sgangherata che bisogna accostare a lato per fare passare le macchine, fortunatamente poche, che vengono dalla direzione opposta.
Dopo ore apparentemente uguali a se stesse la strada piano piano si riallarga, le corsie diventano tre, una per ogni senso di marcia e la restante, al centro, come corsia di sorpasso da ambo i lati.
Poi i cartelli aumentano, spuntano bandiere nazionali dentro le rotonde, superiamo i posti di blocco che ci indicano che stiamo entrando in città, ma già ce n'eravamo accorti perché siamo circondati da costruzioni moderne e cartelli pubblicitari che trovo davvero sgradevoli e irrispettosi di quella terra secca di cui siamo ancora intrisi, ma tant'è, ormai ci siamo dentro e siamo parte di quest'orda di clacson il cui significato spazia dal salam aleikum al parti maledetto che il verde è spuntato già da un pezzo.
Ma la strada non è mai solo delle macchine e spuntano carri trainati da asini e fiumane di gente per niente impaurita da questo traffico non ammaestrato, eppure l'autista rimane indifferente, impassibile a quest'orda di macchine inferocite, sfidando il pullman a velocità che non siamo così sicuri possa sopportare.
Questo è il Marocco, sogghigna Mohamed, vedi una cosa e poi ne vedi un'altra che è tutto il contrario, comprendi una regola e poi vedi qualcuno che non la segue, la donna velata in abiti tradizionali che passeggia sottobraccio alla figlia vestita all'europea.
Mi viene in mente Arlette, che mi spiegava il Marocco rubando un esempio del povero Claude, in cui descriveva il Paese come una cipolla da sbucciare, levando uno strato dopo l'altro e che, proprio mentre pensi di aver finalmente scovato il cuore, ti accorgi che è solo un altro strato e che c'è da andare ancora più a fondo. E mentre lo fai, mentre sbucci strato per strato, un poco, può capitare che piangi.
Testo di Marta Scaratti
Circostanza 251 - Vita da Ex
Sergio Tossi ha ripercorso in una conversazione con Stefano Loria alcune tappe della propria carriera di gallerista, curatore, giornalista d’arte contemporanea, raffinato cultore musica, oltre che grande appassionato di molti sport, primo fra tutti il basket.
Sergio Tossi, Cartavetra 06 Giugno 2016
Sergio Tossi ha ripercorso in una conversazione con Stefano Loria alcune tappe della propria carriera di gallerista, curatore, giornalista d’arte contemporanea, raffinato cultore musica, oltre che grande appassionato di molti sport, primo fra tutti il basket.
Si sono mescolati contenuti di vita privata e pubblica, dall’attività iniziale con l’ormai storica “Domestic Gallery” aperta negli anni ottanta nel suo appartamento fiorentino, passando attraverso gli anni delle gallerie di Prato e Firenze, l’esperienza come direttore dello spazio espositivo pubblico Ex-3, fino ad oggi. Un’occasione di particolari confidenze & confessioni da parte di uno dei maggiori animatori della scena dell’arte contemporanea a Firenze.
Sergio Tossi, Cartavetra 06 Giugno 2016
L'estate senza fine - Francesco Lauretta
Se resisto al dolore posso ritrovare memorie di un periodo lontano. Sono sempre io ma in un'altra vita, lontanissima dal mio presente, come se si trattasse dei ricordi di un'altra persona del tutto differente che trascorreva intere interminabili estati al mare, perduto sulla costa toscana
Francesco Lauretta (fotografia di Carlo Zei)
Se resisto al dolore posso ritrovare memorie di un periodo lontano. Sono sempre io ma in un'altra vita, lontanissima dal mio presente, come se si trattasse dei ricordi di un'altra persona del tutto differente che trascorreva intere interminabili estati al mare, perduto sulla costa toscana, al Forte dei Marmi per l'esattezza, nell'adolescenza disorientata ed anche in seguito, nella prima esplosa giovinezza. Passavo mattine e pomeriggi infiniti sulla spiaggia, seduto a guardare mare e cielo, abbagliato dalla luce, provavo a seguire i mutamenti del fronte di nuvole basse sull'acqua, ora così compatte che sembravano una parete impenetrabile, ora tanto sfrangiate e trasparenti come fossero un cotone che i miei occhi potevano sagomare a piacimento, percorrendone l'estensione ne interpretavo la forma.
Quella curvatura, quella brusca schiuma rigonfia, la piega leggera del tessuto atmosferico con i margini che venivano scuriti dall'addensarsi dei raggi solari, disegnavano un castello sotto assedio, un labirinto soffice, oppure cose del tutto diverse, costruzioni utili per le scorribande future, cangianti architetture del possibile, e proprio dalla promessa delle cose che sarebbero arrivate venivo catturato in quelle giornate sulla spiaggia, prigioniero felice dentro un sistema cielo/acqua/sabbia. Ero dentro una macchina del paesaggio con le condizioni che mutavano ad ogni istante, sempre imprevedibili, il vento ora acquietato, poi scatenato, ed una montagna di ombre poteva sopraggiungere ad oscurare tutto l'orizzonte, virando ad un grado di malinconia quella che fino ad un attimo prima era una tranquilla contemplazione.
Senza figure umane generalmente, ma talvolta il campo visivo poteva all'improvviso essere attraversato dalla corsa di una ragazzina, con i capelli lunghi nerissimi in tutta quella luce, così rapida da passare come in sogno, un'apparizione, l'emblema di un'età, di un'energia, di una destinazione che l'osservatore può solo provare ad indovinare.
Un dominio dell'attesa in cui il trascorrere delle ore si frammenta e si suddivide in parti sempre più piccole, porzioni di esperienza in continua fioritura, in una moltiplicazione così enorme da bloccare di fatto la percezione stessa del tempo. Non capisco più da quanto sto qui davanti al mare, sembra un'eternità. Minuti, ore, giorni, forse anni interi perduto sotto un ombrellone a guardare il mare, sottratto al futuro, congelato in un teatro all'aperto enorme e splendido, ma credo che questa visione del perfetto giorno estivo nasconda la fine, anzi sono assolutamente sicuro che questa giornata, pur nella sua magnificenza, indica una negazione, una mancanza. E' stata la consistenza incerta della spiaggia stessa – da un momento all'altro temo di sprofondare nelle sabbie mobili – ad indicarmi il pericolo.
La verità. Se guardo meglio, tutta la scena si ripete con interessanti variazioni ma è contenuta dentro una nuda stanza e sulle pareti lo spolvero lascia intravedere arabeschi non tranquillizzanti. Uscendo dalla camera dell'estate infinita ho trovato infatti i ritratti della morte lì ad aspettarmi. I piccoli disegni terribili. Così ho capito che quelle sfolgoranti giornate trascorse davanti alle onde che tracciavano linee di spuma invitanti - quando mi sentivo un abitante privilegiato nell'impero della luce – non erano la promessa di un trionfo futuro, non preannunciavano miracolose combinazioni di volontà e fortuna. No. Significavano solo se stesse e la loro provvisoria sostanza.
Francesco Lauretta, A Perfect Day, a cura di Pietro Gaglianò. Srisa Gallery of Contemporary Art, Via San Gallo 53r, Firenze. Fino al 19 marzo 2016
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
I magnifici dieci di Todo Modo
Ci spendiamo le giornate, ci lasciamo i nostri magri stipendi, ma in cambio, per i nostri amati lettori, abbiamo finalmente ottenuto ciò che inseguivamo da mesi. Ecco la lista segreta dei dieci libri preferiti da Pietro Torrigiani e Maddalena Fossombroni, timonieri del nuovo tempio dei bibliofili (e sibariti) fiorentini, la libreria Todo Modo di Firenze
Pietro Torrigiani e Maddalena Fossombroni (fotografia di Carlo Zei)
Ci spendiamo le giornate, ci lasciamo i nostri magri stipendi, ma in cambio, per i nostri amati lettori, abbiamo finalmente ottenuto ciò che inseguivamo da mesi. Ecco la lista segreta dei dieci libri preferiti da Pietro Torrigiani e Maddalena Fossombroni, timonieri del nuovo tempio dei bibliofili (e sibariti) fiorentini, la libreria Todo Modo di Firenze:
IL PAPPAGALLO DI FLAUBERT
(Julian Barnes) Einaudi
Un viaggio in Normandia, una cartografia tracciata dai ricordi della lettura di Madame Bovary, la vita di Flaubert e il presente che si intrecciano con le vicende del protagonista scrittore.
CANTO DELLA PIANURA
(Kent Haruf) NN Editore
Nel piccolo paese di Holt la vita cade sui suoi abitanti con un tempo lento, drammatico, malinconico, grigio, rigido, ma anche gioioso, festivo, amorevole. E questo tempo è scandito così magistralmente dallo scrittore che sembra di averlo sempre vissuto e di non poterne fare a meno.
VERDE BRILLANTE
(Stefano Mancuso) Giunti
La vita delle piante descritta attraverso i loro sensi e paragonata a quella mille volte più semplice e banale degli esseri animali. Perché le piante vedono, sentono, amano, pensano, si muovono.. insomma fanno tutto quello che facciamo noi, ma in maniera più “brillante”.
AFORISMI DI ZÜRAU
(Franz Kafka) Adelphi
“Nella lotta fra te e iI mondo asseconda il mondo”. Sono alcuni scritti di un Kafka sconsolato in ritiro in Boemia in casa della sorella. Per un lettore in cerca di autore.
LE PIETRE E IL POPOLO
(Tomaso Montanari) Minimum Fax
La mercificazione del patrimonio d’arte italiano impoverisce i cittadini e garantisce solo l’utilizzo esclusivo di privati selezionati in base al censo. Una tesi corredata di argomentazioni e casi di studio (Firenze, Venezia, Roma e Napoli), un testo che ci spalanca gli occhi su una situazione politica a dir poco drammatica.
LA DUCHESSA
(Caroline Blackwood) Codice edizioni
La ricerca faticosa per ottenere un’intervista con la duchessa di Windsor Wallis Simpson in fin di vita nella sua lussuosa dimora parigina, s’infrange contro la perfidia della sua “amminsitratrice di sostegno” (diremmo oggi), una figura quest’ulitma destinata ad entrare di diritto nella porta principale della letteratura del XX secolo.
GUERRE POLITICHE
(Goffredo Parise) Adelphi
Leggiamo Parise e ci rendiamo conto che non solo è stato il più raffinato dei giornalisti, questo lo sapevamo già, ma anche il più coraggioso dei soldati. Possiamo permetterci di affrontare le quattro guerre qui raccontate (Vietnam, Biafra, Laos e Cile) ora coi proiettili che ci sfiorano i capelli ora con l’ironia di chi ne è totalmente estraneo, ma lo stesso rischia tutto.
IL POTERE DEL CANE
(Don Winsolow) Einaudi
Se davvero volete capire come funzionano i cartelli della droga che dal Messico arrivano in USA attraverso il Nicaragua. Se davvero volete conoscerne i protagonisti, dagli agenti, alle mignotte, dai capi zona ai soldati. ecco, leggete Il Potere del cane che su questo argomento è un testo definitivo.
QUI
(Richard McGuire)
La graphic novel dell’anno edita da Lizard. E’ un esercizio di lettura nel tempo, fra il tempo, contro il tempo. Il risultato è un meraviglioso accavallarsi di storie e disegni da farvi perdere la testa.
CATALANO
- Cosa c’è nel primo romanzo di Guido Catalano?
- Poesia, Torino, amicizia, pompini, ragni, pizze surgelate, triste, e amore (tanto).
- Solo?
- No.
Pietro Torrigiani e Maddalena Fossombroni
Vanni Santoni racconta Stanza 251
Lo scrittore Vanni Santoni, nella veste di nostro inviato speciale ai microfoni della Radio Svizzera Italiana, racconta Stanza 251 al programma della Rete Due “La rivista”.
Lo scrittore Vanni Santoni, nella veste di nostro inviato speciale ai microfoni della Radio Svizzera Italiana, racconta Stanza 251 al programma della Rete Due “La rivista”.
Ecco il link per ascoltare il Podcast della trasmissione:
Avvistamenti - Stefano Ricci
Se decido di avventurarmi in questa favola nera, poi tu dovrai non dico seguirmi, ma almeno assecondarmi. Un viaggio solitario, come sempre è stato. In un'epoca in cui le barriere fra i generi sono svanite ed i linguaggi espressivi già da molti anni si sovrappongono influenzandosi in complesse stratificazioni
Se decido di avventurarmi in questa favola nera, poi tu dovrai non dico seguirmi, ma almeno assecondarmi. Un viaggio solitario, come sempre è stato. In un'epoca in cui le barriere fra i generi sono svanite ed i linguaggi espressivi già da molti anni si sovrappongono influenzandosi in complesse stratificazioni, il contatto con l'opera può essere affidato solo ad una curiosità importante, ad una semplicità di reazione, ad una volontà di sapere cosa davvero ho davanti ai miei occhi.
Ad esempio un lago ghiacciato. In basso vedo una superficie solida su cui potrò forse camminare, in alto un bianco denso e un celeste chiaro. A guardare meglio però mi accorgo che è tutto un paesaggio cucito, sono pezzi di tessuto tenuti assieme, sembrano usati, consumati, eppure hanno un loro splendore. E' una scena riciclata che possiede la nettezza di una visione bambinesca. Mi sento come se fossi un ragazzino piombato dentro una rappresentazione affascinante che non riesco a comprendere del tutto.
C'è poco da stare tranquilli in questo percorso. Sembra di essere al sicuro, ma è solo una illusione di salvezza: in agguato ci sono sequenze scarne, altamente espressive, proprio come lo storyboard di un film. Si sviluppano atmosfere visive che rimandano alla tecnica cinematografica, e infatti a Carlo – mentre stava fotografando la mostra - è venuto subito in mente Donnie Darko, mentre io in precedenza avevo pensato alla televisione, a serie come la vecchia Twin Peaks o la recente Fargo. Comunque in tutte queste opere (arazzi, piccole e grandi carte piene di personaggi e misteriose manovre) sono le narrazioni ad emergere, con una prepotenza a volte anche paurosa.
Narrazioni di stampo cinematografico e televisivo, abbiamo detto, almeno come punto di partenza, ma subito si evolvono in una direzione non mimetica: Stefano Ricci non desidera (per fortuna!) imitare fedelmente l'immagine super moderna ad altissima definizione, quale ci viene oggi restituita -in ogni maledetto attimo delle nostre vite - dagli schermi che ci circondano. Al contrario, l'immagine /racconto viene sempre sottoposta ad un filtraggio molto personale che crea una sorta di doppio, una visione low-fi, sporcata dalla materia logora dei tessuti o dalla inquietudine dei flussi pittorici. Così tutto un mondo di incubi possibili, di vite ad un bivio, di pericoli inevitabili, prende forma altamente privata e lo stile dell'autore finisce per imprimersi in modo molto intenso, come è giusto che sia, sopra le storie offerte all'osservatore.
Si tratta di narrazioni sempre parziali, punti di vista incompleti, e questa frammentazione mi appare come uno dei segni forti nelle opere di Ricci, perché produce una istantaneità di significato molto efficace. Sono opere impure, nel migliore significato che possiamo attribuire a questo termine. Creazioni appartenenti ad un territorio strano, in cui pittura, illustrazione, racconto cinematografico e televisivo, materialità del colore, sceneggiatura ed illuminazione fulminea, tendono ad addensarsi, a mescolarsi, a ricombinarsi in una forma attraente e perturbante.
"Ricci avvista il reale: lo scruta delicatamente, lo circoscrive in focus ovali che ne numerano la visione. Lo interiorizza in un mondo silenzioso di cani e mangrovie per poi ricrearlo e comporlo. Si vive l’esperienza di questa sensibilità nella performance Spinner, creata insieme al contrabbassista Giacomo Piermatti. Sulle improvvisazioni del musicista, Stefano dipinge con colori neri e bianchi proiettando sul muro, alla visione pubblica, la sua azione. Di fatto i due si influenzano vicendevolmente e quello che ne fuoriesce è una jam session a due dall’esito sconosciuto." (Cartavetra)
Avvistamenti, Stefano Ricci, galleria Cartavetra, via Maggio 64r, Firenze. Orario: lun-ven 15.00 -19.30; sabato 10.00-13.00/15.00-19.30. Fino al 5 marzo.
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)
Pipeline Express
Quante faglie attraversano il mondo? Dove e perché ad un certo punto assistiamo a spaccature tra mondi, tra appartenenze, identità, interessi? Il nostro presente è fatto di spaccature, continue, senza preavviso. Pensiamo a quanto accaduto in Ucraina nei primi giorni del 2014. Qualcosa si muoveva da tempo,
Quante faglie attraversano il mondo? Dove e perché ad un certo punto assistiamo a spaccature tra mondi, tra appartenenze, identità, interessi?
Il nostro presente è fatto di spaccature, continue, senza preavviso.
Pensiamo a quanto accaduto in Ucraina nei primi giorni del 2014. Qualcosa si muoveva da tempo, qualcuno aveva visto, sentito che le tensioni crescevano. Poi Kiev e Maidan, gli scontri, le barricate, e un pezzo di Europa orientale di nuovo infuocata.
Da qualche anno mi occupo di quello che avviene lungo una traiettoria di interessi e conflitti sedati che corre dai Balcani all’Asia Centrale, dal Mar Nero alle coste del Caspio, arrivando fino al Lago d’Aral. Una linea ideale lega le coste del Mar Nero a quello che resta del Lago d’Aral. Questa linea è l’oggetto di una serie di documentari e reportage ai quali ho lavorato negli ultimi tre anni. Percorrendo questa traiettoria a bordo di treni, auto, pullman o piccole marshrutke ho parzialmente ricostruito le tensioni che attraversano quelle terre. Da ultimo ho percorso il Caucaso, tagliato trasversalmente da Supsa a Baku, dalla Georgia all’Azerbaijan, viaggiando accanto ad un oleodotto, individuando la faglia energetica che resta perennemente in fibrillazione, acuendo divisioni e antichi conflitti secolari tra russi e caucasici, tra ricchi e poveri.
Questi viaggi sono anche dei viaggi di immagini. Il Caucaso, l’oleodotto Baku-Supsa è diventato così un progetto fotografico ed infine un’esposizione intitolata Pipeline Express - La via dei mari interni. La mostra è in corso presso C2 Contemporanea2, via Ugo Foscolo 6, Firenze, fino al 23 Febbraio.
Il reportage di Enrico Bianda “Pipeline Express” comprende anche un trasmissione prodotta dalla Radio Svizzera Italiana che è ascoltabile seguendo questo link:
Enrico Bianda (Zurigo, 1971), giornalista, è stato inviato della Radio Televisione Svizzera, ha lavorato in tutta l'Europa Orientale, realizzando reportage e inchieste per la radio. Attualmente cura un programma di attualità sulla Rete Due della RSI. Ha studiato Scienze Politiche a Losanna (CH), con un PhD in Comunicazione e sfera pubblica a Siena. Ha insegnato giornalismo a Scienze Politiche a Firenze per 14 anni. Collabora con la rivista Problemi dell’Informazione e nel 2013 ha scritto, insieme a Carlo Sorrentino, il saggio “Studiare giornalismo” (Carocci).Collabora con l’Espresso e con la rivista on line Stanza251 che ha pubblicato l’ebook fotografico “In movimento”. Ha iniziato a fotografare una quindicina di anni fa, ed ha esposto alcune sue fotografie allo spazio ZonaB di Sergio Tossi nel 2013
Free Party - Vanni Santoni
Quando cominciai a coltivare l’idea di scrivere un romanzo ambientato nel mondo dei free party, tra le mille vicende vissute e sentite, e le ancora mille che avrei potuto raccogliere all’interno di un movimento che aveva attraversato il continente, mutando costantemente, per più di vent’anni, ce n’era una in particolare che desideravo includere, per la sua portata epica e simbolica.
In esclusiva per la Stanza 251, Vanni Santoni presenta il suo nuovo libro "Muro di casse" Laterza, 2015.
Vanni Santoni
Quando cominciai a coltivare l’idea di scrivere un romanzo ambientato nel mondo dei free party, tra le mille vicende vissute e sentite, e le ancora mille che avrei potuto raccogliere all’interno di un movimento che aveva attraversato il continente, mutando costantemente, per più di vent’anni, ce n’era una in particolare che desideravo includere, per la sua portata epica e simbolica. Era la storia dei Desert Storm, storica tribe inglese che si avventurò, accodandosi a una carovana umanitaria dell’ONU, in ex Jugoslavia, in piena zona di guerra, riuscendo, a prezzo di rischi enormi, a organizzare rave per le popolazioni che vivevano sotto assedio nelle città bosniache. Quell’avventura, vera e propria katabasi di un movimento controculturale prettamente europeo all’interno del cuore di tenebra dell’Europa stessa, circolava da sempre negli ambienti dei rave, ormai quasi trasformata in leggenda. Quando ebbi la possibilità di raccoglierla direttamente dai protagonisti e metterla su carta, capii che da lì si poteva cominciare a lavorare seriamente su un libro intorno a questi temi, e infatti il brano che qui propongo agli amici di Stanza 251, ispirato a tali vicende, viene direttamente dalla terza parte di Muro di casse, uscito da qualche mese per Laterza.
Sai, ricordo quando, anni dopo, ero in tinello con mia madre, per una volta riconciliate, e mio fratello si era appena intruppato con questa ragazza bosniaca che aveva conosciuto non so dove, mi sa in Croazia in una di queste vacanze che faceva con quei segaioli dei suoi amici, e sarebbe andato in Bosnia, e non aveva detto il perché e il percome, era chiaro che andava a trovare una donna ma mia mamma non si capacitava, e non riusciva in alcun modo ad accettare che qualcuno potesse voler andare in Bosnia, e mentre diceva Ti rendi conto in Bosnia, come si può voler andare in Bosnia, e io Ma c’è la pace da anni, e lei Sì lo so che c’è la pace, ma dico io, in Bosnia, anche con la pace come si fa, e mi venne in mente quel giorno, io che avevo quindici anni e dal finestrino, mentre all’orizzonte si alzavano colonne di fumo scuro guardavo passare un cartello quadrato, verde e bianco, tutto crivellato, e diceva Sarajevo 172 Banja Luka 85 Tuzla 75.
---
Superavamo case e fattorie disfatte nel verde, sembravano abbandonate da chissà quanto per come l’erba e gli arbusti e i rampicanti si stavano riprendendo tutto, e i paeselli erano sempre vuoti, i muri spruzzati di fori di proiettile, grossi fori neri con l’areola d’intonaco scrostato intorno, e quando menzionai le colonne di fumo, Mike disse Sarà qualcuno che sta bruciando dei copertoni, ma non mi rassicurò, perché mai avrebbero dovuto bruciare dei copertoni? e scendevamo a sud e l’orizzonte era largo e tremolante ed era come scendere lungo un fiume che diventava sempre più nero e inconoscibile, anche se tutto intorno non c’erano che campi e boschi sparsi e case abbandonate.
Quelli dei camion di aiuti ci fecero fermare tutti la notte del 27, non ricordo bene perché, forse aspettavano dritte per arrivare a Tuzla (era lì, scoprivo, che eravamo diretti) in modo almeno un po’ sicuro, e dormimmo nel camion, che Jody piazzò tra dei grossi alberi schiantati dalla guerra o dal fulmine, ma nel mezzo della notte ci fu un rimbombo e mi svegliai e uscii, e mi travolse l’idea di quanto generica fosse la mia nozione di dove fossimo, lì in una notte senza stelle in cui il buio sfumava i confini anche delle cose più vicine, solo il russare di Jody e Renault e il respiro di Mike e Beatrix costituivano un qualche appiglio alla realtà, non c’era più un dove o un quando, ero lì sola nella notte dei Balcani, eravamo diretti nel cuore nero dell’Europa, il punto più centrale e profondo e maledetto di qualcosa di grande di cui non avevo che una vaghissima percezione. Tornai al mio posto e ci misi molto ad addormentarmi e mi sembrava quasi di non aver dormito quando mi svegliò al mattino la voce di Renault che gridava stupidaggini tipo “viva la vita di campagna” e versava del latte in due tazze sbeccate e apriva un pacco di tegolini mezzo schiacciato, e davanti all’orizzonte di quel mattino del ventotto dicembre 1994, un mattino sterminato, che virava dall’azzurro al bianco, quel mattino ebbi l’impressione che al mondo non vi fosse nulla di spaventoso.
Ci vollero altri tre giorni per arrivare a Tuzla, tra continue deviazioni, su e giù per il confine, e infinite piccole tratte fatte di notte e a luci spente per evitare di farsi sparare addosso. La prima cosa che scoprimmo una volta entrati in città fu che il posto dove Jody, Mike e gli altri avevano programmato di mettere su la festa era stato tirato giù a colpi di mortaio due giorni prima, e il nostro contatto, questo tipo di diciotto o diciannove anni con una felpa gialla disse, con un sorriso ironico eppure disarmante, Scusate, e vedi come ne parlo oggi, come la metto, locali tirati giù col mortaio, locali dentro ai quali potevamo esserci noi, cazzo bastava che fossimo arrivati in orario, strade coi cecchini, pezzi di artiglieria mica di speed, mi chiederai Avevi paura non avevi paura, e io mica saprei come risponderti, ero lì, semplicemente erano completamente diversi i confini del possibile, erano diverse e astratte le regole del mondo, neanche avevo legato troppo con Mike e gli altri o con quelli del resto del convoglio, ma mi sembrava tutto più o meno normale, l’unica preoccupazione, figurati, era se sarei arrivata poi a casa in ritardo, ecco, forse fu lì che cambiò per sempre il mio concetto di limiti temporali, spaziali, fattuali, pensa che siccome il locale non esisteva più, Jody e Mike decisero di montare tutti gli speaker sul retro del camion e portarlo in giro per Tuzla con la musica a bomba, tipo pifferaio magico. Ci fermarono neanche mezz’ora dopo, nello spiazzo tra due condomini sventrati. Erano in tre, senza divisa a parte delle giacche militari diverse tra loro, e uno aveva in testa una specie di basco. Ci spianarono i kalashnikov davanti.
Out, disse quello col basco.
Ora ci fucilano, disse Renault scendendo, rivolto a Jody che stava in console.
Scendevo con Mike mentre Scot e Beatrix neanche riuscivano a muoversi per la paura, e mi immaginavo stecchita, lì su quell’asfalto con un buco nel petto e cercavo di buttarla sul ridere pensando cose tipo Questa mia mamma non me la passa.
Jody fece per uscire da dietro la console ma quello col basco gli puntò il fucile facendogli cenno di rimanere dov’era. Poi fece una faccia molto seria e disse, cercando bene le parole:
Volume up.
Mike e Renault si guardarono stupefatti; io cercavo di accendermi una sigaretta ma tremavo e non mi riusciva. Scot e Beatrix ci guardavano da dentro, ricordo i loro occhi giganti, bianchi, di dietro i finestrini.
Volume up, disse ancora il miliziano. But turn off light.
Jody lo guardò.
Or they see and shoot mortar.
E intanto un altro miliziano rilassava un po’ l’AK47 e si avvicinava a me, ero impietrita e quello mi diceva
Turbofolk, you have?
E Jody intanto doveva aver deciso che era tutto vero, e alzava la musica come gli avevano ordinato, turbofolk non ne aveva, era un pezzo acid house classico dell’88, mi sa 151 di Armando, e arrivavano altri due miliziani e iniziavano a ballare, e gli facevano cenni tipo alza il volume oppure picchia di più, e lui passava alla techno e quelli ballavano, e tiravano fuori bottigliette di šljivovica dando e offrendo sorsi e ballavano sempre più forte e a ogni cambio di basso davano una sventagliata di mitra al cielo e quello col basco faceva cenno a me e Mike, e a Beatrix e Scot che erano ancora dentro, di venire lì, di ballare con loro, e tra smitragliate e sigarette croate ballammo con quelli per quasi due ore, mentre dalle case intorno (avresti detto che erano disabitate), vennero fuori sei, sette, dieci ragazzi e anche due, tre ragazze, e pure loro si mettevano a ballare in quel fragore di vecchia elettronica e armi automatiche.
---
Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari, ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015). È fondatore di SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013). Dal 2012 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sul Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
La zia per la stanza
Ho sognato per molti anni di seguito. Mi sembrava una buona idea. Scrivevo storie che, ammesso che ciò sia possibile, nascevano dalla mia fantasia. Ho quindi visitato il mondo di sotto, che si è rivelato acquatico. Non me ne rendevo conto, ma ora so che sognando intensamente ho esercitato una forza, questa pressione idraulica ha sfondato una parete e toh...
In esclusiva per la Stanza 251, Enzo Fileno Carabba presenta il suo nuovo libro "La zia subacquea e altri abissi famigliari" Mondadori, 2015.
Enzo Fileno Carabba (fotografia di Carlo Zei)
Ho sognato per molti anni di seguito. Mi sembrava una buona idea. Scrivevo storie che, ammesso che ciò sia possibile, nascevano dalla mia fantasia. Ho quindi visitato il mondo di sotto, che si è rivelato acquatico. Non me ne rendevo conto, ma ora so che sognando intensamente ho esercitato una forza, questa pressione idraulica ha sfondato una parete e toh... mi sono ritrovato tra i miei ricordi. Anche loro erano acquatici, soprattutto i primi. Per un po' sono rimasto sul confine, tra i sogni e i ricordi. Che posto! Ero meravigliato, quasi preoccupato. Poi mi sono reso conto che in verità non ricordavo molto. E allora cosa c'era veramente oltre la parete che avevo sfondato? Sono passato dall'altra parte, sono andato a vedere. C'erano alcuni ricordi, non troppi, ma quei pochi erano animati da una volontà allarmante, infatti insistevano a seguirmi. Avevo paura di fare qualche brutto incontro. Mi hanno rassicurato. Erano dei messaggeri. Desideravano parlarmi, in cambio dovevo offrigli un certo tatto narrativo: avevano bisogno di divertimento, anche in presenza di situazioni difficili. “Noi vogliamo sistemare le cose” hanno detto. “In che modo” ho chiesto. “Seguici e lo saprai”. Allora li ho seguiti. La zia subacquea è il resoconto di questo viaggio.
Può anche darsi che dalla breccia nella parete alcuni sogni siano defluiti tra i ricordi. Non cerchiamo il sogno nell'uovo! Per me la cosa che conta è l'intensità del sentimento che mi lega a queste visioni e alle persone che ne fanno parte, il fatto che siano per me episodi di rivitalizzante importanza. Così fiammeggianti che all'inizio mi sembrava contenessero qualcosa di sovrannaturale. Ora non lo so. Non importa. Questa idea dei poteri sovrannaturali può anche essere un'esagerazione. Resta l'emozione di cui sono portatori.
Non so secapisco quello che dico, come affermò un mio amico. Allora ecco il prologo che poi è stato eliminato dal libro:
Il prologo scomparso
Questa non è la mia storia, è la storia dei miei poteri. A un certo punto, abbastanza presto, mi sono accorto di avere delle facoltà e ho ritenuto che fossero particolari. A differenza di quanto avevo appreso nei libri e nei film, tuttavia, le loro manifestazioni erano delicate, quasi sempre invisibili. Prodigi che richiedevano attenzione fantastica e spingevano verso il disadattamento.
Ciò non toglie che fossero determinati da sconosciute forze cosmiche con cui ero spesso in contatto. Le forze cosmiche si esprimono con delicatezza, per questo, in un mondo di forze meschine e strepitanti, restano sconosciute e tutto procede contro natura.
Certo non capivo molto di quanto mi accadeva. All'epoca dovevo ancora imparare tutto, ma non lo sapevo. Oggi l'esistenza di un rapporto tra poteri sovrannaturali e disagio mentale mi appare indiscutibile. Bisogna vedere come questo si lega con la ricerca della felicità.
Ultimamente mi sono ricordato parecchi episodi riguardanti l'argomento e mi sono chiesto cosa volessero questi ricordi da me. Infatti qualcosa volevano, come tutti.
Enzo Fileno Carabba
Ed ecco un estratto dal libro:
Un’altra vita
L’infanzia è bella dopo: quando ci ripensi.
Un po’ come quelle persone che sono apprezzate in quanto morte.
Per quanto mi riguarda, la fine dell’infanzia ha coinciso con lo scontro tremendo e improvviso tra me e i miei limiti, simboleggiati dal fatto che trafiggevo gli esseri viventi nelle scatoline e nessuno – neanche i miei più stretti collaboratori – capiva il senso della Barriera corallina.
I limiti, pur essendo miei, mi hanno colto a tradimento.
E ci sono stati degli effetti.
Finita l’infanzia ho cominciato un’altra vita, mi sono inoltrato in una specie di aldilà, un primo aldilà, anche se nessuno se ne è accorto, forse perché tutti lo considerano normale.
Le stesse cose, le stesse azioni, avevano un sapore diverso. Ero un altro. Lo sentivo. Mi sforzavo di non esserlo ma non ci riuscivo. Ero l’usurpatore di me stesso.
La situazione mi rendeva confuso. Allora cercavo di assorbire le schegge dei miei turbamenti.
Perché ero meno interessato alla conoscenza universale? Cosa avevo contro il Leonardo da Vinci senza barba che avevo cullato in me? Chi ero? Dove ero?
A marzo lo zio Enrico, zoologo per professione e scienziato in quanto abitante a Bologna, venne a trovare sua sorella la nonna. scienziato in quanto abitante a Bologna, venne a trovare sua sorella la nonna. Io lo intercettai e gli raccontai tutto entusiasta la storia degli alberi pieni di schegge metalliche, alberi indistruttibili.
Lo zio si accorse che era una questione personale perché mi rispose con un discorso che aveva senso anche su quel piano, quello del discorso personale. Con quei larghi denti perfetti mi disse che i primi pesci apparsi negli oceani primordiali erano corazzatissimi, provvisti di difese formidabili. Ma questo li appesantiva, quasi non riuscivano a nuotare, erano costretti a strisciare sul fondo.
Questa storia era fatta per me.
Forse avrei dovuto rinunciare alle mie difese e nuotare. Questo però lo dico ora, a quel tempo non so cosa pensai. Ricordo solo la visione potente di un pesce corazzato che avanza strisciando su un fondale che potrebbe benissimo essere l’aldilà.
Il buio si avvicina - Jan Fabre
Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza,
Il buio si avvicina. Questo ti posso dire dal mio punto di vista privilegiato, quello di uno spettatore sempre collocato ai margini, sempre confinato in uno spazio vuoto, prigioniero dentro una terra di nessuno, mi sembra di abitare continuamente una mancanza, un'assenza, e proprio per questo, abituato al deserto, leggo i segni di un lenta ma inesorabile caduta. Entrando in galleria ho guardato la prima opera che ho incontrato e subito ho fatto il confronto più meccanico e banale, quello con il teschio tempestato di diamanti di Damien Hirst (è il demone dell'analogia che dispiega la sua forza). Nell'opera di Hirst è il delirio economico a dettare legge, i diamanti mi sembrano alludere al peso delle transazioni economiche intorno al globo, instancabili, splendide, super resistenti, e le pietre luccicanti finiscono per simboleggiare la supremazia del Valore sulla Morte, trasformando tutto in un allegro carnevale pop (ma possiedono anche una freddezza geologica che mantiene quel tono cinico tanto caro all'artista inglese, come se dicesse: qui la vita non c'è mai stata).
I teschi di Jan Fabre – tutti costituiti dalle iridescenti corazze di coleotteri – sono fatti di una preziosità di natura molto diversa: essendo costituiti da resti ormai privi di vita ci mostrano il risultato di una perdita, indicano una Fine assai più vicina e preoccupante per chi osserva. Inoltre Fabre è uomo di teatro, quindi il teschio da solo non può bastare, bisogna metterlo in scena, di volta in volta fargli recitare una storia che ci spaventi in modo differente. Mi porge una frusta (quasi una promessa-conferma di dannazione) oppure tiene in bocca un uccello strappato al suo volo, immobile e mortificato. Ma il teschio forse più suggestivo è quello che porta incastonate tre pesanti chiavi che serviranno – ovviamente – ad aprire i cancelli del nostro inferno personale. La narrazione è forte ed esplicita: seguiamo le tracce di un Cavaliere Notturno in avventura. Le sculture sono armature (sempre realizzate con i coleotteri) dalla doppia funzione: corazze per difesa ma anche calchi di parti del corpo, quasi a scomporre l'unità vitale in dettagli di rara bellezza ma inutili, raggelati. Sulle pareti leggo brevi ma importanti frasi dell'artista che ribadiscono l'ossessione per la tradizione cavalleresca.
In ogni caso l'attacco non verrà da un nemico esterno, ma da una malattia ardente dimenticata nel profondo della nostra identità. Per comprendere il pericolo con cui siamo obbligati a confrontarci basta scendere poche scale ed entrare in una sala sotterranea, qui il breve film Lancelot spiega tutto. Protagonista assoluto è un cavaliere medioevale - Fabre stesso calato dentro una lucente armatura- impegnato in una dura lotta solitaria, chiuso in una cripta densa di ombre, sta combattendo contro non si sa cosa, forse contro se stesso, in una verosimile accelerazione di fatica, colpisce il nulla con la spada, con il respiro che diventa affannato. C'è un sofferto spreco di forze, disperazione, capitolazione finale. Ogni gesto è circondato da un senso di minaccia, vago e misterioso, ma non per questo meno inquietante.
Mi hanno folgorato la nettezza del disegno mentale e la chiarezza delle realizzazioni di questo artista. Mi ha stupito il dettato cavalleresco declinato in una deriva continua, in una dissipazione non controllabile, come a custodire il senso ultimo delle opere dentro un flusso di perdita poi miracolosamente concretizzato nella bellezza degli oggetti, nell'eleganza dell'orizzonte scandito, nell'assoluta aderenza di questo percorso a nessun tempo nostro contemporaneo. Arrivato all'epilogo di questa avventura mi sono trovato intrappolato dentro una magia di carattere teatrale. Gli eventi di cui sono stato testimone – metamorfosi dei corpi, pericoli, violenza, morte e ritorno in scena - sono svaniti in un facile soffio. Tanta passione sprigiona alla fine una vertigine del mai accaduto. In tale paradosso trionfano le rappresentazioni di Jan Fabre.
Jan Fabre, Knight of the Night, galleria Il Ponte, via di Mezzo 42/b, Firenze.
www.galleriailponte.com
Stefano Loria (testo)
Carlo Zei (immagini)