Le lacrime di Hosé Santiago Diaz
Quando Hosè Santiago Diaz posò il ricevitore, tre gocce di sudore gli scendevano sulle guance. Faceva molto caldo quel giorno al paese. I bambini giocavano con un pallone di stracci oltre il cortile di nonna Suarez. La stanza odorava di nafta per proteggere dalle tarme i vestiti nell’armadio
Andrea Di Marco, Core Pazzo, 1996, olio su stoffa riciclata (collezione di Sergio Tossi)
Quando Hosè Santiago Diaz posò il ricevitore, tre gocce di sudore gli scendevano sulle guance. Faceva molto caldo quel giorno al paese. I bambini giocavano con un pallone di stracci oltre il cortile di nonna Suarez. La stanza odorava di nafta per proteggere dalle tarme i vestiti nell’armadio. Sarebbero diventati un pallone un giorno, quei vestiti. Nessuno li metteva perché nessuno li aveva mai messi, e ad Hesperillo non c’era niente di più assurdo che fare una cosa per la prima volta. Tre gocce di sudore, fredde come neve al sole gli scesero sul collo. Anche della neve non v’era mai stata traccia. Un clima insolito quello di Hesperillo, che variava dal caldo torrido e asciutto, di quello che secca le piante con un unico soffio, ad uno terribilmente umido e afoso. Hosè Santiago Diaz era nato lì, in una stalla di mattoni e paglia costruita da suo padre nelle calde notti d’un luglio impietoso. In quella stessa stalla morì il padre, tre anni dopo. Fu per un attacco di cuore, così raccontava sua madre. Di Ferdinando Diaz in famiglia si parlò ben poco, ma ad Hesperillo lo ricordavano tutti come un uomo vivace, dall’animo buono e capace di imprese straordinarie. Qualcuno sosteneva che una volta avesse persino liberato dal peso di un incudine la gamba sinistra di Francisco Galvez, l’unico fabbro di Hesperillo, che infatti era stata amputata poco sotto al ginocchio. Francisco Galvez parlava sempre mal volentieri di quella sua mutilazione, per questo, quando Hosè Santiago Diaz domandò come fosse capitato, lui lo rispedì a male parole da dove era venuto, provando a calciarlo con quel suo ridicolo moncherino. Non che Hesperillo non gli piacesse, ad Hosè Santiago Diaz, al contrario, nel cortile di nonna Suarez crescevano cedri carnosi e maturi e dai giardini di tutto il villaggio si spandeva un odore inebriante di gelsomini e vaniglia. Gli uccellini cantavano, le lucertole, rosse, verdi e blu sibilavano negli incavi dei muri a secco, e la pace regnava su tutte le creature di Dio, ad Hesperillo. C’erano pochi uomini al villaggio e le donne, tutte le donne, erano a loro modo graziose, anche quando la loro bellezza sfioriva per via degli anni. Una notte sua madre gli confessò il segreto di quel prodigio. Le donne di Hesperillo, gli disse, sono così belle perché nessuna di loro ha mai pianto. Allora Hosè Santiago Diaz le domandò che cosa volesse dire piangere, e quella rispose che gli esseri umani sono come il cielo, quando, in certe stagioni, si gonfia di rabbia, compassione o rimorso, ma Hosè Santiago Diaz disse che non capiva, e si addormentò, ormai ragazzo, tra le braccia di sua madre. Di quella notte ricordava ogni dettaglio, il tetto del fienile trapuntato di stelle, le cicale gonfie di succo giallo, sparse qua e là nella terra schiantata dal sole, le mani di sua madre intrecciate tra i capelli, neri e crespi come una di quelle nuvole di cui raccontava. Ne aveva molti di ricordi Hosè Santiago Diaz e quasi tutti erano uguali tra loro. All’età di sedici anni ebbe il suo primo rapporto sessuale. Lei si chiamava Maria Do Carmo Esquivel, viveva a pochi passi da casa sua, lì dove la strada s’allarga in una valle di sassi bianchissimi, disposti in cerchie regolari e concentriche. La casa di Maria Do Carmo Esquivel, una rudimentale costruzione in legno verniciato d’azzurro, era posta al centro del cerchio più piccolo. Così composto, quel paesaggio aveva un aspetto ipnotico, sopratutto se osservato dall’altro della discesa. Lui le regalò uno strano oggetto, un colibrì di rame a cui Francisco Galvez aveva lavorato giorno e notte, con l’intento di decorare la bara di José Buendia, che all’epoca fu sindaco di Hesperillo. Morì a cinquantasette anni , Josè Buendia, travolto da un carro che trasportava bestiame. Ne aveva prodotti centoventiré, il fabbro, di quei minuscoli colibrì di rame, e Hosè Santiago Diaz pensò che uno in meno non avrebbe fatto alcuna differenza, così lo rubò e corse a perdifiato giù per la strada, verso la valle di sassi bianchissimi. Maria Do Camro Esquivel accolse l’audacia di quel gesto con una gioia smisurata. Ne fece un ciondolo e lo appese al collo, stando sempre molto attenta a non farsi notare quando passava davanti alla fucina di Francisco Galvez. In una calda giornata di giugno si decise a ricambiare quel dono magnifico che le era stato offerto con qualcosa di ancor più sacro e vincolante. All’età di diciannove anni Maria Do Carmo Esquivel dava alla luce il suo terzo figlio, Demetrio Diaz, un vero prodigio, dotato fin da piccolo di una forza straordinaria. Un miracolo che per poco non le costò la vita, a Maria Do Carmo Esquivel. Anche Demetrio Diaz nacque nella stalla dove, anni addietro, Hosè Santiago aveva gridato al cielo per la prima volta. Tutti al villaggio dicevano che il bambino somigliava più al nonno che al padre. Di questa somiglianza Hosè Santiago Diaz andava molto fiero, anche se non riusciva a spiegarsi il perché di tanto orgoglio. Forse, a riempirgli l’animo di gioia, era la speranza che attraverso il figlio avrebbe potuto conoscere suo padre. Si sentiva ridicolo a pensare certe cose, ma questo non bastò a sminuire la sua felicità. Tre figli, tre gocce nella sierra arida e silenziosa che circonda Hesperillo da ogni lato. Fu quando Demetrio Daiz venne alla luce, che Hosè Santiago vide sua moglie piangere e quella fu la prima e l’ultima volta. Pensò a quello che sua madre gli aveva raccontato a proposito delle donne di Hesperillo, mentre Maria Do Carmo Esquivel urlava e si dimenava in preda alle doglie. Ma anche ‘sta volta non riuscì a capire il significato delle lacrime. Vero è che il corpo di Maria Do Carmo Esquivel cominciò ad appassire. Il rame giallo della sua carne si spense, si fece cupo e grigio, il suo odore divenne acido, i seni si svuotarono, i capelli si fecero stopposi, sgraziati, come lanugine d’ ombra. Ai suoi tre figli, Hosè Santiago Diaz insegnò tutto ciò che sapeva su come affettare i cactus senza ferirsi, catturare lucertole e pappagalli, accendere il fuoco e far tacere le cicale con un solo schiocco della lingua. I tre ascoltavano avidamente gli insegnamenti del padre. Appresero in fretta e i ricordi di Hosè Santiago Diaz, che erano tutti uguali tra loro, divennero anche i ricordi dei suoi figli. Ad Hesperillo la vita proseguì senza sorprese e i tre bambini crebbero calciando palloni di stracci e guardando la sierra riarsa dai tramonti dell’ovest e i dolci crepuscoli in cui il caldo s’ acquietava un poco e la polvere rossa s’alzava come un grosso rapace di sabbia, per poi ricadere sconfitta sul crinale di qualche montagna. Dalla madre i tre impararono ad intrecciare ceste di vimini e gabbie, a far suonare verdi foglie di canna poggiandole appena sul labbro inferiore, a lavorare la manioca per trarne farina e poi focacce bianche e profumate. Quando il padre di Maria Do Carmo Esquivel morì, la famiglia si trasferì nella casa al centro della valle di sassi, lustri e levigati come grosse uova di rettile. Non fu semplice per Hosè Santiago Diaz provvedere al sostentamento della moglie e dei tre figli. In quel periodo Maria Do Carmo Esquivel soffriva molto. Per via dell’ultimo parto, grosse varici viola le si diramavano su entrambe le gambe costringendola a letto per lunghi periodi. Anche il carattere non era più quello di una volta, s’era inasprita, dormiva moltissimo e aveva poco appetito. Se in un primo momento era difficile vederla sorridere, da un certo punto in poi fu impossibile. Ad Hosè Santiago Diaz sembrò che fosse l’unica donna del villaggio a sfiorire a quel modo, ma non smise mai d’amarla, poiché ad Hermosillo non v’era niente di più assurdo che smettere di fare qualcosa. Fu così che Hosè Santiago Diaz si trovò costretto a trovare un impiego. Nonna Suarez gli propose di raccogliere i cedri del suo giardino quando questi fossero maturati, Francisco Galvez di assisterlo al mantice quando il lavoro era troppo per sbrigarlo da solo, Estrella Martinez di badare a suo padre, malato ormai da tempo immemore. Di quest’ultimo lavoro Hosè Santiago Diaz si vergognava moltissimo. Non era certo un impiego adatto ad un maschio quello, ma i suoi doveri di padre e marito, a confronto, richiedevano una virilità maggiore di quella che sacrificò per badare al vecchio Martinez. Il vecchio, lui, non parlava mai, respirava soltanto, attraverso il lenzuolo di cotone e la canicola spessa che trovava sempre il modo d’insinuarsi nella stanza, mista all’odore dei cedri, della vaniglia e del gelsomino. Ogni giorno doveva lavarlo e girarlo su un fianco, per impedire alle piaghe d’infierire sul corpo del moribondo. Josè Martinez era stato un buon amico di suo padre, ma quando Ferdinando Diaz era morto egli si trovava a parecchie miglia di distanza da Hesperillo. Tornò una notte con i vestiti laceri e uno strano odore addosso, un aroma pungente e ferroso che Hosè Santiago Diaz non aveva mai sentito prima. Le donne del villaggio gli corsero incontro per soccorrerlo. Lo fecero stendere su un letto di foglie di palma, che sua madre aveva intrecciato giorno e notte, convinta che qualcuno prima o poi ne avrebbe avuto bisogno. Era ferito e sanguinava e quello fu il secondo ricordo indelebile e diverso da gli altri che Hosè Santiago Diaz ebbe della sua vita. Da quella notte il vecchio non si riprese più. Spesso lo si poteva udire mentre farneticava rivolto al soffitto, con gli occhi fissi e sbarrati che hanno alcuni pesci di fiume quando vengono issati fuori dall’acqua e lasciati morire al sole. Ma il vecchio non moriva, poiché la morte è alla base d’ogni cambiamento e ad Hesperillo non c’era modo di cambiare. Nessuno riuscì a capire che cosa gli fosse accaduto, anche se gli anziani del villaggio si ritirarono nella capanna sull’altopiano per tre giorni e tre notte, discutendo sui provvedimenti da prendere. Quando tornò al villaggio, Josè Martinez aveva un grosso sacco con sé, il quale gli fu requisito e poi restituito al termine dell’assemblea sull’altopiano. Anche quel sacco era sporco di sangue. Il pesante armadio che il vecchio aveva in camera da letto conteneva proprio quegli indumenti che aveva trascinato nel sacco per miglia e miglia, finché non aveva fatto ritorno, mezzo morto, al villaggio. Qualcuno li vide, prima che venissero sigillati dietro le pesanti ante dell’armadio e andò a riferire a tutto il villaggio che di vestiti così complessi e colorati non se n’erano mai visti ad Hesperillo. Ma la curiosità non ebbe mai il sopravvento sul timore della novità. In fondo si trattava soltanto di indumenti, per quanto belli potessero risultare, la loro utilità non era diversa da quella che già avevano le tradizionali vesti di lino e cotone, che gli abitanti del villaggio indossavano. Ci aveva provato un giorno Hosè Santiago Diaz a sbirciare dentro quell’armadio, ma gli era bastato toccare appena la chiave perché il vecchio si svegliasse e prendesse a mugolare come un ossesso. Dopo il ritorno di Josè Martinez al villaggio la gente prese a mormorare. In giro si cominciarono a sentire strane storie. Qualcuno sosteneva che il sacco di Josè Martinez contenesse molto più di quattro stracci variopinti e ben ricamati, ma nessuno riuscì a determinare con esattezza il contenuto. Alcuni incolparono gli anziani d’aver sottratto il tesoro con l’intenzione di tenerlo per sé. Ma nessuno aveva beni propri ad Hesperillo, men che meno gli anziani, che vivevano in uno stato di assoluta povertà, in capanne di pelli e corteccia, alla base dell’altopiano. Questi predicavano il digiuno, l’astinenza e l’eremitaggio, non per sentirsi più vicini a Dio, ma per essere più simili all’ uomo, quando è ancora bambino, puro e libero da condizionamenti esterni. Il contenuto del sacco doveva dunque essere stato nascosto da qualche parte. La voce fece il giro di tutto il villaggio. Per non insospettire gli altri abitanti ci fu chi indusse i propri figli a scavare fosse profonde almeno mezzo metro nei punti più strategici e meno in vista di Hesperillo, così, giusto per gioco, per imitare le talpe e i lombrichi e fuggire il caldo torrido. Nel giro di pochi giorni le strade di Hesperillo erano ridotte ad un colabrodo. Il villaggio sembrava una luna coperta di sabbia rossastra. Nessuno trovò quello che stava cercando, anche perché nessuno sapeva cosa dovesse cercare. Il tesoro poteva essere lì, sotto il loro naso, ma come fare a riconoscerlo? Non v’era una persona in tutto il villaggio ad averlo visto con i propri occhi, anche se in molti si ostinava a sostenere il contrario. Uno dopo l’altro gli abitanti di Hesperillo si videro costretti a desistere e a ricoprire le grosse buche che i bambini avevano scavato, fingendo di rimproverare i figli per evitare brutte figure. Fu così che la storia del tesoro di Josè Martinez venne gradualmente dimenticata e la gente smise di interessarsene una volta per tutte. Il giorno in cui Hosè Santiago Diaz posò il ricevitore e sentì tre gocce di sudore scendergli sulle guance e sul collo, Josè Martinez s’era addormentato da poco. Erano circa le quattro di un pomeriggio straordinariamente caldo, i cedri di nonna Suarez si tenevano stretti il loro profumo, perché di vento non ce n’era. Morirono sei muli quel giorno per via dell’afa, e una donna si sentì male e cacciò un grido terribile. Hosè Santiago Diaz lo sentì, quel grido, venire dalla strada e sovrastare gli schiamazzi dei ragazzi, intenti a rincorrere la loro palla bitorzoluta, ma non poté accorrere, poiché il suo dovere era di vegliare il vecchio. L’aveva appena lavato e girato e si lasciò cadere esausto su una vecchia sedia di corda intrecciata, nella penombra della stanza. Ogni gesto comportava uno sforzo sovrumano, l’aria doveva essere spinta con forza fuori dai polmoni e spesso lo costringeva a tossire. La stanza di Josè Martinez era spoglia, totalmente priva di orpelli. Niente su cui posare lo sguardo, niente in cui trovare conforto, una qualche distrazione dalla noia che puntualmente lo assaliva una volta terminate le sue mansioni. La noia, lei, deve vivere proprio qui, nella camera da letto di Josè Martinez, pensò Hosè Santiago Diaz. Era sul punto di addormentarsi, o di svenire, con la camicia di lino che gli si appiccicava alla schiena e alle ascelle, quando uno strano suono catturò la sua attenzione. Somigliava al canto di certi uccelli, quel suono, era acuto e vibrante. Hosè Santiago Diaz trovò che avesse qualcosa di sinistro, ma anche di fastidioso ed esasperante. Corse alla finestra e perlustrò la strada con sguardo attento, tendendo l’orecchio dentro l’incavo della mano. Ma il suono non veniva da fuori. Ricacciò la testa nella stanza e si sforzò di ascoltare meglio. Il suono cessò per qualche istante, poi riprese con la stessa prepotenza di prima. Lo seguì, con molta cautela, mettendo un piede avanti all’altro, poggiando prima la punta e poi il tallone. Si avvicinò al letto del moribondo. Che fosse Josè Martinez ad emettere quel suono? Avvicinò la testa al petto del vecchio ma il rumore non cambiò, allora si abbassò ancora e scese giù giù, fino al pavimento, dove la coperta ricadeva con un’onda morbida e bianchissima. Da quella posizione il rumore era più intenso. Hosè Santiago Diaz se ne sentiva irrimediabilmente attratto. Per quanto ne fosse spaventato non riusciva a smettere di cercarlo. Sollevò il lenzuolo e si sdraiò su un fianco per sbirciare meglio sotto al letto. Fu allora che la vide, la sorgente di quel rumore tanto insistente. L’oggetto somigliava ad una pesante scatola di metallo, gli sembrava scintillasse, anche se immerso in quel buio così fitto era impensabile che la luce potesse raggiungerlo. Lo tastò con una certa diffidenza, poi lo tirò a sé per osservarlo alla luce. Mai in vita sua s’era trovato ad avere a che fare con un tale prodigio e come biasimarlo, del resto nessuno degli abitanti di Hesperillo aveva mai visto un telefono. Nessuno tranne il vecchio Josè Martinez, che Hosè Santiago Diaz si apprestò subito ad interrogare sulla natura di quell’oggetto. Cos’è?! Che cos’è, signore?! Domandò che quasi gridava, la prego, me lo dica! Ma Il vecchio non rispose. Hosè Santiago Diaz poggiò nuovamente l’orecchio sul petto del vecchio, allora estrasse un fazzoletto logoro e sfibrato dalla tasca dei pantaloni e lo adagiò sul viso dell’uomo. Così facendo dissipò ogni dubbio, José Martinez era morto. Hosè Santiago Diaz non si scompose, la sua attenzione era tutta protesa verso l’oggetto misterioso che aveva trovato sotto il letto del vecchio. Fece per tirarlo a sé, ma notò che un lungo filo bianco, come la coda di un roditore, lo teneva ancorato al muro. Convenne che fosse più saggio non forzarlo, temeva di romperlo. Si sedette a terra, di fianco al letto su cui giaceva la salma di Josè Martinez. Ad una seconda occhiata notò che ’apparecchio era quasi completamente nero, fatta eccezione per alcuni dettagli, che aveva un cerchio al centro e su quel cerchio tanti altri piccoli fori simili ad occhi spalancati su dieci numeri. Non fece in tempo a proseguire la sua analisi che quel marchingegno riprese a squillare. Per lo spavento fece un balzo e quello gli cadde dalle mani e si divise in due parti. Hosè Santiago Diaz credette di averlo rotto e si sentì molto triste e terribilmente in colpa. Sperava di mostrarlo anche a Maria Do Carmo Esquivel e ai suoi tre figli, ma era stato stupido ed incauto e adesso non c’era più nulla da fare. Fece per alzarsi da terra, quando udì la voce di un uomo gridare, pronto! pronto! Generale Martinez, mi sentite?! La voce proveniva da quell' apparecchio assurdo, Hosè Santiago Diaz non aveva dubbi. Pronto! Generale! La voce continuava a ripetersi, e Hosè prese coraggio, perché le cose che si ripetono non erano temute da nessuno ad Hesperillo. Chinò la testa verso l’oggetto ignoto, come un cane che beve da una ciotola e grido, pronto! emulando la voce severa che gridava dentro l'apparecchio. Che quest’ uomo sia veramente imprigionato qua dentro? Si domandò, e fece per interrogare direttamente la voce, ma quella non gliene diede il tempo. L’abbiamo trovato signore, ma non c’è stato niente da fare, disse l’uomo cambiando tono, il colonnello Ferdinando Diaz è morto questa mattina, all’alba, gli hanno sparato un colpo alla testa. Lei è l’unico sopravvissuto del reggimento di Hesperillo, signore. La salma dovrebbe aver già raggiunto il villaggio. L’umo si congedò con parole di cordoglio e il telefono non squillò più. Hosé Santiago Diaz fece altrettanto, con una naturalezza tale che sembrava non avesse maneggiato altro che telefoni in vita sua. Fu allora e solo allora che tre gocce di sudore freddo e cristallino gli scesero sul viso. Si sentì mancare. Non riusciva a capacitarsi di ciò che era appena successo. Gli sembrò che la stanza si restringesse, che diventasse angusta e nera come la tana di un serpente. Gli parve che il cadavere di Josè Martinez emanasse una puzza insopportabile, gli venne da vomitare e si portò una mano alla bocca e prese a morderla per la rabbia, poi si rivolse al vecchio avvolto in quel sudario aspro di succo di cedro e fuliggine, provò a dire qualcosa, ma non trovò le parole. Terrorizzato corse fuori dall’abitazione, lasciando le porte spalancate al suo passaggio. Con la gola secca, bruciata dal caldo inflessibile, provò a gridare il nome di sua moglie, ma produsse un suono frivolo e acerbo, una voce di bambino. La sabbia gli entrava nei sandali, nella camicia di lino e poi su, fin dentro le narici, per riempire gli alveoli di tarsie rosse. Attraversò il villaggio di Hesperillo in quello stato, senza accorgersi dell’anomala condizione di desolazione in cui versava. La strada era deserta, i bambini avevano smesso di calciare il pallone, i vecchi di consultare le carte e giocare a gli scacchi sotto i glicini, le vedove di curare i giardini e accudire gli animali domestici. La campana suonò due rintocchi. Qualcuno deve aver trovato il cadavere di Josè Martinez, pensò Hosé Santiago Diaz, mentre correva a perdifiato col deserto in gola. Sognava di riabbracciare sua moglie al più presto e di liberarsi la coscienza dal peso opprimente di quel sortilegio cui aveva assistito. La strada cominciò a restringersi, pronta a tuffarsi nella vallata di sassi bianchi, lì dove era casa sua. Tutta Hesperillo aveva smesso di respirare, incluso Hosè Santiago Diaz, cui il fiato prese a mancare, finché non ne ebbe abbastanza per continuare. Allora poggio le mani sui fianchi, stremato per lo sforzo. Rughe ampie come ali gli si scolpirono in fronte. Si asciugò il sudore con la manica della camicia. In quella posa molle, fermo sull’orlo del dosso, udì una voce profonda e cupa pronunciare le seguenti parole: Mario Garcia, Pedro Rodriguez, Benito Hernandez, disse la voce. Hosè Santiago Diaz trovò la forza di avanzare ancora qualche passo, quanto bastava per scoprire il dosso. Un plotone di uomini in uniforme cerulea sfilava in rassegna davanti a casa sua, in fila retta, attraverso gli anelli di sassi bianchi e concentrici. Quattro di loro sorreggevano un feretro all’altezza della spalla, mentre un quinto soldato scavava una fossa. Ven’ era infine un sesto, il quale chiamava quei nomi che Hosé Santiago Diaz non aveva mai smesso di udire, mentre scendeva nella valle. Antonio Flores, Pablo Jiménez, Miguel Gomez, continuò a scandire la voce. Quei nomi li conosceva bene, Hosé Santiago Diaz. V’era un tempo in cui non era difficile sentirli risuonare per le strade di Hesperillo, pronunciati da voci di donna tenere, appassionate, furiose, isteriche, accorate. Ma di quel tempo ormai nessuno ricordava più niente. Adesso quei nomi tornavano, scanditi dalla voce arida d’un miliziano con la blusa sbiadita, che ignorava pressappoco ogni cosa di Hesperillo e dei suoi abitanti. Il feretro venne calato nella fossa. Seguì una lunga pausa. Ferdinando Diaz, disse allora il soldato con voce arida, appuntò il nome su un taccuino nero come la notte, e si tolse il cappello in segno di cordoglio. Vennero sparati tre colpi in aria e il cielo l’ ingoiò. Poi, su quei nomi, scese il silenzio, e sulla valle di sassi bianchissimi, e sulla sierra che era una scacchiera di orme e di ombra. Quel giorno il reggimento di Hesperillo spariva sotto un metro di polvere rossa, e il viso di Hosé Santiago Diaz si bagnava di lacrime per la prima volta.
Tommaso Ferrara
Tommaso Ferrara è nato a Firenze nel 1991. Nel 2011 ha vinto il premio Mario Luzi nella sezione dedicata agli studenti. Attualmente studia a Torino sceneggiatura e regia cinematografica.
P.I.llole
Il suono metallico della sveglia infranse il muro sottile del suo sonno agitato e la riportò a contatto con la realtà. Ore sei e sedici minuti. Era tempo di alzarsi, lavarsi, pettinarsi, fare colazione e andare al lavoro.
Fotografia di Bärbel Reinhard
Il suono metallico della sveglia infranse il muro sottile del suo sonno agitato e la riportò a contatto con la realtà.
Ore sei e sedici minuti.
Era tempo di alzarsi, lavarsi, pettinarsi, fare colazione e andare al lavoro.
Era la Banca che, gestendo il suo P.I., profilo di indebitamento, provvedeva automaticamente a calcolare l’ora precisa alla quale avrebbe dovuto svegliarsi ogni mattina. In tal modo la sua giornata lavorativa avrebbe potuto essere abbastanza lunga da permetterle di portare a termine regolarmente il pagamento rateale della lavastoviglie, della nuova automobile, del frigorifero a crioregolazione variabile, del nuovo computer e delle cure farmacologiche.
La donna si sedette sul letto. Esausta.
Aprì una confezione di pastiglie blu pervinca e ne inghiottì una velocemente. Era un nuovo ritrovato dell’industria farmaceutica per combattere la sindrome da stanchezza cronica. Capitava spesso che chi si trovava nella condizione di dover lavorare alcune ore più dell’orario normale fosse afflitto da questo disturbo. Fortunatamente studi recenti avevano messo a punto un rimedio farmacologico che consentiva di superare l’impasse e di affrontare la giornata efficientemente.
Guardò suo marito che dormiva ancora, nel letto accanto. Lui avrebbe avuto dodici minuti supplementari di sonno a disposizione.
Si ricordò che doveva ordinargli le iniezioni per la sindrome da sottoesposizione alla luce solare. Il fatto che passasse tutte quelle ore in un ufficio illuminato da una luce artificiale era una cosa che non poteva far bene alla salute. Lo dicevano gli esperti. Registrò un rapido appunto sulla sua agenda elettronica vocale.
Si alzò e camminò in punta di piedi fino alla stanza da bagno. L’esaminatore di urina del water le comunicò che i parametri erano accettabili, il che le provocò un po’ di ansia, perché, comunque, non si può mai avere l’assoluta certezza di essere in salute. Soprattutto adesso, che sentiva in gola il sapore acre dell’angoscia per l’occasione perduta.
Lei e George erano stati all’Agenzia il giorno prima. Avevano sperato di potercela fare, che la Banca avrebbe concesso loro almeno una settimana di vacanza. Una settimana sola. Era dal 2024 che non ne facevano. Avrebbero concluso il pagamento delle rate della lavatrice nel giro di tre mesi e quelle del frigorifero entro i prossimi cinque. E sì, senza dubbio avrebbero saldato almeno queste due voci del bilancio e forse sarebbe rimasto qualcosa anche per una cena fuori.
L’agente bancario aveva impostato dei dati sul computer, per ricalcolare il P.I. e riprogrammare un piano di rateizzazione. Sarebbe costato cinque minuti di sonno in meno al giorno, per tre anni e due mesi.
Accettabile.
Però, nel frattempo, forse ce l’avrebbero fatta ad uscire a cena una sera. Avrebbero lasciato i bambini dai nonni e loro sarebbero andati a quel piccolo ristorante sul lago, dove si erano conosciuti sette anni prima. Sarebbe stato importante farlo, perché un enorme numero di studi psicologici diceva che il settimo anno di matrimonio è quello più a rischio. È l’anno delle separazioni. L’anno della sindrome da assuefazione reciproca, quando ormai l’entusiasmo iniziale di una relazione è superato e il subentrare dei problemi quotidiani può minare la solidità della coppia. E Dio solo sa se la loro coppia aveva bisogno di solidità. Erano già tre mesi che George prendeva delle pastiglie per evitare l’insorgere della sindrome da insoddisfazione sessuale. Era una sindrome molto diffusa e la sua amica Magda ci aveva avuto a che fare con tutti e tre i suoi mariti.
Era successo invece che la maestra di John li aveva fatti chiamare. Aveva detto loro che il bambino risultava piuttosto agitato e distratto negli ultimi tempi, così l’aveva sottoposto al test per l’ADHD, la sindrome da iperattività, disattenzione e difficoltà di apprendimento. Il neuropsichiatria lo avrebbe esaminato in giornata per confermare o meno la diagnosi. Una fitta di angoscia le attraversò il petto all’improvviso provocandole un conato di vomito. Se il dottore avesse diagnosticato la sindrome gli avrebbe sicuramente prescritto una cura, mandando così in frantumi tutti i calcoli fatti fino a ieri.
Il loro P.I. avrebbe dovuto essere ricalcolato da capo.
Sarebbero stati svegliati un quarto d’ora prima ogni mattina, sia lei che George, e la vacanza avrebbe aspettato chissà quanto tempo ancora. Del resto non poteva certo rifiutarsi di far curare il bambino ed essere magari accusata di negligenza nei confronti dei bisogni educativi ed emotivi di suo figlio. Lei amava il suo cucciolo e ringraziava Dio che al giorno d’oggi ci fossero tutte queste possibilità per mantenersi sempre in salute. Voleva che suo figlio fosse protetto dalla pressione e dalla minaccia che le esperienze della vita rappresentavano. Sfide impreviste e traumatiche, alle quali lui, forse, non avrebbe saputo far fronte. Ed era contenta che la scuola cercasse di migliorare il benessere e la salute mentale dei bambini.
Frustrazione, crimine, disoccupazione e caos sono il prodotto di un cattivo sistema educativo.
Aprì l’armadietto per cercare la crema da giorno. Si fece strada fra gli innumerevoli flaconi multicolori di integratori e vitamine. Ne inghiottì soprappensiero un paio qui e là, ma il nodo che sentiva nello stomaco ancora non accennava a sciogliersi.
Guardò al di là del vetro leggermente opaco della finestra del bagno. Fuori il sole stava per sorgere in tutto il suo smagliante splendore primaverile. Sarebbe stata una giornata meravigliosa, peccato dover stare rinchiusi in ufficio fino al tramonto.
Sospirò cercando di calmarsi mentre spalmava generose ditate di crema sul viso.
Quello di cui avrebbe avuto veramente bisogno in quel momento, pensò, sarebbe stata una bella pastiglia per sedare la sindrome da pagamento della rate.
Solo che, ne era certa, non avrebbe assolutamente potuto permettersela.
Aldo Quario
Dodici anni fa
Adesso abitano appena fuori città, in una frazione in collina sopra Firenze. La casa è grande, una villetta ottocentesca su due piani. C’è un garage, un giardino, una piscina rivestita di mattonelle bianche e azzurre con l'impianto di depurazione.
fotografia di Alberto Conti
Adesso abitano appena fuori città, in una frazione in collina sopra Firenze. La casa è grande, una villetta ottocentesca su due piani. C’è un garage, un giardino, una piscina rivestita di mattonelle bianche e azzurre con l'impianto di depurazione. Possiedono due auto, un cane, molte scarpe ciascuno. Bianca lavora in centro, nel negozio dei suoi genitori, Matteo ha aperto con due soci uno studio di architettura in Via degli Alfani. Spesso pranzano insieme, loro due soltanto, nei locali frequentati da fiorentini. Quando escono passano davanti alle vetrine dei negozi alla moda senza guardarle, ogni tanto si cercano con le mani e si sorridono.
Non mi avvicino mai troppo al bordo, anche se mi piace stare vicino al senso della caduta. In estate spesso tiro su il risvolto dei pantaloni e cammino a piedi scalzi, per sentire l'erba umida e fresca. Tengo le scarpe con la mano destra, infilandoci dentro l’indice e il medio, le faccio penzolare mentre passeggio. Vengo spesso su questo spuntone di erba e roccia, sempre di mattina presto. Oltre il bordo, un fosso scosceso e ripido rovina verso la città. A volte mi fermo in un punto da cui posso sovrastare quello che c’è sotto e lascio che ritorni quel pomeriggio sporco e polveroso di dodici anni fa.
Ogni sabato escono a cena con amici, in ristoranti di buon gusto. Ordinano assaggi di antipasti ricercati e poi carne cruda. Matteo, pesce, quasi sempre sogliola, Bianca. Bevono vino da bicchieri a calice molto grandi, raramente prendono un dolce, soltanto lui ordina il caffè, che beve amaro. Lei inghiotte il cibo triturandolo appena, tenendo le mandibole quasi immobili. Sorride a tutti, parla con calma e con le mani ogni tanto sottolinea le frasi degli altri. Porta i capelli legati, un filo di perle al collo. Lui si accosta per primo al tavolo e si siede sempre nel punto meno illuminato. Quando sa di essere osservato, muove la testa di lato con uno scatto brusco e fa cadere i capelli sulla guancia sinistra. In parte ha coperto il segno del taglio su quel lato del viso lasciando crescere la barba. Quando fa così lei alza sempre un po’ la voce, per attirare l’attenzione su di sé.
Stamani il sole è già forte e alto, sono fermo sul bordo polveroso del precipizio, sotto di me c’è un vuoto azzurro, il cielo steso sotto il dirupo. Sono qui da più tempo del solito.
Li ho visti insieme, in quel pomeriggio aspro. Non ho pensato niente di preciso, ho sentito la pancia svuotarsi e piegarsi in dentro. Lui stava ridendo, con una smorfia gonfia. Si è toccato i capelli per sistemarli, portandoli indietro. Stavo scendendo dal motorino e quasi cadevo, mi sono appoggiato al muro con la spalla. Lei si è fermata quando mi ha visto, sembrava una centometrista appena dopo il traguardo. Mi guardava come se stesse controllando il tempo della sua corsa. Non smetteva di fissarmi, col respiro affannato che le alzava il petto. Non avrebbe cercato altri traguardi, quello appena fatto sarebbe rimasto il suo tempo migliore.
Ho provato vergogna e un insopportabile senso di ridicolo. Qualche giorno prima mi aveva detto qualcosa a proposito di ricominciare da zero, ognuno per proprio conto, da allora non rispondeva più al telefono.
Erano usciti insieme da quella trattoria che a lei piaceva tanto, dove ero andato a cercarla, dove speravo di trovarla. Stavano a braccetto, lei poggiava anche l'altra mano sul braccio piegato di lui, dal gomito le pendeva una borsa di cuoio martellato e un sacchetto di carta rosa molto elegante. Era chiuso con un nastro rosso, come si fa con i regali importanti.
Sbagliavo quasi sempre i rigori, nel campetto dietro la chiesa. Nonostante questo, gli altri me li facevano tirare e io non mi rifiutavo mai. Calciavo il pallone con poca forza e li sbagliavo, tutti sapevano che li avrei sbagliati. Provavo vergogna e un insopportabile senso di ridicolo, ma non mi sono mai rifiutato di tirare un rigore, mai, neppure una volta, che io ricordi.
Così è stato anche quel pomeriggio. La voce mi si è chiusa in un urlo che non è uscito, ho stretto qualcosa di pesante nella mano destra e correndo l'ho colpito. Ho sentito il rumore di un corpo vivo che si spacca e si squarcia. Lei ha urlato e ha aperto così tanto gli occhi. Ho lasciato cadere a terra la catena che usavo per chiudere il motorino, il mio braccio destro era completamente macchiato e sembrava intorpidito. C’era odore di un liquido caldo e dolciastro. Il suo sacchetto di carta rosa era rimasto pulito, sembrava ancora un regalo, ma meno importante adesso.
Non gli ho mai chiesto scusa, neppure a lei. Poi è successo quello che succede dopo in questi casi. Non mi hanno più rivisto, non mi sono fatto vedere mai più.
Sauro Venturini Degli Esposti
Sauro Venturini Degli Esposti è nato nel 1964 a Prato, lì è cresciuto, vive e lavora come avvocato. Le sue giornate trascorrono tra affetti in evoluzione, lavoro, passioni, pedalate e molte parole. Alcune lette, altre scritte, a volte per sé, a volte per gli altri. Collabora con la rivista pratese A Few Words.
No regresa coyote
Visto che ero un disastro per quanto riguarda gli aspetti pratici della vita, Diana si deluse che fossi creativo. Quando andò a rotoli l’ennesimo lavoro che mi aveva combinato, non mi buttò fuori di casa. Mi disse di Sandpaper Studio.“Il marito di una collega ha imparato a disegnare mentre era tra lavori,” disse Diana. “Per cinque dollari ci puoi passare l’intero pomeriggio.”
Visto che ero un disastro per quanto riguarda gli aspetti pratici della vita, Diana si illuse che fossi creativo. Quando andò a rotoli l’ennesimo lavoro che mi aveva procurato, non mi buttò fuori di casa. Mi disse di Sandpaper Studio.
“Il marito di una collega ha imparato a disegnare mentre era tra lavori,” disse Diana. “Per cinque dollari ci puoi passare l’intero pomeriggio.”
“Che bello,” dissi, ma mi sembrava di aver sentito le prime note della sinfonia Devi sloggiare.
“È solo un’idea. Potresti provare.”
Sandpaper Studio era giù a SoHo.
A quell’epoca era una spettrale ex-zona industriale urbana. Trovai il posto. Scesi delle scale al buio. Poteva essere un teatro underground. Forse di notte lo era. La matrona che leggeva un giornale e beveva caffè si presentò: Minerva.
“Sei in anticipo,” disse, ma chiaramente non era un problema. “Mettiti dove ti pare.”
Materiali nuovi di zecca sono il segno del principiante. “Lascia stare quella roba, per ora,” disse Minerva. “Cominciamo con matita e carta di giornale.”
Me le diede: cose abbandonate da allievi che avevano mollato.
“Lezioni private con me sono cinque dollari l’ora, durante la sessione.”
Arrivò altra gente. Sistemarono cavalletti come professionisti.
La modella ritardava. Gli artisti si disegnarono fra di loro, tamburellarono con le matite. Minerva mi chiese da quanto tempo ero disoccupato.
La modella arrivò. Forse non era la donna più grassa della città. La sala si animò: Ehi, Juno!
fotografia di Bärbel Reinhard
La palestra dell’Olimpo era uno scantinato a SoHo.
Juno emerse nuda da dietro il separé pseudo-giapponese e montò sul palco. Mise un piede su una cassa di legno e si trasformò nella Nike della cellulite.
All’università i corsi di storia dell’arte erano sonnolente proiezioni di diapositive, sfilate di fotoni che rappresentavano nobildonne egizie, pupe romane, la sorella di Napoleone, Jackie O.
Da Ingres a Braccio di Ferro ai protouomini del Neandertal che sputavano fuliggine sulle mani per lasciare segni della loro esistenza. Chi siamo? Quelli che occupano le caverne degli orsi. Per noi il fuoco è una cosa fantastica. Questi sono gli animali che ci piace mangiare, quegli altri li lasciamo stare perché ci sbranerebbero. Da dove veniamo? Per quanto ne sappiamo, siamo sempre stati qui. Dove andiamo? Da nessuna parte, finché quella tigre dalle zanne a sciabola resta in agguato alla bocca della grotta.
La modella Juno alzò il braccio per afferrare una banana immaginaria da un’invisibile palma. Protesse il poppante dalle frecce dei spartani. Si congelò in un passo di danza per celebrare il ritorno della primavera.
Il pomeriggio passò.
“Allora, sono cinque per la sessione,” disse Minerva, “e dammene altri due per il blocco. La matita te la regalo. Comprati una gommapane per la prossima volta.”
“Quand’è la prossima volta?”
“Quando vuoi. E se vuoi un consiglio, prenditi una lezione. Ti insegno le ossa.”
“Le ossa?” A raggi X, le mie mani scheletriche si estesero verso le costole della mia fidanzata, una gabbia cartilaginosa attorno al suo tenero cuore.
Minerva mi guardò materna. “Le ossa sono l’essenza del disegno,” disse.
“Allora fremo dalla voglia di conoscerle tutte.”
Gli artisti rimasero a chiacchierare. Sembrava una scena d’imbrocco. Forse Diana mi aveva dato il volantino per dire: trovati un’altra cretina romantica. Uno di loro esponeva in una galleria della 57ma Strada. Figurava nelle riviste che Diana portava a casa, cronache di come vivono quelli che prendono sul serio la vita.
L’armadietto dello studio conteneva scheletri umani. Quando Minerva fu soddisfatta che l’ossatura di base l’avevo captata, mi sguinzagliò su un’altra modella, una hippie spigolosa dalle folte ascelle.
Questa figlia dei fiori in kimono chiese di vedere i miei schizzi. Sembrava infrangere un tabù. Sei qui per spogliarti e metterti in posa. Non hai il diritto di ispezionare ciò che ispiri. Ma non c’erano regolamenti affissi.
Sfogliò il blocco. “Proprio come pensavo,” disse, ma non disse ciò che aveva pensato. Chissà quanti sfigati disoccupati avranno trascorso pomeriggi allo Sandpaper Studio per sbirciare donne nude.
Passarono mesi. Ogni tanto portavo a casa un disegno che consideravo finito. Donne nude, più che altro.
Diana li portò dal corniciaio. “Ti devi prendere sul serio,” disse. “Almeno prova.”
Di solito è quando qualcuno mi dice prova che combino i peggiori disastri.
Minerva mi chiese se avrei fatto da modello in cambio di denaro, sessioni e lezioni gratis. “Hai un’ossatura difficile,” disse.
La parte difficile sarebbe stata mettermi nudo davanti a gente abituata a vedermi in jeans. “Potrei provare,” dissi.
“Puoi cominciare domani. Portati un kimono, se ce l’hai.”
Ce l’avevo. Non dissi nulla a Diana del nuovo lavoro di modello.
Ero nervosissimo. Gli altri modelli erano superdotati. Si mettevano in posa per puro esibizionismo. Ma era troppo tardi per ritirarmi.
Minerva aveva il dono divino di leggere nei pensieri, o forse era solo l’intuito femminile, che alla fine sono la stessa cosa. “Respira regolarmente,” disse. “Fai fluire sangue al pene.”
Forse era stato un uomo, in una vita precedente. Vidi volti barbuti di oligarchi ateniesi dietro i suoi occhiali quasi smerigliati.
Posare nudi non è un gioco.
A fine sessione non applaudì nessuno, ma nemmeno fischiarono. Il celebre artista mi chiese in prestito il kimono nero. Lo voleva dipingere.
“Vuoi dire, lo imbratterai di vernice?”
“Sto facendo una serie di ritratti di accappatoi, e quel giaccone giapponese è la giusta nota sincopata per completarla.”
Glielo passai. “Mi servirà mercoledì prossimo.”
Dovevo chiedergli soldi, pensai, non appena fu troppo tardi. Forse mi avrebbe dato uno schizzo preliminare che potevo vendere da Sotheby’s.
Sarà bello essere un artista di successo, sapere che il tuo lavoro dà piacere alla gente, che aggiunge significato alle loro vite.
Minerva mi diede sempre più appuntamenti. Mi mostrò libri di scultura per suggerirmi pose da imitare: il gallo morente, Orazio al ponte, Saturno che divora i figli. Mi mise in contatto con scuole di arte, istituti, accademie. Divenne più o meno un impiego a tempo pieno.
Confessai a Diana come passavo veramente i pomeriggi, mentre lei faceva carriera in pubblicità. Era felice che avessi trovato da lavorare, ma sembrò delusa. “Dovresti continuare invece,” disse. “Sei bravo.”
Aveva appeso disegni incorniciati in strane postazioni nel monolocale, da cui si scorgevano i grattacieli della 57ma Strada. Poteva sembrare interessante a qualcuno venuto da fuori, ma non volevo che quelle cose mi guardassero. Non ebbi il coraggio di dirle, non sono artista, sono solo diventato più bravo a stare fermo.
Matthew Licht
Presentando "Un'altra cena" a Stanza251
Un'altra cena (Effequ, 2018) è un romanzo che, guarda un po', parla di una cena.
Tuttavia, oltre a descrivere le avventure dei quattro protagonisti, quello che ho cercato di fare è stato effettuare il carotaggio di una cena. Carotaggio?
Un'altra cena (Effequ, 2018) è un romanzo che, guarda un po', parla di una cena.
Tuttavia, oltre a descrivere le avventure dei quattro protagonisti, quello che ho cercato di fare è stato effettuare il carotaggio di una cena.
Carotaggio?
Con carotaggio gli attenti lettori di Stanza251 non penseranno alla radice tuberosa di colore arancione, che pure su quella tavola imbandita vi si potrebbe addentare, quanto al termine usato dai geologi per descrivere le differenti stratificazioni nel terreno. Così nel romanzo si esplorano i diversi “strati” di una cena: dai preparativi febbrili fino all'arrivo degli ospiti, per finire con il momento dei saluti e ciò che succede ancora dopo.
Va bene, diranno gli scrupolosi lettori di Stanza251, ma quindi questo romanzo è una specie di ibrido sperimentale tra un libro di cucina e uno di geologia?
Non esattamente, rispondo io, è invece un romanzo abbastanza classico, che parla di due coppie, di amicizia, di cose che finiscono, di paure, nella cornice di una cena, coi suoi discorsi specifici, con le sue contingenze. Tuttavia da questo carattere specifico il romanzo, io credo, si allontana (ed ecco qui il senso di quel termine geologico) per arrivare a parlare di una cena assoluta, di “una cena in cima al mondo”, o sotto, o tra parentesi.
Infine i lettori di Stanza251 apprezzeranno (è la mia speranza) l'ambientazione del romanzo, che ha luogo tra le diverse stanze di una casa, e come questa geografia interna, la cucina, il bagno, il salotto non sia solo lo spazio in cui si muovono e agiscono i personaggi, ma anche un elemento che determina gli eventi, quasi che questi luoghi avessero un loro intimo carattere.
Simone Lisi
Simone Lisi fotografato da Margherita Nuti
da: Un'altra cena, di Simone Lisi, edizioni Effequ, 2018.
Nel mese di giugno dell’anno precedente lui abitava ancora in una casa bella, ma che sembrava dovesse crollare, o inabissarsi, o che si potesse sciogliere da un momento all’altro. Una casa non lontana da quella attuale. Scendevi le ripidissime scale e ti trovavi nella piazza dove non incontravi mai nessuno.
Era stato a quel tempo che gli avevano dato da tenere un canarino.
«Tienilo tu per favore»
E lui del resto avrebbe detto di sì a tutto quello che Adelaide e Marcello gli avessero domandato
«Sì»
SI' A TODO
immagine della copertina realizzata da Chiara De Marco
Ci accompagni in un giorno lavorativo a girare il nostro prossimo video?
Certo.
Potresti fare da aiuto macchinista e attrezzista?
Con piacere, come si fa?
Da autista?
Sì.
Da comparsa nel video?
Va bene.
Puoi venire al nostro concerto con dieci persone a centinaia di chilometri da qui?
Bene.
Vuoi fare tardissimo di mercoledì notte bevendo fino a stare male anche se poi il giorno dopo lavori alle nove?
Sì, mi sembra un ottimo programma.
Martedì sera un cacciucco a Livorno?
Sì a todo.
Adelaide e Marcello gli avevano lasciato da tenere il canarino ed erano partiti, ma la prima volta non era stato a giugno, era il Natale dell’anno precedente. Loro tornavano alle loro case del nord, dai parenti, per le vacanze invernali. Tienici questo canarino, si chiama Sono Gay, anzi, siccome erano due e sono del tipo Inseparabili, lui si chiama Sono, l’altro è morto. Si chiamava Gay, ma forse non c’è mai stato.
Come scusa? chiedeva lui.
Erano una coppia di canarini inseparabili di cui uno non è nemmeno mai esistito, ma siccome questo è inconcepibile, considera che quello assente fa comunque parte di lui, come lo Spirito Santo.
Anzi, vedi te come preferisci chiamarlo che tanto non ti risponde, coglione! Argomentava Marcello, spiegando frettolosamente queste cose, lasciando il canarino e poi del cibo per canarino e poi un altro sacchetto contenente cibo umano che nel loro frigo sarebbe andato a male.
E grazie.
L’avevano ringraziato o se lo immaginava soltanto?
Adelaide sì: Grazie mille, grazie davvero davvero. Mille.
Adelaide sì. Era molto nordica e dura, ma educata. Non come Marcello, che invece nel suo non esserlo ci faceva il marchio della sua educazione. Non essere mai cortese è un modo di non risultare falso, artefatto? Chissà, pensava mentre gli amici uscivano dalla porta di casa, magari è solo un cafone.
Ma te mi sembri scemo, diceva Livia quando poi si ritrovava nella lavanderia quell’uccellino. Loro ti possono chiedere qualsiasi cosa, perché poi non l’ho capito, diceva.
Sì a todo, pensava lui.
E neanche ti ringrazia quel maleducato di Marcello.
Sì a todo, ma non le diceva nulla.
Al mattino quando albeggiava il canarino si metteva a cantare e si alzava e c’era il freddo inverno nella piazza, così chiudeva tutte le finestre, le tapparelle, e tornavano a essere le ore notturne per la mente del canarino, e nella casa il silenzio.
Doveva restarci una settimana, poi era rimasto tre. Non venivano più a riprenderlo. Livia si muoveva nella casa disciolta e commentava come da programma: certo simpatici i tuoi amici a lasciarti questo canarino così amabile per... quante settimane sono passate adesso, quattro? Ma no Livia, sono venti giorni appena. Ma che noia ti dà poi, guarda come è amabile, come è poco antropomorfo.
È solo al mondo. Diceva lei
Dov’è Gay? Non dovrebbero essere due inseparabili?
Non so.
Mi sembra di una tristezza indicibile.
Livia, proietti categorie umane che non gli appartengono affatto, ti dico, non vedi come è poco umanizzato? Guardalo, non desidera quello che desideriamo noi. Non desidera niente, è come un cinese, è completamente oscuro a se stesso, come una birra ambrata, e avanti con questi discorsi.
Dopo una serie di telefonate minatorie Marcello era ripassato a prendersi l’uccello, una sera qualsiasi, lui non si ricordava nemmeno bene. Era passato, aveva ripreso la gabbietta e il sacchetto con il cibo speciale, non quello antropomorfo. Marcello era di fretta, aveva l’auto parcheggiata in fondo alle scale, sul marciapiede, nella piazza dove non poteva stare e bloccava il traffico. Riprendersi quel canarino, pensò lui, gli era costato incasinare non solo la sua vita già altamente complicata, ma l’intera vita stradale del quartiere, anzi dell’intera città.
Lui lo giustifica anche adesso.
Non c’era il tempo di pensare al doppio movimento di accuse e contro accuse, Marcello già se ne andava con quell’uccello che era stato con loro venti giorni di dicembre. Venti giorni, che saranno mai? si ripeteva un’ultima volta, mentre l’altro sbatteva la porta e se ne andava a riprendere la macchina tra i suoni dei clacson e le offese degli automobilisti.
Poi era arrivata l’estate, era arrivato il mese di giugno, dietro un palo c’era luglio e aveva telefonato Adelaide, con una voce strana che uno potrebbe riconoscere tra le voci strane del mondo, una voce richiedente, o forse nemmeno chiamò, la incontrarono una sera, un martedì notte al Bar Volume, e disse: ci sarebbe il canarino, Sono Gay, da tenere. L’ho chiesto anche alla mia amica Mariagrazia, quindi quasi sicuramente non ci sarà bisogno che tu... ma nel caso estremo che ci fosse un’emergenza, potresti per caso ospitarlo tu?
No, Dio, aveva pensato lui, questa cosa finirà male, me lo sento. E aveva forse pensato a una qualche sensazione che aveva sempre provato fin da quando era bambino e poi anche una volta diventato adulto, sempre, giorno e notte, mattina e pomeriggio, la sensazione che si ha quando devi buttare una cosa nel cestino e non fai la raccolta differenziata: che il tuo gesto creerà una catena di eventi drammatici, un’escalation di azioni sempre più catastrofiche fino a condurre alla completa distruzione del mondo come oggi lo conosciamo. E così quel giorno di fine luglio lui pensò alla raccolta indifferenziata e a quanto sarebbe costato loro tutto ciò.
Cucire
Cucire: perché mai? Cucire la camicia che si è scucita alla manica, era del resto una camicia Oviesse pagata venti euro ai saldi, una camicia di finto lino. Voglio dire che la distruzione era prevista.
Perché allora quella scelta, di cucire e non piuttosto buttare, tirare via tutto nel cestino, o ignorare la questione e ripensarci la prossima estate?
Fotografia di Valeria Pierini
Cucire: perché mai?
Cucire la camicia che si è scucita alla manica, era del resto una camicia Oviesse pagata venti euro ai saldi, una camicia di finto lino. Voglio dire che la distruzione era prevista.
Perché allora quella scelta, di cucire e non piuttosto buttare, tirare via tutto nel cestino, o ignorare la questione e ripensarci la prossima estate?
Nessuna risposta.
Ero uscito a cercare un regalo di compleanno per Diana, ma il negozio era chiuso. Un negozio che vende cose antiche indiane e cinesi, che ha dei prezzi folli. Fortuna che era chiuso. Così mi sono ritrovato fermo per strada, due passi in una direzione, tre verso un angolo, poi fermo in mezzo alla via, pensando alle cose da fare, a un negozio dove trovare un regalo, uno qualsiasi, ed è stato allora che ho visto la mesticheria.
La mia collega di Napoli non aveva idea che esistessero posti con questo nome. Loro li chiamano in un altro modo, ma non me lo ha detto, o lo ha detto e io l'ho scordato. Sono entrato in mesticheria. Ho chiesto: avete quel rocchetto di fili di molti colori, per cucire? L'anziana signora sfocata mi ha scrutato da dietro ai suoi occhiali di anni e anni di richieste di ogni tipo, mi ha guardato e detto: la treccia?
Sì, dammi la treccia vecchia e fatti da parte. Ho pagato la somma esosa richiesta per quei fili intrecciati tra loro, quattro euro e trenta, ma c'erano anche due aghi inclusi nel prezzo, così che era tutto perfetto. Sono tornato a casa e ho preso la mia camicia di finto lino dell'Oviesse e scelto un colore tra quelli disponibili che si avvicinasse al colore del tessuto e ho cominciato a cucire.
Ho pensato due cose, queste. Che se uno crede un poco, anche pochissimo, nella reincarnazione, penserà, al momento di cucire, che tale gesto sia già accaduto. E' quasi certo, come stare davanti a un fuoco, o cose così. Poi ho pensato anche che forse il motivo per cui facevo quello invece chessò di lavorare, o leggere un libro o studiare le lingue era per dirmi: vedi che me la cavo, che ce la faccio, che non sono male neanche a cucire, perfino a cucire, pur non avendolo mai fatto, se non magari, in una vita passata?
Ma la verità è che no, mi sembra grazioso il mio arrocco sulla camicia, ma non lo è. Sono fili disordinati, sovrapposti, che non reggeranno agli strappi futuri sulla manica della camicia finto lino.
Ma non importa davvero. Sono belli lo stesso quegli arabeschi nell'interno della manica, che la rendono più pesante e ruvida e spessa, rispetto al resto della camicia, pagata due lire, che rimetterò la prossima primavera.
Meta fisica
Ned sventolò un volantino sotto il naso di Joe e disse, “Io ci vado.” Era un invito a una festa per: Grosse donne e i loro ammiratori. Ned era la persona più buffa che Joe avesse mai conosciuto, ma non stava scherzando.
Opera di Giordano Curreri (collezione di Sergio Tossi)
Ned sventolò un volantino sotto il naso di Joe e disse, “Io ci vado.” Era un invito a una festa per: Grosse donne e i loro ammiratori. Ned era la persona più buffa che Joe avesse mai conosciuto, ma non stava scherzando.
L’ultima volta che Ned aveva sbattuto un volantino in faccia a Joe, aveva detto, “Noi ci andiamo.” Non aveva scelta. Andarono a Studio 69, un bar-spogliarello, per vedere Large Lotta Sparkle, una comica nera di oltre duecento chili. Era alta, sballonzolava, e faceva morire dal ridere. Tirò Ned, che era smilzo, sul palcoscenico e lo soffocò tra poppe e le natiche. “Ora ti siedo addosso e inspiro forte,” gli disse. “Scomparirai. Wùscccc!”
Ned andò in visibilio. Non chiedeva di meglio.
Joe aveva gusti più convenzionali: bazzicava riunioni di Alcolisti anonimi e imbroccava donne incasinate vogliose d’amore. Lui gliene dava, a volte per una notte intera. Volevano parlare, essere coccolate e rassicurate. Volevano qualcuno a cui aggrapparsi per sentirsi meno alla deriva nel mare notturno pieno di correnti e squali. Joe non era uno squalo. Non voleva fare male a nessuno. Ma nemmeno voleva coinvolgersi con ubriache bisognose. La città pullulava di riunioni AA, che a loro volta sciamavano di donne che si sentivano sole. Joe passava da una sede all’altra. Nessuno chiedeva mai nulla, all’ingresso. Nessuno notava che dava un diverso nome finto quando si alzava per dichiarare di essere alcolista come loro.
Joe beveva forte, ma non si considerava un alcolista. Un medico gli avrebbe detto diversamente, quindi evitava i medici.
Ned aveva provato l’imbrocco facile dagli Anonimi, ma lo trovò deprimente. “Non mi viene duro per tipe che puzzano di alcol, sbornie e suicidio a fuoco lento.”
Una volta Ned aveva trascinato Joe in un locale per scambisti. Erano soprattutto anziani. Forse era per via della birra, ma una nonna con la parrucca bionda e il reggiseno strabordante lo eccitò. La signora notò che Joe la guardava, e con grande franchezza che gli disse che era disponibile e pronta a tutto. Joe inventò un pretesto.
La festa delle donnone era in una grezza discoteca russa. Persino le insegne dei cessi erano in cirillico. Per dare via alle danze, le grassone fecero una sfilata in abbigliamento intimo. Acconciature pazzesche, trucco da prostitute e mutandine sexy XXXL in parata sotto un’illuminazione stile ex-sovietico: blu e viola su capelli neri, seta nera, pizzo nero, pelle nera. Tettone, fiancone, pancione, culoni e cosce da gigantessa vibrarono al ritmo di una contundente musica da ballo. Quando finì la sfilata, incominciò l’imbrocco. Non valevano pretesti. Le grosse donne avrebbero malmenato chiunque fosse venuto per beffeggiarle.
Una nera imparruccata ordinò a Joe di comprarle da bere. Non si era tolta l’intimo sexy della sfilata. Odorava di sudore. Tracannò il primo cocktail del dopo-show e rese chiaro che Joe poteva offrirgliene un altro. Non stava battendo, né era lì per far spendere i fessi. Cercava amore, compagnia, ammirazione. Joe spese la paga di un giorno offrendo da bere a Claudine.
Ma quelle bevute care e annacquate gli fruttarono brividi mai provate, nell’appartamento di Claudine.
Non si scambiarono numeri di telefono la mattina dopo. Claudine aveva numerosi ammiratori usa-e-getta, e non li stimava. Joe voleva dirle che non era interessato a lei solo perché era tre volte lui e nera, ma non sapeva come esprimere i sentimenti che provava. Claudine non offrì nemmeno di fargli un caffè prima che sloggiasse.
Lasciare il mondo di Claudine per tornare al lavoro gli sembrò sbagliato.
Joe e Ned lavoravano a un giornale. Era noioso, a parte la paga. Il sindacato rendeva difficile essere licenziati, quindi i soldi non erano un problema.
Il problema era che Joe non riusciva a smettere di pensare a Claudine. Aveva grassone per la testa, come quel pazzo Ned. Le Alcoliste anonime erano scheletriche, smunte, invasate. Era strano: l’alcol è pieno di calorie.
Joe si rese conto che l’ambiente ex-etilico era oramai sbagliato per lui. Ciò che cercava non si trovava da AA. Voleva conoscere le frequentatrici di un’associazione dall’acronimo diverso, ma era impossibile intrufolarsi nelle riunioni di Weight Watchers sotto mentite spoglie. È facile fingersi ubriaconi: basta mantenere sul grugno un’espressione di disperazione a lunga durata. Ti alzi, dici un nome inventato sul momento e racconti alle sconvolte che sei alcolista, come loro.
Tornando a casa dal lavoro, Joe camminava lungo una piattaforma della metropolitana e si scostò per far passare un ciccione vestito d’impermeabile che gli limitava i movimenti. Il ciccione infreddolito era Joe, riflesso nello specchio affisso a una colonna che permetteva al giornalaio rinchiuso nella claustrofobica edicola di vedere cosa succedeva fuori. Joe ne fu scosso. Il tipo secco che era sempre stato era scomparso, letteralmente divorato da un ciccione che era lui.
Joe issò la maglietta davanti allo specchio in bagno, con la luce accesa. Vide una panciona esuberante, tette pelose. Era tutta colpa della birra, che stringeva Joe nella sua gelida presa. Diversamente da Claudine, la grassona della discoteca russa, la birra non l’avrebbe mollato facilmente.
Non voleva andare dagli Anonimi. Non voleva smettere di bere, voleva tornare smilzo. Le grasse sono attratte da uomini secchi, come Ned. Large Lotta Sparkle, l’enorme comica spogliarellista, non stava scherzando: voleva sentire Ned dentro di lei.
Le alcoliste anonime volevano smettere di essere ubriache, bisognose e disperate. Volevano che Joe, o qualche altro uomo, venisse a vivere con loro, stare al loro fianco; volevano qualcuno da amare e accudire, che le desse forza. Però accettavano notti di alcol e sesso sfrenato. Il pancione di Joe non le dava noia; avevano problemi con l’alcol. Joe non aveva problemi con la birra, a parte che non riusciva a smettere di berla. Non stava più nei pantaloni.
La sede di Weight Watchers nel suo quartiere era colma di grosse donne e alcuni grossi uomini, seduti su sedie pieghevoli sotto luci al neon. Guardati, diceva la luce. Datti una bella occhiata. Le altre persone ti vedono così. Sei grasso. Sei obeso. Sei ripugnante e indesiderabile. Joe guardò le donne soprappeso. Non provò attrazione per nessuna di loro. Alle riunioni AA, capiva al volo con chi voleva provarci. Le grassone che volevano non essere tanto grosse lo guardavano indifferenti. Aspettavano l’inizio della riunione, come lui.
Prima di potersi iscrivere a Weight Watchers, Joe era dovuto montare su una bilancia. L’uomo che annotò il suo peso iniziale non era medico, era un ex-ciccione. Per partecipare, disse, bisognava essere soprappeso di almeno cinque chili. A Joe sembravano pochi. A differenza di AA, WW non era gratis. Dovevi pagare, e farti pesare finché non raggiungevi la meta, cioè il tuo peso ideale. Dagli anonimi si chiacchierava senza bere alcol, solo caffè, ma la parte di non bere fuori dalle riunioni dipendeva da te. A WW, ti controllavano. Se mangiavi troppo, la bilancia lo diceva. Barare era ammesso, quindi, ma anche impossibile.
Le storie che raccontavano gli alcolisti anonimi erano migliori di quelle degli obesi. Le disastrose avventure degli ubriaconi sono per forza più interessanti delle vicende di persone immobilizzate dalla propria mole. Gli ubriaconi vivevano sesso, droga, violenza, ospedali, puttane, disoccupazione, terapia di famiglia, divorzio, depressione e cure psichiatriche. La vita dei grassi era cibo, fame, tristezza, solitudine, vergogna. Le loro storie erano di perdita del controllo, inibizioni e umiliazioni. È brutto quando i commessi nei negozio d’abbigliamento per taglie forti diventano i tuoi unici amici. La gente ti guarda, nei ristoranti e mentre fai la coda al supermercato. Vedono quanto mangi, quanto cibo devi comprare. Sussurrano. Non capiscono che non riesci a smettere.
Joe si rese conto che i magri non stanno per niente simpatici ai grassi. Anzi, li odiano. Gli ubriaconi di Aa non odiavano i sobri. Volevano essere sobri anche loro, malgrado sapessero che la vita astemia è noiosa. Per i grassi, essere di normali dimensioni doveva sembrare un paradiso impossibile.
Le madri obese credevano che i propri figli si vergognassero di loro. Temevano che i loro bambini sarebbero ingrassati. Chi aveva figli già grassi si preoccupava per l’imbarazzo e il trauma che avrebbero provato andando alle riunioni di WW. A volte erano presenti ragazzi grassi: sembravano non volerci essere.
Joe cercava di non pensare al fare sesso con grassone nude quando c’erano giovani obesi, ma stava già puntando una del suo gruppo.
Diceva di chiamarsi Mona, ma era possibile che gli obesi si inventavano nomi per le riunioni. Era alta e bionda, dal sorriso timido.
Le anonime sembravano uomini sfiniti conciati da donna.
Mona era ingrassata durante la prima gravidanza. Fu estasiata quando scoprì di essere incinta, allarmata per quanto peso prendeva, poi fuori di testa quando si accorse che la pancia non era la più grossa delle sue sporgenze. Non sembrava nemmeno incinta, solo grassa. Gli uomini non la guardavano ammirati e protettivi. Le donne non la guardavano invidiose o solidali. Tutti la guardavano nel modo che la gente di WW conosce così bene. Il medico le disse che il peso in più era normale, anzi, un buon segno, e di non preoccuparsi. Ma gli sguardi la ferivano.
Mona partorì. Il travaglio fu lungo, doloroso. Appena poté camminare, si iscrisse in palestra, ma non aveva tempo per andarci. Suo marito faceva gli straordinari: avevano bisogno di sempre più soldi. Mona faceva esercizi sul tappeto davanti al letto, nei pochi momenti in cui la bambina smetteva di strillare. Mona non poteva smettere di mangiare perché doveva allattarla. Le poppe enormi non producevano tanto latte. La bambina affamata succhiava così forte da farle male. Piangeva di continuo, non dormiva, non prendeva peso come avrebbe dovuto, secondo le tabelle mediche di crescita normale. Mona invece continuò a gonfiare. Le stavano solo gli accappatoi; prima il suo, poi quello di suo marito. Lui faceva del suo meglio per aiutarla, quando era in casa. Le massaggiava la schiena e le gambe; cercava di calmare la bambina. Mona sentiva di essergli ripugnante e aliena. Partiva sempre più presto per il lavoro, stava sempre più tardi in ufficio. Mona si convinse che lui la tradiva con le colleghe. Non la toccava più, non in quel modo, anche se lei aveva una voglia inverosimile. L’istinto sessuale era grande quanto lei, e non trovava sfogo. Non voleva nemmeno toccarsi da sola.
Il medico era in pensiero per la bambina, non per lei. Qualcosa non andava con gli enzimi, forse si trattava di un’ipertrofia ghiandolare. Pensava che il problema era dovuto al latte che produceva Mona. La tempestò di domande invadenti sulla dieta, se di nascosto mangiasse delle quantità anormali di cibi sbagliati. Le volse Lo Sguardo. Prese campioni del suo latte con un apposito macchinario, come se non volesse toccarla. La guardò mentre si mungeva le poppe. Non si fidava di lei: avrebbe contaminato il prelievo.
Il robot mungitore le provocò un involontario orgasmo. Il medico fece finta di nulla.
La primogenita di Mona morì di fame, strillando dal dolore. Mona era contenta del silenzio. Si spiegò, si giustificò. Nessuno diceva nulla, ma gli sguardi significavano: hai mangiato tu il cibo della bambina, il tuo appetito smisurato l’ha uccisa. Non importava che i medici all’ospedale non erano riusciti a capire il problema in tempo per salvarla. Dissero a Mona di farsi rimettere incinta, sperare in una migliore fortuna e cercare di dimenticare ciò che era successo.
Suo marito fece il suo dovere. Bevve qualche superalcolico, spense le luci e rimise incinta la moglie. Poi disse di avere bisogno d’aria fresca e uscì di casa. Al suo ritorno, Mona dormiva. Quando si risvegliò, lui era già al lavoro. Ma era incinta. Ormai conosceva la sensazione.
Col prossimo bambino andò tutto bene. Mona ingrassò ancora, ma a quel punto non importava. Due anni dopo le nacque un’altra bambina. I figli erano di grandezza normale, sani, felici. Non le volgevano Lo Sguardo, o non ancora. A loro sembrava normale avere la mamma enorme. Ma avrebbero imparato. Mona viveva nel terrore del giorno in cui i figli l’avrebbero guardata nel modo che detestava.
Era vero che il marito la tradiva. Non con una collega, ma con una sconosciuta incontrata in un bar la notte che era uscito dopo averla messa incinta la seconda volta. Aveva preso a bere forte quando Mona ingrassò durante la prima gravidanza. Lei non si accorgeva delle sbronze del marito perché aveva altro a cui pensare. Lui beveva perché sua moglie era diventata un pupazzo di neve scolpita nel lardo e la loro scheletrico poppante non smetteva di urlare.
Mona scoprì l’infedeltà del marito quando una sera non rientrò. Sarebbe tornato a casa, ma era troppo ubriaco per guidare. Poteva passare l’assenza non giustificata, ma aveva la camicia macchiata di sangue mestruale. Non poteva presentarsi al lavoro conciato così. Non poteva rischiare il licenziamento. Guardò Mona e disse, “Ho bisogno di sesso, Mona. Sono solo un essere umano. Ci sono cose di cui non posso fare senza.” Intendeva che voleva scopare con una donna che aveva l’aspetto di una donna, non di un ippopotamo a due zampe. Per lui, Mona non era nemmeno più una donna. Ma lei non gli disse di sparire, e lui non sparì. Lei lo capiva. Lui si fece la doccia. Lei gli preparò il caffè e un pranzo nel sacchetto.
Al lavoro se la cavò con poco: fu ammonito per il ritardo e gli furono detratti tre ore di stipendio.
Anche Mona era un essere umano. C’erano cose di cui aveva bisogno, disse, e si sedette.
Joe era incredulo. Mona gli sembrò forte, triste e bella. Voleva darle una di quelle cose di cui aveva dichiaratamente bisogno, ma solo per qualche ora. Era sposata, dopotutto, con figli.
Toccò a Deborah di raccontare la sua ossessione per torte e pasticcini. Aveva fatto un corso presso una scuola professionale di cucina. I suoi dolci non avevano il sapore giusto. Questo problema si aggravò quando cominciò a farli bene. Finito il corso, venne assunta da vari ristoranti e pasticcerie. Fu licenziata ripetutamente perché divorava i profitti.
Deborah era ancora più grossa di Mona. Non altrettanto bella, pensò Joe. Però gliel’avrebbe dato anche a lei.
Lavonne era grossa quanto Deborah, bella quanto Mona, e nera quanto Claudine della festa per grosse donne. Joe, da sveglio, fu travolto da un sogno erotico con Lavonne, mentre lei raccontava. Grassa dall’infanzia, non beneficiava da diete o esercizi. Diventava forte, ma non dimagriva di un etto. Aveva un cassetto pieno di medaglie d’oro per sollevamento di pesi, ma niente mutandine sexy.
A Mona mancavano quaranta chili dalla meta. A Deborah quasi sessanta. Per Lavonne, la meta era a oltre cento chili. Ma loro si stavano avvicinando. Joe era sovrappeso di oltre venticinque chili. Mangiava come gli dicevano i consulenti WW, ma continuava a bere birra. Negava, però beveva. E ingrassava. Arrivava alle riunioni ubriaco e sempre più grasso. Non poteva negare di essere meno grasso, perché lo pesavano. Si comprò una cintura più lunga, scarpe più larghe. Accusò il consulente nero di avere manomesso la bilancia. L’uomo non si scompose. Quella battuta la fanno tutti, disse, ma la bilancia non mente.
Mona non guardava Joe, a parte quando lui si alzò in piedi per raccontare la sua odissea di obesità. Era il bambino cicciottello sfottuto e maltrattato da tutti. L’esercito lo rifiutò perché non stava nelle divise standardizzate. Spiegò che il suo metabolismo non smaltiva grassi, zuccheri o carboidrati perché i suoi antenati erano indiani delle praterie. Tutte balle.
Nessuna delle Weight Watchers guardava Joe come l’avevano guardato le Alcoliste Anonime. Le alcoliste lo guardavano fameliche, malgrado fosse grasso, o forse perché era grasso. Una di loro gli disse, “Sul materasso sono trascinata verso di te dalla gravità.” Joe ne era felice fino alla mattina dopo, quando dovette rimettersi ansimante i pantaloni.
Al giornale lo prendevano per il culo. Quando cessavano le battute, i colleghi gli volgevano Lo Sguardo.
Quel pazzo di Ned beveva quanto Joe, forse di più. Mangiava solo carne di maiale e caramelle, ma restava magro come un cowboy. Non vi era giustizia, pensò Joe. Il corpo umano è un fottuto casinò, ma non puoi vincere nemmeno standone alla larga. Odiava il vecchio amico Ned, specialmente quando quest’ultimo gli palpava le tette. Joe rideva, ma voleva smontarlo, staccargli la testa, pestarlo con gli scarponi da ciccione.
Ned non si rese mai conto di rischiare una brutta fine.
A WW c’era un giovane ancora più grasso di Joe. Non parlava, ma non perdeva nemmeno una riunione. Stava calando di peso.
Un giorno questo ragazzo si alzò, e trasse da un sacchetto di plastica i calzoncini da surfista più enormi mai fabbricati sulla terra. Disse di averli comprati quella mattina. Non era mai stato alla spiaggia. Si vergognava troppo. Gli mancavano meno di quindici chili alla meta. Questa estate sarebbe andato al mare, disse. Come fanno tutti. Come aveva sempre voluto fare anche lui.
Le donnone applaudirono, avevano le lacrime agli occhi. Sciamarono attorno al giovane, l’avrebbero mangiato vivo. Vai vai vai, dissero.
Joe stava vedendo il paradiso, e lui non c’entrava nulla.
Uscì dalla riunione WW. Non voleva stringere la mano del ragazzo dimagrito. Non poteva incoraggiarlo.
Non andò a un bar, anche se ne aveva voglia. Camminò verso Sheepshead Bay, dove c’era la discoteca russa delle Grosse Donne e i loro ammiratori. Continuò oltre, fino a Coney Island. Si sedette sulla sabbia umida e ghiacciata. La luna uscì da dietro nuvole argentate, lanciando scintille sulle onde incapaci di immobilità.
Il piccolo protettore
I suoi genitori avevano problemi perfino per pagargli la mensa scolastica. Una sera sentì che parlavano in cucina.
“Licenziato” voleva dire che suo padre non aveva più lavoro e che non gli sarebbero più arrivati soldi. Non era una cosa nuova: i lavori dei suoi genitori erano di una brevità usa e getta, soprattutto getta.
Parlarono per un tempo interminabile della banca e del lavoro
Opera di Alessandro Bazan (collezione di Sergio Tossi)
Questa è una storia di sfruttamento minorile. La storia di due minori che hanno sfruttato la situazione.
I suoi genitori avevano problemi perfino per pagargli la mensa scolastica. Una sera sentì che parlavano in cucina.
“Licenziato” voleva dire che suo padre non aveva più lavoro e che non gli sarebbero più arrivati soldi. Non era una cosa nuova: i lavori dei suoi genitori erano di una brevità usa e getta, soprattutto getta.
Parlarono per un tempo interminabile della banca e del lavoro.
Lui non comprendeva tutta questa attenzione per la banca e per il lavoro, quando il vero problema erano i soldi.
L'angoscia toglieva loro lucidità. Li capiva ma non intendeva imitarli. Decise che da quel momento in poi avrebbe pensato chiaramente, sarebbe andato diritto al nocciolo del problema: non si sarebbe occupato di banche e di lavoro, ma di soldi.
A scuola ci fu una lezione su un popolo a cui avevano rubato la terra. Era da qualche parte in Africa. Lui non era in Africa e non aveva tempo per i dettagli. Pensava al nocciolo.
A casa i suoi genitori, persone corrette e responsabili, sentito della lezione continuarono il discorso: parlarono del popolo a cui era stata rubata la terra.
Non erano mai stati Africa: che ne sapevano? Al tempo stesso erano così informati che sfuggiva loro il nocciolo: rubare la terra era una buona idea.
Vicino a casa loro abitava un signore ricco: aveva un bellissimo giardino e tutti lodavano la sua terra speciale che faceva crescere rose magnifiche. Si ripromise di rubarla. Era novembre, faceva buio presto, e così Carlo prese una zappa, un secchio e si intrufolò nel giardino della terra promessa. Entrare fu facile dato che la recinzione era simbolica. Zappare si rivelò difficile. Alla fine comunque fu di nuovo in strada: sudato e con un secchio pieno di terra.
Incontrò Marta, una compagna di scuola con cui non aveva mai parlato perché erano in classi diverse, lei era più grande. Si guardarono. Marta fissò il secchio pieno di terra, la zappa, il giardino alle loro spalle.
Chissà cosa stava per dire. Lui si preparò a inventare balle.
“Un bel secchio” disse lei con gli occhi che luccicavano.
Carlo a queste parole, e guardando la sua espressione incoraggiante, sentì un senso di complicità istantanea e - abbandonati i propositi di menzogna - le raccontò la questione a grandi linee.
“Ma sei un piccolo ladro” fece lei, con un'allegria commossa.
“La terra è di tutti. Ma ora è mia. Accompagnami a venderla”.
Andarono al Consorzio agrario. Lì lui sapeva che si vendevano sacchi di terra. Non aveva mai capito il motivo, tuttavia non intendeva farsi sviare da pensieri secondari. Il pensiero principale era: se vendono sacchi di terra qualsiasi compreranno anche un secchio della terra migliore del mondo.
Al Consorzio gli risero in faccia.
Uscendo lui non sapeva più cosa fare con quel secchio pieno di terra.
“Lo vuoi? Te lo regalo” chiese a Marta.
“No” sorrise lei. “E così ti piace vendere terra, eh?”.
“E' che abbiamo bisogno di soldi. E i miei genitori perdono tempo con cose come le banche e il lavoro”.
“Fanno tutti così”.
“Non lo capisco”.
“E' perché hanno paura e allora imitano gli altri. Te hai paura?”
“No”.
Che ragazza illuminante. L'intensità dei loro dialoghi vibrava nel crepuscolo.
Versò la terra nel giardinetto di casa, per un futuro migliore.
Nei giorni successivi si incontrarono ancora, a scuola o per strada, si limitarono a cenni di saluto. Non è che puoi parlare sempre.
Una mattina a ricreazione lei gli disse:
“Hai trovato i soldi?”
“Ho delle idee”.
Come d'incanto si trovarono a collaborare. Si combinavano bene. Carlo avendo visto molti di film aveva un sacco di idee, e Marta faceva le cose con naturalezza.
I genitori di Carlo con la loro coscienza sociale fornivano spunti importanti. Carlo li sentì parlare della piaga della pedofilia. Il giorno dopo lui e Marta erano ai giardinetti.
Avvicinarono un signore solitario. Un tipo elegante, con la barba, che leggeva un libro su una panchina
“E' pieno di bambini qui, eh?” esordì Carlo.
“Certo, siamo ai giardinetti” disse il signore, gentile e lievemente sorpreso.
“E lei è un signore solo”.
“Già”, fece pacato ma inquieto.
“Ed è proprio qui che viene a leggere”.
Il signore cominciava a non capire.
“Non crede di aver bisogno di protezione?” chiese Carlo.
“Come?”
“La protezione. Per pochi soldi le garantiamo la protezione”.
“Ma protezione da cosa” il signore ora non era più pacato ma apertamente allarmato. Anche il libro non lo interessava più.
Come sono fragili gli interessi umani!
“Uno di questi bambini potrebbe raccontare di essere stato molestato da lei”.
Quello strabuzzò gli occhi e divenne rosso in viso. E probabilmente in tutto il corpo.
Invece Carlo e Marta si sentivano tranquillissimi, in pace con se stessi e in armonia col mondo.
Il signore invece sembrava disagio.
“Molestato da me?”
“Ma sì, da lei, e da chi sennò” cercò di spiegare Carlo. “Non vede quante mamme ci sono in giro? Potrebbero essere pericolose”.
“Io non molesto nessuno”.
“Questo non conta, non conta assolutamente. Se io dicessi che lei mi ha molestato, e avessi anche un testimone...”
“Quale testimone”.
Quel signore era davvero confuso.
“Eccolo il testimone!” esclamò Carlo indicando Marta, modesta ma fiera.
Insomma, il signore finì per pagare la protezione.
I centauri
Non devi averne paura, mi diceva mio padre. Eravamo sul limitare del bosco. Ci eravamo messi in cammino prima dell'alba e ora il sole stava quasi per tramontare. Mio padre portava un otre di vino sulla schiena. “Gli uomini dicono che sono rozzi e di indole cattiva. Ma non è vero”, mi diceva quell'uomo ormai anziano, con i capelli incanutiti e il volto segnato dalle rughe.
fotografia di Valeria Pierini
Non devi averne paura, mi diceva mio padre. Eravamo sul limitare del bosco. Ci eravamo messi in cammino prima dell'alba e ora il sole stava quasi per tramontare. Mio padre portava un otre di vino sulla schiena. “Gli uomini dicono che sono rozzi e di indole cattiva. Ma non è vero”, mi diceva quell'uomo ormai anziano, con i capelli incanutiti e il volto segnato dalle rughe. “A quelli giovani piace un po' troppo il vino magari. Ma quelli anziani sono forti e saggi. Tirano con l'arco e sbagliano di rado. Onorano gli dei con tributi.” Mio padre tirò un poco il fiato, l'otre di vino doveva pesargli molto. Mi rammaricavo di non poterlo aiutare, ma ero molto piccolo. “Praticano la medicina. Il loro capo si spese in tutti i modi per aiutare mia madre. Ero un bambino, come te.” Mi fece una carezza sulla testa con le sue mani callose. “Purtroppo mia madre morì lo stesso. Il centauro in cambio dei suoi servigi accettò solo qualche anfora di vino per i suoi compagni”. Udimmo poi delle urla terribili, e io mi strinsi alla gamba del vecchio. Si chinò su di me e mi disse di stare tranquillo. Dal bosco infine uscirono i centauri al galoppo, impennando come cavalli bizzarri. Ci circondarono e rallentarono il loro passo, mettendosi al trotto. Poi si fermarono. Nella parte umana avevano sembianze di giovani, con lunghe barbe scure, il petto solcato dai muscoli. Portavano archi e faretre a tracolla. Alcuni impugnavano clave. Morivo di paura. Sarei scoppiato a piangere, ma sapevo che mio padre non approvava, e non volevo dargli un dispiacere. Poi quegli esseri si fermarono, e dal bosco uscì il loro capo. Era più grande degli altri, aveva barba e capelli grigi. Teneva un pacco avvolto in tela in mano. Il cerchio dei giovani si divise in due ali e lo fece passare. Venne incontro a mio padre senza dire una parola, si chinò su di lui e vidi quei due anziani abbracciarsi. Poi guardò me, ammiccò a mio padre. É mio figlio, disse questi al centauro. Il centauro mi prese in braccio e mi sollevò come un fuscello, mi dette un bacio in fronte e mi posò di nuovo a terra. Mio padre gli porse l'otre di vino, e quello gli lascio il pacco. Venni in seguito a sapere che si trattava di rari portentosi medicamenti. Il capo centauro partì al galoppo verso il bosco. Giunto al limitare si volse verso di noi e gridò così forte che mi parve che la terra stessa tremasse. I giovani guerrieri risposero al grido, simultaneamente, levando al cielo gli archi e le clave, e si incolonnarono a loro volta al galoppo dietro al capo. Sparirono nella foresta.
Sono passati trenta e più anni da quel giorno. Mio padre è morto. La città si è estesa fino al limitare della foresta, ricoprendo gran parte della montagna. Il percorso per recarsi dai centauri, che io e mio padre percorremmo in un giorno di cammino ora è solcato da una lunga striscia di asfalto. Le macchine lo coprono in meno di un’ora. L’amministrazione della Nuova Città cercò di comprare il terreno dai centauri, ma essi non avevano atti di vendita e si sentirono truffati. Ingaggiarono una guerra feroce contro l’amministrazione. Vennero sopraffatti in poco più di un mese. Tutta la loro ferocia, tutto il loro valore non poté nulla contro la furia delle macchine manovrate dai miliziani della Nuova Città. Si arresero. Non era mai successo in tutta la loro storia. Ero poco più di un ragazzo quando li vidi sfilare in catene durante la parata della vittoria. Avevano gli occhi coperti di lacrime e passavano tra due ali di folla che li insultava e li derideva. Non potevano urlare: il governo aveva loro reciso le corde vocali. Mio padre non volle assistere alla parata. Il governo della nuova città non gli piaceva fin dall’inizio, diffidava delle macchine e delle innovazioni, e quello fu il colpo di grazia. Si chiuse in un mutismo disperato, si ammalò poco dopo e di lì a breve morì. I centauri vennero rinchiusi nelle riserve. Io lasciai la scuola ed entrai nelle fila della Ribellione Stilita. Partecipai all’Insurrezione di Maggio e alla guerra civile che ne seguì. Quando gli Stiliti vennero infine sconfitti scontai due anni di prigionia nelle prigioni sotterranee. Quando il governo concesse l’amnistia mi ritirai ai limiti della città, vivendo del lavoro di una piccola bottega artigiana. Intagliavo piccoli oggetti di legno che vendevo ai nostalgici del mio tempo, del tempo prima della Nuova Città. Di prima delle macchine. È noto a tutti che ero uno Stilita, ma io non ne parlo mai. Al di là dei limiti della periferia si estende la montagna. Il governo ha circondato la città di una rete di metallo elettrificato. Temono che l’accesso alle montagne possa far scoppiare un nuovo fuoco di ribellione. La riserva dei centauri è al di là della rete, ma loro non vi si avvicinano mai. Almeno così credevo. L’altra notte uscivo dalla taverna dove vado talvolta ad affogare il mio dolore di soldato sconfitto. Era notte fonda e il vino e l’amarezza mi tagliavano le gambe. Di là dalla rete vidi un ombra. Era senza dubbio un centauro. Mi avvicinai per vederlo meglio alla poca luce della luna. Era un esemplare molto vecchio. Ebbi quasi un mancamento quando riconobbi il vecchio capo amico di mio padre. Era coperto di cicatrici, smagrito e invecchiato. Rimasi a bocca aperta. Anche lui mi riconobbe, ne sono certo, e mi sorrise. Alzò il braccio disarmato, e si produsse in un urlo muto. Impennò, e partì al galoppo verso la montagna.
Un autobus luminoso
Vinicio era un barbone ormai in là con gli anni, uno dei tanti disperati e dispersi per le strade della città, che la notte andava a dormire sulle grate della metropolitana o nelle sale d’aspetto delle stazioni degli autobus, mentre di giorno, seduto su qualche marciapiede, chiedeva l’elemosina ai passanti.
Opera di Guido Andrea Di Marco (collezione di Sergio Tossi)
Vinicio era un barbone ormai in là con gli anni, uno dei tanti disperati e dispersi per le strade della città, che la notte andava a dormire sulle grate della metropolitana o nelle sale d’aspetto delle stazioni degli autobus, mentre di giorno, seduto su qualche marciapiede, chiedeva l’elemosina ai passanti. Fin quando riusciva a rimanere sobrio, sorrideva a tutti e dispensava a chiunque avesse voglia di starlo a sentire delle buone parole, ma non appena il pensiero di Sally tornava a farsi presente, un gran velo di tristezza gli si stendeva davanti. Vinicio allora si sentiva come uno che ancora vivo è stato deposto in un sepolcro. Senza di Sally la vita gli era insopportabile e perciò beveva fino a stordirsi liquori di pessima qualità e, unici momenti di relativa quiete, erano quando in stato di estasi alcolica non sentiva più acciacchi e miserie e si metteva ad ululare una sua canzone - sempre quella - con lo sguardo rivolto a qualche neon nei sottopassí, scambiato forse per la luna o la stella di Betlemme.
Circondato da una mercanzia di stracci, pezzi di cartone e di sacchetti di ogni genere, Vinicio invocava in cuor suo la morte, cosicché una notte lei gli si presentò, elegante come si conviene, sedendogli accanto sulla panca della stazione degli autobus.
“E’ ora che vieni con me” gli disse, indicando oltre al finestrone, un autobus argenteo, mai visto prima uno così luminoso e bello, pronto a partire solo per lui.
Vinicio seppe subito che era davvero lei, tant’è che non le chiese nemmeno spiegazioni, ma per una dannata combinazione, proprio quel giorno, aveva avuto da un fratello di sventura notizie di Sally: l’indirizzo dove lei abitava era una strada non distante da lì. Il mattino dopo contava di andare da lei, di rivederla ancora una volta. Aveva già pensato dove rimediare un mazzolino di fiori. Pensava che guardandola nel profondo degli occhi, che ricordava verdi, avrebbe di certo saputo se nel suo cuore ci fosse ancora posto per lui.
“Ci pensi ancora, eh!” disse la morte, che sapeva leggere nei pensieri. E a Vinicio non restò che abbassare lo sguardo.
La morte guardò spazientita l’orologio e gli disse: “Senti, io non è che sono come il lattaio che posso ripassare da qui ogni giorno. Bisogna che ti decidi. Lì dove andiamo sarà la fine di tutti i tuoi mali” e perversa come sa esserlo solo la morte glieli elencò uno per uno, se mai Vinicio avesse avuto bisogno di sentirseli rammentare. Poi, vedendo che anche così non bastava, prese a blandirlo con promesse: “Avrai tutti i giorni caffelatte coi biscotti. Quanti anni sono Vinicio che non fai colazione a caffellatte e biscotti?! “
“Sì, ma le donne?”
“Non mi dirai che sei rimasto ai cavoli e alle cicogne?!”
“E Sally? Ho saputo dove sta. Ti prego, mi basterebbe un giorno, uno solo. Permettimi di rivederla una volta e poi vengo dove vuoi.”
“Non è mia abitudine, ma stasera mi sento in buona e proprio perché sei tu... Domani notte alle tre passo di nuovo da qui. Vedi di farti trovare, perché io non aspetto.”
“Ti do la mia parola d’onore” disse Vinicio con gli occhi bagnati dalla felicità.
“Lascia perdere l’onore... quello è da un po’ che te lo sei bevuto.”
La mattina dopo Vinicio si mise di buon ora in cammino. Nella notte aveva smesso di nevicare e un sole come da settimane non si era più visto rischiarava la città ancora imbiancata. Ben deciso a non sbronzarsi, almeno per quel giorno, Vinicio non passò dall’emporio dei liquori, e impiegò invece i soldi rimasti per affittare una cabina doccia in un bagno a pagamento.
In tarda mattinata arrivò all’indirizzo che aveva segnato su un foglietto e grande fu la delusione quando si accorse che era falso. All’altezza del numero segnato c’era l’enorme buca di un palazzo demolito da chissà quanto tempo. Vinicio sentì piovergli nel cuore uno sconforto smisurato. Ma non si dette per vinto e cercò informazioni dai passanti, chiedendo dov’era finita la gente che prima abitava lì; anche se poi sono davvero poche le persone che hanno voglia di fermarsi a dar retta a un barbone. I più tiravano dritto e giusto qualcuno, più che altro per levarselo prima dai piedi, gli metteva in mano una moneta per poi continuare per la propria strada senza ascoltarlo.
Poco alla volta, per giri larghi e concentrici, Vinicio si ritrovò davanti all’emporio dei liquori e con quei pochi soldi che aveva finì per acquistare la peggiore bottiglia di sputafuoco e in compagnia di quella si abbandonò su una panchina del parco, gelida più che mai, e presto fu di nuovo buio e nel cervello di Vinicio il delirio. Attraversava il parco un uomo abbastanza giovane, alto, vestito di nero, che al sentire Vinicio cantare la sua sconclusionata canzone si fermò davanti a lui per un po’. Per qualche ragione dovette sembrargli interessante ciò che Vinicio stava cantando, perché tirò fuori un registratore minuscolo e glielo mise davanti incidendone qualche frammento. Poi, forse per rimanere in pace con la propria coscienza, tirò Vinicio su di peso e infilandogli in tasca del pastrano una banconota gli urlò forte, a due dita dagli occhi: “Io lo so… puoi farcela!”.
“Farcela?! Che cosa!?” biasciò Vinicio, ma l’altro se n’era già andato, mentre lui si afflosciava di nuovo sulla panchina, adesso più gelida che mai.
Forse fu la rinnovata sensazione di freddo, oppure quella parola, “Farcela”, che rimbalzava da un nodo neuronale all’altro del cervello, poco alla volta Vinicio riguadagnò una qualche coscienza e insieme a quella una posizione eretta; quindi, sia pure barcollando, si rituffò nel giro vorticoso della città. Ancor sempre canticchiando arrivò fin davanti all’ingresso di un locale notturno, un peep-show, dove, posando lo sguardo su una locandina, a Vinicio quasi venne un colpo, quello definitivo e risolutore. Dio che meraviglia! Abbarbicata in un’unica curva sinuosa a un tubo di metallo, il manifesto ritraeva la sua Sally, ne era certo. La faccia, il sorriso e tutto il resto, ma soprattutto gli occhi verdi... Era lei! La cosa strana poteva essere semmai questa: che Vinicio in tutti questi anni si fosse invecchiato parecchio, mentre lei, Sally, proprio per niente. Ma Vinicio l’aveva sempre saputo che c’era del magico in quella donna e adesso ne aveva semmai la conferma.
Il prezzo dei biglietto d’ingresso era caro ma come in certi sogni che a volte si fanno, mettendosi una mano in tasca di soldi se ne ritrovava anche più del necessario.
Così Vinicio andò dentro al locale e per buona parte della serata se ne stette beato, seduto su uno sgabello, davanti a un bicchiere buon di whisky, mormorando felice la sua solita canzone. Lei, la sua Sally, volteggiava a pochi centimetri, vestita di un ridottissimo perizoma tempestato di lustrini, dove uno alla volta i clienti del locale infilavano entusiasti delle banconote. Anche Vinicio volle fare così. Quando Sally si abbassò di fronte a lui, munifico come un re, Vicino le infilò nell’elastico tutto quello che gli era rimasto. E lei lo ripagò dei suo miglior sorriso. Vinicio rivide ancora una volta quegli occhi verdi e seppe così che nel cuore di Sally c’era per lui ancor sempre posto.
I disannoiatori
L’Usuraio ha veramente delle ossessioni deluxe, gliele invidio, prima classe, per esempio ce lo ha cacato per un mese con il fatto che cinque anni fa non ha pagato una sua certa insegnante di composizione alla fine delle lezioni e che adesso ci sta male.
fotografia di Costanza De Rogatis
L’Usuraio ha veramente delle ossessioni deluxe, gliele invidio, prima classe, per esempio ce lo ha cacato per un mese con il fatto che cinque anni fa non ha pagato una sua certa insegnante di composizione alla fine delle lezioni e che adesso ci sta male. L’Usuraio aveva ventitré anni al tempo e ancora pensava di poter diventare un compositore, e quando capì che non lo sarebbe mai diventato perché non aveva il talento licenziò la sua insegnante di composizione senza pagarla. Al tempo non gli fregò niente di questa sua porcata, la fece e basta, ma adesso ripensa al debito di duecento euro e si sente in colpa. All’Usuraio non è mai fregato niente di niente, tranne che dei suoi libri e dell’abbonamento all’Auditorium e del suo gatto birmano, ma è un anno che è diventato depresso e allora adesso gli frega di tutto quello che può aver fatto di sbagliato alle persone durante la sua vita di Usuraio menefreghista, ci sta male di brutto, si danna per tutte le cose qualsiasi come questa. In gergo psicoterapeutico credo si chiami senso di colpa verso il mondo, lo so perché me l’ha insegnato mio zio che è uno psicoterapeuta. L’Usuraio non ci poteva dormire per questa cosa dei soldi che doveva alla vecchia: si chiama infatti l’Usuraio perché con i soldi ci sta in fissa e tutte le sue colpe sono veicolate dai soldi ed è giusto così perché è l’Usuraio. Insomma ha cominciato a tempestare di chiamate questa vecchia insegnante di piano di Prati, quartiere residenziale di Roma, ha cominciato a chiamarla per dirle che doveva assolutamente darle questi duecento euro. L’ha cominciata a chiamare in continuazione, doveva assolutamente vederla per darle i soldi. E lei: non si preoccupi, non c’è bisogno. Lui le avrà parlato con il tono da maniaco che ha ultimamente e la vecchia si sarà spaventata. Stia tranquillo, gli ha detto lei, non c’è problema, non serve che me li ridà, sono passati cinque anni, nemmeno me lo ricordavo. No guardi, davvero, ci tengo, ha detto lui, vediamoci, quando ci possiamo vedere? Ma niente, lei non lo voleva vedere. Si sarà spaventata. Lui ha preso a chiamarla come un pazzo, l’ossessione l’aveva preso alla gola, non riusciva proprio a dormirci. Alla fine è andato nell’androne del palazzo di lei e le ha messo duecento euro nella cassetta delle lettere. Però adesso non è sicuro di averli messi nella cassetta giusta e ce lo caca con la sua nuova ossessione, che lei non l’ha ringraziato e nemmeno gli risponde più alle mille chiamate che lui le fa e quindi lui è sicuro al 100% che quei duecento euro se li è presi qualche altro disperato che vive nel palazzo e lui ci sta ancora peggio perché buttare i soldi è la cosa che più lo disturba, all’Usuraio.
Sta seduto accanto a me sul sedile posteriore della Toyota scassata dell’Arabo, ed è il mio migliore amico. È veramente la persona più egoista che conosco, è bipolare, depresso, codardo, è inaffidabile e manipolatore, ed è il mio migliore amico. Succede così, in questa città di Roma, avete presente magari: si è amici delle persone peggiori per fare sfoggio a noi stessi della capacità di essere amici dei mostri, “accettare la diversità” dice qualcuno di noi, altri più raffinati parlano del gioco della contraddizione, degli estremi, addirittura della differenziazione dello stesso. Una poltiglia. Più spesso si è amici perché ci si conosce fin da quando eravamo bambini, come me, l’Usuraio e l’Arabo. L’Arabo è l’altro mio migliore amico, che si chiama così perché studia arabo (quattro anni fuori corso). Un disperato. Tre disperati, davvero, io faccio il fotografo d’interni per un agente immobiliare mafioso, l’Usuraio dà ripetizioni di latino (è un intellettuale), e l’arabo studia arabo e fa l’autista per attori di cinecittà con la sua Toyota scassata. Conosce Roma a memoria, meglio di un tassista, e ci fa sedere sempre di dietro; così… dice che gli piace così. Deformazione professionale sembrerebbe, e lui aggiunge che ha i suoi pensieri da pensare e che con questa disposizione di lui davanti e noi seduti dietro, dentro lo specchietto retrovisore, li pensa meglio. Adesso corre come un addannato sulla tangenziale e intanto mi fissa nello specchietto retrovisore. Fa il duro. La tangenziale est la conosce così bene che non guarda mai avanti. Schiva le macchine come se fossero tutte dentro la sua testa e non nello spazio circostante, come incubi a occhi aperti che evita con raffinate tecniche di sterzata. Uno che guida così bene non l’ho mai conosciuto.
Rallenta che mi ammazzi, Arabo!, strepita l’Usuraio.
Dici sempre che vuoi morire, fa l’Arabo.
Non oggi, lo psichiatra mi ha dato le gocce nuove e sto come un pascià, ribatte l’Usuraio.
Quanto manca?, chiedo io.
Poco, sta dietro via Nomentana, dice l’Arabo, e tira una derapata tremenda fuori dalla tangenziale, appunto verso via Nomentana, che imbocca trenta secondi dopo a centoventi orari digrignando i denti.
Mi chiedo perché all’Isis non mi prendano, dove cazzo lo trovano un’autista come me? ci chiede.
Hai fatto domanda? chiede l’Usuraio, mentre si scaccola il suo naso affilato ed enorme. Altro motivo per cui è un Usuraio, quel naso.
Certo, ho compilato il modulo sul sito loro, risponde l’Arabo mentre tira il freno a mano, incastra la retro e si parcheggia in un buco con un mezzo testacoda.
Ci siamo? chiedo io.
Scendete, fa l’Arabo.
L’Usuraio sbuffa e si gratta la teste. Io pure. Poi scendiamo e andiamo al portabagagli a metterci le tute dell’Italgas che abbiamo comprato al mercato di Porta Portese (ce le potevamo anche mettere prima, ma se ce le mettiamo adesso ti incuriosiamo di più, caro lettore, quindi fattela andare bene) e poi ci dirigiamo al civico 47.
Come si chiama? chiedo io.
Antonio Granata, dice l’Aguzzino dopo aver dato una sbirciata al suo block-notes.
Citofono a Granata, interno 7b.
Sì, chi è?
Dottore siamo dell’Italgas, l’abbiamo chiamata prima per l’appuntamento, ci fa salire?
Ah sì, certo, prego.
Mia zia aveva l’ectasia all’aorta ascendente. Vuol dire che l’aorta si era allargata. Ieri mattina, mentre eravamo all’ospedale Umberto Primo e io le tenevo la mano prima dell’intervento, (mi squarteranno, ho paura, mi ha detto lei prima dell’intervento, e io le ho detto andrà tutto bene, questi chirurghi sono forti, non sono più esseri umani, questi li hanno fatti diventare macchine, anzi meglio delle macchine perché hanno anche il cervello, questi non fanno che ripetere la stessa operazione milioni di volte allo stesso identico modo, conoscono tutto a memoria, tutta la zona centrale del corpo umano che è praticamente uguale alla zona centrale della moto che mi ha regalato zio, e hai visto che il meccanico è un attimo e il carburatore te l’aggiusta, manco ci pensa, lo fa a occhi chiusi, devi stare tranquilla zia questi chirurghi qui non operano il tuo corpo da fuori è come se l’operassero da dentro per quanto bene abitano i corpi mentre maneggiano i loro strumenti, senza parlare della raffinatezza chimica delle sostanze che t’inietteranno, gli ultimi ritrovati in fatto di anestesia, sogni senza sonno, incubi senza memoria, il massimo insomma, non ti preoccupare zia andrà tutto bene, sarà come essere sognata da un sogno; e se puoi muoio, mi ha chiesto allora lei, e io non ho detto nulla ma solo sorriso e poi le ho detto questo è impossibile, ma non posso negare di essermi messo a pensare subito, come del resto avevo fatto negli ultimi tempi, al discorso che avrei fatto al suo funerale, le lacrime, l’affetto degli altri, la stima, parlerò di letteratura, che mia zia era una grande scrittrice, ne parlerò come ne parlerebbe un grande critico, con passione, con travolgimento e la gente piangerà e applaudirà e poi partirò per un viaggio di un anno, solo, completamente solo, e parlerò alla gente che incontrerò della sofferenza che si prova per la morte di un proprio caro, ma quanto ci rafforza, come la guerra rafforza gli scrittori, come non sia tanto la sofferenza a rafforzarci ma la nostra capacità di sopportarla, di tenerle testa, insomma queste parole imbellettate così per ingrossare il portafoglio narcisistico che ci portiamo sempre dietro incollato al culo, per rafforzare la retorica rivoltando le persone nelle tombe, ti voglio bene zia e le ho dato un bacio sulla fronte prima che la portassero dentro la sala operatoria).
È andato bene l’intervento di tua zia? chiede l’Arabo. Sembra sinceramente preoccupato. È il mio migliore amico, insieme all’Usuraio, ci conosciamo dall’asilo. È un ragazzo a posto tranne che è ossessionato dalle donne, come me.
È morta, gli rispondo.
È questo che invidio all’Usuraio, che lui ha ossessioni da vero intellettuale, come quella dei soldi che deve all’insegnante di piano, perché lui è un pianista, un pianista incapace certo, le sue composizioni sono orrende, ma intanto il piano lo suona da dio e ti tiene incollati per ore alla sedia suonando melodie impossibili di compositori tanto sconosciuti da non essere esistiti nemmeno quando erano in vita. Io invece non ho proprio niente da dire, solo che sono perennemente depresso anch’io e anch’io ossessionato, ma con le donne… che pena che mi faccio… L’ultima è la Cardiologa, che non mi si caca di pezza, le ho anche detto che mia zia si operava e lei ha commentato dicendo eh capita, ha pure una certa età. Mi scopa e basta, la Cardiologa. Mi piace un sacco perché è molto più grande di me, ha più di quarant’anni, e perché mi nega il sentimento. Io le scrivo brutte lettere e le parlo di me e della mia vita, ma lei non mi ascolta mai per davvero. È come se non registrasse altro che il mio corpo, come un animale che tra i rumori degli oggetti del mondo seleziona solo quelli che gli servono a fini adattativi, in questo caso il mio cazzo, la mia bocca e le mie mani, per godere.
Entriamo nell’appartamento del dottor Antonio Granata e ci presentiamo. Piacere dottore, siamo l’Usuraio, l’Arabo e me.
La casa puzza dell’odore delle case dei vecchi.
Volete un caffè, ragazzi? chiede il dottor Granata, e noi: volentieri.
Ci mettiamo tutti seduti in salotto tranne il dottor Granata, che va in cucina, e tranne l’Usuraio che si mette a guardare i libri sulle librerie come al suo solito quando andiamo a trovare i vecchi vestiti da impiegati dell’Italgas, perché è un intellettuale Usuraio del cazzo.
Ehi, guardate, ci fa tutto contento.
Come al solito ha trovato un libro sconosciuto che ci vuole mostrare di conoscere, per farci vedere che lui sa tutto di tutto, che poi è vero, l’Usuraio non ha nemmeno trent’anni e pare aver letto tutto, mentre l’Arabo legge solo libri sulle crociate e studi sul Corano e io leggo solo fumetti tipo Gipi e qualcosa chessò di autori tipo Carrère e Murakami Haruki, insomma robaccia.
Tira fuori un libro di tale Tedoldi se non sbaglio, un libro di racconti che ora non mi ricordo come s’intitola, e comincia a leggere qualcosa che per qualche motivo io mi ricordo, cioè me lo ricordo perché ce l’ho qua davanti mentre scrivo e quindi cito testualmente dalla fine del racconto Le macchine, in Tedoldi, G., Io odio John Updike, Minimum Fax, 2016:
mi annoierò, temo, entrerò in depressione, e non sarò mai più così felice come quando mi renderò conto, sdraiato nella mia stanza d’albergo stordito […], che la depressione è dolce, è un rimedio antico, non fa ricerca, non stordisce i sensi, solo ti uccide.
Così dice il protagonista del racconto di Tedoldi alla fine del racconto, e con lui l’Usuraio. E io e l’Arabo ci compiacciamo della lettura perché l’Usuraio ha questa dote di leggere sempre la cosa giusta al momento giusto. È uno dei motivi tra quelli per i quali è il nostro migliore amico.
Torna il Granata con i caffè, l’Usuraio trafuga il libro infilandoselo nei pantaloni cargo della sua tuta blu dell’Italgas e si mette anche lui a sedere e ci mettiamo tutti a sorbirci il caffè mentre guardiamo il Granata e il Granata guarda noi. Esordisce l’Arabo, dicendo allora queste tubature di cui le abbiamo parlato ieri al telefono, dottor Granata.
Il dottor Granata è un egittologo omosessuale di 85 anni, con lo sguardo molto simpatico, e simpatico vuol dire che ti viene voglia di farti dare un paio di dritte su come stare al mondo, ti viene questa voglia non appena ti guarda con il suo sguardo, anche se subito dopo capisci che è inutile farsi dare delle dritte dal Granata perché guardi la sua casa che benché sia piena zeppa di libri questi libri sono impolverati e impilati dappertutto sul pavimento e mentre parla il Granata dà calci a questi libri che stanno per terra come se fossero il suo passato e probabilmente non sono altro che il suo passato, e per la noncuranza e la debolezza con cui li calcia si intende che questo suo passato, questa sua lunga vita, è andata piuttosto male, ma che lui ha comunque molta nostalgia.
E il dottor Granata subito l’interrompe all’Arabo, con il suo sguardo vispo malgrado la puzza.
Voi non siete dell’Italgas, ragazzi, io questo lo so benissimo.
Ah signor Granata, lei lo sa. E cosa siamo allora?, fa l’Usuraio con il suo sorriso sardonico a cento denti da Usuraio medioevale.
Sicuramente non siete qui per truffarmi, sennò non vi avrei fatto entrare.
E bravo vecchio! esclamo io che sono un cafone, e gli altri però mi azzittiscono con due occhiate spaventose.
Noi siamo qui per disannoiarla, signor Granata, riprende l’Usuraio. Sappiamo che lei è una persona di una certa caratura intellettuale, sappiamo della sua straordinaria vita, degli anni della guerra partigiana, e degli anni come egittologo in Egitto. Disannoiarla vuol dire che noi adesso ci mettiamo seduti qui dove stiamo seduti e lei ci racconta delle cose.
E come fate a sapere tutta ‘sta roba, di grazia? chiede il Granata mentre titilla il manico della sua tazzina.
Abbiamo i nostri informatori… fa misterioso l’Usuraio, ma stavolta il suo tono mi fa davvero incazzare e allora lo interrompo e continuo io.
Lasci stare l’Usuraio dottore, semplicemente abbiamo letto i suoi racconti sull’Egitto che ha pubblicato e sappiamo che lei scriveva le voci per l’enciclopedia, belle voci scritte in perfetto italiano e piene di belle storie. Quindi siamo venuti qui per disannoiarla. Lei non merita la noia, dottor Granata. La prego, ci racconti qualcosa, noi siamo tutt’orecchie.
Ma cosa ne cavate, voi ragazzi, da tutto questo?
L’unica cosa che ci potrebbero cavare tre sfigati come noi, rispondo io, anzi solo uno, perché quello che sta scrivendo questo racconto in cui è riportato il nostro incontro è solo uno, e cioè io. Le sue storie mi servono per il mio racconto, che scriverò con questo stile che oggi va molto forte, “stile cannibale” lo chiama mio zio psicoterapeuta, stile con frasi tipo “tre disperati come noi” e “psicoterapeuta”, e “digrignare i denti” e con personaggi chiamati con nomignoli come “l’Usuraio, l’Arabo, la Cardiologa”. Poi questo racconto lo pubblicherò su una rivista online per cercare di essere notato da un editore.
Mi sembra un piano veramente mal congegnato, mi dice il Granata, e gli altri sghignazzano. Io rimango serio, perché ci mancherebbe porco dio sarò almeno a 18000 battute vedi un po’ se mollo proprio adesso.
E allora il Granata racconta, e ci racconta tutta la storia della sua vita. Nel giro di un paio d’ore ce la racconta tutta. E cioè non ci racconta niente, perché che cazzo vuoi raccontare in due ore di 85 anni di vita, tranne lo splendido amore vissuto con l’aiutante che lo aiutava a scavare in Egitto, in un’estate degli anni ’60, e del fatto che si amavano di nascosto in un gazebo dove tenevano gli attrezzi per gli scavi, e che lui gli traduceva in egiziano le poesie di Montale e gliele leggeva mentre l’altro scavava in cerca di cocci sotto il sole brutale; e poi ci racconta di quando la famiglia l’aveva convinto, la sua famiglia di Bologna, a sottoporsi all’elettroshock per via della sua malattia dell’omosessualità, e di come lui amava così tanto la sua famiglia da decidere di sottoporsi alla cura e non sto qui a riportarti le parole esatte che ci disse il Granata perché non le ricordo e perché non sono capace. Piuttosto ciò che più contava del racconto era l’espressione che faceva mentre raccontava, che da come era stata rilassata e giovanile mentre raccontava di Said adesso era attraversata dagli stessi spasimi terribili che l’avevano sconvolta durante l’elettroshock.
L’Arabo tira la sua Toyota a più di cento orari, brucia tutti i rossi e in pochi minuti mi porta sotto casa della Cardiologa, Eleonora si chiama lei, come mia zia, questa persona che penso di amare anche se chiaramente non è vero, la desidero perché si nega, come nei peggiori cliché.
Ma scusa non hai da scrivere il discorso per il funerale di tua zia?, mi chiede l’Arabo, e io gli darei pure ragione, se non fosse che devo fare sesso con la Cardiologa per scaricare la tensione, e lei anche deve fare sesso con me per scaricare la sua. Così li mando tutti e due a fanculo, l’Arabo e l’Usuraio, e gli dico a domani. E loro: ma domani non ci sarà, il tuo racconto finisce tra qualche centinaio di battute e noi spariamo alla fine di questa frase.
Come darvi torto ragazzi?, gli faccio io, e li saluto, anzi no non li saluto perché si sono già dileguati nell’orrendo nulla che c’è alla fine di ogni testo.
Piuttosto citofono alla Cardiologa e la Cardiologa mi risponde subito ma mi fa stare qualche minuto fuori da casa sua ad aspettare. Senza motivo, così, poi mi chiama dalla finestra e io entro.
Insomma facciamo sesso e quando abbiamo finito le stringo la testa e la guardo negli occhi grigi e lei non mi dice niente e nemmeno mi sorride e nemmeno io dico niente e poi mi alzo di fretta e vado a prendere una poesia che le ho scritto e gliela leggo e lei non mi dice niente e nemmeno mi sorride. Forse neanche esiste. Torno sul letto, e lei prende ad accarezzarmi. Penso alla zia, morta un paio di anni fa per un’operazione all’aorta venuta male, a mio zio che mi aspetta a casa perché non sa cucinarsi e gli devo cucinare io. Magari stasera ci facciamo una pizza, penso. Grazie, mi dice intanto la Cardiologa. Grazie a te. E poi come vuoi che finisca, lettore.
Finisce così: mi annoierò, temo, entrerò in depressione, e non sarò mai più così felice come quando mi renderò conto, sdraiato nella tua stanza, stordito dal tuo odore, che la depressione è dolce, è un rimedio antico, non fa ricerca, non stordisce i sensi, solo ti uccide.
Zoe
L’incursione nel linguaggio fumettistico di Roberto Cagnoli, metà elettronica del duo avant-jazz Now. Il musicista ha disegnato in esclusiva per Stanza 251 una storia tratta da un racconto di Stefano Loria.
Roberto Cagnoli (da un racconto di Stefano Loria)
Ultima fantasia
Mai provato niente di simile: aveva dovuto correre a casa che gli bruciava nei pantaloni, ma in ascensore non ce l’aveva fatta, se l’era tirato fuori, aveva iniziato a toccarsi ed era venuto prima del sesto piano. Mai provato un fuoco impazzito così violento, nemmeno per una donna nuda lì, reale e tangibile, sotto lì, a gambe aperte
fotografia di Bärbel Reinhard
Mai provato niente di simile: aveva dovuto correre a casa che gli bruciava nei pantaloni, ma in ascensore non ce l’aveva fatta, se l’era tirato fuori, aveva iniziato a toccarsi ed era venuto prima del sesto piano. Mai provato un fuoco impazzito così violento, nemmeno per una donna nuda lì, reale e tangibile, sotto lì, a gambe aperte.
Si erano scontrati sul marciapiede. Così s’immaginava un ictus: una folgore. E un sorriso, gli archi acuti delle sopracciglia, tutto un volto affilato, senza carne, ma giù, scendendo giù… si toccò di nuovo e venne di nuovo in tre secondi. Non è giusto, pensò, è lei, voglio lei, la voglio la voglio la voglio e non la vedrò mai più, e si mise a piangere.
Passarono i mesi. Quando godeva pensava a lei. Il ricordo vivo scolorì, ma non l’intensità della passione, perché passione era, innamorato era, non aveva mai amato così tanto in tutta la vita. Si masturbava e a volte piangeva, su quelle gote rosa che s’ingrigivano nel tunnel della memoria, su quell’onda brutale di sensualità che l’aveva trascinato e abbandonato nel deserto.
* * *
Passarono quattro anni. Uscito da Media World, dove era andato a guardare i tablet e aveva acquistato Call of Duty: Black Ops II, si mise a passeggiare sotto la sopraelevata della circonvallazione, dondolando il sacchetto, pensando al modo di ottenere una mezza domenica libera di gioco senza drizzare troppo le antenne dei direttivi.
Apprezzò i vasti cantieri dei nuovi residenziali di Parco Vittoria. Le griglie dei ponteggi parevano già abitabili, le gru potevano magari fungere da montacarichi per portare su la spesa dall’Esselunga. Poter non uscire mai di casa, dimenticare la città…
Andando avanti, al di là dei cavi del filobus e di un silo per cemento, emerse un cumulo verdognolo, una montagnola terrazzata e circondata da anelli concentrici di inferriate, almeno sei, no sette livelli. Sulla cima, a un’altitudine comunque minima rispetto alle gru, alberelli e una strana forma metallica filante. Il monte si elevava da un terrapieno coperto di rampicanti, che aggettavano direttamente sulla strada. Un tabellone diceva:
PARCO INDUSTRIA ALFA ROMEO PORTELLO RITORNO AL FUTURO
Una rampa curva immetteva nel parco. Salì per il vialetto fatto di cocci, schegge di plastica, ceramiche smussate come quelle che fa il mare, calcinacci. Da una grata o da un cerchio di tartan, ogni tot, sbucava un lampione oppure, sorretto da una guaina di gomma, un piccolo acero.
Passò in un prato ampio, lo percorse con andatura incostante, venne al bordo di un lago curvilineo, si affacciò: vide i riflessi dei condomini alla distanza sotto il fondo grigiazzurro. Un adolescente si aggirava cercando un punto dove posare lo skateboard. Una coppia era stesa sulle felpe, nell’erba. Un cane abbaiava antipaticamente da qualche parte. Tornò verso la collina e s’incamminò sul sentiero, che ascendeva a spirale. Le inferriate, si accorse, altro non erano che una cancellata protettiva, un’imbracatura che accompagnava la salita formando un canyon. Al terzo giro la visuale cominciò ad aprirsi sul paesaggio desultorio di Milano.
Sulla cima trovò una vasca dove galleggiava una tartaruga morta. Nel mezzo riconobbe il coacervo strano che aveva visto dal basso: un fiotto di metallo, quasi un’infiorescenza dell’inferriata che stringeva la collina, simile, più che a un getto d’acqua, a una scala a chiocciola accartocciata da un bombardamento. Si appoggiò su una panchina per tirare il fiato. Esaminò le scritte, una gli piacque: “Berenice mi struggi resuscitiamo assieme”. Sotto: “Vai ciula”.
Un’agitazione, un fiocco bianco, un cane: un volpino. Lo sguardo risalì lungo il guinzaglio: una fiamma pallida. Le molle cariche degli zigomi slavi sostenevano gli occhi luccicanti. Nemmeno a dire il seno, la vita, il calore… Lei. Se la prima volta la bellezza l’aveva accecato, adesso non sapeva cosa provare.
Il volpino abbaiò. La padrona si accovacciò, gli posò un dito sul naso, disse «sh».
«È una piaga,» disse. La sua voce era strascicata e stanca, così persa nelle eco di un passato chiaramente mai esistito da suonare opaca, un filo presuntuosa, ma non inelegante nella sua sciatta noncuranza, e nel risultare allo stesso tempo melliflua e ripulsiva, proprio per queste contraddizioni, risultava struggente.
Si sedette accanto. Il sole calando si era scrollato dalla cenere e incendiava la collina.
«Ieri faceva schifo,» disse lei. «Oggi almeno è tutto rosso.»
«Ti piace qui?»
Spallucce: «Ci porto su Rambo.»
Lui fece per carezzarlo ma Rambo ringhiò.
«Guarda, è meglio se lo lasci perdere, è pazzo. Ti posso chiedere una sigaretta?»
«Non ne ho.»
«Una cicca sennò?»
«No.»
«Dell’acqua.»
«No.»
«Che palle. Mi sono ingozzata di Pringles e ora ho la bocca tutta impastata. E la nausea.»
«Ci sarà pure una fontanella, da qualche parte.»
«No. Ci sono i distributori della Pepsi. Ma la Pepsi non mi piace.»
Mentre la ascoltava, guardava verso l’interno del parco, che la collina tutto dominava, e alla parola “Pepsi” ebbe un tuffo al cuore, perché si accorse che il lago, che ad alzo zero pareva di forma gentilmente ondulata come un laghetto romantico, disegnava in realtà precisamente il logo della Pepsi, quello nuovo con la cintura spanciata diagonale. Cosa significa? pensò. Sbirciò il volto perfetto della ragazza: dimostrava solo noia. Si sentì inquieto. Forse anche lei, perché disse:
«Ti ho già visto da qualche parte?»
«Sì. Una volta.»
«Davvero? Quando fu?»
«Anni fa…»
«Non mi ricordo. Di sicuro mi hai avrò fatto una delle mie figure di cacca.»
«Niente affatto.»
«Ma di sicuro. Ci sono abbonata.»
«Ti assicuro che no.»
«Vabbè, non me ne importa niente.»
Tacquero. Un po’ troppo a lungo: ecco l’imbarazzo che risaliva. Lo ruppe ancora lei:
«Che hai comprato?»
«Eh?»
«Là. Nella busta.»
«Niente, una cavolata.»
«Cos’è che è?»
«Un gioco.»
«Un gioco? Che gioco?»
Le mostrò la confezione, dove un uomo rasato, pistola nella destra e coltello nella sinistra, attendeva evidentemente il momento giusto per saltar fuori dall’ombra e uccidere i nemici.
«Ti piacciono i videogiochi?»
«No. Cioè, non lo so. Giocavo a Puzzle Bubble.»
«Bello.»
«Sì, carino.»
«E poi?»
«Poi basta, conosco solo Puzzle Bubble.»
«Come ti chiami?»
«Che domanda è? Non ti riguarda.»
Il crepuscolo s’infittì. Il sole era scomparso trascinando con sé le fiamme del tramonto. Ma brandelli di quei colori ardenti si erano incagliati in forma di luci elettriche, come semi di energia arenati sul manto urbano che si esaurissero nel tentativo di chiamare casa. E proprio quando iniziava a dirsi che era meglio, proprio meglio, in ogni caso meglio andare, lei gli prese la mano.
«Mi sento sola,» disse. Guardò la mano come si guarda un insetto e la lasciò. Egli si trovò paralizzato.
«Ieri notte mi sono svegliata e mi formicolavano tutte le cosce, e ho avuto la sensazione netta, nettissima che c’era qualcuno nel letto con me. Lì per lì mi sono detta: magari c’è qualcuno e non me lo ricordo, a volte capita che vado a letto con qualcuno e poi la mattina dopo non so chi è. Ma ero andata a letto da sola, ne ero sicurissima. Ero lì che non ci vedevo niente, ma sentivo che c’era questo rigonfiamento nelle coperte, una persona lì accanto a me. E poi un freddo, un freddo… Brrr…»
«E poi?»
«Niente. È andato via.»
Ancora quel silenzio insopportabile. Gli venne il dubbio che era anche colpa sua. Cercò intorno un appiglio per parlare, ma non c’era più niente d’interessante.
«Potresti anche invitarmi a cena.»
«Volentieri,» annaspò, «andiamo al giapponese.»
Scosse il capo.
«Cinese?»
«Per l’amor di dio. Mi viene da sboccare.»
«Bon. Allora niente, felice di conoscerti…» fece per alzarsi ma lei lo trattenne:
«Non mi va di andare al ristorante. Andiamo a casa mia.»
Il cuore ricominciò a correre, però all’incontrario.
«Casa tua?»
«Lì» – accennò col mento ai condomini che delimitavano il parco dal lato opposto alla circolare.
Spiò nello sguardo della ragazza per una conferma, ma non gli riuscì di catturarlo. Continuava a perdersi per la sera, senza aver l’aria di voler sfuggire, ma attratto piuttosto da un qualche potere che chiamava di lontano.
«Va bene. Casa tua.»
«Sono tanti piani ma non ti preoccupare, l’ascensore funziona,» e sorrise come se avesse detto una cosa buffa. Rambo, fiutando il prossimo ritorno, si mise a tirare il guinzaglio, saltellare, abbaiare. Lei disse «Rambo, Rambo,» strattonò rudemente e lui si rimise buono. Si avviarono piano pianino.
«È fatta di macerie,» disse. «E cadaveri.» Scalzò una scaglia di terra secca con la punta della scarpa.
Si sentì come un infermiere che porta una paziente a fare la sua prima passeggiata di convalescente, quella che comincia con l’entusiasmo della riconquista della vita, s’interrompe per la spossatezza e finisce con la mortificazione di dover ammettere che la convalescenza è ancora malattia e che anche la salute futura non sarà la stessa che era prima.
Uscirono dal parco, attraversarono la strada. Davanti al portone disse:
«In realtà non ho niente in frigo.»
«Va bene. Ordiniamo la pizza.»
«Non mi va.»
In ascensore Rambo impazzì e abbaiò come un forsennato, saltando contro la parete e unghiellando lo specchio.
«Fa sempre così in ascensore?»
«No.»
«Io mi lavo un attimo,» disse entrando, «Cucina è di là, vedi un po’ cosa trovi.»
In frigo c’era del latte scaduto. In freezer una busta di minestrone Knorr. Le dispense erano tutte vuote. L’unica cosa usata era la caffettiera sul fornello piccolo. Gli venne un dubbio. Tornò in corridoio. Quelle parole, “mi lavo un attimo”, “cucina è di là”, echeggiavano ancora. Era perfettamente spoglio, non un mobile, non un oggetto d’uso. Entrò nella prima sala che doveva essere stato il soggiorno. C’era solo un cuscino quadrato sul pavimento, accanto a una ciotola. Alcuni rettangoli più chiari alle pareti, nei punti dove erano stati dei quadri. Anche la stanza connessa, una ex sala da pranzo o studio, era vuota.
Ritornò in corridoio. Raggiunse la porta del bagno, sentì rumore di acqua corrente, proseguì. C’erano solo altre due porte: dietro la prima, una camera da letto bianca, linda, ordinatissima; dietro la seconda, una tana sudicia: divani bassi attorno a una porta scardinata e messa giù a mo di tavolo, ingombra di una rovina strabordante di scarti, avanzi e fogli coperti di scarabocchi neri. Intorno, tappeti incrostati, poster, pupazzi, metà della stanza occupata da un pianoforte a coda ingrigito dalla polvere. Fece dietrofront, deciso a fuggire.
Era in mezzo al corridoio, con un asciugamano arrotolato in testa, leggings neri, e una canottiera bianca che evidenziava i grandi seni.
«Cucini il minestrone?» chiese la voce perversa.
Si avvicinò, puntandolo di sotto in su, imporporandosi adorabilmente, slittando con avvitamenti rapidi e precisi sulle punte dei piedi, schiuse le labbra mollemente come una candela rossa s’incava sciogliendosi. Giunta a un passo, si buttò sul pavimento come un frutto marcio, gli occhi d’improvviso allagati, come se il dolore avesse fatto condensa:
«Eccola. Eccola che viene. È la crisi. È l’attacco di panico. Sento che sta venendo.»
«Non c’è problema. È tutto a posto,» disse e le si sedette accanto, «Va tutto bene.»
«Non mi toccare per favore.»
«Non ti tocco. Ti puoi fidare di me. Siamo a casa tua, siamo qui tranquilli.»
«Anzi dammi la mano. No, aspetta!»
«Aspetto. Sto qui. Aspetto. Respira.»
La ragazza cercò di regolarizzare la respirazione, l’affanno causava il sussulto dei seni e lui per non eccitarsi si costrinse a distogliere lo sguardo. Poco a poco, i singhiozzi si diradarono, il pianto si sciolse e cominciò a lamentarsi:
«Perché proprio a me? Perché questa tensione? Tutte le sante volte che mi sento un attimo pronta ad avvicinarmi a qualcuno, mica tanto eh? solo un po’, solo cinque minuti, mi prende alla gola questo, questo, questo coso!» e fece un gesto come per strapparsi un colletto. I seni dondolarono, invitanti.
«Mi dispiace,» continuò, «non è colpa tua, tu non c’entri niente. C’è qualcosa che mi mangia il cervello come se dovessi morire. Mi sento in dovere di fare sesso con te, ma poi mi sembra che allora ti devo dare tutta la mia vita.»
«Non voglio fare sesso con te.»
«Bene bravo, se non ti fai i filmini è meglio. Che poi, in fondo, sai cosa me ne importa delle persone? Niente. Io non ho bisogno di nessuno. Mi alzo alle sei. Vado a correre. Alle sette e un quarto, sole o pioggia, prendo lo scooter. Specie con la pioggia, sennò non arriverei mai. Alle sette e quaranta sono a lavoro. Alle diciassette stacco. Torno, guardo la TV, dormo. Il venerdì esco, vado in un locale, ballo, bevo, tiro un po’ se me la offrono, se qualcuno ci prova con me se ho bevuto poco lo prendo a calci se ho bevuto tanto ci scopo. Non è colpa tua. Tu non c’entri niente. Che mi frega?»
Lui alzò le mani: «Non ti ho mai chiesto di fare sesso con me.»
«Ma l’hai pensato. Ora è meglio se te ne vai.»
«Allora ciao,» disse e si alzò. Lei lo trattenne per il sacchetto di Media World.
«Ma ti avevo promesso un minestrone.»
«Sarà per un’altra volta.»
«No, no. Ora.»
«Due condizioni: cucino io.»
«Ok.»
«E dopo me ne vado.»
Si lasciò seguire per il corridoio. L’acqua in pentola bollì, il blocco di verdura la raffreddò, ci mise un po’ a ricominciare a bollire. A forza di vapore, la cucina si scaldò e la tensione si sciolse in proporzione.
«Come va con la crisi di panico?»
«Meglio, grazie, è stata una giornata difficile.» Si soffiò il naso.
«Ora lo dobbiamo fare.»
«Falla finita.»
«Ma quanto sei maliziosa? Il minestrone. Ci dobbiamo fare il minestrone.»
«Madonna santissima. Non so se ce la faccio. Ho lo stomaco chiuso. Le Pringles.»
«Mi lasci solo?»
«Neanche per sogno. Non mi muovo di qui.»
«Bon. Mangerò il minestrone da solo come uno sfigato.»
Gli tirò uno scappellotto: «Dai scemo, lo assaggio.»
Allungò presto il mestolino fumante con su un cubetto di carota.
«Adesso?»
«E quando?»
«La carota non mi va.»
«Senti mi hai stancato, la mangio io,» e così fece.
«Mi servi nel piatto o no?»
Fece apparire una bottiglia di vino e dopo due bicchieri aveva le gote arrossate. Lui soffiava sul cucchiaio, diceva manca sale, cercava di non sbrodolarsi. Dopo, satollo e surriscaldato dal brodo, fece il caffè. Poi si alzò:
«Tempo che vado. Grazie per la bella serata.»
Lo guardò riconoscente. Era bellissima. Si avvicinò. Le labbra si schiusero come gocce di rugiada sui cancelli del paradiso. Rambo si mise ad abbaiare.
«Ma dov’è?»
«In bagno come sempre, sennò spacca i maroni.»
Sulla soglia dell’ascensore, lui dentro, lei fuori, si scambiarono un bacio rovente che sapeva di verdure bollite.
«Non voglio più che te ne vai,» mormorò lei come una bimba in punto di morte. La mano fu più veloce del pensiero: schiacciò l’uno, lei si ritrasse, la porta si chiuse. Fece in tempo a venire prima di toccare terra.
Scimmie della mia vita
Avevo un avo esploratore. Difficile da credere, ma è così. Mia nonna conservava delle lettere, una specie di diario, in cui quest'uomo raccontava la sua vita in Congo e dintorni e forniva la traduzione in congolese di frasi utili di uso quotidiano
fotografia di Silvia Noferi
Avevo un avo esploratore. Difficile da credere, ma è così. Mia nonna conservava delle lettere, una specie di diario, in cui quest'uomo raccontava la sua vita in Congo e dintorni e forniva la traduzione in congolese di frasi utili di uso quotidiano. Una frase che mi ricordo era: “Hai picchiato tua moglie oggi?”
Per non so quali ragioni, quest'uomo prima di lanciarsi nelle esplorazioni africane aveva conosciuto solo l'appennino tosco emiliano. Questo conferiva a tutte le sue frasi una prospettiva particolare. Una prospettiva appenninico-africana.
Quando mia nonna era bambina l'esploratore le mandò una scimmia in regalo. Il paesino in cui viveva la nonna era gelido d'inverno. A quanto si racconta dovevano deviare il corso di un fiume per togliere la neve dalla piazza principale, in certe stagioni.
La scimmia soffriva il freddo e inseguiva il gatto per tutta la casa. Lo catturava e, abbracciata al felino, si piazzava davanti al fuoco. La scimmia però aveva anche una sua vita sociale: usciva. La gente dopo la curiosità iniziale prese a farle degli scherzi: le offrivano sassi avvolti nella carta delle caramelle. La scimmia, appollaiata sulle sbarre dei portici, tirava escrementi ai paesani. Aveva una mira eccellente. In breve la situazione divenne insostenibile e la scimmia fu spedita altrove. Mia nonna, ormai vecchia, provava ancora una certa commozione nel raccontare l'addio alla scimmia.
Portai il diario dell'avo esploratore all'archivio diaristico nazionale. La prospettiva appenninico africana mi sembrava interessante. Dato che la nonna non volle separarsi dall'originale portai le fotocopie. La prospettiva era talmente autentica che credettero fosse un falso. Dopo la morte della nonna l'originale è sparito. Non però la mia passione per le scimmie. Una passione astratta, dato che non ho mai avuto una scimmia. Possedevo tuttavia uno zaino con appesa una scimmietta arancione di nome Gino. Un giorno persi Gino sull'Alpe di Catenaia, non molto lontano dal paesino di mia nonna. Mi piace pensare che la scimmia dell'avo e Gino si siano incontrate nei boschi e vaghino insieme. Spero anche che Gino sia cresciuto perché era alto soli pochi centimetri e questo può essere uno svantaggio, soprattutto se sei arancione e dunque molto visibile.
C'è stata una terza scimmia nella mia vita. Ho partecipato a una battuta di caccia al cinghiale come osservatore, per curiosità. Il modo migliore per essere impallettonato. C'erano dei tipi detti “gli zoppi”. Il capocaccia diceva “Due zoppi di là, tre di là”. Un vecchietto disse: “Ci saremmo anche noi altri, altri tre zoppi”. Era fiero di appartenere al novero degli zoppi. Pensai ne fosse il leader.
Gli zoppi si dividevano in due categorie: gli zoppi permanenti e quelli momentanei, zoppi cioè per un qualche infortunio recuperabile.
Il leader era talmente zoppo che stava appoggiato a un albero e poteva sparare solo da un lato, non ce la faceva a girarsi. Ma pare che da quel lato fosse infallibile.
Poi la caccia ebbe inizio e tutto fu memorabile. Io ero alle poste. Il cinghiale era invisibile ma quando passava c'era come un fremito nel bosco.
A un certo punto il leader degli zoppi urlò:
“La scimmia abbaia a fermo”.
La frase mi colpì. C'era dunque una scimmia addestrata per la caccia? Una scimmia che per di più abbaiava.
Io lo sapevo che non poteva essere la scimmia di mia nonna. E neanche Gino cresciuto. Quelli erano solo sogni. Però poteva essere un discendente della scimmia della nonna, quello sì. Quale altra scimmia – se non un discendente – avrebbe potuto muoversi con disinvoltura nei nostri boschi e cacciare il cinghiale?
Venne fuori che era un cane chiamato “la scimmia”, per via della sua somiglianza con un primate peloso. Un cane leggendario, dotato di capacità inaudite, mai viste in altri cani.
E io penso che davvero in quel cane ci fossero i geni della scimmia dell'avo. Quel cane era il risultato di qualche lontano incrocio.
La scimmia abbaiò ancora e dal bosco, nonostante fosse inverno, si levarono così tanti uccelli da non crederci, una specie di onda che puntò diritta verso il cielo. A quanto ne so, le prime scimmie erano angeli.
fotografia di Silvia Noferi
Chiamate notturne
Nel corso di una notte qualsiasi, l'ora imprecisata, squillerà il telefono fisso di casa di Diana. Noi saremo soli in casa, nel senso che sua sorella sarà via. Allora ci alzeremo allarmati, ma diciamo meglio: Diana si sveglierà allarmata e dirà a me: Rispondi.
fotografia di Carlo Zei
Nel corso di una notte qualsiasi, l'ora imprecisata, squillerà il telefono fisso di casa di Diana.
Noi saremo soli in casa, nel senso che sua sorella sarà via. Allora ci alzeremo allarmati, ma diciamo meglio: Diana si sveglierà allarmata e dirà a me: Rispondi.
Rispondi.
Noi saremo su quel suo letto a castello, così che sotto ha spazio per una scrivania e un secondo lettino dove a volte si appoggia, per studiare, stare al computer, buttare sopra semplicemente di tutto.
Io dormo con lei sul letto a castello, dal lato dell'uscita, della scaletta, perché stare lassù abbarbicato già mi dà ansia, ma se poi devo essere pure sul lettuccio e dalla parte senza uscita, non dormo proprio. Così quando durante la notte squillerà il telefono e lei mi dirà: Rispondi, sembrerà ovvio che sia io che debba rispondere, dal momento che se lo volesse fare lei dovrebbe chiedermi di farmi da parte, poi scendere le ripidissime scalette e infine raggiungere il tavolo sotto al letto.
Squillerà il telefono e lei mi dirà Rispondi, mentre io dormivo. Quindi mancherà il tempo di pensare al perché, alla ragione di quella telefonata notturna; si chiama di notte, a quell'ora, solo per annunciare tragedie, io penserò, ma perché devo rispondere io alla sua tragedia, a questo non ci penserò, lì per lì.
Noi non siamo sposati, stiamo insieme da cinque anni, ma non abitiamo insieme, al momento. Questo non vivere insieme è un tema di discussione continuo tra di noi. Abbiamo abitato assieme in passato, ma in questo momento no. Io ho una stanza da qualche altra parte, Diana la sua stanza in quella casa dei genitori dove vive con la sorella. Comunque sono pronto a farmi carico di sapere io prima di lei, della sua tragedia, se di questo si tratta, penserò, ma è un attimo, mentre il telefono sotto continua a squillare, l'ora imprecisata.
Rispondi, mi dirà, al che io scenderò le scalette ripidissime e tirerò su il telefono.
Il telefono fisso è una cosa che io nella mia casa non ho nemmeno, nella mia stanza. Ovvio, non è una vera casa, è una stanza in centro, in quella casa all'ultimo piano che condivido con un amico. Più che una vera casa una proroga sugli impegni della vita adulta. Vita adulta che forse presuppone si abbia il telefono fisso, così da farsi carico delle tragedie che possono colpire a qualunque ora, anche in piena notte, anche alle cinque di mattina, ma noi, quando squillerà il telefono quella notte, non avremo idea di che ore siano, se le cinque o un'altra ora.
Squillerà il telefono, lei mi dirà: Rispondi e io scenderò le ripidissime scalette, senza pensare che forse dovrebbe rispondere lei alla sua tragedia, che pensiero egoista. Prima di rispondere al telefono penserò per un secondo ancora a questo, poi risponderò semplicemente al telefono come si risponde sempre:
Pronto, dirò, e ripeterò due o tre volte: Pronto, pronto
Dall'altra parte una voce maschile, dopo un primo momento di esitazione, risponderà, a sua volta:
Pronto, con un certo modo strascicato, una lieve nota meridionale e stridula.
Solo questo dirà, e poi butterà giù la cornetta.
Allora Diana mi domanderà: Chi era?
Nessuno, dirò io, Qualcuno che aveva sbagliato, non era nessuno.
Ma che ha detto?
Non ha detto niente, niente di niente, hanno riattaccato.
Essere terrorizzati e non darlo a vedere, farsi carico delle tragedie altrui, degli amanti o dei maniaci sessuali altrui: un giorno la mia vita sarà tutta così, ma oggi ancora no.
Nelle notti in cui il telefono di Diana squillerà non mi preoccuperò per il futuro. Per il futuro si vedrà, penserò, mentre farò scorrere nella guida il chiavistello di casa di Diana.
Simone Lisi
Cucciola di foca e squalo della Groenlandia
È sempre più facile trovare un po’ di calore, al Cerchio artico, ma ciò non è bene. Gli orsi polari stanno perdendo la loro piattaforma di caccia. Sono sempre più disperati.
Matthew Licht fotografato da Carlo Zei
È sempre più facile trovare un po’ di calore, al Cerchio artico, ma ciò non è bene. Gli orsi polari stanno perdendo la loro piattaforma di caccia. Sono sempre più disperati.
Per certe altre bestie del nord, più buchi nel ghiaccio, e più grossi, dapprima sembrava un cambiamento positivo.
Mamma Foca spuntò il muso, respirò senza far rumore, annusò la zona. Rischiò una sbirciata attorno. Nessun pericolo in vista. Sgusciò dall’acqua, non più fredda come una volta, perché voleva allattare la sua piccola al crepuscolo invernale.
Cucciola di Foca aveva ancora problemi a issarsi sul ghiaccio, ma una volta fuori, restava sempre estasiata. Luce, calore e intimità con Mamma Foca, cui latte sapeva sempre meno di pesce. Mamma Foca si lamentava che non c’erano sardine né molluschi, ma a Cucciola di Foca non importava.
Sembrava una fetta di paradiso anche a Mamma Foca. Dalla gioia materna, chiuse gli occhi neri un attimo di troppo.
Calore, in forma di un orso polare alla carica, infiammò il mondo.
Mamma Foca spinse Cucciola di Foca nell’acqua con un esperto colpo di coda.
Cucciola di Foca, che prima aveva la tettarella della mamma in bocca e tutta la sua calda pelliccia attorno, di colpo si ritrovò al buio, al freddo, al bagnato. L’istinto prese il sopravvento. L’istinto disse, sparisci, trova un nascondiglio e aspetta. Così fece, Cucciola di Foca. Non aveva scelta.
Il mondo si fece maledettamente silenzioso.
Dopo poco le bruciavano i polmoni. Doveva respirare. Seguì le sue bolle d’aria al soffitto di ghiaccio, trovò una crepa a misura di poppante, emise il muso per una rapida sorsata d’aria. Non poteva rischiare di dare un’occhiata in giro per Mamma Foca. Gli orsi polari questi trucchi da foca li sanno tutti.
“Mi ritroverà quando verrà il momento buono,” pensò Cucciola di Foca. In passato era sempre andata così, ma stavolta l’orso polare si era avvicinato di più. Era riuscito a nascondersi meglio, o a puzzare meno, o qualche cosa del genere.
Risommergendosi, Cucciola di Foca s’imbatté in qualcosa di grosso. Oppure qualcosa di grosso urtò lei.
Scontrarsi con qualcosa di grosso di solito non significa nulla di buono, al Cerchio artico, ma Cucciola di Foca pensò, “Mamma,” benché la cosa che l’aveva urtata sembrasse parecchio più grande, più fredda e vuota di latte.
Cucciola di Foca girò la testina e vide la cosa vivente più scura fredda e morta del mondo.
Lo Squalo della Groenlandia era lungo sette metri, grigioverde, tetro, praticamente sdentato e quasi cieco. Si muoveva come un incubo senza fine.
Malgrado Cucciola di Foca sapesse istintivamente che era meglio stare zitta, disse, “Non uccidermi, ti prego. Ho appena iniziato a vivere.”
Lo Squalo della Groenlandia le si avvicinò piano piano. “Non ti preoccupare, pupa,” disse. Aveva la voce stranamente rassicurante. “Mangio solo roba già morta.”
Cucciola di Foca sapeva della morte, ma che ci si potesse nutrire di cose morte era una novità. Gli orsi polari mangiano le carogne, se devono, ma non aveva mai osservato questo loro comportamento sempre più frequente. Anche gli Squali della Groenlandia erano un concetto nuovo. Cucciola di Foca non sapeva molto di squali, foche leopardo, orche o altre naturali macchine per uccidere, a parte gli orsi polari.
Lo Squalo della Groenlandia venne inesorabilmente avanti finché non coprì quel poco di luce che filtrava attraverso il ghiaccio. Ci mise un’eternità. Cucciola di Foca aveva finito l’ossigeno. Tra lei e il buco dell’aria era tutto squalo, ma doveva per forza rischiare.
Nuotò vicino alle fauci spalancate dello Squalo della Groenlandia.
“Ehilà, piccolo missile,” disse lui.
Cucciola di Foca inalò e si guardò rapidamente attorno. Nessuna traccia di Mamma Foca, solo uno spruzzo rosso sulla neve, ma poteva essere il riflesso del lungo tramonto artico. Tornò giù.
“Ehi come hai fatto a diventare così grosso,” chiese allo Squalo della Groenlandia. “Sicuramente sei la cosa più spaventosa della zona. Secondo me spaventi pure gli orsi polari.”
“Carogna di orso polare non è malaccio.”
Cucciola di Foca non aveva ancora concepito gli orsi polari come esseri mortali. I mostri della neve erano dèi che si nutrivano di sangue e carne dilaniata. Guardò trepidante negli occhi opachi dello Squalo della Groenlandia. Sembrava impossibile che ci fosse qualcosa di vivo dietro quei buchi neri nella notte artica che arrivava. “Non riesci a vedermi, vero?”
“Sei solo una piccola rapida ombra bianca,” rispose calmo lo Squalo della Groenlandia. “Però ti sento. Voi piccoli profumate. Avete un odore dolce come la vita stessa, immagino.”
“Tu sei mai stato piccolo?” Cucciola di Foca non riusciva a immaginarselo.
“Suppongo di sì, ma sarà stato tanto tempo fa. Credo di avere oltre duecento anni.”
Sembrava un’eternità, a Cucciola di Foca. “Wow,” disse lei. “Qual’è il tuo segreto?”
“Non ne ho idea,” disse lo Squalo della Groenlandia. “Non ho mai visto un albero, ma sento che tutti gli alberi del mondo siano miei fratelli. Forse il segreto di una lunga vita è di muoversi piano, come loro.”
“Per me non funzionerebbe,” disse Cucciola di Foca. “Devo essere più svelta degli orsi polari. Anche i loro cuccioli carini vogliono uccidermi, perché così imparano a sopravvivere. E ho sentito di altri mostri a due gambe che mi vorrebbero ammazzare per la pelliccia, e sarebbero ancora più veloci.”
“Così va la vita, bamboccia mia.”
“Come fai a mangiare, senza denti?”
“Oh qualche dente ce l’ho. Sono minuscoli perché li uso poco. Succhio, piccola. Non posso dire che la roba che ciuccio abbia un buon sapore, perché non ho mai gustato altro, ma continuerò comunque a succhiare.”
Cucciola di Foca pensò alla tettarella di Mamma Foca e al latte dolce e pescioso che ne fluiva. Ebbe voglia di guaire. Invece chiese, “Tu hai dei piccoli?”
Le passò per la testa una brutta immagine: Mamma Squalo della Groenlandia che allattava i suoi pesciolini nati morti col sangue cadaverico di una carogna di orso polare. Il mondo sopra il ghiaccio era buio. Lo Squalo della Groenlandia strisciava sempre avanti nell’acqua gelida.
“Sai, non credo,” disse lo Squalo della Groenlandia. “Incrociai una volta una femmina della mia specie, forse cent’anni fa. Puzzava da farmi perdere la testa. Ma la vita prosegue, avevo altro da fare. Non rimasi con lei.”
Cucciola di Foca era sicura di avere un Papà Foca, da qualche parte. Mamma Foca non ne parlava.
“Ma ti dirò,” disse lo Squalo della Groenlandia, “che se trovo dei piccoli squali della Groenlandia nel mio territorio, li scaccerò. E se ne trovo di morti, li mangerò.”
Cucciola di Foca doveva respirare. Doveva trovare la madre, o essere ritrovata da lei. Nuotò di nuovo vicino allo Squalo della Groenlandia. Non ci poteva credere nemmeno lei quando disse, “Addio, mamma.”
“Ciao, bambina,” disse lo Squalo della Groenlandia, e strizzò l’occhio cieco, freddo e morto. “Ci rivedremo. Di là c’è un essere morto di fresco, devo andare a indagare.”
La sua coda falciforme sventolò lentamente nel buio e scomparve.
Matthew Licht
Matthew Licht scrive racconti per ragazzi adolescenti da quando si offrì volontario per alfabetizzare ragazzi problematici nelle scuole pubbliche di New York. Scrivere racconti, e sentirseli leggere, era un modo per confrontare la realtà. Più recentemente, lo scrittore ha lavorato con gruppi di ragazzi delle scuole medie, a Rignano sull’Arno e Bagno a Ripoli, per produrre due libri: Sembra facile/Nessuna Pietà, e Attenzione cacca dappertutto! A mettere insieme il progetto è stata Serena Botti, bibliotecaria e ora editrice di BookInMotion.
Troppo tardi
Non ce ne siamo accorti finché non è stato troppo tardi.
Pensavamo che il cielo intorno a noi non avesse misteri: non il nostro sistema solare, non la via lattea, le stelle, le fasce di asteroidi o come si chiamano,
fotografia di Bärbel Reinhard
Parte I: Non ce ne siamo accorti finché non è stato troppo tardi.
Pensavamo che il cielo intorno a noi non avesse misteri: non il nostro sistema solare, non la via lattea, le stelle, le fasce di asteroidi o come si chiamano, non con i telescopi orbitanti, i radar, i supercomputer, la tecnologia. Invece doveva essersi infilato in qualche zona morta, in qualche punto cieco. Nessuno lo aveva visto cambiare traiettoria; o forse era stato un errore di calcolo, qualche effetto gravitazionale sottovalutato.
L’asteroide 1999 AN(10) si sarebbe schiantato contro la terra tra 74 giorni.
La notizia avrebbe dovuto restare segreta, mentre le superpotenze mettevano a punto una qualche soluzione. Laser, missili e bombe atomiche ci avrebbero salvato. Ma poi si era capito che non si poteva fare nulla. Il corpo celeste era troppo grosso. Avrebbe impattato contro la Terra e l’avrebbe distrutta da lì a 74 giorni. Saremmo morti tutti. Nessuno avrebbe potuto sopravvivere. Sarebbero state le ultime settimane della Terra, così come l’avevamo conosciuta.
A ben guardare, un gruppo di hacker cinesi aveva divulgato la notizia sei mesi prima. Un asteroide enorme avrebbe colpito la Terra a dicembre. Era sembrato uno scherzo, nessuno ci aveva creduto, almeno sulle prime; poi però uno scienziato indostano si era lasciato scappare delle dichiarazioni allusive alla televisione, subito prima di togliersi la vita. E altri lo avevano seguito. Non era passato giorno senza che qualche astrofisico si sparasse o si buttasse da un ponte o finisse sotto un treno, finché l’opinione pubblica aveva cominciato a farsi delle domande sul perché di tutte quelle morti su Periscope e YouTube. Erano nati movimenti popolari per conoscere la verità. E alla fine era stato necessario rivelare ciò che stava succedendo. Ed era stato il panico. I notiziari Tv erano esplosi su tutte le reti planetarie. La gente guardava i notiziari della sera, i notiziari speciali, le ultime notizie, i notiziari lampo, le ultimissime notizie e l’ultimissimo notiziario della notte. Fra un notiziario e l’altro trasmettevano gli approfondimenti e i focus e gli speciali dettagliati. Furono intervistati tutti gli astrofisici più esperti. La gente non ne sapeva un gran che di meteoriti, in effetti, a parte il fatto che ne stava arrivando uno bello grosso sulla terra. La sua sagoma bitorzoluta era apparsa all’improvviso su tutti gli schermi del pianeta.
Parte II: Takeshi
Takeshi aveva capito subito che gli hacker cinesi erano da prendere sul serio. Persone solitamente restie a palesarsi avevano attirato l’attenzione in maniera plateale. Takeshi aveva un amico nerd che conosceva qualcuno che a sua volta avrebbe potuto mettersi in contatto con il team di ethical hacker che, facendo un penetration test sul sito dell’agenzia nazionale cinese per lo spazio, aveva estratto informazioni non proprio di pubblico dominio. Non che l’agenzia cinese per lo spazio godesse di grosso credito, visto che la loro stazione orbitante si era disintegrata nell’atmosfera dopo che se ne era perso il controllo. Ma dai loro calcoli, l’asteroide non sarebbe transitato nelle vicinanze della terra, no: ci sarebbe arrivato dritto sui denti. Così, mentre l’agenzia controllava e ricontrollava calcoli e traiettorie, per evitare di dare al Partito false informazioni catastrofistiche, e d’altro canto, chi avrebbe dato loro torto: avrebbero esitato e forse taciuto anche di fronte a certezza assoluta: con il Partito non si scherza; mentre gli scienziati erano immersi nelle operazioni matematiche e rivedevano i modelli fisici alla ricerca di una qualche falla; mentre i calcolatori computavano e aggregavano i nuovi dati che arrivavano freschi dai satelliti, gli hacker scoprivano i risultati e non esitavano nemmeno un istante a divulgarli.
Takeshi Kijima era un giornalista, e aveva fiutato lo scoop. Era riuscito a verificare la fonte, e aveva sottoposto i dati pubblicati a certi suoi amici scienziati, che li avevano trovati attendibili. Un fisico gli mostrò una simulazione al computer di quello che sarebbe successo di lì a sei mesi, e le mani gli tremavano sul mouse. Il corpo celeste infuocato sarebbe caduto sulla Colombia. Cataclismi, terremoti, incendi, maremoti, vulcani, fallout ne sarebbero seguiti. Takeshi sarebbe stato il primo a divulgare la notizia, poi sarebbe seguito l’inferno.
Il pensiero di diventare finalmente famoso lo elettrizzò. Se fosse riuscito a trovare un editore americano, la notizia poteva valere il Pulitzer. Ma poi, la consapevolezza improvvisa che non ci sarebbe mai più stato un premio Pulitzer lo attraversò come una spiacevole corrente fredda.
Al volante della sua auto, sulla strada di campagna che lo portava da sua madre, Takeshi fissava la strada che sembrava interrompersi contro le pendici del monte Fuji. Gli automobilisti gli correvano incontro, smaniosi di raggiungere una qualche meta. Una donna con un bambino sul sedile anteriore lo superò con una manovra stizzita, senza guardarlo. Di lì a qualche mese, pensò lui, sarebbe stati entrambi solo dei fantasmi.
-Madre- Takeshi sollevò le labbra dalla tazza -tra sei mesi…
-Ti piace il tè?
-Come? Sì, certo. Ti stavo dicendo…
-Allora bevi. Non concentrarti sulle tue ansie, figlio, mantieni la concentrazione solo sul momento presente.
Takeshi abbassò gli occhi e inalò il profumo. Il tè era buono. Poi si ricordò perché era lì.
-Madre, ho paura.
-La paura è la via per il lato oscuro.
-Tu… vorresti sapere quando i tuoi giorni finiranno?
-A me non importa nulla. Ogni giorno è benedetto. Ma la compassione, che io definirei amore assoluto, illimitato, è al centro della vita. Noi siamo spronati ad amare.
Mentre guidava verso il suo appartamento di Kyoto, Takeshi ripassava le parole di sua madre. “e che la Forza sia con me” mormorò.
Parte III: Laura
Laura guardò la madre sul sedile accanto. Sembrava essersi calmata, e adesso dormiva, con la bocca aperta e il respiro catarroso. Con un occhio al traffico, posò il dorso della mano sulla fronte del passeggero: era calda, più che calda.
Imboccò la rampa verso il pronto soccorso. Era il quarto ospedale che girava, e le risposte erano sempre le stesse: siamo sotto organico, la gente ha lasciato il lavoro, non prendiamo pazienti anziani.
Con la storia dell’asteroide, in tanti avevano lasciato il lavoro per andare al mare. Ai caraibi. Avevano ritirato i soldi dalle banche, le banche erano fallite, ma chi se ne frega? C’era stato un blando tentativo di scoraggiare la pratica, poi si era lasciato correre.
-Posso chiedere a lei?
-Dica- questa volta la dottoressa sembrava gentile.
-È per mia madre. Ha la febbre, non so cosa sia.
-Quanti anni ha?
Ci risiamo, pensò Laura, è troppo vecchia per occuparsene.
-Settantaquattro- poi aggiunse, d’un fiato: -senta, non mi dica che non potete prenderla…
-Non sto dicendo questo. Però a prima vista sembra una semplice influenza, potrebbe occuparsene benissimo lei, a casa.
-No, io non posso, io…- si morse le labbra -non sono capace.
-Basta un letto caldo, tenerla idratata e aspettare che passi. Le prescrivo qualcosa per la tosse secca.
Laura si asciugò delle lacrime di frustrazione. Perché era così difficile? Perché proprio stasera avrebbe dovuto rimanere ad accudire la mamma?
Scopare, voleva scopare. Non scopava mai, e stasera avrebbe potuto, usciva con quel tipo trovato sulla chat. E stamattina la mamma si ammala. Cazzo! Se avesse cercato di rimandare era sicura che sarebbe andato tutto a rotoli.
La vita sentimentale di Laura era un deserto. Laura non era bella, lo sapeva. Ma c’erano donne brutte che avevano trovato un compagno, un marito, che erano riuscite a farsi una famiglia, degli amici, a trovare un proprio spazio, mentre lei era rimasta chiusa in quel bozzolo asfissiante. Una crisalide orrenda che sarebbe rimasta tale. Un filo di seta che la strangolava. Non riusciva a strapparsi da quella ragnatela appiccicosa che era sua madre. Quando staccava una mano, lei la catturava per un piede. Non aveva mai trovato la forza sufficiente per lasciarla andare. Ogni volta che ci provava, e Dio solo sa se ci aveva provato, il rigurgito acido dei sensi di colpa e quella straziante tenerezza le chiudevano la mente e lo stomaco e la facevano tornare al punto di partenza.
Adesso però c’era l’urgenza che rendeva il tempo una variabile anelastica. Non poteva più rimandare.
Una sua amica le aveva fatto provare una chat apposita: stasera avrebbe scopato Francesco.
Stasera avrebbe scopato Francesco.
Sua madre si svegliò tossendo.
-Laura- sussurrò.
-Non è niente mamma, ti riporto a casa.
Il cellulare segnalò un messaggio in arrivo. Laura accelerò d’istinto. La strada curvava e sembrava finire dietro le ultime case.
-Mi porti dell’acqua?- chiese lamentosa la madre mentre Laura le rimboccava le coperte.
-Ce l’hai qui sul comodino mamma- tagliò corto.
-Non ci arrivo.
-Sì- disse Laura allontanandosi -sì che ci arrivi.
Parte IV: Gladys
Gladys Kipsang era una forza della natura. I suoi geni avevano creato il corpo perfetto per la corsa. L’allenamento costante e la volontà incrollabile l’avevano portata ad ottenere risultati straordinari. Riusciva a correre la maratona in 2 ore e 3 minuti, ma lei sapeva di valere un tempo sotto le due ore.
Nessun uomo, né tantomeno donna c’era ancora riuscito. Sembrava che il portoghese, Da Silva, ci potesse arrivare, l’anno scorso. Poi però si era fermato a 2 ore e 20 secondi. Bel tentativo.
Lei sapeva di poterlo fare. Lei lo voleva fare. Voleva essere la prima, lo avrebbe fatto per se stessa, per i sacrifici, le lacrime e la rabbia. E per suo padre, quel testa di cazzo che avrebbe voluto che lei si fosse sposata e fosse rimasta a Meru, in Kenya, a sprecare la propria vita come cameriera o donna delle pulizie.
-Guardami!- gli avrebbe detto -guardami, stronzo! Guarda tua figlia, e guarda te stesso, e dimmi cosa vedi.
Quando il colpo di pistola dello starter squarciò l’aria, atleti e atlete partirono in un gruppo compatto. Un gigantesco animale dalle innumerevoli gambe che si muoveva in ondate costanti.
Lei era scattata con gli uomini, le donne avevano un ritmo troppo lento, e si spinse subito in testa, con due connazionali, un etiope, il portoghese e uno scandinavo.
Gladys seguì il ritmo ipnotico del suo corpo abituato alla corsa. Lo sguardo fisso dinnanzi a lei, le braccia come pendoli simmetrici avanti e indietro lungo i fianchi. Impostò il tempo mentale che come un cronometro le diceva che tutto stava filando liscio, anzi, andava a meraviglia. Persino il vento le era a favore. Non avrebbe potuto chiedere niente di più.
Il biondino fu il primo a mollare, poi mano a mano tutti quanti rimasero indietro. Al ventiduesimo chilometro era nettamente in testa. Più che vederle, percepiva le reazioni della folla quando passava. Un boato la accompagnava e si spegneva dopo il suo passaggio, per riaccendersi in lontananza, alle sue spalle, all’apparire del secondo atleta.
Continuò, continuò. Ci fu una crisi, al trentesimo chilometro. Ci fu la fatica al trentasettesimo chilometro. Ma tutto passò, e si ritrovò sul rettilineo, dove l’ultima leggera discesa nascondeva il traguardo, come se tutto sparisse nel nulla.
Un’ora, 59 minuti e 14 secondi. Sarebbe stato quello il tempo con cui tutti si sarebbero dovuti confrontare da lì in avanti. Al traguardo fu assalita da telecamere e macchine fotografiche. Le luci e i flash si riflettevano sul suo sudore e sui suoi denti bianchi.
L’indomani le prime pagine dei giornali sarebbero state tutte per lei. Un trionfo mondiale. Un primato che sarebbe entrato nella storia. La ricompensa di una vita intera di sacrifici.
Si svegliò con l’intenzione di mandare la prima pagina del giornale a suo padre. Ma la prima pagina recitava: “La fine del mondo è arrivata”.
Aldo Quario
Dune
La piscina è vuota.
Ne percorro lentamente il fondo cercando il riflesso dell’acqua mancante. Mi piace osservare l’inclinazione del pavimento azzurrato che determina le variazioni di profondità.
La piscina è vuota.
Ne percorro lentamente il fondo cercando il riflesso dell’acqua mancante. Mi piace osservare l’inclinazione del pavimento azzurrato che determina le variazioni di profondità. Cammino dalla zona in cui l’acqua è alta un metro fino a raggiungere la fossa che accoglie il corpo del tuffatore saltato dal trampolino. Da quel punto - la zona più bassa della vasca - il prato è invisibile e l’orizzonte esterno scompare. Foglie rinsecchite si avvitano in complicati mulinelli.
Il vento freddo arriva alle spalle, supera la sciarpa che porto al collo e scende a graffiarmi la schiena. Mi sto ritagliando una porzione di tempo fuori dal pranzo allestito alla villa. Dietro le dune coperte di sabbia i ciuffi d’erba fluttuano doppiando il movimento delle onde marine che si infrangono a poca distanza. Di mattina presto ho attraversato la spaziosa cucina. Sono uscito dalla grande porta a vetri - così trasparente da essere quasi invisibile – arrivando sull’erba del grande prato tagliata corta.
Giunto alla piscina svuotata, oltre la quale si stagliavano le ultime montagnole di sabbia prima dell’oceano, ero stato investito – per un gioco di specchi infranti e ricomposti che producono strani echi – da una costellazione di esperienze private e fatti collettivi. Studio le sottili crepe fiorite sulle pareti della vasca. Formano arabeschi che mi riportano indietro.
Rifletto sugli ultimi anni di vita di Pier Paolo Pasolini. Nessuno sapeva che stava lavorando a Petrolio. Libro trampolino per tuffarsi nelle correnti sotterranee del malessere italiano. Libro incendiario che dà fuoco alla nostra casa. Tutto brucia. Le fiamme corrodono le pareti, il pavimento, il soffitto. Così possiamo finalmente scorgere le linee guida, le strutture ischeletrite che reggevano l’intero edificio. Qualcosa di scritto, costruito per frammenti in collisione, con grandi aperture sulle dinamiche di potere politico e affaristico che sempre tornano ad ingabbiare l’Italia. Movimenti di denaro e di voti.
Pasolini resiste alla pressione del tempo. Nelle pagine di Petrolio afferma che la sua decisione è “non di scrivere una storia ma di costruire una forma”. Ha creato una forma che continua a bruciare ancora oggi. Allo stesso modo nella mia mente continuano ad ardere i pozzi di petrolio del Kuwait, incendiati durante la Guerra del Golfo dai soldati iracheni in ritirata. Li ho visti in un documentario di Werner Herzog trasmesso dalla televisione in una notte estiva, a tarda ora, inquadrati dall’alto volando in elicottero, con le lingue di fiamma altissime che penetravano dentro nuvole nere così dense da creare il buio in pieno giorno.
Le dune adesso sono diventate grigie. Sembrano fatte di cemento. Il cielo è nuvoloso. La luce cade come filtrata da un velario e le ombre proiettate sul terreno dalle masse volanti trasformano tutto il paesaggio.
Lei cammina e controlla la forma dei propri passi sulla sabbia umida. Indossa un piumino in pellicola di acciaio termosensibile: cambia colore al variare delle condizioni ambientali. Prima - quando era uscita assonnata a respirare l’aria del mattino - aveva un bel colore giallo limone. Ora si è trasformato in un blu di tenebra avvolgente.
Sorride soddisfatta del vento che le tocca il viso. Tutta la sua figura emana una quieta energia. I capelli biondi scompigliati. E’ sempre felice di arrivare su questo lido di sabbie e roccia. Non conserva dolorose nostalgie del passato. Si avvicina e mi abbraccia. Scambio di calore. Totale aderenza dei corpi.
Passeggiamo lungo il confine tra sabbia ed acqua. La spiaggia è enorme, ventosa per il maltempo dei giorni precedenti. Schiaffeggiati dagli spruzzi andiamo incontro alla tempesta, ci allontaniamo sempre di più dalla casa e dagli amici che stanno aspettando.
Mi fermo davanti ad un grande tronco d’albero trascinato a riva dalle onde. Vedo forme levigate piegate ad arco, sembrano enormi corna di cervo piantate nella sabbia.
Ho in mente la fotografia satellitare di una costa frastagliata, il profilo irregolare della terra bruna a contatto con il blu grigio del mare. La visione da alta quota suggerisce un senso di completezza. Ma esistono dettagli che osservati dalle grandi altitudini rimangono invisibili.
Stefano Loria (testo e immagine)
Toto erras via
Con i rotoloni asciugatutto si asciuga veramente di tutto, anche le lacrime.
Guglielmo se n’era appena andato e io restavo seduta in un angolo del letto, a farmi scendere le lacrime più calde del mondo.
Con i rotoloni asciugatutto si asciuga veramente di tutto, anche le lacrime.
Guglielmo se n’era appena andato e io restavo seduta in un angolo del letto, a farmi scendere le lacrime più calde del mondo.
L’avevo visto rispondere con aria preoccupata alla telefonata (a quella telefonata), l’avevo visto rinchiudersi nel bagno a discutere (una delle cose più odiose che potesse farmi), l’avevo visto uscire con la faccia rassegnata che non m’aspettavo altro, l’avevo visto rimettere in valigia pigiama, camicia, spazzolino, l’avevo visto salutarmi con un bacio sulla guancia e gli occhi bassi.
M’aveva detto che sua figlia, la più piccola, stava male, che sua moglie era preoccupata e gli chiedeva di tornare a casa, che lei gli aveva rinfacciato che quel convegno non poteva essere così importante, più importante di sua figlia, che non poteva lavorare tutta la settimana e lasciarla sola anche nel weekend, che ormai a casa non c’era mai.
Io non ho provato neanche a ribattergli che quello era il nostro weekend, che lo aspettavo da un mese, che avevo trascorso il giorno precedente dal parrucchiere e dall’estetista per lui, che ero passata al negozio di intimo e avevo speso una fortuna per lui, che avevo percorso duecento chilometri da sola in macchina attraverso il nulla per lui, che avevo disdetto tutti gli appuntamenti del mondo per ritagliarmi quei due giorni con lui.
Mi farfugliò che la camera d’hotel (che era la suite, precisò), era pagata per tutto il fine settimana e potevo restare fin quanto volevo, che potevo ordinare la colazione in camera, che avevo la piscina riscaldata compresa nel prezzo, che era pagata anche la cena al ristorantino romantico vista mare giù al porto.
Gli avrei voluto urlare in faccia che non me ne facevo niente della suite se lui non c’era, che non me ne facevo niente della colazione in camera se lui non c’era, che non me ne facevo niente della cenetta romantica se lui non c’era. E che mi mancava il rotolone asciugatutto che avevo a casa mia, a duecento chilometri di distanza.
Trascorsi il resto del sabato a ciondolare per l’hotel e sul lungomare, sferzata dal vento gelido, ma riscaldata dai raggi del sole autunnale. Valutai di andare a fare un bagno in piscina, perché il mare era ghiacciato di quei tempi. Ma la voglia sfumò.
Probabilmente ero l’unica cliente nel raggio di chilometri, ed era anche logico e plausibile considerando che era novembre. Mangiai un’insalata di arance al ristorante dell’hotel, da sola, non c’era nessun’altro a parte me e il cameriere.
Mi riposai nel primo pomeriggio distesa in diagonale sul lettone della nostra camera (cioè, della suite) per occupare tutto lo spazio a disposizione. Decisi che me ne sarei tornata a casa per non impazzire.
Caricai il trolley in auto e partii senza pensarci, con il cameriere inappuntabile che mi augurava buon rientro anticipato dall’ingresso del parcheggio.
Mi lasciai il mare e la felicità alle spalle.
La strada si estendeva in mezzo al niente in un territorio brullo, disabitato, selvatico.
Calcolai che avrei impiegato due ore e mezzo, forse tre sommando anche il tempo di una pausa.
Sarei riuscita a stare a casa per ora di cena, ad infilarmi nel letto, nel mio letto, per le dieci.
Era l’unico desiderio che avevo, in quel momento.
Mi meravigliai di me stessa per la lucidità e la forza d’animo che stavo dimostrando; qualche anno prima, quando era iniziata la storia con Guglielmo, sarei stata colta da una crisi isterica o qualcosa del genere.
Probabilmente avrei trascorso tutto il tempo a pensare a lui, al suo rientro in famiglia, a immaginarmi la moglie che se lo sbaciucchiava sulla porta di casa. A fantasticare su un riavvicinamento, su un ritorno del desiderio, sebbene Guglielmo mi continuasse ad assicurare che il suo matrimonio fosse bianco, candido come un lenzuolo appena lavato, e così da un bel pezzo, da prima che mi incontrasse.
Mi maledissi per non aver usato il bagno prima di partire. Tra non molto avrei avuto bisogno di una sosta toilette, quindi avrei perso altro tempo, e sarei arrivata più tardi. La cosa mi fece imbestialire.
Viaggiai per una mezzora e incrociai soltanto un paio di auto. Cercai di far mente locale sul viaggio di andata e mi resi conto che non era stato diverso.
Senza girarci troppo attorno, già mi scappava, ma avevo ancora un po’ di autonomia e non avevo intenzione di fermarmi così presto. Potevo trattenerla ancora.
Cercai di focalizzare anche le aree di servizio sulla strada, ma non riuscii a ricordarmene nessuna. Possibile non ce ne fossero?
Resistetti un altro quarto d’ora poi decisi che mi sarei fermata appena ne avrei avuto la possibilità, alla prima stazione di servizio che avrei incontrato, e non sapevo quanto tempo sarebbe trascorso. Già faceva buio e la cosa mi innervosiva ancora di più.
Stavo cominciando ad accusare i sintomi del viaggiatore solitario, sbattuto, stranito, indolenzito, quando intravidi l’insegna. Il cartello dall’altra parte della strada, non illuminato ma che si riusciva ancora a leggere con la luce violacea del crepuscolo, recitava “Bar e Tavola Calda”, la freccia indicava inequivocabilmente una modesta costruzione in tufo e legno.
Avrei dovuto tagliare la strada rettilinea, con la doppia linea continua al centro, e fare una specie di inversione di marcia. La qual cosa mi seccava non poco, a essere sinceri, non tanto per la manovra vietata, da ritiro della patente; piuttosto perché era come girarsi, come tornare indietro.
La prospettiva di un bagno fece cadere ogni mio ostacolo mentale.
Mi accertai che non sopraggiungessero automobili e attraversai la corsia, tagliai la strada e mi immisi nel parcheggio in breccia e polvere che si estendeva davanti al locale.
Quando spensi il motore mi sentii sollevata.
C’erano altre due auto parcheggiate, una delle quali talmente malmessa che probabilmente era in sosta a tempo indeterminato.
Recuperai la borsetta e smontai. La luce che proveniva dall’ingresso era benaugurante.
Entrai nel locale: quattro tavoli in legno, un frigo dei gelati, un espositore con qualche pizzetta stantia, e puntai dritto al bancone. Non c’era nessuno, ma uscì subito una signora dal retro. Dal grembiule col quale si asciugava le mani e dall’espressione interrogante, capii che si trattava della proprietaria.
Le chiesi del bagno e lei me lo indicò con gentilezza, nonostante il mio tono dovesse suonare un po’ sbrigativo.
Imboccai il corridoio stretto e lungo, e sbucai nel bagno. Quando accesi la luce mi sorpresi per come era tenuto bene, considerato che era quello di una tavola calda persa nel nulla, che con tutta probabilità serviva piatti pronti a camionisti di passaggio e poco altro.
Feci quello che dovevo fare e uscii velocemente.
Tornai al bancone e chiesi un caffè, non ne avevo voglia, ma era il mio modo di ricambiare il favore per l’uso del bagno.
Cercai anche qualcos’altro che mi facesse gola, ma mi sembrò tutto troppo triste e rinsecchito e desueto, come il dosatore dello zucchero in vetro col beccuccio in acciaio.
“È diretta al mare?” chiese la signora mentre collocava sottotazzina e cucchiaino di fronte a me.
Non mi meravigliò la domanda, ma rimasi bloccata. In tutta la giornata avevo pronunciato poche frasi: qualche accondiscendenza verso Guglielmo, qualche richiesta sminuzzata al cameriere dell’hotel. Era stata una giornata di poche parole, insomma.
“Non proprio” risposi con difficoltà, mentre la signora mi fissava, aspettando che il beccuccio della macchina del caffè iniziasse a sgocciolare liquido nero.
“Forse sono stata indiscreta” si scusò.
“No, non si preoccupi. Non è lei. È stata una giornata”, cercai la parola giusta nel mio dizionario mentale, “intensa”.
La tazzina era colma a metà e lei me la porse. La schiuma marrone e il profumo carico erano invitanti. Aggiunsi qualche granello di zucchero e girai. Il gusto era anche meglio dell’aspetto.
Mi complimentai, le chiesi quanto le dovevo, mi disse ottanta centesimi, cercai nel portaspiccioli una moneta da un euro, le dissi di tenere il resto. Lei ringraziò con educazione.
Uscii e mi diressi alla macchina. Era buio, ormai, sebbene le sagome delle montagne conservavano ancora il bagliore del giorno ormai andato. Questo non mi piaceva. Considerai la possibilità di fare una tirata fino a casa. Mi allettava quell’idea.
Misi in moto, accesi i fari e uscii dal parcheggio, ma inchiodai subito dopo, al momento di immettermi in strada.
Avrei dovuto tagliare la carreggiata, andare verso sinistra, ma non potevo. Un guardrail me lo impediva. Un alto, luccicante, metallico guardrail separava le due corsie di marcia.
Alzai i fari e lo illuminai. Prima non c’era. Sono sicura che prima non c’era. Prima ho svoltato e non c’era.
Non era possibile.
Cercai di recuperare lucidità. Osservai le barre di metallo e dedussi che doveva esserci un’interruzione, ad un certo punto, quella attraverso la quale ero passata facendo inversione.
Esaminai il guardrail in una direzione e nell’altra e non vidi interruzioni. Cercai di aguzzare la vista, ma niente.
Misi in folle, tirai il freno a mano e smontai dall’auto. Attraversai la strada e lo ispezionai da vicino, con i fari a farmi da occhio di bue. Era nuovo, lucido, consistente; se non fosse folle, avrei dedotto che l’avessero montato durante la mia sosta, il tempo di una pisciatina e un caffè.
Guardai da un lato e dall’altro: era buio e il guardrail sfumava nelle tenebre, ma non scorsi interruzioni. Per fare inversione di marcia sarei dovuta tornare indietro chissà di quanto. Quella situazione assurda mi mandò su tutte le furie.
Non era possibile.
Lasciando l’auto sul ciglio della strada, col motore acceso e lo sportello aperto, guizzai a passo rapido nel bar.
La signora era ancora dietro il bancone. Vedendomi rientrare mi sorrise e mi chiese se avessi dimenticato qualcosa.
“C’è il guardrail!” ringhiai, indicandolo oltre il vetro della porta d’ingresso.
Lei mi guardò stralunata. Parve cercare una risposta nella sua testolina, ma riuscì solo a balbettare un “Prego?”.
“C’è il guardrail!” ripetei, con meno foga questa volta.
Lei recuperò un po’ di coraggio e mi rispose con calma convinta.
“Sì, signora, c’è il guardrail”, e mi resi conto che stava assecondando il pazzo. E il pazzo, anzi la pazza, ero io.
“Prima non c’era e adesso c’è”, farfugliai, “prima ho svoltato per entrare qui e adesso non posso più svoltare per tornarmene a casa”, ma le mie parole stavano perdendo convinzione man mano che mi uscivano dalla bocca.
La barista cercò di capire, stringendo gli occhietti nello sforzo.
“Lei arrivava dal mare?” chiese finalmente.
Annuii.
“E come ha fatto a trovarsi con la macchina da questo lato? Come ha fatto a superare il guardrail?”. Mi fissava stupida, adesso. “Non ci sono inversioni di marcia per decine di chilometri, da un lato e dall’altro.”
Deglutii.
“Vuol dire che per fare inversione devo tornare indietro?” ripetei, per essere sicura di quello che avevo capito.
La signora annuii. “E non di poco” aggiunse con schiettezza. Mi sentii crollare il pavimento sotto i piedi.
No, non avevo intenzione di tornare indietro. Era già stato un sacrificio arrivare fino a qua.
Con gli occhi acquosi di lacrime uscii dal locale. Con passo deciso andai dritta alla mia macchina, che era ancora lì ad attendermi, col motore acceso e lo sportello aperto.
Montai e ragionai. Non era passata nessuna auto. Erano decine di minuti, che non passavano auto. Forse avevo già percorso tutto il tratto, un bel tratto, in contromano e non me ne ero resa conto. E mi era andata bene.
Non volevo restare arenata in quel posto sperduto nel nulla e non volevo tornare indietro. Avevo una sola alternativa, percorrere la strada contromano. Volevo tornare a casa, dovevo tornare a casa, e con un po’ di coraggio e un po’ di fortuna ci sarei riuscita.
Innescai la marcia e sgommai contromano.
Flavio Ignelzi (testo e immagine)
Flavio Ignelzi è nato e cresciuto a Benevento, ma ora vive a Caserta. Ha scritto di musica per Salad Days Magazine. Suoi racconti sono apparsi su Verde Rivista, Cadillac, L’Inquieto, Lahar Magazine, Alieni Metropolitani. Altri stanno per apparire in CrapulaClub, ne Gli Squadernauti e nella raccolta "Una cosa che comincia per L" (Satisfiction/Bookmark Literary Agency). Ha curato le tre antologie Oschi Loschi, raccolte di narrativa sannita contemporanea.
Il benzinaio
Ognuno ha le convinzioni che si merita. Ero convinto che il mondo mi parlasse per bocca delle meraviglie naturali, di cui facevano parte gli individui indimenticabili che metteva sulla mia strada. Gente come il benzinaio.
Enzo Fileno Carabba fotografato da Carlo Zei
Ognuno ha le convinzioni che si merita. Ero convinto che il mondo mi parlasse per bocca delle meraviglie naturali, di cui facevano parte gli individui indimenticabili che metteva sulla mia strada. Gente come il benzinaio. Uno dei personaggi straordinari del quartiere, un omino consunto e rugoso che stava sempre accanto alla sua pompa di benzina. E fin qui niente di strano. Solo che la benzina non c'era, da anni. Era una pompa in disuso. Uno diceva all'omino: “La benzina?” E lui: “Forse tra due o tre giorni, si sa come vanno queste cose in Italia”. Presidiava la sua pompa fantasma, proteggeva il suo ruolo. Aveva una sua intensità. Era come uno stregone di fronte al totem abbandonato. Un tempo era stato un benzinaio vero, normalissimo, ma ora per qualche motivo quella vita era finita solo che lui non poteva staccarsene. Lui era “IL BENZINAIO” e allora se ne stava lì, estate e inverno, a presidiare la sua identità. Sarebbe morto, altrimenti. Siamo fatti così. Quella mattina stavo andando da qualche parte che, sul momento, mi pareva importante. Invece mi è rimasto solo il ricordo del benzinaio, che era sul tragitto. Da ragazzi lo prendevamo sempre in giro. “La benzina?” gli chiedevamo. E lui ripeteva il suo discorso. E noi giù a ridere. Ora però non ne avevo voglia. Per quanto ormai inutile da un punto di vista energetico, la sua pompa di benzina era ubicata in un luogo da cui – in piena città periferica – lo sguardo poteva inquadrare le colline in tutta la loro magnificenza sovrannaturale. Era comprensibile che il benzinaio non volesse staccarsi. Chissà da quali abissi oceanici aspettava l'arrivo della sua benzina. Doveva esserci, nel fondo dell'oceano, un buco che era il suo buco nell'oceano e un giorno la benzina sarebbe tornata davvero. Il benzinaio mi guardava, con quella sua uniforme colorata e sporca. Anche io lo guardai. Ero deciso a non prenderlo in giro e gli dissi “Buongiorno”. Ero diventato buono e saggio. E proprio per questo motivo lui mi guardò deluso. Ci era rimasto male. Capii che lui voleva essere preso in giro. O forse no, il contrario, voleva crederci ai suoi grandi sogni di benzinaio oceanico. I suoi sogni lo dominavano. Ognuno ha le convinzioni che lo meritano. Allora gli dissi: “La benzina?” Ma glielo dissi in un modo nuovo, senza derisione, cercando di crederci. E ci credetti. E quando mi dette la solita risposta giurerei che era felice. Anche io lo fui. Il mondo mi aveva parlato ancora una volta.
Enzo Fileno Carabba