Stefano Daffra - Poeti anglofoni dell'Africa occidentale
Stefano Daffra, giornalista di lungo corso e professionista dell’industria editoriale in questo breve saggio ci introduce alla poesia contemporanea anglofona dell’Africa occidentale
Mali, Bamako, 1997. Foto Stefano Daffra
“Camminammo in mezzo ai morti e a gente appena uccisa. Eravamo costretti a stare in pozze fangose, a vedere i ribelli uccidere. […]. Mi porto dietro un mondo di fantasmi. I fantasmi di coloro che sono stati massacrati nel mio paese. E i fantasmi di tutti i massacrati in guerre insensate. Ciò non mi ostacola, mi ispira e dà energia. Quel che mi spinge è dare voce a chi non è sopravvissuto. Scriverò di guerra finché vivo”. Lo raccontava in una intervista a Esther Belin pubblicata dal sito nordamericano Poetry Foundation il 28 giugno 2022 una poetessa nata in Liberia nel 1955, Patricia Jabbeh Wesley. In quella conversazione l’autrice ricostruiva tra l’altro le sue esperienze durante la prima guerra civile liberiana che tra il 1989 e il 1997 ha causato oltre mezzo milione di morti, quando è scampata per un soffio alla morte fuggendo di casa con marito e i primi tre figli, quando ha trovato riparo in un campo profughi, quando ha potuto emigrare negli Stati Uniti dove ha ripreso il lavoro di professoressa universitaria.
Perché citare la poetessa liberiana? In primo luogo perché il continente subsahariano ha produzioni letterarie coi fiocchi, frutto di culture e lingue diverse come hanno chiarito bene Igiaba Scego e Chiara Piaggio nelle due antologie uscite nel 2021 e nel 2024 da Feltrinelli con il titolo Africana; seconda di poi, quei territori hanno generato pagine in grado di parlarci anche del nostro continente come di ogni conflitto. Nella parte conclusiva della poesia Bambino di guerra, tratta dalla raccolta del 2003 Becoming Ebony, Patricia Jabbeh Wesley vede un “bimbo morente” mentre la madre non può rivelare al padre lì presente, un militare, che quel figlio è nato da uno stupro di guerra:
“Quando tutti i veri uomini
erano partiti per la guerra e le donne furono lasciate
a guardare i razzi che cadevano, a vedere i figli morire
di kwashiorkor o di morbillo, a vedere che tutto
va in fumo, e poi nella quiete, quando faceva
troppo freddo per aspettare, i commando presero le donne
di mattina presto e di sera, la parte incruenta
della guerra civile si insanguinava.
A terra il bambino morente si contraeva, l’alluce
si contrasse, si mosse un dito. Non era giusto che un figlio di guerra
se ne andasse così, davvero.”
Magari sarà utile spiegare che il kwashiorkor è un termine di origine ghanese e descrive un grave stato clinico provocato dalla denutrizione e dalla mancanza di proteine. Questi versi non mantengono tutta la loro tragica urgenza? Al contempo ci consentono di passare a versi legati a uno spartiacque nella storia dell’Africa occidentale: la guerra civile del Biafra combattuta in Nigeria dal 1967 e nel gennaio del 1970. Andando per sommi capi, le provincie della Nigeria sud-orientale di etnia igbo si autoproclamarono una repubblica indipendente, si ribellarono con le armi, furono sconfitte. I morti superarono il milione, per la gran parte civili, uccisi dalla fame o dalle malattie. Chi viaggia almeno sui 60 anni ricorderà forse qualche telegiornale: quella del Biafra fu tra le prime guerre raccontate in tv.
Mali, Mopti, 1997. Foto Stefano Daffra
Agguanta bene gli effetti di quel conflitto la poesia Una madre in un campo profughi del nigeriano Chinua Achebe (1930-2013), autore nel 1958 del romanzo-caposaldo delle moderne letterature africane Things Fall Apart, tradotto da noi sia con il titolo Il crollo che Le cose crollano. In quel testo dalla raccolta Beware, “Soul Brother” Achebe ritrae una donna in un campo profughi “greve per gli odori della diarrea”, abitato da bambini “con le costole scavate / e i sederi disidratati”, dagli “stomaci rigonfi”.
“Nessuna Madonna con Bambino poteva eguagliare
La sua tenerezza per un figlio
Che dovrà presto dimenticare.”
Finché l’autore non chiude così il testo:
“Dal fagotto dei suoi averi raccolse
un pettine rotto e pettinò
i capelli rugginosi rimasti sul cranio
e, canticchiando con lo sguardo, prese
a ripartirli con cura.
Forse nella loro vita precedente
quello era un piccolo gesto quotidiano senza importanza
prima di colazione e della scuola; adesso lo compiva
come se stesse posando fiori su una piccola tomba.”
Quella profuga non ricorda una Pietà cristiana, come suggerisce lo stesso Achebe scrivendo di una “Madonna”? Conferma il confronto il poeta e traduttore Roberto Mussapi quando parla di Pietà nere nella quarta di copertina della raccolta dello scrittore Attento, “Soul Brother”, uscita in Italia nel 1995 per Jaca Books.
Il dolore di quella donna può fare il paio con la protagonista di Un pianto nella notte. La sepoltura di un nato morto, poesia composta da Wole Soyinka, drammaturgo, saggista, romanziere, polemista, poeta nato in Nigeria nel 1934, primo Nobel africano nel 1986. Il testo, tratto dalla raccolta Idanre del 1967 e incluso in Selected Poems del 2001, tra l’altro recita:
“Privo di stelle che le accarezzino il lamento
Il cielo si ritrae dalla pena
Né questa notte nel buio
La proteggerà. Arida la sfida
Arretra, il cielo non può contestare
Le cicatrici, riversare antiche scaglie
Per provare che ne condivide il tormento.
Uno stelo così tenero si seppellisce
In fretta.”
Un lutto materno così lancinante non fa pensare a quante madri tentano di fuggire da fame, violenza, soprusi, stupri? A quante madri vedono i propri figli morire di povertà, come accade probabilmente in questi versi, o di stenti provocati da una guerra? Soyinka interpreta quel lutto senza cadere nella retorica così come demolisce ogni retorica militarista una poesia di Ken Saro-Wiva, saggista e attivista nigeriano, occasionalmente poeta, impiccato 44enne nel 1985 perché oppositore dal regime militare di Sani Abacha. Prendiamo alcuni versi di Se tu fossi stato là, dalla raccolta del 1985 Songs in a Time of War.
“Se tu fossi stato là e avessi visto sporgere
In superficie dalla tomba sabbiosa
Come un’implorazione
I palmi ossuti del soldato sotto le bombe,
Non sorrideresti tanto ai resoconti radio
Su vittorie e battaglioni maciullati.”
Chissà, magari a qualcuno quei versi evocheranno “war poets” inglesi come Siegfried Sasson e Wilfred Owen che, visto di persona il macello della prima guerra mondiale, ne demolirono i discorsi retorici. Può forse evocare proprio Owen una poesia dal linguaggio immaginifico che è stata interpretata anche come un presagio della guerra del Biafra, Vieni tuono: l’ha scritta nel 1966 il poeta nigeriano di etnia igbo Christopher Okigbo, il quale verrà ucciso appena 35enne nell’estate del 1967 mentre combatteva tra le forze ribelli in quel medesimo conflitto. La lirica, ripresa da The Penguin Book of Modern African Poetry del 1998 curato da Ulli Meier e Gerald Moore, nella prima parte dice:
“Ora che la marcia trionfante è arrivata agli ultimi angoli della strada,
Rammentate, danzatori, il tuono fra le nubi …
Ora che la risata, spezzata in due, pende tremula fra i denti
Rammentate, danzatori, il lampo oltre la terra …
Il puzzo del sangue già fluttua nel vapore di lavanda del pomeriggio.
La condanna a morte è in agguato nei corridoi del potere;
E qualcosa di grosso e pauroso già tira i cavi dell’aria aperta,
Una nebulosa immensa e smisurata, una notte di acque fonde –
Un sogno di ferro anonimo e impubblicabile, un sentiero di pietra.”
Che sia o meno un presagio del conflitto del Biafra, cambia poco: con “il puzzo del sangue” Okigbo evoca la concretezza disgustosa di ogni evento bellico e che i suoi versi, nel contenuto, non rappresentino niente di nuovo rende il discorso ancor più amaro, ancor più vicino.
Stefano Daffra, 2024, Foto Sergio Anselmi
Stefano Daffra (Firenze, 1959) lavora come libero professionista in campo editoriale. Le poesie sopra citate sono riprese da un Dove la notte canta al giorno. Poesie in inglese dall’Africa occidentale e dalla diaspora: è un lavoro inedito focalizzato su testi di più autori e autrici che hanno pubblicato dal periodo post-coloniale, ovvero dagli anni ’60, fino all’alba del XXI secolo. Una sintesi di queste traduzioni e curatela è stata presentata alla libreria Griot di Roma nel marzo 2024 di cui ha scritto Valeria Verbaro sul sito di Hollywood Reporter Roma (https://www.hollywoodreporter.it/arte/letteratura/poesia-anglofona-africa-occidentale-wole-soyinka-chinua-achebe/98949/)
Visioni, avventure e passioni nell'arte contemporanea – Sergio Tossi
Una conversazione a ruota libera con un protagonista della scena dell'arte italiana, attraversando molti anni di attività: gallerista, talent scout, curatore di mostre indipendenti.
Sergio Tossi - inventandosi una scintillante “Domestic Gallery” - diventò rapidamente nei favolosi anni Ottanta di Firenze uno dei principali animatori dell'arte contemporanea in città. Da allora non si è più fermato: negli anni Novanta ha aperto e diretto due grandi gallerie a Prato, nel decennio successivo ne ha aperta una Firenze, ritagliandosi un ruolo importante nel panorama dei galleristi italiani più creativi ed innovativi dell'epoca.
Ha sempre giocato su tavoli paralleli : per un periodo è stato anche direttore dello spazio espositivo fiorentino Ex 3, ha sempre coltivato curiosità da attento collezionista, ha svolto un'attività di talent scout appassionato. Lucido osservatore delle varie tendenze artistiche in atto, nutre speciale predilizione per la pittura e la fotografia. Lo abbiamo incontrato per ricostruire le principali tappe della sua attività passata, ma al tempo stesso lo abbiamo anche sollecitato a raccontarci le sue opinioni a proposito dei più recenti sviluppi dell'arte di oggi.
Sergio Tossi ritratto da Carlo Zei
STEFANO LORIA: Non nascondiamo ai nostri lettori che ci conosciamo da veramente molto tempo, quindi abbiamo ben presente le differenti fasi della tua lunga attività dentro il mondo dell'arte contemporanea. Cominciamo dall'inizio della tua esperienza: da quella Domestic Gallery che nella Firenze degli anni Ottanta fu senza dubbio un successo, perché rappresentò una maniera intelligente e fresca per rinnovare il rapporto fra opere esposte e pubblico. Eravamo d'altra parte in un periodo storico che per l'ambiente fiorentino ha rappresentato un momento di grandissima vitalità, non solo nelle arti figurative, ma anche nella scena musicale e teatrale.
SERGIO TOSSI: Gli anni ottanta (ah, gli anni ’80 !) hanno rappresentato per me l’ingresso nella vita di città, dopo un lungo periodo passato in provincia (il valdarno montevarchino) con Firenze come luogo di estemporanee meraviglie in escursione. Teatro, mostre, concerti, soprattutto concerti, e vita universitaria come pendolare perenne. D’altra parte ero e sono rimasto molto legato alla provincia, agli amici del liceo, alla mia squadra di basket, alla radio privata in cui avevo lavorato nel decennio precedente. Venire a vivere ed a lavorare in città è stato solo l’ultimo stimolo per provare a “partecipare” ad un contesto culturale maledettamente attraente. Così decisi di dare una mano ad alcuni amici artisti, incontrati e conosciuti nel pieno del fermento creativo fiorentino, tra Tenax, Manila, Salt Peanuts, spazi “misti”, parrucchieri alternativi che ospitavano mostre, sfilate di moda nelle fabbriche abbandonate, il miglior teatro d’avanguardia d’Italia con, per dire, i Magazzini Criminali e Krypton, tutto incrociato con il rock, il dark, la new wave “à la florentine”. Così capitò che organizzando le prime mostre nella Domestic Gallery, il mio appartamentino di via Maggio si trasformò in un crocevia di personaggi, come si direbbe oggi, della cultura alta e della cultura bassa. Mi piaceva da morire questo ruolo da outsider del mondo dell’arte di cui conoscevo il minimo indispensabile ma di cui ignoravo (beata incoscienza) le meccaniche critiche ed economiche. Diciamo che mi basavo su un certo intuito e su un’innata attitudine alle dinamiche di gruppo. Non a caso usavo le stesse (poche) qualità per fare (piuttosto bene) l’allenatore di basket. Insomma, per non tirarla troppo per le lunghe, ci fu un discreto interesse verso quell’esperimento di vita/galleria che mi spinse, ad un certo punto, a lasciare il mio tranquillo posto di lavoro da buyer nella sede italiana di un gruppo americano e lanciarmi verso una carriera (non irresistibile) da gallerista “vero” .
SL: Dopo le mostre allestite nella tua abitazione privata, per avviare una attività di gallerista vero e proprio che gestisce uno spazio espositivo anche guardando alle possibilità del mercato, hai scelto Prato, città distante solo pochi chilometri dal capoluogo toscano ma differente per mentalità degli abitanti e disponibilità verso le novità culturali. A Prato hai diretto – in anni immediatamente successivi - due gallerie, spazi diversi per grandezza ma non per il tipo di artisti selezionati. Raccontaci questa tua dinamica fase pratese.
ST: Vanno ricordate, credo, prima dell’apertura della prima galleria a Prato, due esperienze importanti, almeno per me. La prima fu l’utilizzo di una vecchia filanda in provincia di Arezzo, a Pieve a Presciano, di proprietà del mio amico Arturo Ghezzi, per l’organizzazione di alcune mostre e di un workshop internazionale. Il posto è meraviglioso, un corpo fabbrica di inizio secolo in mezzo ad un’architettura colonica, di fronte a campi aperti circondati da colline boscose. Oggi in quei campi, Arturo ha realizzato un piccolo aeroporto (ognuno ha le sue passioni), mentre nell’edificio l’artista Luca Pancrazzi ha ospitato anni fa altre attività espositive molto interessanti. A me l’ispirazione l’aveva data il magnifico evento che Luciano Pistoi organizzava annualmente al Castello di Volpaia, nel Chianti. Purtroppo non avevo né le conoscenze né le possibilità economiche del grande gallerista torinese, però qualcosa di buono ed interessante riuscii a farlo anch’io e per 2/3 anni feci un bell’avanti e indietro tra Firenze e Pieve a Presciano, con grandi soddisfazioni e notevoli perdite di denaro. Ma chi se ne fregava, ero ancora abbastanza giovane! La seconda esperienza, in qualche modo sovrapponibile alla Domestic Gallery ed alla Fabbrica di Seta, fu quella dello spazio viennese dei Neues Atelier Siebenbrunnengasse, dove portai alcuni artisti fiorentini (di nascita o di residenza) come Franco Ionda (che soddisfazione vederlo esporre a palazzo Pitti nei mesi scorsi !), Maurizio Pettini, Francesco Torrini (grande talento che ci ha lasciato troppo presto), Andrea Mizzau, Anita D’Orazio. Fu un periodo fantastico, di grandi discussioni, grandi aspettative e, ad essere sinceri, anche e soprattutto di grandi bevute. Ma lo spazio viennese era bellissimo (un piano di una vecchia caserma) e contribuì non poco ad aumentare la determinazione a continuare l’avventura nel mondo dell’arte contemporanea. Così si arriva finalmente, 1992, alla prima vera galleria, a Prato in via Calimara, nei locali presi in affitto da Alessandro Poli (uno dei membri dell’ultimo Superstudio, mitico gruppo di architettura radicale, per dire di com’era centrale Firenze in quegli anni). Tanto entusiasmo e pochi soldi (come sempre, rimarrà una costante, mi son perso gli anni in cui i galleristi facevano i milioni). Però intanto mi ero fatto un po’ di gavetta, e avevo scelto Prato per due principali motivi: la presenza stimolante del recentemente aperto Museo Pecci con il suo vulcanico direttore Amnon Barzel, poi diventato buon amico, il quale aveva appena passato la mano all’altrettanto estrosa Ida Panicelli, ed il significativo numero di collezionisti di cui si favoleggiava nei discorsi tra noi nuovi adepti al mondo dell’arte. Scoprii poi che molti di questi ormai preferivano per i loro sontuosi acquisti la scena newyorkese e che una galleria giovane dedita al lancio di nuovi artisti non era in cima alle loro preferenze. Ma, insomma, qualcuno si lasciò attrarre e qualche risultato arrivò insieme ad un po’ di vendite. Organizzai molte mostre in quella prima fase, tanti artisti si proponevano, io affinavo le mie scelte, o almeno credevo di farlo. Un bel ricordo, fra i tanti, la mostra “Verso Bisanzio con disincanto”, una panoramica su quella che il critico e direttore di Tema Celeste, Demetrio Paparoni, chiamava astrazione ridefinita con un testo in catalogo di Elio Cappuccio. C’erano artisti del calibro di Peter Hally, Juan Uslè, David Row, Sean Scully. Una goduria per gli occhi, se mi permettete. Mi aiutò molto a farmi conoscere alla prima ArteFiera di Bologna a cui partecipai e dove ebbi la fortuna di allargare, almeno a livello italiano, la cerchia di appassionati che avrebbero seguito, chi più chi meno, il mio lavoro. Apro una parentesi per dire, a proposito del catalogo di cui sopra, che ho sempre dedicato tante energie, attenzioni e risorse finanziarie alla loro pubblicazione, ritenendoli importanti quasi quanto le mostre stesse, contenendone la memoria e quindi in qualche modo prolungandone la vita. Di contro hanno rappresentato una piccola sciagura economica avendomi prosciugato, insieme alle pubblicità sulle riviste specializzate, ogni guadagno ottenuto faticosamente dalle vendite dei lavori degli artisti. Nonostante questo, ad un certo punto della storia, decisi di raddoppiare e affittai un capannone ai margini del centro di Prato, appena ristrutturato, facendomi aiutare, per le finiture, dall’architetta Lorella Zappalorti. Non voglio qui peccare di falsa modestia, perciò dichiaro orgogliosamente che, per quegli anni, ovvero la seconda metà dei ’90, la Sergio Tossi Arte Contemporanea di via Nistri era una delle più belle gallerie d’Italia, spesso paragonata, non da me, a spazi berlinesi o americani, per i volumi ed il disegno dei tre livelli di cui era composta. Cercai anche di alzare la qualità delle mostre, alternando la presentazione di giovani artisti a nomi di livello internazionale (vado a memoria veloce, tra gli altri : Manuel Ocampo, Robert Yarber, Herbert Hamak). Arrivarono i primi affezionati collezionisti, inevitabilmente con molti diventai amico, perché alla fine la passione accomuna, ma devo ammettere che molte aspettative sulla piazza pratese andarono deluse. Forse ero arrivato con qualche anno di ritardo sul boom dell’arte contemporanea, forse non ero in linea con la schietta e un po’ sopra le righe esuberanza dei pratesi. Ricordo però con affetto una mia gaffe all’apertura ufficiale della prima mostra nella nuova galleria: c’era un signore molto distinto, silenzioso, che si era dilungato nella visita della mostra, poi si era seduto nell’unica poltrona dell’ufficio, così che, pensando ad un potenziale cliente, lo avvicinai chiedendogli se aveva bisogno di informazioni e se fosse di Prato. Lui mi guardò sorridendo, con gentilezza, e mi rispose che sì, lui era di Prato, per la precisione era il sindaco di Prato….
SL: Con gli anni duemila, il ritorno a Firenze. L'apertura di una grande spazio nella zona di Porta Romana. Qui hai avuto la possibilità - era una enorme fabbrica – di esporre opere anche di grandi dimensioni, e di realizzare progetti di ampio respiro. Riscostruiamo le linee essenziali, le suggestioni che ti guidavano in quegli anni di lavoro intensissimo.
ST: Anche a Firenze, ebbi la fortuna di scovare uno spazio interessantissimo, di origine industriale, molto simile alla galleria di Prato. Su un livello la galleria vera e propria, al piano superiore il magazzino ed un paio di studi per artisti, uno dei quali occupato da Max Rohr, una specie di fratello minore con cui ho condiviso mostre, musica, bevute ed estati nel suo maso sull’altipiano del Renon. La mostra inaugurale, all’inizio del nuovo millennio fu però un’esposizione suggestiva di una dozzina di grandi lightbox di Matteo Basilè, un altro dei compagni abituali di questi miei ormai lunghi anni di viaggio in questo mondo. Poi tante altre avventure, come quella con il gruppo della cosiddetta Nuova Scuola di Palermo (Alessandro Bazan, Francesco De Grandi, Fulvio Di Piazza ed Andrea Di Marco, quest’ultimo tragicamente scomparso lasciandomi un dolore immenso), o quella con l’artista e poeta fiorentino Stefano Loria (casualmente uno degli estensori di questa intervista…), e Giacomo Costa, Paolo Fiorentino, Arash Radpour, il duo “digitale” Marotta & Russo, e molti molti altri. Sempre provando a sfruttare le peculiarità dello spazio per la presentazione migliore delle opere e cercando di restituire al pubblico una certa idea di “ospitalità” sincera e non ostentata. Mi è sempre piaciuto così, fin dai tempi della Domestic gallery, anche un po’ in alternativa ad un mondo snob che, diciamolo, l’arte contemporanea si porta dietro.
SL: Una tappa molto significativa del tuo percorso è stata la direzione di Ex3, uno spazio pubblico per le arti contemporanee creato nel 2009 dal Comune di Firenze. Un progetto prezioso purtroppo durato pochi anni. Un'esperienza vissuta insieme a due ottimi collaboratori (Lorenzo Giusti e Arabella Natalini), articolata secondo una visione internazionale molto stimolate, con vari episodi – mostre ma anche eventi musicali – che restano impressi nella memoria di chi li ha vissuti come appuntamenti indimenticabili.
ST: Ovviamente Stanza 251 sa che questa è una ferita ancora aperta. Mi riferisco alla chiusura di quello spazio straordinario che ho avuto l’onore di dirigere per un triennio. E’ stata comunque una fase importantissima del mio percorso, assumendo un nuovo ruolo, stavolta pubblico, e decidendo quindi di lasciare la galleria per ovvie ragioni di opportunità. Chiamiamole “conflitti d’interesse”. La maggior parte delle mostre sono state curate da Arabella e Lorenzo, ma mi ascrivo il merito di aver impostato l’attività del Centro EX3 rendendolo, a dispetto di opinioni inizialmente dubbiose, un luogo di aggregazione, di scambio culturale, di ospitalità ad altre “arti” (musica, teatro, architettura, letteratura etc). Purtroppo la crisi economica, il venir meno di certe risorse, ne hanno decretato la fine. Restano in mente mostre memorabili come quelle di Julian Rosefeldt, di Charles Avery, o la collettiva Suspense sul rovesciamento del senso di scultura. E spettacoli indimenticabili : Laurie Anderson, Moni Ovadia, il sublime ed inaspettato act di Bill Frisell e Don Byron, organizzato in tre giorni, con un palco di 4 metri per 4, una piantana alogena come unica luce di scena e lo sfondo dei cinque schermi del film di Julian Rosefeldt. Ma anche cinquecento persone entusiaste e perfino commosse per quei magici suoni. A Frisell piacque molto aver suonato con lo sfondo di Rosefeldt (era davvero perfetto, va detto), ma quando venne a ringraziarmi (cioè, Lui ringraziava me..) ero all’apice della felicità. Intorno a questi eventi, diciamo così, speciali, la soddisfazione è venuta dalle mille iniziative collaterali, dagli incontri organizzati con architetti, con industriali mecenati (dio li conservi!), con tanti studenti, con le università americane, con l’Accademia di Belle Arti, e i concerti di jazz, rock, blues, ed il premio Toscana Contemporanea e, e, e… Fu, a mio parere, ed a prescindere dalla mia direzione, un vero delitto lasciarlo morire. Ma così va il mondo. Amen.
SL: Arriviamo al presente. Diamo per scontata la coesistenza di tanti linguaggi differenti – pittura, fotografia, scultura, installazioni, ecc.- tutti ormai collocati sopra una medesima linea di orizzonte. Anche gli stili espressivi si offrono oggi uno accanto all'altro, senza soluzione di continuità: composizioni astratte, altre opere che mantengono elementi figurativi, installazioni di ogni genere, lavori neo-concettuali, oppure altri oggetti ibridi di provocante splendore che assomigliano molto a campagne pubblicitarie commerciali...insomma, tutta quella complessa e rutilante mescolanza di piani mentali e visivi che oggi incontriamo aprendo una applicazione sul nostro smartphone. Come ti orienti in questa foresta di immagini ed informazioni estetiche?
ST: Posso essere sincero fino in fondo ? Ho rinunciato ad orientarmi. Sono sempre attratto da ciò che gira di nuovo anche se a volte mi pare che si spacci per nuovo ciò che qualcuno ha ormai sperimentato anni, decenni, addietro. Il discorso è ovviamente lungo e, nonostante la mia lunga militanza nel mondo del contemporaneo, non posso ritenermi un “critico”. Alla critica italiana imputo però, con le dovute eccezioni, una mancanza di profondità e di chiarezza, sia nelle idee che nel linguaggio. Anche una insopportabile esterofilia o, se volete, la sudditanza verso quello che qualcuno, non ricordo chi, ha definito il “superstile internazionale”. Mi pare che molti siano ancorati al tentativo di entrare nella lobby che conta. Vale per i critici, ma vale anche per artisti e galleristi. L’eccesso di calcolo, la strategia, annullano la passione e le emozioni che le opere possono ancora dare. Spero di non essere troppo fumoso. Pittura e fotografia restano ancora in cima alla mia playlist artistica. La scultura sta riguadagnando posizioni, installazioni e “site specific” mi deludono spesso, ma so che non bisogna mai fare di ogni erba un fascio. Ci sono artisti “concettuali” di grande valore, ma la cosiddetta arte concettuale è spesso fuffa. Diciamo in alta percentuale. Forse non la capisco ma ho smesso di provare a spendere tempo e fatica per capirla. Cerco ancora l’emozione in un’opera, lo stupore e la delizia. Anche il pugno nello stomaco, certo. Continuo a pensare che la pittura, la buona pittura ovviamente, sia ancora la più concettuale delle forme d’arte. Della pittura mi piace il suo essere imperfetta, sempre. Perché la perfezione è maledettamente noiosa. E in fondo, anche i pittori minimalisti (I love Ellsworth Kelly, miei cari) sono solo in cerca di quella perfezione che non potrà essere raggiunta, ma quel tentativo, quello sì, è affascinante. Comunque amo la pittura in quasi tutte le sue declinazioni. Vedo però che alle fiere d’arte torna a vedersene tanta. Mi piace molto quella tendenza a far convergere figurativo ed astratto, o la narrazione sincopata, come, ad esempio, in Neo Rauch e negli artisti della scuola di Lipsia. E mi fa molto piacere che ci sia in corso a Firenze una mostra ubiqua di Jenny Saville, una delle mie preferite, tra le ormai superstar, insieme a Cecily Brown. Le ho scoperte molti anni fa, provai pure a suggerirne l’acquisto a qualche amico collezionista che oggi si maledice per non averlo seguito, quel consiglio. Ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensava allora, primi anni duemila, qualche direttore di museo che adesso le esalta e che in quel periodo schifava qualsiasi cosa, a prescindere, su una tela dipinta. Che fossero capolavori era ininfluente, la pittura era morta, inadeguata, dicevano. Ma sarò io che mi ricordo male, forse.
Mi resta anche una grande passione, e curiosità, verso la fotografia. Ma chi non la ama? Solo gli stolti o gli insensibili o quelli che si sentono fotografi e ne infangano la reputazione. Una volta ho intervistato, per La Repubblica, il grande Frank Horvat. Da anni, mi raccontava, fotografava quasi solamente con una macchinetta di quelle digitali portatili che si tengono con una mano. Mi fece vedere i risultati ed erano immagini straordinarie, che noi umani ci sogniamo di poter fare, altroché. Come si dice, la classe non è acqua. Qualche giorno dopo l’intervista Horvat mi fece avere un mio ritratto fatto durante la conversazione, dello scatto neanche me n’ero accorto. Ecco che era arrivato un altro di quei momenti di piccola (piccola?) felicità di cui è costellato questo mio instabile percorso.
Anche Alberto Conti (il grande Alberto Conti) mi ha fatto un ritratto. Risulto molto meglio di come sono in realtà e ormai uso quell’immagine per propagandarmi su social e compagnia. L’ennesima dimostrazione che fotografi “seri” o si è, o è meglio limitarsi al selfie sul Ponte Vecchio.
SL: Ancora sulla situazione presente. Come giudichi l'influsso che i social media esercitano sulla fruizione delle opere di arte contemporanea? Facebook, Instagram, Twitter, finiscono per orientare gusti e curiosità del pubblico, mentre il ruolo della critica d'arte - un tempo fondamentale - in Italia pare oggi assai ridotto rispetto al passato, forse addirittura irrilevante poiché destituito di autorevolezza. A fronte della moltiplicazione di siti internet dedicati all'arte contemporanea - che in genere giocano sulla velocità di un commento superficiale – si avverte la mancanza di un dibattito critico più approfondito sul significato e sul valore delle opere proposte. Che opinione hai di questi fenomeni ?
ST: Non vorrei sembrare lapidario, ma credo che i social abbiano un influsso nefasto sulla fruizione dell’arte. Diciamo che per una divulgazione semplice ed immediata, nel senso di “dare notizia di”, possono anche essere utili. Ma Il problema è l’appiattimento delle immagini, La falsa idea che non vi sia bisogno di vedere l’opera dal vivo. Molti credono di conoscere il lavoro degli artisti attraverso un post, ma niente può sostituire l’impatto dell’opera originale vissuta in presenza. Questione di tatto, di vista, di dimensioni, di materia, se c’è. Ma anche se non c’è, non sarà mai la stessa cosa. E purtroppo tutto diventa superficiale. Non è solo un problema dell’arte, come vediamo in questi giorni. La facilità di fruizione, scatena la falsa competenza. Un disastro. Ma d’altronde si può farne a meno? Boh.
Sulla mancanza di dialogo ed approfondimento critico ho già detto qualcosa nelle precedenti risposte. Forse mi perdo qualcosa del dibattito, sono un lettore pigro e devo lasciarmi del tempo per la Gazzetta dello Sport, ma effettivamente sembra che langua. O meglio, tutto è spezzettato, ognuno va per la sua strada in fondo evitando il confronto, ovvero l’unica via per arrivare alla sintesi. Poi come si diceva prima, l’arte contemporanea ha preso strade con presupposti teorici diversi, molti critici non partono dall’analisi dell’opera ma costruiscono eventi per gratificare le loro idee con grande spregio, a mio modestissimo parere, del lavoro degli artisti. Molti dei quali, anche questo va detto, si lasciano strapazzare a piacere pur di guadagnarsi un posto alla tavola imbandita del mercato. Per molti quest’ultimo resta un’araba fenice, un sogno nebbioso, e nel frattempo hanno perso dignità. Son troppo cattivo ?
Sergio Tossi ritratto da Carlo Zei
SL: Per concludere questa intervista ti facciamo una domanda che avrebbe potuto essere collocata all'inizio di tutto il nostro discorso. Hai sempre avuto la capacità di coinvolgere un ampio pubblico nelle tue iniziative, attraverso tanti anni di attento lavoro e con differenti modalità operative. Dal tuo punto di osservazione, oggi è più facile o più difficile proporre arte di qualità rispetto al periodo in cui cominciasti la tua attività ?
ST: Non so. Di sicuro è più difficile trascinare le persone in galleria. In parte per le ragioni di cui alla domanda precedente (“non c’è bisogno che vada, ho già visto tutto su Instagram”). Il trucco resta quello di organizzare inaugurazioni con un buffet imperiale! Scherzo, dài, ma in fondo mica tanto. Come ho suggerito ad un’amica gallerista, bisognerebbe piazzare il buffet in fondo alle sale e consentirne l’accesso solo a chi abbia comprato, non dico un quadro, ma almeno un catalogo. Però, seriamente, il senso della domanda era forse un altro. Difficile dire il grado di qualità di quello che si presenta, ognuno può avere una sua opinione in proposito. Ma la ricerca, se accompagnata dal dialogo con l’artista, con i critici, ed anche con gli amici collezionisti, darà sicuramente frutti. E’ un lavoro lungo, faticoso, e costoso. Ma di bravi artisti ce ne sono sempre molti. Qualcuno malato di arte che vorrà riempirsene la casa, anche. Ci vuole coraggio e determinazione. Da parte mia ho ancora qualche sorpresa in serbo, riparliamone tra qualche mese.
Postille a Nero ananas
Abbiamo chiesto allo scrittore fiorentinoValerio Aiolli di ricostruire per Stanza 251 il lavoro preparatorio ed il clima emozionale che stanno alla base della scrittura del suo romanzo “Nero ananas”, ispirato alle vicende del terrorismo neofascista italiano degli anni Settanta.
Valerio Aiolli fotografato da Carlo Zei
Lo chiamavo il romanzone. Gli altri erano romanzi che cominciavo, sviluppavo, finivo, a cui attribuivo un titolo, che venivano poi pubblicati. Lui no. Lui stava lì. Imprigionato in schemi cronologici e diacronici suddivisi in cartelle dai nomi strani, in schede di personaggi, in ritagli di giornale, in pacchi di fogli alti trenta centimetri contenenti dispositivi di rinvio a giudizio o motivazioni di sentenze. Ma in gran parte, la parte assolutamente preponderante, stava nella mia testa. O nel mio cuore. O nel mio corpo. Insomma, dove stanno i romanzi quando emergono come possibilità ma ancora non sono stati scritti. E quindi, a pensarci meglio, ho sbagliato a dire che stava da qualche parte. Perché un romanzo esiste solo a partire dal momento in cui lo si scrive.
«Il concepimento è ben poca cosa in confronto al parto» dice Philip Roth. «Intendo dire che, fino a quando non sono state assorbite in una strategia narrativa d’insieme, le mie “idee” […] non [sono] diverse da quelle di chiunque altro. Tutti hanno “idee” per romanzi, la metropolitana è piena di persone che si reggono alle maniglie rigirandosi per la testa idee per romanzi che non riusciranno mai a scrivere. Spesso anch’io sono una di loro».[1]
Quindi per lunghi anni il romanzone non stava lì, mentre la “strategia narrativa d’insieme” che era necessaria a dargli vita veniva a poco a poco componendosi. Non riesco a contare le volte in cui ho pensato che non ce l’avrei mai fatta a finirlo.
Tutto era cominciato una sera di gennaio del 2002 quando, appena terminata la lettura di Libra di Don DeLillo, mentre steso sul divano mi stavo domandando quale nuovo libro iniziare a leggere, pensai che mi ci sarebbe voluto un romanzo italiano che parlasse in un certo modo dei fatti oscuri di casa nostra, quelli che magistratura e storici non erano ancora riusciti a decifrare fino in fondo. Un romanzo che ripercorresse una vicenda fondamentale della nostra storia recente, che sposasse una versione dei fatti tra le molte possibili ma che allo stesso tempo non fosse un libro ideologicamente schierato, non grondasse indignazione e polemica politica da ogni rigo, ma cercasse invece di entrare nelle teste, nelle pance e nelle scarpe dei protagonisti visibili o nascosti di quella vicenda, per portarne alla luce i moventi più intimi, le irresolutezze, le crudeltà, le paure, in sintesi il loro essere comunque uomini.
Ma un romanzo così, pensai, non c’è. O almeno, io non lo conoscevo. L’avrei dovuto scrivere, anziché leggerlo.
E mentre su quel divano tratteggiavo a me stesso per la prima volta un obiettivo di questo tipo, mi si veniva chiarendo l’idea che l’evento in questione doveva essere qualcosa di grosso e di opaco, di molto visibile e molto sfuggente. Da non molto erano cominciate a uscire sui giornali le rivelazioni dei primi pentiti dell’eversione nera di fine anni ’60-primi anni ’70, che mostravano un quadro di azioni e relazioni fino a quel momento ignoto. A suo tempo l’emergere di una “strategia della tensione” (Piazza Fontana, ciò che vi aveva condotto e ciò che ne era seguito) aveva rappresentato un cambio di rotta nel sentire e nell’agire della coscienza collettiva italiana. Non solo per chi ne aveva subite dirette conseguenze o per gli adulti dell’epoca, ma anche per chi, come me, a quel tempo era un bambino e aveva percepito il cambiamento in modo subliminale, sì, ma potente.
Decisi di concentrarmi su quel periodo buio. In particolare sulla preparazione e l’esecuzione dell’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Intanto perché, essendo il meno ricordato tra tutti gli attentati “neri”[2], metterlo al centro della scena evitava, almeno in partenza, il rischio di scivolare su strade già battute. E poi perché fu proprio quell’attentato, il primo dopo Piazza Fontana, a togliere ogni residuo dubbio sul fatto che la strategia della tensione non era un’invenzione giornalistica o dei partiti e movimenti della sinistra più o meno estrema, ma una forma di guerra civile mai sperimentata in precedenza: il 17 maggio 1973 divenne chiaro a tutti che, purtroppo, il 12 dicembre 1969 non sarebbe rimasta l’unica data infausta nella recente storia italiana.
Per qualche istante, su quel divano, vidi il romanzo: una frastagliata, complessa serie di vette montagnose illuminate dallo schiocco muto di un lampo. E poi, subito dopo, il buio. Avrei dovuto fissarmi nella mente una volta per tutte quell’immagine e provare a ricrearla, giorno dopo giorno, con le mie parole.
Mi tirai su, attraversai la casa silenziosa e mi infilai a letto con una strana euforia sotto pelle, la stessa provata le volte in cui ho conosciuto una donna di cui di lì a poco mi sarei innamorato. Magari, più tardi, finendo per pentirmene.
La documentazione. In principio fu cartacea, o comunque su supporti analogici. Internet c’era già, ma ai primi degli anni 2000 vi si trovavano molte meno cose rispetto a oggi. Quindi: microfilm in biblioteca per spulciare i giornali d’epoca attraverso quei grossi macchinari che fanno tanto noir con detective privato, atti giudiziari e di commissioni d’inchiesta, libri di storici, di divulgatori, di giornalisti. Biografie lacunose, autobiografie indulgenti, lunghe interviste spesso elusive. Poi, via via che la rete si infoltiva, filmati, fotografie, memoriali mai stampati, blog riepilogativi, riviste on-line che apparivano e sparivano dall’oggi al domani.[3]
A un certo punto ti sembra di sapere tutto. Il giorno dopo sei convinto che non saprai mai niente. Finché una buona volta metti a fuoco che non stai scrivendo un saggio, né un reportage narrativo. Che a documentarti, in linea teorica, potresti andare avanti tutta la vita. Che però ciò che tu vuoi fare è scrivere un romanzo. Basato sì su fatti storicamente accertati ma che poi si sviluppi autonomamente, per le tipiche vie attraverso cui si sviluppano i romanzi, e cioè su (giù) per gli intricati rami dell’immaginazione e della memoria. Insomma, un giorno ti rendi conto che devi cominciare a digerire tutta quella mole di documenti per trasformarla in materiale narrativo.
Naturalmente la realtà non è così schematica. Continuai a cercare, a leggere e a prendere appunti fin quasi alla fine della stesura. Però è vero che un giorno avvertii la necessità di buttar giù almeno due-tre paginette, forse per dimostrare a me stesso che il romanzone, oltre che prepararlo e pensarlo appeso alle maniglie di un autobus (la metropolitana a Firenze non c’è, e all’epoca non c’era neanche la tramvia) ero anche in grado di scriverlo. E la prima cosa che scrissi fu l’inizio del capitolo in cui entra in scena l’anarchico senza nome (forse perché – sfida nella sfida – lo sentivo come il personaggio più lontano da me? È solo un’ipotesi, e non ci giurerei che sia davvero il più lontano), che nel libro stampato adesso si trova a pagina 111. Immaginai una Venezia del 1949, una palestra di boxe, un Boss. E iniziai a dare del tu a questo ragazzo che diventerà un uomo senza mai smettere di fare a pugni con la vita.
La struttura. È (o almeno io la definirei così) il modo che si sceglie per raccontare una determinata storia: rispettare il senso cronologico o muoversi avanti e indietro nel tempo? Far parlare un narratore onnisciente alla Tolstoj, o una prima persona alla Salinger, o una serie di prime persone alla Faulkner, oppure un’altra soluzione ancora? Fare pochi capitoli lunghissimi, tanti capitoli brevissimi, o una delle mille vie di mezzo? Adottare rigidamente un unico ritmo o modificarlo a seconda dell’evento e del personaggio in scena in quel momento? Far salire sul palco anche l’autore che sta scrivendo o lasciarlo fuori dai giochi? Mi arrovellavo tra queste e decine di altre domande del genere. Mi occorreva una “gabbia” che fosse abbastanza articolata per riuscire ad accogliere i tanti fatti e personaggi di cui veniva affollandosi il romanzo, ma che permettesse una fruizione sufficientemente immediata per consentire al lettore di non perdersi dopo poche pagine. Volevo evitare di diventare didascalico citando il contesto storico a ogni piè sospinto, ma non potevo neanche presupporre la conoscenza da parte del lettore di tutti i fatti accaduti in quel periodo (che sono tantissimi, e quasi sempre interagiscono gli uni con gli altri). A un certo punto mi resi conto che dovevo architettare una struttura “parlante”, che servisse a orientare il lettore nel processo di avvicinamento a una materia così caotica, popolata e ampia (si va dagli anni ’20 ai primi anni ’70, anche se l’azione vera e propria è situata tra il 1969 e il 1973). Così cominciai ad alternare capitoli che trainano cronologicamente l’azione ad altri che si intrufolano nell’intimo dei personaggi, ad “aprire” la narrazione attraverso i vari luoghi geografici e a scandirla col ritmo del tempo che passa, a utilizzare la prima, la seconda, la terza persona, a mantenere il controllo delle proporzioni via via che si sviluppavano le singole parti, e altro ancora, di più difficile definizione.
Quando ebbi la sensazione di aver messo a punto la struttura più adatta alla storia che volevo raccontare, capii che avevo qualche possibilità di riuscire a portare avanti il romanzone.
Calimero. Per un po’ di anni rimasi convinto di voler scrivere un romanzo incentrato esclusivamente sulle questioni eversive-criminose-politiche e dei servizi segreti. Poi, un giorno di inizio primavera del 2012 (sì, erano passati già dieci anni dalla sera dell’illuminazione sul divano: per fortuna nel frattempo ero riuscito a iniziare, sviluppare, portare a termine e pubblicare altri due o tre libri; il romanzone si gonfiava piano piano, un po’ troppo piano, come se avessi voluto risparmiare sul lievito), lessi la notizia che stava per uscire il nuovo film di Marco Tullio Giordana. Sobbalzai. Non perché un nuovo film di MTG mi facesse emozionare a prescindere: da ragazzo avevo amato Maledetti vi amerò, qualche tempo prima avevo apprezzato La meglio gioventù, ma MTG non era e non è uno dei registi che più mi facciano emozionare. Sobbalzai perché quel suo nuovo film in uscita aveva un titolo che mi raggelò: Romanzo di una strage.
Lo andai a vedere, da solo, il pomeriggio in cui arrivò nelle sale: venerdì 30 marzo (su internet si trova davvero tutto, ormai). In quelle due ore, i miei peggiori presentimenti diventarono realtà.
MTG aveva girato il film che io avrei desiderato venisse tratto dal romanzone, una volta che fossi riuscito a finirlo. Cosa già improbabile di per sé (se non ce l’hai fatta in dieci anni perché mai ce la dovresti fare nei prossimi dieci?) e adesso praticamente impossibile, visto che appunto MTG aveva adottato il mio stesso registro, la mia stessa “strategia narrativa d’insieme”, evidenziando gli intrecci tra politica, servizi ed eversione nera, mettendo in scena un gran numero di personaggi, riuscendo a trovare il filo del racconto in mezzo a quella complessità apparentemente inestricabile. Certo, lui parlava solo della strage di Piazza Fontana mentre io partivo da lì per concentrarmi sui tre anni successivi, ma l’ambiente era quello, gli eventi, i personaggi e la struttura più o meno erano quelli. Mi aveva bruciato.
Rimasi tramortito, sicuro di aver gettato al vento dieci anni di lavoro. La Letteratura non se ne sarebbe mai accorta, ma nel mio piccolo era una mezza catastrofe. Come per le delusioni amorose, cercai di dimenticare.
Due anni dopo, dall’alto di un’apparentemente ritrovata serenità (“possiamo rimanere buoni amici”) mi decisi a riprendere in mano quel centinaio di cartelle che avevo scritto fin lì. D’accordo, mi dissi, c’è un’assonanza col film di MTG, ma in fondo il cinema è una cosa e la letteratura un’altra: certe anse di approfondimento, lo spazio per le sfumature, la musica interiore delle parole che diventano frasi che diventano periodi che diventano capoversi che diventano capitoli che diventano libro, un film non ce li poteva avere. E quindi? Dovevo ricominciare?
Sì. No. Non senza cambiare qualcosa.
Proprio quella rilettura a distanza di tempo mi fece capire che nella versione che avevo architettato fin lì c’era un problema. Era tutto troppo interno a quella galassia di persone che avevano agito sotterraneamente. Mancava l’aria (come un po’ mancava nel film di MTG). Ci voleva un’apertura, uno squarcio che portasse movimento, ossigeno, nel mondo subacqueo e torbido in cui mi ero addentrato. Ci voleva un contraltare di vita chiamiamola normale, che oltretutto per contrasto avrebbe dato ancora più forza alla caratterizzazione dei luoghi oscuri sui quali stavo cercando di gettare una luce.
Nacque così Calimero, il ragazzino di dieci anni, nacque la sua famiglia (compreso il ramo calabrese, che mi consentì di raccontare dall’interno la rivolta di Reggio Calabria in uno dei capitoli che sono più contento di aver scritto) e in particolare nacque sua sorella, ponte tra mondo di sopra e mondo di sotto. Ponte quasi invisibile, da un certo punto in poi, eppure solido e persistente. Il rapporto tra i due fratelli forma l’arco sentimentale che sostiene emotivamente tutto il libro.
L’arrivo di Calimero e della sua famiglia rappresentò il punto di svolta nel processo di scrittura. Tutto prese vita, anche le parti nere più lontane da quel piccolo e colorato mondo famigliare, come se quel soffio di aria fresca facesse bene un po’ a tutti, pure ai cattivi.
Detto questo, non si può negare che permanga una certa affinità tra il libro Nero ananas e il film Romanzo di una strage. Evidentemente è quella materia lì che spinge per essere raccontata in modi analoghi. O vai a sapere. Ci sono comunque somiglianze peggiori.
Speleologia. Il romanzo è costruito come un puzzle. Le storie dei personaggi iniziano, vengono sospese e poi riprese un po’ più in là. Una delle maggiori difficoltà nella stesura fu quella di calarmi nella loro interiorità ogni volta che la storia lo richiedeva. È un libro corale e sono tanti, e molto diversi tra loro, i personaggi con un ruolo rilevante: il Dottore, Falstaff, Zio Otto, il Samurai, l’anarchico senza nome, il Pio, Calimero… Diventare uno di loro era come introdursi in un cunicolo, assicurato a funi che non sai mai fino a che punto reggano. A un certo punto mi venne la tentazione di scrivere tutta d’un fiato ciascuna delle loro storie (almeno per quanto riguardava Calimero, l’anarchico senza nome e il Pio) per poi montarle a posteriori, come si farebbe nella lavorazione di un film, così da risparmiarmi la fatica, ogni volta, della reimmedesimazione speleologica. Ma poi pensai che il lettore lo avrebbe avvertito, avrebbe percepito un eccesso di costruzione a tavolino. O meglio, avrebbe percepito il tavolino. Volevo che ogni capitolo si sviluppasse in vivo, non in vitro, in modo che il processo di creazione si riverberasse anche per aree tematiche lontane, che ci fossero slittamenti imprevisti, osmosi non pianificabili in anticipo: anche l’inconscio doveva avere la sua parte. Quindi ripresi a infilarmi nei cunicoli, a scavare un altro po’, a risalire in superficie, a prendermi qualche giorno o settimana di pausa, a cambiare imbracatura, a entrare in un nuovo cunicolo…
Nomi e soprannomi. I personaggi della galassia eversiva e dell’ambito politico sono ispirati a persone effettivamente vissute, a volte ancora viventi. Ho scelto di non nominarli con nome e cognome per un paio di motivi, forse tre. Il primo è che nella realtà (almeno quella dichiarata dai collaboratori di giustizia) gli appartenenti ai gruppi di estrema destra spesso si riferivano l’uno all’altro, o nei confronti degli avversari (che a volte diventavano obiettivi da eliminare), con dei nomignoli anziché col nome e cognome: un motivo quindi di realismo (ho usato ove possibile quei nomignoli, cambiandoli quando dal punto di vista grafico o fonetico ne avvertivo la necessità). Il secondo motivo va in direzione opposta. Ci tenevo che fosse e rimanesse chiaro (sia a me stesso mentre scrivevo, sia al lettore) che il romanzone era… un romanzo(ne). Che mi stavo addentrando in un territorio sconosciuto (e parlo sia dei fatti storici sia, soprattutto, dell’intimità dei personaggi) con le sole armi offerte dalla letteratura. Che stavo sfruttando i buchi neri, le nebbie, i salti logici e la mancanza di coerenza delle ricostruzioni giudiziarie, storiche e giornalistiche proprio per far correre l’immaginazione. I soprannomi sganciano i personaggi dalle persone a cui sono ispirati. Non è vietato usare nomi di personaggi pubblici all’interno di un romanzo, purché non venga offesa la loro immagine conosciuta (io stesso li ho usati, per personaggi di contorno che servono a contestualizzare l’azione), ma certo il fatto di non usarli permette quasi istintivamente al lettore (e, prima, a me che scrivevo) di immergersi nel testo con lo stesso spirito di quando si comincia a leggere un romanzo non ancorato a fatti effettivamente accaduti. Preferivo garantire anche questa libertà.[4]
Tempi. Torniamo a quel divano, gennaio 2002. Anzi, al mattino successivo. Avevo da poco consegnato al mio editore di allora, Sandro Ferri di E/O, il mio terzo romanzo, A rotta di collo, che sarebbe stato pubblicato in primavera. Potei così iniziare subito, e per qualche mese, a lavorare all’idea del romanzone. L’anno dopo mi fermai per scrivere Fuori tempo, pubblicato da Rizzoli nel 2004.
Da allora è andata sempre avanti così, ogni anno, ogni mese, ogni settimana.
«Questo continuo andirivieni da un progetto in fieri all’altro è tipico del mio modo di lavorare, e di gestire la frustrazione quotidiana, ed è un modo per frenare e allo stesso tempo assecondare “l’ispirazione”. L’idea è mantenere in vita narrazioni che traggano la propria energia da fonti diverse, così che, quando le circostanze sono favorevoli al risveglio dell’una o dell’altra bestia dormiente, io abbia sottomano una carcassa da darle in pasto».
Da quando ho letto queste parole di (ancora) Philip Roth[5] (si è capito che è uno dei miei autori preferiti?), le ho adottate come manifesto da appendere nella mia ideale stanza di lavoro.
Questo metodo (questa caratteristica caratteriale) fece sì che la lavorazione del romanzone si protraesse molto a lungo, così a lungo che il caso mi portò a fare viaggi in luoghi (Israele[6] e Marsiglia, per esempio) che altrimenti avrei dovuto visitare appositamente. Lo presi come un segno del destino. (Non che io sia un fan dei sopralluoghi. Il romanzo è una costruzione mentale che può benissimo fare a meno dell’esperienza sul campo. Però, in casi particolari, uno sguardo dal vivo non fa male).
Tuttavia, fra tutte queste carcasse date in pasto alle bestie dormienti – che mi hanno consentito di pubblicare cinque libri tra l’inizio e la fine di Nero ananas – nel 2014 (quando ripresi in mano il romanzone dopo lo shock provocato dall’uscita del film di MTG) mi ero ritrovato ad aver più o meno concluso il lavoro di documentazione e struttura, e ad aver scritto un centinaio di pagine: la prima parte. Le montagne della seconda e terza parte si ergevano di fronte a me, vette inaccessibili. Quelle tre ore al giorno che riuscivo a dedicare alla scrittura (ho sempre avuto la necessità di un altro lavoro chiamiamolo normale, sia pur part-time) non erano sufficienti a sviluppare l’energia che mi era necessaria per prendere lo slancio e cominciare a inerpicarmi. Scrivevo, scrivevo, ma non ero soddisfatto e rimanevo lì, troppo vicino al campo base.
Fu allora che l’azienda per la quale lavoravo da venticinque anni cessò l’attività, e che mi ritrovai, senza troppo preavviso, disoccupato. Mi ci vollero due anni e mezzo per trovare un nuovo lavoro part-time che facesse per me. In quei due anni e mezzo, mentre il mio conto corrente calava a vista d’occhio, le pagine della seconda e poi della terza parte del romanzone iniziarono ad accumularsi nel mio computer a un ritmo mai raggiunto in precedenza.
Quando ricominciai a lavorare non avevo ancora finito. Ma ormai vedevo la vetta, non avrei più mollato. Scrissi l’ultima frase nell’aprile del 2017 (con l’esclusione del capitolo-epilogo Futuro anteriore, per ragioni tecniche aggiunto soltanto nel novembre 2018, a ridosso della pubblicazione).[7]
Il titolo. Il romanzone si trasformò strada facendo in Bomba o non bomba. Ma sapevo che era solo un titolo di lavoro: trovo troppo ammiccanti i titoli che richiamano canzoni di successo, e poi il pezzo di Antonello Venditti è del 1975, quindi si sarebbe trattato di un titolo anche filologicamente anacronistico, visto che il libro si chiude nel 1973.[8]
L’idea di intitolarlo Nero ananas arrivò un paio d’anni prima della fine della stesura. Sapevo che si trattava di un titolo strano, a rischio, che per una fetta di persone (quanto grande?) sarebbe risultato poco attraente, che a qualcuno, chissà, sarebbe potuto venire in mente addirittura Il dittatore dello stato libero di Bananas, generando un effetto comico involontario e pernicioso.
Per me era un nuovo tipo di colore: c’è il Giallo limone, il Verde pisello, il Grigio fumo, io ci aggiungo il Nero ananas, dove i termini dell’associazione mentale vengono invertiti: non è il Giallo a essere simile alla buccia di un limone ma è la bomba ananas a essere nera come il Nero da cui è scaturito il suo uso a Milano.
Anche se a volte ho trasalito nel sentirlo pronunciare (o nel vederlo scrivere) con noncuranza Ananas nero, rimane un titolo a cui sono affezionato e che mi pare ben sintetizzi il coacervo di misteri che mi sono avventurato a raccontare.
Un incontro. Non ho menzionato fin qui un elemento che è stato alla base, insieme agli altri di cui ho parlato, della scelta di dedicare così tanti anni a scrivere questo libro. Non l’ho esplicitato per pudore.
Poi un giorno dei primi di maggio 2019, al termine di una presentazione in una libreria di Rovereto, mi si avvicinò una signora. Indossava un tailleur beige di buon taglio, poteva avere settant’anni, molto ben portati.
«Lei mi ha fatto commuovere» mi disse a bassa voce, stringendomi la mano. «Tra i morti dell’attentato alla Questura di Milano c’era la mia più cara amica, Gabriella. Leggendo il suo libro ho rivissuto quei giorni terribili. È stata dura. Ma allo stesso tempo è stato bello, perché in qualche modo è come se l’assurdità e inutilità della morte di Gabriella siano state almeno in parte… compensate da questo libro. Grazie».
Grazie a lei, signora di cui, confuso dall’emozione, non mi appuntai il nome: ha trovato le parole per dire qualcosa che da solo non avrei mai avuto il coraggio di esprimere.[9]
Questo testo è la rielaborazione di un pezzo uscito nel maggio 2019 su Letteratitudine, sito creato e curato da Massimo Maugeri, che ringrazio per la disponibilità. Il titolo è una citazione del maestro del citazionismo, Umberto Eco.
Note
[1] Philip Roth, “Su Lamento di Portnoy”, in Perché scrivere? – Saggi, conversazioni e altri scritti 1960 – 2013 (Einaudi, 2018).
[2] I motivi ritengo che siano perché ebbe un numero leggermente minore di vittime rispetto alle bombe sui treni o a quelle in piazza; perché il colpevole fu arrestato in flagranza di reato, riducendo così almeno in apparenza il grado di mistero; e perché a lungo – e ancora in parte tutt’oggi – venne considerato come l’azione isolata di un cane sciolto di estrazione anarchica.
[3] I testi che mi sono serviti di più sono stati:
LIBRI
Michail A. Bakunin, Stato e anarchia (Feltrinelli, 1968).
Fulvio Bellini, Gianfranco Bellini, Il Segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana (Selene, 2005).
Gianfranco Bertoli, Storia di un terrorista. Un mistero italiano (Emotion/Tracce, 1995).
Giorgio Boatti, Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta (Einaudi, 1999).
Orazio Carrubba, Piero Piccoli, Mariano Rumor. Da Monte Berico a Palazzo Chigi (Tassotti, 2005).
Pasquale Chessa, Guerra civile. 1943-1945-1948. Una storia fotografica (Mondadori, 2005).
Gianni Cipriani, Lo Stato invisibile. Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra a oggi (Sperling & Kupfer, 2002).
Paolo Cucchiarelli, Piazza Fontana. Chi è Stato? (Nuova Iniziativa Editoriale, 2005).
Maurizio Dianese, Gianfranco Bettin, La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (Feltrinelli, 1999).
Gian Luigi Falabrino, I comunisti mangiano i bambini. Duecento anni di propaganda politica da Marx a Garibaldi, da Mussolini a Forza Italia (Vallardi, 1994).
Giovanni Fasanella, Claudio Sestieri, Giovanni Pellegrino, Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro (Einaudi, 2000).
Saverio Ferrari, Da Salò ad Arcore. La mappa della destra eversiva (Nuova Iniziativa Editoriale, 2006).
Sergio Flamigni, Trame atlantiche. Storia della Loggia massonica segreta P2 (Kaos Edizioni, 1996).
Antonio Franchini, Quando vi ucciderete, maestro? (Marsilio, 1996).
Francesco Germinario, Da Salò al governo. Immaginario e cultura politica della destra italiana (Bollati Boringhieri, 2005).
Aldo Giannuli, La guerra dei mondi. Le internazionali anticomuniste (Nuova Iniziativa Editoriale, 2005).
Aldo Grasso, Storia della Televisione italiana (Garzanti, 1992).
Jack Greene, Alessandro Massignani, Il principe nero. Junio Valerio Borghese e la X MAS (Mondadori, 2007).
Mario Guarino, Fedora Raugei, Gli anni del disonore: dal 1965, il potere occulto di Licio Gelli e della Loggia P2 tra affari, scandali e stragi (Dedalo, 2006).
Carlo Maria Maggi, L’ultima vittima di Piazza Fontana. Carlo Maria Maggi racconta la sua verità (Editoriale Chiaravalle, 2010).
Giuseppe Mammarella, L’Italia dalla caduta del fascismo ad oggi (Il Mulino, 1978).
G. Negri, C. Pappagallo, L’Italia negli anni Settanta (Armando Armando, 1981).
Pierpaolo Pasolini, Scritti corsari (Garzanti, 1990).
Mariano Rumor, Memorie (1943-1970) (Editrice veneta, 2007).
Andrea Sceresini, Nicola Palma, Maria Elena Scandaliato, Piazza Fontana. Noi sapevamo. Golpe e stragi di Stato. Le verità del generale Maletti (Aliberti, 2010).
Max Stirner, L’unico e la sua proprietà (Adelphi, 1979).
Paolo Emilio Taviani, Politica a memoria d’uomo (Il Mulino, 2002).
Sergio Zavoli, La notte della Repubblica (Mondadori, 1992).
Sergio Zavoli, C’era una volta la Prima Repubblica. Cinquant’anni della nostra vita (Mondadori, 1999).
ATTI PROCESSUALI
Corte di Assise di Appello di Milano (Presidente Dr. Camillo Passerini, Segretario Dr. Ferdinando Pincioni), Sentenza di Appello relativa alla strage alla Questura di Milano del 17 maggio 1973 (Milano, 2005).
Guido Salvini (Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Milano), Sentenza-ordinanza nel procedimento penale nei confronti di Rognoni Giancarlo e altri (Milano, 1998).
Gianpaolo Zorzi (Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile e Penale di Brescia), Sentenza-ordinanza nel procedimento penale nei confronti di Ballan Marco e altri (Brescia, 1993).
ARTICOLI O ALTRI MATERIALI COMPARSI SU QUOTIDIANI, RIVISTE O SITI INTERNET
Almanacco dei “Misteri d’Italia”, Strage alla Questura di Milano. Cronologia,( www.almanaccomisteri.info, 2001).
Almanacco dei “Misteri d’Italia”, Strage alla Questura di Milano, notizie del 2000-2001-2002 (www.almanaccomisteri.info, 2005).
Almanacco dei “Misteri d’Italia”, La stagione delle stragi (www.almanaccomisteri.info, 2005).
Carlo Amabile, Sul caso Calabresi (www.retedigreen.com, senza data).
Gianni Barbacetto, La penna dell’oblio, (www.societacivile.it – in massima parte tratto da Diario, 7/2/2003).
Giovanni Maria Bellu, E la Cia disse: sì al Golpe Borghese ma soltanto con Andreotti premier (la Repubblica, 5/12/2005).
Paolo Biondani, “A rischio tutti i processi sulle stragi” (Corriere della Sera, 29/9/2002).
Paolo Biondani, Il capo del Sismi fa svanire la pista dei servizi e la bomba torna anarchica (Corriere della Sera, 29/9/2002).
Paolo Biondani, Il pentito delle stragi: sarò ucciso. “Politici e 007 dietro gli attentati” (Corriere della Sera, 11/12/2002).
Maurizio Blondet, Quel terrorista venuto dal nulla (blog personale, senza data).
Camilla Cederna, “L’anarchico”: commedia in dieci quadri (L’Espresso, 2 marzo 1975).
Livio Colombo, Bombe e silenzi di Stato (Focus, 2002).
Girolamo De Michele, La strage di via Fatebenefratelli. Questura di Milano, 17 maggio 1973 (www.reti-invisibili.net, 5/9/2005).
Renato Farina, Ricordo di Bertoli, assassino bambino (www.ilnuovo.it, 30/11/2000).
Saverio Ferrari, 17 maggio 1973. Strage alla Questura di Milano (Liberazione, 28/9/2002).
Cesare Lanza, Intervista a Sibilla Melega (Sette, 7 marzo 2002).
L’Incaricato, È morto Gianfranco Bertoli (Umanità Nova, 17/12/2000).
Gigi Marcucci, Paola Minoliti, Intervista a Vincenzo Vinciguerra (Carcere di Opera, 8 luglio 2000).
Emilio Parodi, Italia, sovranità rifiutata. Processo su eversione nera e stragi: il giudice Salvini ricorda la verità negata (La Padania, 6/4/1999).
Il Piano di rinascita democratica, ritrovato e sequestrato nel 1982 alla figlia di Licio Gelli, pubblicato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2.
Valerio Picchi, Addio a Gianfranco Bertoli, www.ilnuovo.it 29/11/2000.
La Redazione, Strage in Questura, 4 ergastoli. Il Pm: la sentenza è una carta vincente da giocare nel processo di Piazza Fontana. Condannati al carcere a vita Maggi, Boffelli, Neami e Amos Spiazzi (La Padania, 12/3/2000).
La Redazione, senza titolo (www.anarca-bolo.ch, senza data).
La Redazione, Piazza Fontana. La storia (www.clarence.com, senza data).
La Redazione, Il “Chi è Chi” di Piazza Fontana (www.clarence.com, senza data).
La Redazione, Mariano Rumor. Il Pio Doroteo, detto anche il “Pio Mariano” per i suoi “veneti miracoli” (www.cronologia.it, senza data).
La Redazione, 1945-1950 – La “grande” ABBUFFATA (www.cronologia.it, senza data).
La Redazione, Bartali, Coppi: due leggende in bicicletta (www.cronologia.it., senza data).
Mariano Rumor, Una volta Dossetti (www.dossetti.com, senza data).
Aldo Santini, Come si diventa terrorista (L’Europeo, 31 maggio 1973).
[4] Il terzo motivo che mi spinse a usare i nomignoli, forse, era quello di limitare le grane, giudiziarie o di altro tipo. In ogni caso, visto che il capitolo finale del romanzo (Futuro anteriore), tratteggiando i destini reali di quei personaggi, in qualche modo svela le carte e permette una facile identificazione, e che in questi anni molti lettori – aiutandosi con Dio-google – sono facilmente giunti a capire chi-è-chi, ecco chi sono le persone da cui ho tratto ispirazione per creare i principali personaggi immaginari presenti nel romanzo: Mariano Rumor (il Pio), Carlo Maria Maggi (il Dottore), Carlo Digilio (Zio Otto), Marcello Soffiati (Marcellino), Domenico Siciliano (Falstaff), Delfo Zorzi (il Samurai), Franco Freda (l’amico Fritz), Francesco Neami (il Triestino), David Carret (The Captain), Giovanni Ventura (il Barba), Gianfranco Bertoli (l’anarchico senza nome: “tu”), Alcide De Gasperi (il Vecchio), Vincenzo Vinciguerra (Vincent), Giuseppe Dossetti (il Prete).
[5] Philip Roth, “In risposta a chi mi ha chiesto: com’è che sei arrivato a scrivere quel libro?”, in Perché scrivere? (op.cit.).
[6] Per l’appunto due volte proprio ad Haifa (dove si svolgono un paio di scene del romanzo) con l’Osvaldo Soriano Football Club, alias Nazionale di calcio degli scrittori italiani.
[7] Attesi fino all’ultimo per intercettare eventuali novità biografiche o giudiziarie dei protagonisti.
[8] Devo questa osservazione a Sara Zucchini, finissima editor.
[9] Le vittime dell’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973 furono Giuseppe Panzino (63 anni), Felicia Bartolozzi (60 anni), Federico Masarin (30 anni) e Gabriella Bortolon (23 anni). I feriti furono cinquantadue.
Valerio Aiolli fotografato da Carlo Zei
Valerio Aiolli vive a Firenze, dove è nato nel 1961. Ha pubblicato una decina di romanzi, tra i quali il primo, Io e mio fratello (E/O 1999, Premio Fiesole) e l’ultimo, Nero ananas (Voland 2019, Premio Librinfestival), sono stati candidati al Premio Strega. Suoi racconti e contributi sono apparsi su diverse riviste e antologie. Collabora con la redazione fiorentina di Repubblica. www.valerioaiolli.it
Shary Flenniken - Trots and Bonnie
Shary Flenniken è stata comix editor presso la rivista satirica National Lampoon negli anni 70 e 80 dell'ultimo secolo. È autrice del fumetto Trots & Bonnie, le vicende di due ragazze adolescenti, icone di stile, guerrigliere di uno psicopatico femminismo, e libere. Totalmente libere. Shary è come le sue giovani eroine, una perpetua adolescente.
Shary Flenniken è stata comix editor presso la rivista satirica National Lampoon negli anni 70 e 80 dell'ultimo secolo. È autrice del fumetto Trots & Bonnie, le vicende di due ragazze adolescenti, icone di stile, guerrigliere di uno psicopatico femminismo, e libere. Totalmente libere. Shary è come le sue giovani eroine, una perpetua adolescente. È amica, collega e collaboratrice di molti dei maggiori esponenti del movimento Underground Comix (a cui l'Italia deve le riviste Il Male, Cannibale, Frigidaire). La sua sovversione del sistema è più delicata e subdola dei suoi commilitoni maschi, ma non meno violenta. Disegna da dea, ed è una raffinata scrittrice. Su National Lampoon, ha pubblicato il racconto autobiografico My Dead Boyfriends, una storia che per i lettori di oggi ha dell'incredibile. Armi, dinamite, viaggi transcontinentali sotto effetto di varie droghe, con interludi sessuali al volante e non. Shary, rimasta vedova tre volte, è sopravvissuta a quegli anni di delirio. A primavera del prossimo anno (se sopravvive la società) uscirà una enorme retrospettiva cartacea su di lei e il suo lavoro.
Shary vive a Seattle, capolinea per molti reduci della rivoluzione psichedelica.
Matthew Licht
ML: Hai studiato arte allo stesso posto dove hai imparato a sparare col lanciafiamme?
SF: In un certo senso, sì. Penso che tu mi stia chiedendo dove ho imparato il mio mestiere, dato che per certi versi il mio lavoro non è convenzionale. Alcune persone separano il disegno dalla scrittura. Non tutti i fumettisti scrivono la narrativa del loro fumetto. Tuttavia, come sai, dipinti e fotografie possono raccontare bene le loro storie con una sola immagine. Penso che tutte le persone siano nate con la capacità di fare arte. Alcune persone seguono quella strada più di altre.
Shary Flenniken
Nel mio caso, le capacità e i risultati di mia sorella maggiore hanno sopraffatto la mia autostima in molte aree. Per esempio, volevo essere una cantante, ma mia sorella lo è diventata professionalmente quando avevo dieci anni. Dato che mio padre era in mare a combattere guerre durante gran parte dell'infanzia di mia sorella, sono stato io a trarre vantaggio dalla sua condivisione delle sue capacità di fumettista e vignettista. Mi ha mostrato come rendere divertente la mia arte fin dall'inizio.
I miei genitori mandarono mia sorella al Mills College e all'Università di Washington. Sono stata mandata in una scuola d'arte commerciale a Seattle per imparare la grafica per la pubblicità. Non appena ho trovato lavoro in un giornale underground, ero pronta per il rock'n'roll perché aveva imparato il mondo della stampa offset. Lì ho incontrato giovani esperti esuberanti che sapevano scrivere e disegnare cartoni animati. Ci siamo trasferiti in massa a San Francisco, in California, e abbiamo vissuto per alcuni anni in un'atmosfera comune, simile a un salone parigino, e il mio lavoro è diventato famoso a livello internazionale quando avevo 24 anni.
ML: Nel 1984 di Orwell, la pornografia ("Prolefeed" nella distopica lingua Newspeak) viene scritta da una banda di ragazze adolescenti, la temutissima Junior Anti-Sex League. Ora che siamo vivendo un periodo simile in molti modi a quello descritto nel libro, che ruolo potrebbero avere Bonnie e Pepsi?
SF: Ho avuto la fortuna di essere un'adolescente quando le pillole anticoncezionali sono diventate legali e comunemente disponibili. Sono passata bruscamente da una profonda paura della gravidanza alla completa libertà sessuale. Il mio ragazzo non ha mai superato lo shock.
L'avventurismo sessuale illimitato per le donne nel mondo occidentale è durato fino all'epidemia di AIDS. Ci sono state molte disavventure, ma è stato anche molto divertente per molte di noi. Come molte delle cose di cui abbiamo goduto con entusiasmo negli anni '70, l'amore libero alla fine è stato contaminato dallo sfruttamento.
Quando stavo imparando l'arte del fumetto a San Francisco, la mia piccola banda di fumettisti underground frequentava la sala di proiezione del Mitchell Brothers, L'O’Farrell Theatre. Jim e Artie Mitchell stavano producendo tonnellate di film X-rated che erano noti per i loro valori di produzione di alta qualità e l'umorismo sofisticato, specialmente il leggendario Behind the Green Door. L'atmosfera era divertente e creativa. Avevo 21 anni, ed ero mentalmente immune dall'essere offesa da quello che è successo lì, ma non ho mai sentito di appartenere a quella scena. Sono ispirata dall'essere una osservatrice.
I miei primi fumetti di Trots e Bonnie commentavano una serie di cose che stavano accadendo intorno a me. Le donne stavano sviluppando atteggiamenti più positivi nei confronti dei loro corpi. Avevano iniziato a condividere informazioni, consigli e storie meravigliose. Mi sono unito ai miei personaggi facendo esplorare temi sessuali e idee sull'ambiente, le emozioni, la moda e gli stereotipi. Penso che le persone possano concentrarsi sul contenuto sessuale nel mio lavoro a causa del suo fascino viscerale, che per me va bene. Il mio intento è stato quello di sottolineare certe domande sull'uguaglianza, lo sfruttamento, le insicurezze e le cattive comunicazioni.
ML: L'unico maschio ad essere provvisto di parola nel tuo fumetto più famoso è il cane Trots (slang USA per diarrea). Secondo te gli uomini hanno già detto abbastanza cazzate?
SF: La tua prima affermazione non è vera, quindi devo cercare di capire cosa intendi veramente chiedere.
Queste sono teorie politiche e ideologiche che richiedono più conoscenza e convinzione di quanto io possa fornire. Però potrei inventarci una barzelletta, se mi dai abbastanza tempo.
L'esperienza di vita mi sta insegnando che cose come la politica e l'ideologia si riducono alla natura umana. La nostra natura umana è modellata da circostanze come il genere e le pressioni economiche, ma forse l'unica costante è ... beh, non sono sicura che possiamo chiamarla evoluzione. Forse è solo flusso.
ML: La redazione della National Lampoon doveva essere un ambiente parecchio maschilista. Come hai fatto per asserirti lì? Quanti redattori hai ammazzato?
Se c'era pregiudizio di genere all'interno della redazione del Lampoon, non me ne sono accorta. Penso di non averlo sperimentato. Non era un luogo di lavoro tradizionale con stratificazione. Era un gruppo di umoristi in competizione per lo spazio in una rivista, in competizione per produrre le idee più divertenti - ma anche cooperare tra loro perché è necessario che tutti siano bravi per avere una pubblicazione di successo. Questo è il motivo per cui il Lampoon ha assemblato e sviluppato un tale incredibile gruppo di talenti da ogni parte. Praticamente in ogni modo, era un ambiente generoso e solidale.
ML: Da quando hai disegnato il fumetto che hai condiviso con Stanza 251 avete avuto un presidente nero (mezzo), e ora avrete una vice-presidentessa nera. Credi che ci sia stato veramente del progresso, in riguardo ai diritti civili e l'uguaglianza? Bonnie e Pepsi sono diventate più politicamente corrette?
SF: Riguardo al fatto che i miei personaggi diventino più politicamente corretti… il problema dei personaggi di fantasia è che quelli bravi hanno personalità distintive, proprio come le persone reali. Le personalità non sembrano cambiare molto. D'altra parte, la mia scrittura è cambiata. Molto dipende da ciò che il lettore può comprendere. La sensibilità dei lettori è cambiata. Per molti in meglio. Suppongo che se mi offrissi a un pubblico di haters, proverei a intrattenerli e istruirli. Anche se dubito che funzionerebbe, l'arte e l'umorismo creano cambiamento e persino progresso, quindi spero che continueremo a provarci.
TRADUZIONE
Prometto... se mi fai diventare uomo, non ti chiederò mai nient'altro. Non ce ne sarà bisogno. Gli uomini hanno già tutto.
...Hanno il potere. Comandano il mondo. Comandano tutto.
Sono più forti. Trovano lavori migliori. Vengono pagati di più.
La vita è più facile per gli uomini. Non subiscono molestie sessuali. Non hanno il ciclo né la sindrome premestruale. Non devono stare in casa a badare ai figli.
Le donne sono rimaste solo degli oggetti... Non sono nessuno. Lavorano il doppio ma non prendono niente.
Gli uomini possono essere dei duri... possono fare i soldati e atleti professionisti... possono diventare presidente.
Guardalo così, Pepsi... forse non sarai mai presidente, ma sarai la stella della squadra femminile di basket.
(Trots, il cane) Mai sottostimare il potere della preghiera.
Il croupier
Qualcuno mi ha additato come croupier. È successo dopo aver letto La scommessa psichedelica, dove questa figura è citata di sfuggita, appena due volte, in modo tale però – mi accorgo dalle reazioni – da attirare una certa attenzione. In effetti il personaggio appare in punti strategici, nella quarta di copertina e alla fine dell’introduzione, si palesa di sfuggita – come in due piccoli lampi – e in qualche modo resta impresso.
Il testo che abbiamo il piacere di presentarvi trae origine (pur non facendone parte) dal libro La scommessa psichedelica (Quodlibet, 2020), una raccolta di saggi, scritti da importanti intellettuali italiani, molto diversi tra loro, sugli effetti che la psichedelia ha avuto ed ha sul nostro mondo; difatti, le pagine che seguono sono state scritte proprio dal curatore del suddetto volume, Federico di Vita – il nostro croupier, per l’appunto.
Si tratta di una sorta di rito di passaggio, un’assunzione di responsabilità, una maturazione.
Ed è anche un’escrescenza: come quando vediamo la capocchia di un fungo: oggi sappiamo che essa è legata a un più grande organismo sotterraneo, connesso a molte altre capocchie (quelli che noi identifichiamo come funghi ma che corrispondono esclusivamente alla parte emersa del più grande corpo micelico), come anche ai differenti esseri vegetali che formano la foresta, alberi e piante di ogni specie. In questo senso bisogna leggere e gustare questo breve scritto. E se avrete voglia di scoprire da dove si è generato sarete costretti a cercare nel libro La scommessa psichedelica nuove tracce, fonti bibliografiche ed esperienze di vita, che indichino la presenza dell’organismo fungino, del micelio e della sua abominevole complessità, splendente di luce oscura.
Andrea Cafarella
Qualcuno mi ha additato come croupier. È successo dopo aver letto La scommessa psichedelica, dove questa figura è citata di sfuggita, appena due volte, in modo tale però – mi accorgo dalle reazioni – da attirare una certa attenzione. In effetti il personaggio appare in punti strategici, nella quarta di copertina e alla fine dell’introduzione, si palesa di sfuggita – come in due piccoli lampi – e in qualche modo resta impresso. È curioso però che alcuni lettori abbiano pensato di riconoscere me, soprattutto perché in una delle due citazioni chi parla, cioè io, ha a che fare col croupier, o meglio con un caramellaio che “compie un gesto da croupier”, in una proiezione dunque ancor più ectoplasmatica. È tutto qua:
Ora eccolo tenere con le gambe il tempo disintegrato della psytrance, mentre con un gesto da croupier mi allunga una caramella rossa.
In fondo al breve testo della quarta invece il croupier è scomodato in prima persona, a chiamarlo in causa è in qualche modo lo stesso titolo del volume, “scommessa” ci porta nel territorio dell’azzardo, si scommette nei casinò, si punta avendo a che fare con dei croupier:
Oltre a queste [scoperte del Rinascimento psichedelico] c’è un vero e proprio universo da mappare, con un panorama tanto vario quanto imprevedibile, svelato il quale sarà più facile sedersi al tavolo del croupier e puntare consapevolmente. In fondo si tratta di una scommessa, no?
A evocarlo in questo punto è insomma l’arcipelago semantico pizzicato come una nota dal sostantivo presente nel titolo. Ma la verità è che non era affatto indispensabile ché ciò avvenisse e se il mazziere non ha saputo fare a meno di affacciarsi perfino nei paratesti del volume è per il rispetto che la sua figura sa incutermi. Ho detto “mazziere”, ma la vertigine dei sinonimi ci porta in territori ben più interessanti: ecco “dealer”, qualcuno con cui stringere un accordo, e poi ancora “fornitore”, “venditore” ma anche “trafficante”, e infine perfino “spacciatore”.
La prima volta che il croupier è venuto a visitarmi avevo appena fumato del DMT. Il DMT è il principio attivo che provoca gli effetti visionari nel decotto dell’Ayahuasca, ed è prodotto anche dal nostro cervello, forse nella ghiandola pineale – c’è chi ritiene che serva a innescare i sogni, o le percezioni ineffabili nelle fasi di premorte – come la nota luce in fondo al tunnel che riferisce di aver visto chi si sveglia da un coma. È curioso che una sostanza prodotta dal nostro organismo sia compresa nelle tabelle delle droghe più vietate, non vi pare? Anche perché, il fatto di produrla e trattenerla nei nostri tessuti, ne testimonia direi in modo piuttosto affidabile la sicurezza per quanto ci riguarda. Una battuta di Terence McKenna a tal proposito mi sembra la miglior chiosa possibile: la dimetiltriptamina, diceva lo scrittore, non è affatto pericolosa per la salute, a meno che uno non muoia dallo stupore.
Comunque, in realtà io non amo poi molto il DMT, l’ho provato non più di una decina di volte, e non lo amo perché per assumerlo a dovere – con le pipette di vetro o i piccoli marchingegni artigianali con cui mi è capitato di farlo, e che invariabilmente mi catapultano in situazioni un po’ cyberpunk, tra lanicce di metallo e piccole bottigliette con la base forata da un trapano con punte da vetro – per assumerlo al meglio, dicevo, bisognerebbe dare almeno un paio di profondissime boccate a pieni polmoni. È una cosa che non mi riesce così bene, e dato che l’odore del DMT ricorda un po’ troppo quello di un’autorimessa andata in fiamme mi viene da tossire, e tossendo addio ampie boccate. Prevale la frustrazione, so che la sostanza potrebbe dare di più, so che esistono atomizzatori con cui dovrebbe essere più semplice testarla, ma non avendoli mai avuti tra le mani finisco per non cercarlo neppure, il DMT. Che tuttavia a volte trova me.
Ha effetti caratteristici e rapidi, pochi secondi dopo averlo espulso dalla bocca ecco la realtà elettrizzarsi e sfrigolare, bisogna stendersi. A quel punto l’attesa è proiettata verso il breakthrough, non c’è controllo – si è in pura balia di una violenta sferzata psichedelica. Un’immensa parete di vetro cangiante e coloratissima ti piomba addosso, il rosone cosmico è fatto di dettagli geometrici perfettamente definiti: glifi, piccole losanghe, forme simmetriche, tutte pulsanti colori intensi e dotate di moti fulminei. A tratti, nella fase iniziale, ricorda le luminarie più gloriose delle feste patronali salentine, o anche le complesse decorazioni di alcune moschee persiane – la differenza è che stavolta le forme sono vive. Eccolo venirmi addosso, ho paura di romperlo, che ne sarà dei frammenti di vetro? Oltre il breakthrough potrebbero ricomporsi in figure di pura luce, immerse in qualche ordinaria attività di un mondo alieno. Un vecchio che fa un gesto con la mano, qualche essere bluastro che ti mostra un particolare, un dragone cinese che svolazza leggiadro sopra la stufa.
Quando vidi il croupier non andò esattamente così. La vetrata indicibile continuava a roteare di fronte a me e una figura apriva sportelli di nitore abbagliante in qualche punto della sua superficie. Era in smoking e rapidissimamente stendeva avanti a sé un mazzo di carte, come per invitarmi a giocare a Chemin de fer. Senza darmi il tempo di raccogliere la sfida ritraeva il mazzo e chiudeva lo sportello. Un attimo dopo ricompariva in un altro punto del rosone. Ecco da dove viene il croupier.
Nell’introduzione racconto di una mia visita a Gerusalemme, durante la quale fui colpito da un caramellaio del mercato di Mahane Yehuda, che dietro il suo banchetto di leccornie fosforescenti ballava al ritmo della psytrance. Il caramellaio era un uomo piccolo, ben oltre la cinquantina, e notare che dal suo banchino proveniva un genere musicale che associo automaticamente alla cultura psichedelica è stata una piccola rivelazione. Mi ha offerto una caramella rossa – una red pill – e non ho potuto che connetterlo simbolicamente al croupier. Sono dunque io il croupier? Non mi sembra, non in queste scene, eppure… Eppure guardando al complesso del libro, in relazione all’invito – alla scommessa – con cui insieme agli altri autori “sfido” il lettore, be’, credo di poter dire che in qualche misura è possibile confondermi con lui, è un’interpretazione legittima e del resto l’esortazione (almeno quella alla lettura) è più che sentita. E dunque, che altro dire? Faites vos jeux.
Federico di Vita
Breve cronaca individuale di tempi stranissimi
Collaboratore di lungo corso della S251, Andrea Cafarella è stato incluso in una recentissima antologia di scrittori contemporanei che raccoglie racconti, divagazioni, analisi a partire dalla pandemia in corso. Qui un suo testo di presentazione scritto per i nostri lettori.
Ritornare dal deserto: vuoto, illuminato e traslucido, e con lo stesso silenzio vibrante di uno specchio
Nove marzo duemilaventi mi ricorderà per sempre la poesia di Mariangela Gualtieri. Intendo dire l’intera opera, straordinaria, della poetessa Mariangela Gualtieri. E contemporaneamente l’assocerò alla figura di Andrea Staid che, alle soglie di quel giorno cantato con teologica eloquenza da Gualtieri, pubblicò un brevissimo testo sull’importanza del silenzio. Da quel silenzio, per me, nasce la voce di Mariangela Gualtieri: «È portentoso quello che succede. / E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano».
Mi ritrovo oggi a leggere Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani (minimum fax, 2020) di Gianluca Didino. E mi viene in mente che tutto è legato in un unico ciclico andirivieni del tempo nel quale le cose tornano sempre a sé stesse. Come la poesia di Wilcock che rilessi in quei giorni, in occasione dell’anniversario della sua morte, il 16 marzo. «Comunque sia, questo mondo è per te». Dovevo immaginare che sarebbe tornata a me in forma diversa, chiudendo – e ri-aprendo – il ciclo.
Ipotizzo – forse ispirato dalla recente visione della serie tv Dark – di aver aperto un portale, in quei giorni, e che tutto stia tornando al punto ultimo e iniziale – quello che nella serie tv è il momento dell’apocalisse e della creazione del varco spazio-temporale che rende possibile il ciclico e infinito esistere di un determinato spazio-tempo nel quale collimano diverse dimensioni: interi mondi.
Come è iniziato tutto questo, mi chiedo. Ricorderò quei giorni come se li avessi scritti in un diario fittizio interiore, scritto all’alba del sole nero; settimane e mesi nei quali imparavo a leggere l’esterno e i messaggi mistici del Grande Altro mediante le parole di Edoardo Camurri in «2666» e tenevo conto dei giorni che passavano leggendo Bifo e la sua «Cronaca della psicodeflazione» (confluito poi in Fenomenologia della fine, NERO, 2020). Mi resterà per sempre impresso nella memoria il numero della newsletter Medusa intitolato «Abbraccio». Una difesa contro le arti oscure.
Nelle prime settimane ho vissuto una strana e leggera dissociazione mentale: la mattina guardavo «Prendiamola con filosofia» e la sera leggevo Giorgio Manganelli. Ho scritto questo pezzo su Concupiscenza libraria (Adelphi, 2020) mentre tutti si riversavano nei supermercati assaltandone gli scaffali. Ero talmente immerso nello studio e nella scrittura che non mi sono accorto di niente (e devo ringraziare la mia compagna se ho potuto cibarmi nei giorni successivi). Durante quelle settimane mi sono lasciato andare a ore di lettura della Leggenda dei giocolieri di lacrime (il Saggiatore, 2020) di László Darvasi. Un libro maestoso che si è aggrovigliato alla memoria di quelle settimane sacre, vissute tramite rituali precisi e fragilissimi.
E mentre creavo una newsletter che avrebbe parlato di racconti «a caso», di narrativa purissima; contemporaneamente seguivo le lezioni di antropologia di Andrea Staid.
Mi dividevo in due: il mio vecchio sé che dal suo eremo voleva sapere solo di letteratura e una parte nuova di me che ritrovava Eduardo Viveiros De Castro e imparava che alcune pietre sono vive e che immaginare un altro mondo è possibile, andando incontro e abbracciando il pensiero di Tim Ingold. Mi rendevo improvvisamente conto che tutti i libri di antropologia e di letteratura sapienziale che avevo letto negli anni precedenti, trovavano un riscontro pratico e non solo, educativo, nella cosiddetta svolta ontologica in antropologia. Un giorno mi svegliai molto presto e scrissi un testo che venne intitolato dalla redazione dell’Indiscreto che lo volle pubblicare: «Tutta l’importanza del silenzio», come a chiosare quel pezzo dell’8 marzo, di Andrea Staid, da cui tutto è iniziato.
«Costretti a fermarci e a confrontarci con forze più grandi di noi, in un’epoca di frenetica accelerazione e produttività compulsiva, la riscoperta di Daumal può rappresentare una risorsa interiore per imparare a trasformare ansie individualiste e horror vacui in energia dirompente e creativa» con queste parole la casa editrice Tlon annunciava la pubblicazione, il 14 maggio, di Controcielo di René Daumal, libro del quale ho scritto l’introduzione poco prima che tutto ciò iniziasse. Sprofondare in questo rapporto fuori dal tempo mi ha permesso di ritrovare un maestro, di rileggere Il Monte Analogo e «Le Ultime Parole del Poeta» dalla prospettiva di quei giorni, dal silenzio di quei giorni.
«Non si conosce la parola mediante la parola, ma attraverso il silenzio» scriveva Daumal, il maestro.
Le sue rivelazioni estreme incontrano e si riconoscono, dentro di me, in quella sospensione necessaria di cui avevo parlato con Sara Gamberini e Alfredo Zucchi nel 2018. Si riempiono di senso se evocate dal mondo invisibile che avevo indagato assieme a diversi autori, nel corso di quelle che avevo chiamato «Conversazioni con gli Sciamani» dal 2017 al 2019. Per questo, credo, in quei mesi decisi di lavorare alla Teriantropica, e di intervistare uno scrittore che vive in una casa su un fiume, e di scrivere un brevissimo racconto sulla mia disperata ricerca del polpo nei mari delle Eolie. Tutto torna.
Tutto è legato e confluisce in un punto soltanto: in questo preciso istante metafisico lavoro a un testo che parla di Arpocrate, il dio del silenzio, per DITO publishing, una casa editrice neonata che si occupa di fotografia e arti visive, il pamphlet nel quale sarà pubblicato s’intitola IL SIMBOLO TACE; nel quattordicesimo numero della rivista Futuri (in uscita a dicembre) è stato concesso spazio a un mio saggio dal titolo «Che cos’è il Teriantropismo?» dove introduco i frutti del lavoro di questi mesi, soprattutto dello studio di certa antropologia, espressosi pienamente nell’incontro con il prospettivismo cosmologico; infine, il 22 ottobre Ronzani editore pubblica un’antologia di testi sulla pandemia, intitolata Piccola antologia della peste, curata da Francesco Permunian (che ha saputo orchestrare trentaquattro differenti voci, poeti e narratori molto diversi tra loro, nell’armonia di un concerto polimorfo) nella quale c’è anche un mio breve contributo. Forse quello che state leggendo sarebbe potuto e dovuto essere il testo da inserire nella Piccola antologia, il testo nel quale parlo di quel periodo – o meglio: di questo periodo. Tuttavia, quello che ho scritto per la Piccola antologia è molto diverso da una cronaca della pandemia. Eppure, dentro quel breve testo, l’attento lettore potrebbe trovare delle tracce di questo e di tutti gli altri testi che ho menzionato; potrebbe scoprire che tra il mio Bestiarius immaterialis e il bestiario composto da Roberto Abbiati per illustrare la Piccola antologia della peste scorre un filo sottilissimo e fragile come una formica; e potrebbe comprendere, il lettore sensibile, che tutto è legato e confluisce in un punto soltanto, nei nostri animi. Solo guardandoci allo specchio possiamo trovare una risposta – fatta di domande e domande ancora.
«Ma cos’è lo specchio? Non esiste la parola specchio».
Anche questa frase emblematica di Clarice Lispector è tornata a me durante quei giorni ed era arrivata a me in un momento di grande cambiamento e tornerà a me nel giorno ultimo e infinite altre volte.
Si trova a pagina 77 dell’edizione del 2017 di Adelphi di Acqua viva.
«Come la sfera di cristallo dei veggenti, esso mi trascina verso il vuoto che per il veggente è campo di meditazione e per me campo di silenzi e silenzi. E riesco appena a parlare, da come il silenzio si sdoppia in mille altri. […] Vedere sé stessi è straordinario. Come un gatto a cui si rizza il pelo sul dorso, rabbrividisco davanti a me stessa. Dal deserto comunque ritornerei vuota, illuminata e traslucida, e con lo stesso silenzio vibrante di uno specchio».
Tutte le foto sono di Ngoc Lan F. Tran che ringraziamo per la concessione delle immagini.
Andrea Cafarella collabora abitualmente con «Cattedrale», «Altri Animali», «L’Indiscreto» e «Stanza 251» dove scrive critica letteraria, filosofia e narrativa. Conduce la rubrica «Teriantropica. Uno spazio non-filosofico». Ha scritto e scrive anche per diverse altre riviste. Un suo testo è entrato a far parte della raccolta Piccola antologia della peste (Ronzani, 2020 – curata da Francesco Permunian e con illustrazioni di Roberto Abbiati). Ha curato l’introduzione alla prima traduzione in italiano (di Damiano Abeni) della raccolta poetica Controcielo di René Daumal (Edizioni Tlon, 2020).
Visita in studio - Andrew Smaldone
Realizzo dipinti in cui superficie e spazio sono primari. Questi due elementi hanno lo scopo di portare una consapevolezza in un discorso su ciò che descrivo come: il "non-spazio". Questa terminologia mostra il mio tentativo di descrivere a parole la consapevolezza di qualcosa che è presente, ma non di solito visto, né tangibile.
Come in sogno. Breve nota sulla pittura di Andrew Smaldone
di Stefano Loria
Due brevi osservazioni. La prima riguarda un atteggiamento di Andrew: l'assoluta fedeltà alla propria ispirazione, la volontà di seguire una direzione stabilita. Lo conosco da molto tempo, ed ho potuto così seguire lo sviluppo di differenti cicli di opere, attraverso gli anni di avventure pittoriche, vissute con grande coerenza e determinazione. Possiamo sempre avvertire uno spirito di ricerca, una salda concentrazione sul percorso che ha scelto di compiere.
La seconda osservazione entra, credo, nel cuore stesso del processo artistico di Andrew: voglio evidenziare una qualità omirica del suo stile. Quando ancora nelle sue tele si scorgevano delle figure, questi personaggi apparivano sempre come fossero materializzazioni enigmatiche dentro una visione di sogno. Ricordo immagini di foreste in cui un cervo restava immobilizzato tra gli alberi come sopra un palcoscenico, altre volte erano le foglie di una pianta fantasma ad allungarsi dentro lo spazio del quadro, nebbioso e inconsistente. Una volta, ho potuto ammirare una architettura, il profilo di una vecchia villa del sud degli Stati Uniti, con suggestioni palladiane, alleggerita ed immersa in una psichedelica nebbia liquida arancione: indimenticabile.
Questa qualità onirica della pittura di Andrew rimane in primo piano anche nei lavori più recenti, tutti centrati sullo studio esclusivo del colore e della luce, con tensioni superficiali e sotterranee correnti. Qui lo spazio è totalmente aperto, senza confini netti, senza geometrie che possano orientare il nostro sguardo. E' solamente la potenza dei cangianti cromatismi a regnare sopra ogni realtà. Un altro sogno.
Luce sottile
di Andrew Smaldone
Realizzo dipinti in cui superficie e spazio sono primari. Questi due elementi hanno lo scopo di portare una consapevolezza in un discorso su ciò che descrivo come: il "non-spazio". Questa terminologia mostra il mio tentativo di descrivere a parole la consapevolezza di qualcosa che è presente, ma non di solito visto, né tangibile, quindi non è un'assenza come tale di spazio, ma più simile a una pienezza del suo aspetto opposto.
La luce è un aspetto cruciale per questi nuovi dipinti. I miei primi dipinti e disegni si concentravano anche sulla luce, ma ho utilizzato lo spazio interno come struttura per esplorare le fluttuazioni della luce sottile attraverso i diversi toni di grigio. Ciò mi ha permesso di giocare con le rappresentazioni visive di luce e ombra e come sono in grado di trasformare completamente uno spazio architettonico. I miei dipinti interni si sono trasformati in opere astratte in cui il colore e l'atmosfera evocano la luce attraverso il sottile spostamento delle variazioni tonali colorate.
Lo studio è uno spazio importante per me. È un argomento e un luogo in cui la creatività è libera di entrare. È uno spazio in cui posso sperimentare nuove direzioni o seguire un modo per familiarizzare. Non c'è giusto o sbagliato nello studio, c’è solo la sensazione che sia un luogo che esiste al di fuori del tempo. È probabilmente per questo motivo che i miei quadri rispecchiano quella situazione e sembrano come se esistessero anche al di fuori di un tempo specifico.
L'intuizione gioca un ruolo importante nel mio processo artistico e non uso disegni preparatori o riferimenti fotografici. A volte posso lavorare su un dipinto per anni, mentre altre volte potrei finire in poche settimane. Non lavoro mai con le tele pre-fabbricate. Mi piace comprare le tele (lino), allungarla sopra i telai che ho messo insieme e mettere il gesso su quella superficie. Credo che questo sia l'inizio del dipinto. In più la tela funziona come parte dell'atmosfera. È una combinazione del lino e del colore ad olio che mi dà la sensazione che il dipinto sia correttamente rifinito. Credo, in definitiva, che la pittura sia il linguaggio visivo del sentimento e dell'intuizione.
I have an on-going interest in what I like to describe as: the “non-space”. This awkward terminology shows my attempt to describe in words an awareness of something that is present, yet not usually seen, nor is it tangible, thus it is not an “absence” as such of space, yet more alike a fullness of its opposite aspect. I often describe it as like penetrating through a wall to observe it from the inside of itself.
Light is a subject that is crucial to these new paintings. My early paintings and drawings also focused on light, but I utilized the interior space as a framework to explore fluctuations of subtle light through tonal grays. This allowed me to play with visual depictions of light and shadow and how they are capable of completely transforming an architectural space. My interior paintings gave way to abstract works where color and atmosphere evoke light through the subtle shifting of colored tonal variations.
The studio is an important space for me. It is a subject and a place where creativity is allowed free rein. It is a space where I can experiment with new directions or follow a way of making that I’m familiar with. There is no right or wrong in the studio and for me there is a feeling that it is a place that exists outside of time. It is likely for this reason that my paintings mirror that situation and look as though they too exist outside of a specific time.
Intuition plays a big role in my artistic process, and I don’t use preparatory drawings or photo referents. Sometimes I can work on a painting for years, while at other times I might finish in a few weeks. I never work with canvases from the factory. I like to buy linen, stretch it over stretchers I’ve put together and work up the gesso into that surface. I believe this to be the beginning of the painting. The linen itself functions as part of the atmosphere. It is a combination of the linen and oil color that gives me the feeling that the painting is properly finished. I believe, ultimately, that painting is the visual language of feeling and intuition.
Andrew Smaldone, nato a Denver, Colorado, vive e lavora a Firenze. Vincitore del prestigioso premio Pollock-Krasner Foundation Grant nel 2015, attualmente insegna pittura, disegno e Contemporary Art Theory alla scuola SRISA.
Fotografie di Carlo Zei
I magnifici dieci di Brunella Baldi
Dopo Todo Modo e Serena Botti, torniamo a presentarvi una lista d’autore. Questa volta stanza 251 ha chiesto a Brunella Baldi, proprietaria di una delle nuove gallerie fiorentine maggiormente interessate alla scena dell’arte contemporanea in Italia e all’estero, la sua personalissima lista di “magnifici dieci” artisti particolarmente amati.
Dopo Todo Modo e Serena Botti, torniamo a presentarvi una lista d’autore. Questa volta stanza 251 ha chiesto a Brunella Baldi, proprietaria di una delle nuove gallerie fiorentine maggiormente interessate alla scena dell’arte contemporanea in Italia e all’estero, la sua personalissima lista di “magnifici dieci” artisti particolarmente amati
I MAGNIFICI 10
parlare "solo" di dieci artisti è veramente difficile, quasi impossibile... Dieci, perché dieci e non nove o dodici... Subito si sono presentati molti nomi, si sono fatti avanti, hanno reclamato il loro posto in questa lista, ma come fare a selezionare, escludere e poi recuperare, senza pensare di aver dimenticato qualcuno?
Qualcuno davanti al cui lavoro mi sono emozionata. Che ho rivisto nella mia memoria, ricostruito con il ricordo. Quindi il criterio è stato alla fine abbastanza semplice: i primi nomi che sono affiorati nella mia memoria.
Quella di oggi perché negli anni i miei gusti e il mio occhio sono cambiati.
Ecco in ordine sparso la mia lista:
DAVIDE BENATI lavora con la carta, non solo un supporto, ma il mezzo per raggiungere l’equilibrio, l’unione tra le grandi superfici cariche di colori trasparenti e i frammenti di paesaggi, le forme della natura. Le sue campire di colore si fondono con le fibre vegetali della carta di riso.
SOOJIN KANG. Dell’artista coreana che vive e lavora tra la Germania e l’Inghilterra ricordo le meravigliose sculture realizzate con fili di seta grezza. Delle enormi crisalidi appese, dondolanti, che si fanno attraversare dallo sguardo e dallo spazio, dalle quali ti aspetti che possa uscire da un momento all’altro una farfalla.
MARK BRADFORD, ha rappresentato gli Stati Uniti d’America alla 57° Biennale di Venezia nel 2017. L’artista utilizza la stratificazione della carta. Il collage decollage. Una tecnica mista che prevede la sottrazione e l’aggiunta di materiale sulla tela: carta, pittura, ritagli, buchi, stoffa. Una ricerca artistica che si concentra sulla rappresentazione dei fenomeni sociali e sull’espressione delle minoranze.
Di CY TWOMBLY cosa dire che non sia già detto, “scritto“ nel suo lavoro? le sue opere di grandi dimensioni in cui usava la tecnica calligrafica dei graffiti su sfondi solidi di colore grigio, marrone o bianco mi incantano, catturano il mio sguardo, mi introducono in mondi. Potrei passare ore davanti ad una sua tela.
SANDRA VASQUEZ DE LA HORRA e il suo universo di creature fantastiche, incantate, specchio di preoccupazioni carnali e psicologiche realizzate su carta incerata. Un mondo di fiaba.
PIERRE SOULAGES per i suoi 100 anni il Louvre gli ha organizzato una mostra intitolata "La luce viene dal nero » Il nero il suo colore per eccellenza, nel quale e dal quale Soulages riesce a estrarre la luce.
RENATA BOERO quando vedo i suoi lavori, i Cromogrammi o le Germinazioni, mi immagino questa fantastica artista come un’alchimista che attraverso la sequenza, il ritmo del fare quotidiano prepara sapientemente i suoi colori e poi l’atto del dipingere, del colorare, del trasformare la materia in griglie spaziali.
di MAHO MAEDA so veramente molto poco, è un’artista che ho scoperto su Instagram in questo lungo periodo di confinamento. Giapponese vive e lavora a Città del Messico. Nel suo lavoro l’equilibrio, la natura, il pieno e il vuoto. La bellezza “tout court“.
GIORGIO MORANDI, il maestro per eccellenza. La quiete, il silenzio, il caldo estivo, la luce unita al colore, la quotidianità, la semplicità degli oggetti, che diventa arte.
Ultimo ma ovviamente non ultimo PAUL DELLER. Ho visto e comprato il suo lavoro ad un fiera, rappresentato dalla londinese Frameless Gallery. E’ stato amore a prima vista. Collezionista, raccoglitore, catalogatore di carta, cartone, oggetti, palloni da calcio, racchette, sassi... Deller crea le sue opere pescando in questo suo archivio sconfinato. Poesia della semplicità.
Brunella Baldi vive e lavora a Firenze. Danzatrice e coreografa inizia a lavorare come illustratrice nel 2007. Ha pubblicato con Éditions l'Édune, Flies France Editions, Verlag Jungbrunnen, Ocean Editions, Motus Editions, San Paolo, Editions d’un Monde à l’Autre, Lapis Edizioni, Motta Junior, Nuove Edizioni Romane, Principi & Principi, Soc & Foc, Alice Editions, Lineadaria, Coccole & Caccole. Nel 2015 fonda, insieme ad altri artisti, la galleria d’arte Cartavetra.
Fotografie di Carlo Zei
Montalcino contemporanea: intervista alla galleria La Linea
Perché vale la pena di andare fino a Montalcino per visitare una galleria d’arte contemporanea (oltre a bere un buonissimo bicchiere di vino)? Noi ci siamo andati e il risultato è questa intervista in cui Matteo Scuffiotti ha raccontato a Stanza 251 storia e vocazione della sua galleria “La Linea”.
Perché vale la pena di andare fino a Montalcino per visitare una galleria d’arte contemporanea (oltre a bere un buonissimo bicchiere di vino)? Noi di Stanza 251 ci siamo andati e il risultato è questa intervista in cui Matteo Scuffiotti ci ha raccontato a storia e vocazione della sua galleria “La Linea”.
Matteo Scuffiotti fotografato da Carlo Zei
STANZA 251: Partiamo dal luogo in cui hai deciso di aprire, quattro anni fa, la tua galleria d'arte, Montalcino. Piccolo meraviglioso paese nel cuore della più spettacolare campagna toscana. Perché hai scelto proprio questo territorio, lontano da tutte le grandi città comunemente reputate capitali dell'arte contemporanea?
MATTEO SCUFFIOTTI: Ho scelto Montalcino per prima cosa perché ero e sono assolutamente innamorato della bellezza di questi luoghi, una bellezza “assoluta” che mi toglie il fiato ancora oggi ogni giorno e che – a mio parere - per chi sceglie di fare questo lavoro, è tutto, o quasi, tramutandosi sempre in fonte di ispirazione continua.
Avevo inoltre già maturato la convinzione che le Gallerie decentrate rispetto alle grandi metropoli potessero avere di questi tempi una loro propria ragione di esistere, quantomeno per il tipo di lavoro che intendevo ed intendo portare avanti.
Infatti, come avete potuto vedere tu e Carlo facendomi visita, la mia è una piccola Galleria che tratta esclusivamente giovani artisti italiani. La nostra non è certo un tipo di offerta “mainstream” e mai lo sarà, conseguentemente nemmeno il luogo fisico in cui collocarla poteva a mio parere esserlo.
Ultimo ma non meno importante motivo è rappresentato dalla numerosa presenza di viaggiatori italiani e stranieri in questi luoghi; in pratica moltissimi abitanti di tutte le più grandi città del mondo passano da Montalcino, vengono da me senza che debba andare io da loro, e – particolare non di poco conto – lo fanno mentre sono in vacanza, cioè in una predisposizione mentale ideale per la fruizione del bello.
Nello stesso tempo – e quasi ad ossimoro direi – questo luogo non è un luogo “facile” da raggiungere dal punto di vista geografico: in pratica bisogna “volerci” venire, è impossibile passarci per caso...venire a Montalcino rappresenta quindi sempre una “scelta”, e sono quindi a maggior ragione orgoglioso che molti in questi quattro anni abbiano “deciso” di esserci, anche solo per visitare la Galleria, che spero quindi possa essere ormai considerata una delle molte eccellenze che portano qui le persone.
Infine devo ammettere che questo è un luogo fuori dal tempo, o quantomeno fluttuante continuamente in un tempo “sospeso”: una situazione secondo me ideale per fermarsi a riflettere – fuori dal frastuono - e prendersi la lentezza necessaria alla fruizione delle opere che espongo.
S251: Il tuo spazio espositivo si chiama “Galleria La Linea”, un nome suggestivo, astratto e concreto al tempo stesso. Quando lo hai inventato a cosa pensavi ? Facevi riferimento ad una specifica linea artistica oppure, al contrario, è un nome che allude ad una esigenza di libertà?
MS: La Linea è assolutamente un concetto mentale, che si riferisce alla mia personale visione del “vivere l'arte” e del “divulgare l'arte”, al metodo quindi, più che all'oggetto dei contenuti artistici proposti; infatti, come avete potuto notare, gli artisti che rappresento ed espongo sono completamente diversi gli uni dagli altri sia dal punto di vista stilistico, sia da quello dei rispettivi percorsi individuali di ricerca, però rispondono tutti a quegli standard di serietà, dedizione e talento nel “fare arte” che sono per me imprescindibili, nel contesto di un'offerta seriamente professionale, seppur di emergenti. Gli stessi standard ovviamente li applico a me stesso per quanto concerne il mio ruolo di gallerista.
S251: Parliamo adesso di un processo fondamentale (e spesso misterioso) nell'attività di ogni gallerista. In che modo selezioni gli artisti con cui decidi di lavorare. In base a quali passioni, visioni, ragionamenti, li scegli?
MS: Nel rispondere a questa domanda credo sia per prima cosa necessaria una premessa. A differenza di altre gallerie, io lavoro sempre con la stessa “scuderia” di artisti (salvo lievi e graduali fuoriuscite e nuovi ingressi), un gruppo di persone che stimo professionalmente, ma ancor prima umanamente (requisito per me fondamentale ed imprescindibile). Ritengo infatti che il mio lavoro abbia un senso soprattutto nel seguire e supportare gli artisti nel tempo, seguendone costantemente la crescita e gli sviluppi. Non cerco mai la facile e “veloce” attenzione sulla novità fornita dal turn-over, ma perseguo invece la ricerca di una qualità costante e crescente, legata all'evoluzione umana ed artistica dei singoli.
Ciò detto ritengo che il processo di scelta di cui parli debba assolutamente rimanere “misterioso”, perché rappresenta il risultato di una visione personale ed individualissima dei concetti di arte e di bellezza, che non è giusto né tantomeno utile oggettivizzare in modo alcuno. Posso solo dirti che oscillo ed alterno continuamente (nella valutazione del lavoro artistico) fra la ricerca di potenza espressiva (con l'emozione che ne consegue) e quella di eleganza.
Galleria La Linea fotografata da Carlo Zei
S251: In un periodo storico in cui il mercato dell'arte contemporanea è dominato dalle grandi internazionali gallerie-portaerei, capaci di enormi investimenti economici e quindi in grado di monopolizzare l'attenzione di tutti, esiste per le gallerie medio-piccole la possibilità di ottenere una ragionevole visibilità?
MS: La crisi delle gallerie medio-piccole è una spiacevole realtà da ormai molti anni, ma non credo che le ragioni vadano cercate nel confronto con le “majors”... si tratta infatti di due mondi lontanissimi e raramente comunicanti, e concentrarsi sulle differenze fra i due “format” ritengo sia del tutto fuorviante. Il punto di vista per affrontare questo argomento, invece, va completamente ribaltato, focalizzando l'attenzione sulla figura del “collezionista” o per meglio dire su quello che ne rimane.
Tramontato infatti storicamente ormai da secoli il modello mecenatistico di committenza artistica, l'esistenza e la sussistenza stessa dell'arte e degli artisti si è legato sempre più al cosiddetto “mercato dell'arte” ed alla figura centrale del collezionista, il quale, per una serie di ragioni personalissime, ma soprattutto – credimi - per “amore”, decide di dedicare una parte delle proprie disponibilità economiche all'acquisto di opere d'arte. Il collezionismo di opere d'arte regala un appagamento che è essenzialmente spirituale e che finchè non lo si prova è praticamente impossibile da spiegare. Posso parlare con cognizione di causa di questo perché io sono stato e sono un collezionista, molto prima e molto di più che un gallerista. Infatti ho aperto la mia Galleria perché fosse esattamente come io stesso l'avrei voluta da collezionista e la conduco costantemente pensando ed agendo in una visione da collezionista. Il problema è che i tempi sono cambiati velocemente e che tutto ciò di cui ti ho parlato finora sta letteralmente scomparendo, sia per ragioni di ordine economico, sia – soprattutto – per ragioni di ordine culturale e direi anche “di costume”.
Permettimi al riguardo una breve digressione sulla famigerata “crisi”, che ci attanaglia ormai da più di dieci anni: credo si debbano precisare diverse cose al riguardo. Intanto bisognerebbe avere il coraggio di dire che non è una “crisi” - il concetto stesso di crisi presuppone infatti una parentesi più o meno breve, ma comunque patologica, che per sua natura viene superata per poi tornare ad una fase fisiologica. Mi pare evidente che quella che stiamo vivendo non lo sia affatto, ma rappresenti, a tutti gli effetti, una nuova e permanente realtà economica, con la quale fare semplicemente i conti. Ciò non è necessariamente un male – mentre è senza dubbio un male (morale e psicologico) inestirpabile, continuare a vivere nella speranza inutile che “la crisi” passi, “sospendendo”, di fatto, le nostre aspirazioni di vita “ad libitum”, in attesa di un miraggio di ritorno al passato che non si realizzerà mai. In pratica, quindi, le persone sono moralmente depresse e non spendono (anche ti assicuro quelle che potrebbero assolutamente farlo) perché attendono “ingrigite” tempi migliori che non torneranno più.
In secondo luogo, l'aspetto culturale e di costume: è un dato di fatto che esaurendosi per ragioni anagrafiche le vecchie generazioni di collezionisti, i loro figli faticano a trovare le ragioni profonde che avevano spinto i propri genitori a collezionare. E questo non soltanto per un evidente crisi di valori, conoscenze culturali ed educazione al “bello”, ma anche – e soprattutto direi – per lo stravolgimento in essere relativo al nostro vivere quotidiano. Mi spiego meglio: fino ad almeno venti anni fa, il centro delle relazioni umane, familiari ed amicali era rappresentato dalla “casa”, LUOGO nel quale si ricevevano gli amici, si celebravano i momenti più importanti della vita, si discuteva di politica, sport, letteratura ed arte, mostrando anche – e con orgoglio – la propria collezione agli altri, come una delle cose belle da condividere ed esibire come uno dei traguardi raggiunti. Oggi tutto questo non esiste quasi più: il centro di tutto è diventato uno spazio che non c'è, un NON LUOGO che è rappresentato in generale dal web ed in particolare dai vari social media.
A causa di ciò abbiamo assistito, in un lasso di tempo relativamente breve, alla trasformazione genetica di molti di quelli che “forse” avrebbe potuto anche diventare collezionisti, in nuove figure – ibride e soprattutto sterili – i cosiddetti “Art lovers”.
L'Art lover non invita nessuno in casa, in quanto rifugge dal chiuso delle proprie pareti domestiche - assolutamente spoglie e prive di qualsiasi opera d'arte – per frequentare in maniera frenetica (ed il più delle volte del tutto inconsapevole) una miriade di mostre museali, fiere, eventi culturali, vernissage artistici di tutti i tipi - preferibilmente gratuiti e con ricco buffet annesso – e potersi immediatamente “taggare” e condividere sui social quanto fa, per dimostrare al mondo che è un grande amante dell'arte e della cultura, che “fa cose e che vede gente” insomma, per dirlo con una frase di Morettiana memoria. Egli consuma velocemente, senza assimilare minimamente, ciò che i suoi occhi (forse) hanno visto (il suo smartphone di certo) e passa oltre, in un turbine di vera e propria bulimia visiva che lo sazia, sempre, con un like.
In conclusione, io credo quindi che i problemi delle Gallerie medio piccole siano dovuti sia alla fraintesa percezione della crisi economica anche da parte di categorie oggettivamente abbienti, sia alla crisi “esistenziale” della figura del collezionista e non certo alla presenza della grandi gallerie, le quali, invece, si rivolgono ad un collezionismo di altissima fascia che è e resta - per lo più – di tipo speculativo e finanziario.
Al contrario, per l'avvicinamento e la crescita del giovane collezionista, ma anche del collezionista maturo non multimilionario, le gallerie medio piccole (quelle serie) restano essenziali ed insostituibili, svolgendo un ruolo fondamentale e vitale, sia per chi crea arte che per chi ne voglia usufruire in maniera consapevole.
Galleria la Linea fotografata da Carlo Zei
S251: Quali consigli daresti ad un giovane collezionista (forse si tratta di una figura mitologica, ma noi vogliamo essere ottimisti) che si avvicina oggi al complicato mercato dell'arte contemporanea ? Cosa pensi del classico dilemma: comprare per passione o per investimento?
MS: Credo di aver già risposto in parte a questa domanda con le risposte precedenti, in ogni caso consiglierei al giovane collezionista (per fortuna ne conosco ancora...esistono) di studiare, osservare, stare in silenzio, godersi il più possibile con lentezza le opere, nei luoghi giusti che ancora permettono di farlo, e poi decidere di acquistare da operatori qualificati di cui si fida (fra quelle ovviamente che può permettersi) l'opera che più lo emoziona e che più lo fa stare bene con se stesso, perché è l'unica cosa che conta.
Per quanto riguarda poi il famoso (e falso a mio parere) dilemma fra passione ed investimento, ti risponderò parafrasando il pensiero di uno dei più grandi collezionisti del mondo, il Conte Giuseppe Pansa di Biumo, il quale, in sostanza, sosteneva che se amerai davvero l'arte (in maniera disinteressata) ne sarai anche ricambiato (in termini economici) mentre se penserai di sfruttare l'arte, avverrà esattamente il contrario. Si deve quindi comprare sempre per (consapevole ed informata) passione e non per investimento, l'investimento forse arriverà dopo, e solo come conseguenza di quella passione. Chi pensa il contrario a mio parere farebbe bene a comprare direttamente azioni in borsa.
S251: Un progetto che tieni nel cassetto a cui sei particolarmente affezionato, di prossima realizzazione?
MS: Purtroppo (o per fortuna) da quando ho cambiato lavoro ed ho aperta la Galleria non ho più sogni che stanno nel cassetto, ma cerco di realizzarli – al meglio delle mie possibilità – ogni singolo giorno, quindi ti basterà seguire i prossimi eventi della Galleria per scoprirli.
"L'io inatteso" di Ubaldo Fadini: Deleuze, Carroll e Celati
Sospeso fra suggestioni letterarie e ricerca filosofica è il recentissimo saggio di Ubaldo Fadini “Il senso inatteso. Pensiero e pratiche degli affetti”. Vi presentiamo un montaggio di materiali tratti dal libro che Fadini ha elaborato in esclusiva per Stanza 251 aggiungendo delle preziose note d’autore di taglio più personale.
Sospeso fra suggestioni letterarie e ricerca filosofica è il recentissimo saggio di Ubaldo Fadini “Il senso inatteso. Pensiero e pratiche degli affetti”. Vi presentiamo un montaggio di materiali tratti dal libro che Fadini ha elaborato in esclusiva per Stanza 251 aggiungendo delle preziose note d’autore di taglio più personale.
Ubaldo Fadini fotografato da Carlo Zei
L'io inatteso. A proposito di una scelta
Questo libro, Il senso inatteso. Pensiero e pratiche degli affetti, è senza dubbio caratterizzato da un congedo, da un tentativo di allontanamento, che riguarda modi di lettura e di scrittura, percorsi di ricerca, sempre eccessivamente sorvegliati e consegnati a una volontà di continuare a riflettere, a rafforzare l'abito intellettuale di un autore che così si presta – forse con scarsa consapevolezza – a identificare la propria stessa singolarità. Singolarità che sono invece da cogliersi sempre al plurale, meglio: singolarità di vita tali che difficilmente trovano stabilità e che richiedono allora uno smarcamento dall'ordine un po' confuso e comunque inesorabile dell'identificazione del docente, dello studioso o di un'altra qualsiasi figurazione fissata una volta per tutte (o quasi...), con le sue pretese di semi-comica, ormai, “universalità” in quanto portatrice di valori affermati come indiscutibili, ancora oggi comunque particolarmente appetibili all'interno degli ambiti da cui vale a volte la “pena” discostarsi, separarsi.
Non più allora libri, sempre in ogni caso abbastanza “eccentrici”, dedicati a temi e appunto figure di facile collocazione nei settori del disciplinamento e del controllo delle intelligenze e delle sensibilità, ma storie, storie fatte o inventate, nel trascorrere degli affetti, tra corpo e cervello, e nel dipanarsi di una fantasia da cui si apprende la sua effettiva importanza per lo stesso costituirsi “mosso”, inquieto, di ciò che si definisce come “soggetto”. Certo, i pretesti sono vari: una presa d'atto di come la “facoltà penosa”, la stupidità, non smetta di fare il suo lavoro nella testa di chi scrive queste righe e che forse scrive per non fare del proprio fallimento una “bassezza”, qualcosa che intristisce ciò che ancora ha forza di stargli vicino. Ancora Deleuze, allora, ma non solo ed ecco l'apertura, che predispone il combattimento con la propria insuperabile parzialità:
“Nelle pagine conclusive di Differenza e ripetizione, Gilles Deleuze ritorna sul 'problema della stupidità' richiamando quelle osservazioni di Gustave Flaubert che riguardano un essere pensante duplice, meglio: sdoppiato/ripetuto, che mette in gioco insieme 'la stupidità come facoltà e la facoltà di non sopportare la stupidità'. Il contesto della riflessione del filosofo francese è quello delineato da una concezione della fondazione come determinazione dell'indeterminato, una operazione niente affatto semplice, che non consiste nel mettere in forma, nell'in/formare o nel formare materie a partire dalla condizione categoriale: 'Qualcosa dal fondo risale alla superficie, vi risale senza prender forma, insinuandosi anzi tra le forme: esistenza autonoma senza volto, base senza forma. Il fondo nella misura in cui si trova ora alla superficie è detto profondo, senza-fondo. Viceversa, le forme si decompongono quando si riflettono in esso, ogni modellato si disfa, tutti i volti muoiono, e sola sussiste la linea astratta come determinazione assolutamente adeguata all'indeterminato, come lampo uguale alla notte, acido uguale alla base, distinzione adeguata all'oscurità intera: il mostro. (Una determinazione che non si oppone all'indeterminato, e non lo limita)' (G. Deleuze, Differenza e ripetizione, Cortina, Milano, 1997, p.353)” (p.8 di Il senso inatteso).
“Ritornando al 'problema della stupidità' vale osservare quello che segue: la necessità del pensiero sta in un 'fuori', cioè in un 'incontro' con ciò che costringe/obbliga a pensare; la stupidità altro non è che 'caotica indifferenza di validi propositi che quotidianamente sollecitano lo spirito sotto forma di 'informazioni'': uno stato negativo fondamentale del pensiero. In Nietzsche e la filosofia, Deleuze individua il compito della filosofia proprio nel contrasto senza riserve ai miscugli di bassezza e stupidità che si concretizzano nei poteri consolidati, costretti – proprio dalla filosofia che si fa critica – 'ad assumere un aspetto nobile, intelligente, da pensatore'. La filosofia è faticosa, intempestiva, vive nell'opposizione (…).
Pensare vuol dire pensiero attivo: non dobbiamo però rimuovere il fatto che il pensiero può risultare inattivo in diverse maniere, può cioè dare prova di sé, impegnarsi completamente nell'inattività, impiegando tutte quelle 'finzioni' (al livello 'più basso' del pensare) attraverso le quali le forze reattive trionfano, restituendoci un modo di restare attivo contraddistinto da un notevole impegno a non pensare. Al di là del richiamo indiretto ai filosofi che non hanno smesso di recare danno alla 'stoltezza' (per riprendere La gaia scienza), togliendo a quest'ultima la 'buona coscienza', vorrei sottolineare un 'doppio passo' della ricerca deleuziana: la stupidità ci appartiene, va apprezzata nella e per la sua funzione basilare all'interno dell'avventura del pensare, nel momento in cui ci avverte che per poter pensare è condizione necessaria l'incontro (il 'fuori'), ciò che concretamente obbliga a non riproporre l'ovvio, lo scontato, l'abituale, ma a realizzare una sorta di 'sperimentazioni a tentoni' (…).
E' attraverso l'apprezzamento della stupidità che la filosofia può pensare di preservarsi da essa, nel momento in cui ne fa oggetto di una domanda trascendentale (com'è possibile la stupidità?) e riconosce nel 'meccanismo' della stupidità la 'più alta finalità del pensiero', quella di mettere alla prova, in gioco, 'la facoltà di non sopportare la stupidità', cioè l'altro passo di un movimento critico, che rattrista i poteri/potenti perché non favorisce l'incremento della stupidità e il rafforzamento delle 'bassezze'” (Il senso inatteso, pp.14-16).
E nel libro si rincorrono appunto, così come i pensieri dell'“autore” vagabondo, le analisi di Robert Musil e di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer sulla stupidità, intesa qui come un effetto di dinamiche sofferte fino al limite della “atrofizzazione degli organi”, con riferimento ai diversi gradi del vivente e non soltanto alla dimensione dell'umano. Tornando però su Deleuze: ancora valgono come pretesto le sue pagine su Alice e su Lewis Carroll per riprendere un filo di ragionamento che si fa sempre più “scomodo” e che va a toccare i controsensi avvertibili nelle pratiche di “soggetti parziali e stra-vaganti” (distratti dalla presa di consapevolezza del po' di stupidità che appunto li accompagna), sollecitando una riflessione possibilmente più attenta sulle figure dell'“amico” e dello “straniero”, stimolando la tessitura di una rete affettiva e di sentimenti in grado di affrontare le convulsioni del mondo là “fuori”, del “fuori-soggetto” che sempre di più si rivela parte integrante e decisiva delle peripezie dell'individuo contemporaneo:
“Riprendendo Alice disambientata, di Gianni Celati, quello straordinario esperimento di scrittura collettiva realizzata nella Bologna dei tempi attorno al '77, vorrei delineare – attraverso la figura-chiave della letteratura vittoriana del 'nonsense': Alice – un effetto di spaesamento che può sollecitare l'impresa filosofica a rivedere, in 'senso' critico, i suoi assetti e le sue configurazioni. Disambientare la filosofia con e attraverso Alice, con l'idea che il personaggio letterario di Lewis Carroll possa portare un contributo decisivo – a partire dalla sua collocazione sul piano della letteratura 'per' l'infanzia – alla individuazione di linee di deterritorializzazione, di contro-effettuazione delle pratiche più consolidate di affermazione di senso comune e di buon senso. (…) Mi sembra opportuno, a questo punto, ricordare il filo del ragionamento. Deleuze sottolinea come in Alice nel paese delle meraviglie ci siano dei continui cambiamenti di luoghi: appunto sotto il segno della profondità, poi delle altezze, infine delle superfici che 'scoppiano' (il mazzo di carte che si alza in volo e poi ricade su Alice). In Logica del senso la lettura è ancora di taglio quasi-psicoanalitico, con l'intenzione dichiarata di distinguere nettamente il 'romanzo del nevrotico' dal 'romanzo come opera d'arte', da comprendersi cioè come il frutto di un artista che è insieme 'malato e medico di una civiltà' (…). Non si può non rimanere sbalorditi, in Carroll, dalla espressione di potenza che si concretizza nello stesso processo della desessualizzazione, con i suoi salti tra le superfici, che restituiscono operazioni di sorvolo con configurazioni differenti delle superfici appunto sorvolate: ciò che conta, che dà piacere, è proprio il 'mistero' che balena nell'energia del salto, nel 'passaggio da una superficie all'altra'. Ma la mia attenzione nei confronti di Carroll non sta soltanto qui tra il piano della diagnosi e quello della prognosi: certo è importante il quadro sintomatologico che si delinea attraverso le storie di Alice, che ci restituisce un'opera artistica, ma quello che mi interessa è contro-effettuare ulteriormente Alice, continuare possibilmente a disambientarla e andare così incontro alla letteratura che può deterritorializzare la filosofia, stimolarla cioè in quella sua caratteristica che ne rappresenta ancora la forza vitale. Ed è a questo punto che mi ricollego al tentativo di Celati di gettare un ponte tra tali storie e quelle vissute concretamente in una stagione di contestazione aspra e apparentemente sbandata come quella del '77: è in tale prospettiva che la figura di Alice, già cara a tutti gli 'irregolari' del decennio precedente, viene incontro, per la sua 'intensità', a coloro che la percepiscono sotto tale veste intimamente cangiante per via del loro muoversi a lato degli spazi istituzionali dati. E' il movimento laterale di Alice a combinarsi con la ricerca di spazi di soddisfazione diversi da quelli contrassegnati dall'affermazione del principio di proprietà/identità, il cui 'logico' corollario era individuato – allora... – dall'ottenimento di un riflesso sbiadito di riconoscimento nella modalità dell'assoggettamento, della subalternità alle dinamiche di trasformazione del modo di produzione capitalistico. Ricerca continua di spazi, di misure appropriate alla determinazione parziale, provvisoria, della fantasia che noi siamo, dell'immaginazione che ci realizza (anche il viaggio di Alice è un sogno...). In 'fondo', si tratta di uno stra/vagare in cui è ovvio che ci si faccia delle storie, per riprendere Alice disambientata, dalla parte di soggetti dispersi, 'fuggiti', irrintracciabili, che non vogliono farsi 'catturare' (come Alice...), che (si) descrivono facendo saltare tutte le classificazioni veicolate dal 'buon' uso del linguaggio, quello reso canonico.
Non resta che da ricordare allora come Alice continui a muoversi nelle città, per riprendere il noto film di Wim Wenders, e capiti a Bologna, anche nel momento in cui uno scrittore singolare, Celati, organizza un seminario (al DAMS), nell'anno 1976-77, su Carroll, stimolando l'incrociarsi di vicende, fantasie, deliri che restituiscono l'idea che ormai Alice sia 'dappertutto' e non soltanto nelle teste e nei corpi delle ragazze e dei ragazzi, di difficile 'addomesticamento', che frequentano quello strano corso di letteratura. Scrive Celati, nel testo che introduce la riedizione del 2007 della pubblicazione dei materiali, di natura felicemente composita, di quel seminario, di quel collettivo di pensiero 'e' affetto, costitutivamente politico:
'Il nome di Alice era stato messo in giro dalla controcultura americana, ed era diventato una parola d'ordine per riferirsi a quel tipo di aggregazione sparsa e senza gerarchie che è stato chiamato 'movimento'. Nel libro di Lewis Carroll, grazie al fungo magico, Alice ingrandisce e rimpicciolisce di continuo fino a perdere il senso della propria identità; per questo la sua figura era associata a esperienze d'instabilità come quella dell'acido lisergico. Ma dietro la sua sagoma bambinesca si profilava anche l'idea di un individuo nuovo, per lo più destabilizzato, coinvolto in continue mutazioni, ma liberato dai precetti del 'come si deve essere', e più avvertito sull'importanza del 'come ci si sente'. Il 'come ci si sente' era un tema escluso dalle politiche tradizionali. Ora stava emergendo attraverso varie correnti di ispirazione esistenziale, ma anche attraverso il nuovo cinema e le canzoni. In particolare le canzoni di Bob Dylan, le più trasmesse da Radio Alice, annunciavano un cambiamento radicale nei modi del sentire contemporaneo; e lì spuntavano nuovi atteggiamenti di dissenso, altri modi di reagire all'addomesticamento sociale, non più rivolti al miraggio d'una rivoluzione futura. (…) tutto questo faceva parte dello spirito del tempo, come un implicito che circola nell'aria e nelle parole, a cui si aderisce senza sapere ancora bene cosa sia. E l'aria del tempo entrava in ognuno dei discorsi fatti in classe, durante il mio corso, dove c'entrava di tutto: l'amore, la psicanalisi, la politica, la musica rock, il cinema tedesco, i nuovi modi di scrivere e di pensare. Per un anno o poco più, Bologna è stata un laboratorio all'aperto, dove le idee e le opinioni circolavano a grande velocità, con letture frettolose o echi del sentito dire, e subito superate da altre. Poi è finita: è iniziata l'era di una nuova dogmatica economica, con una domesticazione ancora più faticosa dell'animale umano' (Gianni Celati, Sull'epoca di questo libro, introduzione a Alice disambientata, Le Lettere, Firenze, 2007, pp.8-9).
Ma non è finita la messa a valore di una positività non imprigionata nelle gabbie dello psicologismo, anche quello rinfrescato 'scientificamente'; una positività che ci restituisce un'idea del soggetto non 'chiuso nel sancta sanctorum di se stesso', serrato nello spazio di una pseudo-interiorità 'privata', ma in un qualche modo consapevole, anche minimamente, della presenza di 'automatismi corporei o mentali', di ciò che può anche essere 'nostro' ma che ci fa apparire, come scrive ancora Celati, 'movimenti esterni che condividiamo con altri'. Ecco quindi la possibilità concreta di leggere le 'mosse di Alice', del suo cammino singolare proiettato sullo sfondo del 'puro accadere dei fatti e degli incontri':
'Ed è appunto questa esteriorità a fare dell'allegria un movimento espansivo dove si annuncia una comunanza con gli altri. La cosa importante è che il movimento si realizza come spinta corporea, conato del desiderio, senza psicologia di mezzo, senza stati di coscienza vigile, i quali hanno sempre un effetto inibitorio sugli automatismi del corpo e della mente. L'allegria che ha cercato di farsi strada nel nostro libro deve sempre rinunciare all'idea del sapere come stato di coscienza, il sapere stagno da professionista patentato. E deve accettare questo modo slegato, pagliaccesco, con alti e bassi secondo i momenti. Perché la positività è sempre questione di momenti; è l'atmosfera, l'intonazione del momento esaltante o angoscioso, in cui si annuncia un'apertura mentale. L'adesione al momento trascende ogni forma d'interiorità, perché ci rimanda a un avvenire al di là di noi: e mentre sospende le ansie competitive, aiuta a pensare una comunità possibile, senza 'messaggi'' (Ivi, pp.10-11).
Stati di coscienza vigile, dunque, come obiettivo polemico. Certo, ma di stati di coscienza attenta al valore delle alterazioni ne abbiamo bisogno, anche al fine di accertare gli scarti di intensità, le mutazioni, le trasformazioni del sentire (sicuramente senza nessun 'psicologismo'). Attenzione, allora, da prestare ai 'casi', alla contingenza, anche per tradurre tutto questo in capacità di fare politica differente, a favore di nuove 'comunanze'” (Il senso inatteso, p.58. pp.63-66).
Ubaldo Fadini fotografato da Carlo Zei
Ubaldo Fadini insegna Filosofia morale presso l'Università di Firenze. Fa parte dei comitati di redazione e dei comitati scientifici di numerose riviste, tra cui "Aisthesis", "Iride", "Officine filosofiche". Tra i suoi lavori più recenti: La vita eccentrica. Soggetti e saperi nel mondo della rete (2009); Lessico Virilio. L'accelerazione della conoscenza, con Silvano Cacciari (2012); Il futuro incerto. Soggetti e istituzioni nella metamorfosi del contemporaneo (2013); Divenire corpo. Soggetti, ecologie, micropolitiche (2015); il tempo delle istituzioni. Percorsi della contemporaneità: politica e pratiche sociali (2016); Il senso inatteso. Pensiero e pratiche degli affetti (2018).
La morte per acqua
Enrico Bianda racconta con testo e immagini ill suo viaggio in Senegal e lo intreccia al lavoro teatrale “Das Floss Der Medusa” di Romeo Castellucci e al celebre naufragio della Medusa dipinto da Géricault.
Fleba il fenicio, morto da quindici giorni
dimenticò il grido dei gabbiani, e il gorgo profondo
del mare
e il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
spolpò le sue ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
attraversò gli stadi della maturità e della gioventù
sprofondando nel vortice. (T.S. Eliot, “Morte per acqua”, da Terra desolata)
1. Romeo Castellucci nell’ultimo lavoro allestito per la regia dell’opera Das Floss Der Medusa, commissionato dalla Dutch National Opera di Amsterdam, ha ricostruito idealmente il naufragio della fregata francese Medusa davanti alle coste del Senegal o della Mauritania, pochi chilometri a nord.
Chiunque avrà in mente il grande dipinto di Théodore Géricault La zattera della Medusa. Il dipinto rappresenta un momento degli avvenimenti successivi al naufragio della fregata francese Méduse, avvenuto il 2 luglio 1816 difronte a Saint Louis in Senegal.
Hans Werner Henze ha composto negli anni 60 la musica per quest’opera che Castellucci ha deciso di affrontare con uno sguardo filologico: Géricault mette in testa alla piramide umana che affronta la furia del mare un uomo di colore che agita un panno. Quell’uomo è al centro del lavoro di interpretazione che ha condotto il regista.
Castellucci si è recato in Senegal, è andato nella cittadina di Saint Louis, ha cercato un maestro di nuoto, lo ha trovato e lo ha filmato per 24 ore quasi continuative mentre cerca di stare a galla nelle acque dell’Atlantico di fronte alla costa del Senegal. Quel materiale è diventato la materia visuale che è stata proiettata su un telo di fronte alla scena dell’opera Das Floss der Medusa.
Per lo storico Jules Michelet «Tutta la nostra società è a bordo di quella zattera». In Senegal ho trovato la sintesi del naufragio che stiamo provocando. Senza sapere forse che sulla zattera ci siamo saliti anche noi.
2. In Senegal ci sono andato, dicevo. Sono arrivato che era novembre e a Dakar c’erano quasi 40 gradi. Caldo anche per Dakar, a novembre. Dakar è quello che ci possiamo immaginare quando pensiamo ad una città brulicante traffici e uomini. Una città dove ti giri a guardare un ragazzo bianco che corre in scooter per le strade polverose e dense di umanità e chiedi chi sono questi e la risposta è “sono libanesi”. Hanno in mano i commerci della città. Quelli che contano almeno. Ecco, il Senegal vive in larga misura su quanto i senegalesi fanno altrove. Le rimesse rappresentano una percentuale importante del PIL del paese. E se qualche risorsa riesce a farla saltar fuori, che sia pesce o carbone, ecco che finisce quasi sempre in mano a paesi stranieri. La Cina e la Spagna si spartiscono il pesce delle acque al largo delle coste senegalesi, e così altri paesi gestiscono impianti a carbone o altre risorse interne, come sabbia per cemento o banane. E questo ci riporta a quella zattera sulla quale siamo saliti tutti. Davanti alle Coste senegalesi. Come nel quadro di Géricault: stiamo tutti arrancando verso una costa, stiamo tutti in acqua sperando di tenere la testa fuori per respirare, come nell’allestimento di Castellucci di Das Floss Der Medusa.
3. Tutto sembra portare a Saint Louis. Una cittadina che si trova in una posizione magnifica: sull’estuario del fiume Senegal e dunque sulla costa dell’Atlantico. Li davanti sembra esser avvenuto il naufragio della fregata francese Méduse. E’ stata a lungo una stazione di passaggio per gli aerei della posta francese: facevano scalo a Saint Louis prima di continuare lungo la costa oppure prima di attraversare l’Atlantico verso le Americhe del Sud. Antoine de Saint-Exupéry dormiva spesso all’Hotel de la Poste, ancora in piedi.
Il presente della città è desolante, sintesi di un paese in difficoltà. Qualche anno fa la cittadina che sorge su un’isola in mezzo al fiume diventa patrimonio dell’Unesco. Oggi è in parte ricoperta di rifiuti, mangiata dal mare che erode le coste, impoverita e decadente. Castellucci costruisce un racconto di morte, morte per acqua, e lo ambienta in una città che perde pezzi mangiati dalla forza del mare. La zattera di Géricault continua a riempirsi di gente che cerca disperatamente di salvarsi.
Gentile o Giudeo
O tu che volgi la ruota e guardi a sopravvento,
Medita su Fleba, che fu una volta bello e alto come te.
Testo e immagini di Enrico Bianda
I magnifici dieci di Origini edizioni
Andare a trovare Vittorio Barachini e Matilde Vittoria Laricchia nella sede di Origini, la loro piccola ma sofisticatissima casa editrice di Livorno, e non tornare a casa carichi di bellissimi libri d’arte è impossibile.
Gli artefici di Origini edizioni, Valentino Barachini e Matilde Vittoria Laricchia, fotografati da Carlo Zei
Andare a trovare Valentino Barachini e Matilde Vittoria Laricchia nella sede di Origini, la loro piccola ma sofisticatissima casa editrice di Livorno, e non tornare a casa carichi di bellissimi libri d’arte è impossibile. Eccellenti fotografie, testi perfettamente asserviti alle immagini, una stupefacente e maniacale cura della parte editoriale, al punto che definire questi oggetti semplicemente libri non rende l’idea: ogni realizzazione è un progetto a sé stante che ha tutte le caratteristiche per essere considerato un’opera d’arte autonoma. Abbiamo chiesto ai due artefici di Origini Edizioni di svelare, in esclusiva per Stanza 251, le loro stesse origini letterarie. Ecco la lista dei “magnifici 10”, cinque libri per Valentino e cinque per Matilde.
Siamo minuscoli ma pieni di idee. Soprattutto pieni di libri, in testa, nel cuore. Perché per “fare i libri” – per crearli anche fisicamente, come facciamo noi – è imprescindibile averne già dentro un po’ e continuare a cercare nuovi amori ogni giorno.
Siamo due: Valentino Barachini, la mente creativa, le immagini, il direttore artistico; e colei che sta scrivendo, Matilde Vittoria Laricchia, la parte editoriale, “l’archivio” di romanzi e poesie, rabdomante di giovani poeti e scrittrice di versi lei stessa. Viaggiamo su due binari paralleli e ogni libro che creiamo è l’occasione per far incontrare e mettere insieme queste due parti.
Perciò non abbiamo potuto far altro che dividerci a metà i Dieci Libri Della Vita e timbrarli infine tutti quanti con il marchio Origini edizioni!
I Cinque di Valentino:
“Questi sono i libri che mi hanno formato, che hanno profondamente segnato la mia persona e il mio modo di vedere e creare immagini.”
1 - Wittgenstein – Tractatus: per il cervello;
2 - La preghiera del mattino e della sera – Lodi, Ora media, Vespri e Compieta: per lo spirito;
3 - Araki – Xerox photo albums: per gli occhi;
4 - Mc Carthy – Figlio di Dio: per il cuore;
5 - Casaldaliga – Spiritualità della liberazione: per vedere gli altri.
I Cinque di Matilde:
1 - Tolstoij - Anna Karenina: La Perfezione.
Come fosse stato scritto: da Dio per insegnarci a narrare, ascoltare, osservare e descrivere;
2 - Saramago – Cecità: Il Paradosso.
Una riflessione impietosa sulla natura umana: immaginare che la società sia improvvisamente colpita da un’epidemia di cecità, determinando una serie di effetti devastanti che dimostrano quanto la nostra quotidianità si regga sul filo di un rasoio. Tutto ciò che esiste è generato da rapporti di causa effetto ed è sufficiente che il meccanismo di ciò che viene avvertito come normalità s’inceppi, perché l’uomo torni in modo velocissimo eppure graduale verso la sua naturale ferinità;
3 – Van Gogh – Lettere: Un’Anima Bella.
“Per agire nel mondo occorre morire a se stessi. L’uomo non sta sulla terra solo per essere felice, neppure per essere semplicemente onesto. Vi si trova per realizzare grandi cose per l’umanità e andare oltre la volgarità in cui si trascina l’esistenza di quasi tutti gli individui. (op. cit.)”
4 – Dickinson – Poesie: La Poesia.
Emily Dickinson è nata nel 1830 in una piccola città del Massachusetts, non ha mai viaggiato, forse non ha mai conosciuto uomo e, per buona parte della sua vita, non è mai uscita dalla sua camera da letto: si può dire che non abbia vissuto. Eppure ha creato alcuni dei versi più belli che io abbia mai letto. Forse a dimostrazione del fatto che la Poesia appartiene all’Anima, non all’Esperienza. E l’Anima non ha tempo, né spazio;
5 – La Bibbia: Il Libro Infinito.
Il libro della vita. Non la conosco e non la conoscerò mai veramente. Credo che lì si trovi l’origine del nostro modo di essere in questa parte di Mondo. Che lo si voglia o no; che si abbia fede oppure no.
fotografie di Carlo Zei
Visita in studio - Francesco Lauretta
Già in passato la contemplazione dei dipinti di Francesco Lauretta mi aveva ricondotto ad una atmosfera di esaltazione dei sensi, come se le sue opere mi portassero necessariamente verso un potenziamento dello sguardo, verso una accensione dell' attenzione.
Già in passato la contemplazione dei dipinti di Francesco Lauretta mi aveva ricondotto ad una atmosfera di esaltazione dei sensi, come se le sue opere mi portassero necessariamente verso un potenziamento dello sguardo, verso una accensione dell' attenzione. Ricordo con piacere, anni fa, una serie di opere tutte marine, tutte ambientate su una spiaggia deserta, davanti al mare, dentro una super luminosità bianca che dominava ogni dettaglio, accentuando un senso di solitudine che feriva l'osservatore con la luce di una suprema esattezza, evidente allusione – almeno nella ricognizione che ne feci io – all' ultimo distacco, il più doloroso perché allestito in uno splendore dei particolari che spingeva dentro le visioni una (quasi) insopportabile nostalgia.
Ma oggi una visita al suo studio mi sorprende: con quella radicale capacità di cambiare soggetto di cui Francesco è capace, il contesto è del tutto mutato. L'intento di partenza delle nuove opere si basa su una struttura concettuale robusta e suggestiva: sta ridipingendo per una mostra imminente alcuni lavori nuovi basati su opere del passato. Sta riesaminando percorsi già effettuati, quindi il tema è quello della seconda volta, della ripetizione (differente o uguale, non ha secondo me, in questa specifica situazione, troppa importanza questa distinzione). Se il tema è la ripetizione, chiaramente siamo gettati dentro l'asfissiante dominio del Tempo, così la più importante curiosità che queste tele mi suggeriscono è se Francesco Lauretta intenda – ripetendo le proprie opere – costruirsi una gabbia ancora più salda da abitare oppure tentare all'opposto di scavarsi una via di fuga attraverso l'esperienza. Non gli ho posto la domanda, avrei potuto (e certamente lui mi avrebbe risposto in modo saggio e convincente, come sempre riesce a fare) ma ho preferito mantenere un primato dell'incertezza come base su cui scrivere questo piccolo testo. In caso siate curiosi vi confesso che propendo per la seconda ipotesi.
Non c'è alcun vantaggio nel ripercorrere strade già fatte, anzi – a dispetto di quello che potreste pensare – si tratta sempre una condizione pericolosa, esposta a molti rischi. Nessuno affronta a cuor leggero l'impresa di mettersi a costruire un mentale castello di carte: sembra capace di reggersi su fondamenta invisibili, ma può in verità crollare in qualsiasi attimo, alla velocità del pensiero, bruciando la materia delle illusioni e le consolazioni del rifacimento, lasciando solo - come malinconica rovina- un senso di colpa per non essersi confermati all'altezza della propria leggenda. Francesco è un pittore incredibilmente coraggioso, sa quello che fa e conosce dei segreti utili alla meraviglia. Le sue figure resistono in qualsiasi galleria del vento e della memoria. Penso al cavaliere folcloristico che troneggia sul cavallo bardato a festa, così netto ed emblematico su quel fondo scuro minaccioso. Mi aggiro dentro certe foreste molto incantate in cui la luce precipita e si diffonde a sbiancare speciali zone tra fronde e radici, con improvvise pieghe dell'aria tersa dentro lo scrigno vegetale virato seppia, psichedelico. Mi stupisco davanti al set del cantiere, ci sono dei lavori in corso, c'è un gruppo di operai in pausa, raffigurati come popolari eroi, e sullo sfondo la sorpresa di una ripetizione di forme picassiane, citazioni letterali direi, allucinatorie ed ironiche. In controluce mi pare di trovare dominante un profumo malinconico, come un filtro di lacerata nostalgia, una sostanza magica da bere con gli occhi. Un' offerta irresistibile.
Carlo Zei (immagini)
Stefano Loria (testo)
I magnifici dieci di Serena Botti
Mi hanno chiesto di dire quali siano i miei dieci libri preferiti. Non è affatto semplice decidere, perché dieci è un numero molto piccolo, incredibilmente piccolo. E poi, preferiti in che senso? Preferiti ora, a questa età, e che saremmo disposti a salvare, pensando che riusciremmo a rileggerli all’infinito?
Serena Botti fotografata da Carlo Zei
C’è un mistero che circonda l’autrice di questa lista, Serena Botti: editrice, curatrice, direttrice, grafica e addetta alle pubbliche relazioni della sua piccola ma dinamica casa editrice Bookinmotion, nata nel 2015 (oltre a bibliotecaria a Rignano sull’Arno, animatrice di laboratori per bambini e madre esemplare). Ma dove lo trova il tempo? Bookinmotion è una originale idea editoriale, pubblica libri per ragazzi e nel suo comitato di redazione accoglie ragazzi della stessa età dei lettori cui si rivolge. L’idea ci è piaciuta moltissimo e per questo abbiamo deciso di aggiungere alla già densissima agenda di Serena Botti la compilazione di questa sofisticata top ten libresca in esclusiva per Stanza 251.
Mi hanno chiesto di dire quali siano i miei dieci libri preferiti. Non è affatto semplice decidere, perché dieci è un numero molto piccolo, incredibilmente piccolo.
E poi, preferiti in che senso? Preferiti ora, a questa età, e che saremmo disposti a salvare, pensando che riusciremmo a rileggerli all’infinito? Oppure quelli che nel corso della nostra vita ci hanno fatto provare sensazioni straordinarie, ma che non è detto che se provassimo a rileggere ora ci farebbero vivere le stesse esperienze? Allora ho deciso di elencare qui i primi dieci libri che mi sono venuti in mente, mentre pensavo a quali mi siano piaciuti, ignorando tutti gli altri titoli che, sfortuna loro, mi sono tornati alla memoria dopo, e che stanno continuando a bussare per entrare nell’elenco. Anche l’ordine seguirà questo criterio: il primo titolo venuto a galla nel magma della memoria si merita il primo posto, e via via a seguire.
1. Elias Canetti, Storia di una vita: La lingua salvata, Il frutto del fuoco, Il gioco degli occhi. L’autobiografia di un intellettuale apolide che attraversa la letteratura, l’arte e la storia di un’Europa ricchissima di personaggi straordinari eppure già sull’orlo del baratro. Fra tutte le pagine mi è rimasta impressa vivissima l’ossessione che vive Canetti di fronte alla Crocifissione di Grünewald.
2. Annie Ernaux, Memoria di ragazza. Un libro di un’onestà spietata, in cui tantissime donne si sono riconosciute rivivendo la loro giovinezza, pur senza ammetterlo, perché la vergogna di essere state, da giovani, presuntuose, goffe, stupide, umiliate rimane viva ancora in età matura.
3. Marcel Proust, All’ombra delle fanciulle in fiore. Difficile scegliere uno dei volumi della Ricerca del tempo perduto a discapito di altri. Ma pensando a Proust il primo ricordo è la sensazione di tepore, in una natura assolata, abitata da fanciulle belle come ninfe, personificazione della giovinezza e della spensierata bellezza.
4. Heinrich Böll, Foto di gruppo con signora. Un autore che oggi viene considerato fuori moda ma che io ho amato tantissimo, così come ho amato Leni, la donna protagonista di questo romanzo, incredibilmente ordinaria e quasi sfuggente per la sua semplicità eppure indimenticabile, sensuale proprio perché ingenua. E poi l’autore che via via nel proseguo del racconto perde la sua distanza professionale dalle vicende narrate ed entra nella storia con tutta la sua goffaggine da intellettuale.
5. Giovanni Maccari, Vita di Lidia Sobakevič. Dopo aver pensato alla biografia di Leni mi è subito venuta in mente la biografia di Lidia, altra donna immaginaria eppure così vera. È un libro che mi è piaciuto moltissimo, oltre che per le vicende narrate, per la voce dell’autore, capace di descrivere sentimenti, situazioni, caratteri, ambienti senza porre giudizi, accogliendo tutti, rimanendo in disparte, con lo sguardo stupito a cui non sfugge nulla, perché sa che ogni piccola inezia può essere straordinariamente interessante.
6. Philip Roth, Il teatro di Sabbath. Di tutti i libri di Roth questo è il mio preferito, perché è universale come una tragedia greca.
7. Alice Munro, Chi ti credi di essere? Fra tutte le raccolte di racconti di Alice Munro questa ha la particolarità di costituire il romanzo di una vita: una donna è colta in diversi momenti della vita, per frammenti: a metterli insieme si compone un’esistenza, così come ogni vita racchiude in sé diverse esistenze e a voltarsi indietro si fatica a riconoscere ciò che si era.
8. Simone de Beauvoir, L’età forte. Ecco un’altra autobiografia straordinaria: spero che la leggano ancora le ragazze, soprattutto questo secondo volume, quando sono sulla soglia di quell’età in cui si prendono le prime responsabilità, in cui si sogna e si agisce con l’idea, un giorno, di poter fare qualcosa di grande.
9. Vamba, Il giornalino di Gian Burrasca. Come non inserire fra i fantastici dieci quelle letture che hanno fatto appassionare alla lettura. Ho riletto di recente ad alta voce a mia figlia questo cattivo, dissacrante, scorretto, divertentissimo libro e mi è piaciuto tanto quanto allora.
10. Frances Hodgson Burnett, Il giardino segreto. Questo era il libro preferito della mia infanzia: il giardino segreto nascosto dietro a un muro, così come la casa piena di corridoi con porte chiuse che rimandano a mondi inesplorati, è un archetipo che rivivo spessissimo nei miei sogni. Mi piace immaginare che Jung e la Burnett ne abbiano discusso insieme segretamente…
Serena Botti fotografata da Carlo Zei
Visita in studio - Marco Fallani
Immaginate un pomeriggio domenicale, è inverno ma non fa troppo freddo. Subito dopo pranzo c'è un bel sole promettente, tutte le condizioni climatiche sono favorevoli ad una visita in studio.
Immaginate un pomeriggio domenicale, è inverno ma non fa troppo freddo. Subito dopo pranzo c'è un bel sole promettente, tutte le condizioni climatiche sono favorevoli ad una visita in studio. Si parte in automobile, abbandoniamo Firenze super turistica, infernale, ormai corrotta in modo credo irreparabile, per entrare nella splendente campagna toscana che è esattamente come ora voi ve la state immaginando: stupenda, quasi uguale a come era venti o trenta anni fa, non sovraffollata, non inquinata, non rumorosa, insomma una specie di paradiso.
Al piano terra di una grande e antica villa c'è lo studio di Marco Fallani che è una persona affabile, simpatica, comunicativa, ironica. Mi interessava usare questa sequenza di aggettivi per definire Marco, perché quando entri nel suo studio senti tutta un'altra musica. Si entra in un luogo che offre poche consolazioni. La stanza mi sembra uno spazio collocabile a metà tra un gabinetto per esperimenti scientifici di inizio Novecento ed un rifugio oscuro di qualche personaggio poco raccomandabile.
Su un lato vedo una serie di sculture policrome di teste umane issate su piedistalli metallici: un raggio di sole le investe, i colori vivi non le decorano ma le sfregiano, le rendono come scarnificate, un po' liquefatte, grottesche, paurose perché molto decomposte e zombie. Dall'altra parte ci sono altre sculture, maschere apparentemente più composte e realistiche. Una signorina con pettinatura anni Venti stile Louise Brooks, pelle bianca e rossetto, ma in testa un copricapo assai curioso. Un signore pensoso con gli occhiali, la propria mano come appoggio sotto il mento, un enigmatico simbolo di attesa. Quando le sculture di Marco Fallani aspirano a rappresentare non solamente teste e maschere, quando vorrebbero restituire una fedele forma del corpo, accade qualcosa, un incidente, una mutilazione, una maledizione: non escono fuori mai figure intere, ma sempre lacerti, monconi, corpi parziali, squartati. Ad esempio un torso lucente di smalto blu, attraversato da una fiammante spessa linea bianca, corpo trasformato in decorazione, però inquietante, perchè qui funziona un crudele meccanismo a levare, è quello che non vedi a pesare di più. Non c'è carne, non c'è movimento, manca un' identità, solamente resiste una pulsione verso la decorazione, per segnare figure stanche, affaticate, catturate da un futuro ancora indecifrabile.
Anche in pittura Marco Fallani conferma questa carne sempre in dubbio, lavata da piogge abissali, modellata da precisi sortilegi. I corpi espongono la loro materia problematica, risultano pesanti come fossero scolpiti anche quando vengono rappresentati sulla tela, imperfetti perchè viventi.
Carlo Zei (immagini)
Stefano Loria (testo)
Marco Klee Fallani è nato a New York nel 1965. Pittore e scultore, ha studiato in Italia all’Accademia di Belle Arti a Firenze e negli Stati Uniti dove ha conseguito un Master MFA al California College of Arts. Numerose le collaborazioni in ambito teatrale, fra le quali “Lo Specchio” di Luca Ronconi e “Where the Wild Things Are” per il Maggio Musicale Fiorentino. Le sue opere sono esposte in Italia, Canada, Olanda, Regno Unito, Russia e Stati Uniti. Vive e lavora a Firenze.
L’importanza della letteratura non è in dubbio: chiacchierata con Vanni Santoni
Sempre vulcanico Vanni Santoni, anche nell'intervista rilasciata a Laura Bonaiuti: si parla del suo ultimo romanzo, dello stato della letteratura in Italia e non mancano i consigli ai giovani esordienti.
Vanni Santoni fotografato da Carlo Zei
A soli sei mesi dalla Stanza profonda, e mentre ancora se ne parla molto, è uscito per Mondadori il tuo nuovo romanzo, L’impero del sogno, che si presenta con una copertina di grande impatto e uno strillo di Valerio Evangelisti che ti paragona a Alfred Kubin: come si rapporta al precedente, e come si colloca nel complesso della tua produzione?
L’impero del sogno, da un punto di vista strutturale, è molto lontano da La stanza profonda: quest’ultimo è un romanzo realistico, per di più con elementi saggistici, in continuità col precedente Muro di casse, mentre l’Impero è a tutti gli effetti un romanzo fantastico di tipo avventuroso. È pieno di rimandi, anche di riflessioni se vogliamo, sul mondo del gioco (in particolare sul videogioco), cosa che lo lega alla Stanza, però in questo caso sono elementi molto più nascosti all’interno della trama, non esplicitati. È vero, però, che entrambi i libri parlano di come gli immaginarî possano influenzare la realtà e le nostre vite, e c’è anche un piccolo crossover perché chi ha letto La stanza profonda ricorderà che a un certo punto c’è una scena in cui Federico Melani, questo ragazzo che frequenta in modo saltuario il tavolo da gioco di ruolo dei protagonisti, arriva e chiede dove si finito un vecchio manuale che aveva portato lui anni prima, lo riprende e scompare. Se nella Stanza questa scena sembrava servire soltanto a mostrare al lettore come il garage del gioco, negli “anni d’oro”, fosse un porto di mare, nell’Impero del sogno vediamo la medesima scena dal punto di vista del Melani e si scopre che era una questione addirittura d’importanza vitale rispetto all’avventura fantastica in cui è calato in quest’ultimo romanzo. Questo è stato possibile perché in realtà i due libri sono stati pensati contemporaneamente. L’impero del sogno nasce prima, almeno in embrione, perché viene proprio da un sogno fatto sei anni or sono (il Mella invece è un personaggio di finzione anche abbastanza distante da me: nel mio piccolo canone, di cui Gli interessi in comune è il fulcro principale, il mio alter ego era Iacopo Gori, che figura anche tra i protagonisti di Muro di casse e che qui e nella Stanza profonda appare in qualità di comparsa). Questo sogno aveva la caratteristica di essere seriale, oltre che molto vivido; la cosa mi incuriosì e così lo trascrissi. Il fatto che quando tornavo a letto continuasse come una serie era molto inusuale (poi se si facesse un’indagine forse si scoprirebbe che non era una cosa particolarmente speciale, forse oggi le nostre menti, abituate come sono alle narrazioni seriali, sono più portate a farlo), così pensai che avrebbe potuto essere lo spunto per qualche futura storia. Poi, mentre lavoravo sulla progettazione della Stanza profonda, quindi due anni fa, ho intuito che quel sogno poteva essere l’embrione del libro che cercavo: un libro che facesse da ponte tra la mia produzione realistica, che riguarda in buona parte la riflessione sul ruolo degli immaginarî, e la mia produzione fantastica, composta dai due fantasy intertestuali di Terra ignota.
È vero poi che esiste una sorta di macroromanzo composto da vari miei libri e attraversato da una sola continuity: esso parte da Gli interessi in comune, da cui si estendono tre raggi, rappresentati dai personaggi di Iacopo Gori, Filippo “Paride” Paridelli e Federico “Mella” Melani, che vanno a essere i protagonisti, rispettivamente, di Muro di casse, La stanza profonda e L’Impero del sogno. A loro volta quei libri hanno dei piccoli spin-off, come il racconto Emma & Cleo contenuto nell’antologia L’Età della febbre, che approfondisce un altro personaggio di Muro di casse, o la novella Tutti i ragni, che si lega a La stanza profonda in virtù di varie linee tematiche. Con L’impero del sogno ho per certi versi chiuso un cerchio, collegando tale produzione più realistica ai due fantasy di Terra ignota, di cui è anche un prequel, dato che ne spiega la cosmologia, pur rimanendo narrativamente indipendente. Proprio in virtù della chiusura di questo cerchio decennale, credo che il grosso romanzo che sto scrivendo, che per ora ha come titolo di lavorazione I fratelli Michelangelo, sarà il nuovo cespite da cui partirà ciò che scriverò nel prossimo decennio.
Sono passati dieci anni dal tuo esordio (con Personaggi precari, NdR): c’è stato un momento preciso nella tua vita in cui hai capito che saresti diventato scrittore?
Per rispondere è necessario definire “scrittore”. Se per scrittore si intende chi vive del proprio scrivere, quel momento coincide con la pubblicazione degli Interessi in comune, il mio secondo libro, con una major. Era il 2008. Lì hanno cominciato ad arrivare un po’ di soldini e di collaborazioni pagate, e quindi ho realizzato che fare questo mestiere sarebbe stato possibile, ancorché complesso. Se invece si intende semplicemente chi considera la scrittura l’attività principale della propria esistenza, ciò è avvenuto già nel 2004, quando la mia strada si incrociò per caso con quella della rivista autoprodotta Mostro: scrissi un racconto quasi per sfida, poi un altro per orgoglio – non mi pubblicarono il primo, anche se lo discussero in redazione – e a quel punto ci ero già dentro fino al mento, tant’è che mentre scrivevo il terzo mi scoprii già a sbozzare un romanzo.
Com’è stata la tua vita da esordiente?
Non semplicissima. Quel primo romanzo, Vassilj e la morte, vinse un concorso per esordienti organizzato da Vallecchi, un marchio “ex glorioso” che ai tempi – era il 2005 – stava in fase di rilancio, ma era un rilancio farlocco: la casa editrice incassò le quote di partecipazione, informò noi vincitori (dopo un lungo silenzio misto a comunicazioni fumose) che i nostri libri non sarebbero mai usciti e dopo qualche mese dichiarò pure bancarotta. Io ero stato così ingenuo da aver detto a tutti che sarebbe presto uscito un mio libro. A quel punto o lo facevo uscire in qualche modo, o sarei passato per un millantatore. Inviai quel manoscritto a tutti gli editori che conoscevo e anche a diverse agenzie letterarie, sottolineando il suo aver vinto un concorso nazionale a cui avevano partecipato svariate centinaia di testi: ricevetti solo silenzi e porte in faccia. Nel frattempo però avevo cominciato a scrivere altri due romanzi e aperto due blog in cui raccoglievo altri testi a carattere epigrafico. La prima pubblicazione arrivò nel 2007, quando vinsi un altro concorso, indetto dalla piccola casa editrice milanese RGB, con una selezione di testi tratta da uno di questi blog. Si trattava di Personaggi precari. Uscì, e vendette anche abbastanza rispetto alla piccolezza dell’editore – il blog era molto noto nell’allora vitale comunità di Splinder – ma passò inosservato per quanto riguarda la critica e gli addetti ai lavori. Completato che ebbi uno dei due romanzi che andavo scrivendo (e lanciato altri progetti, come SIC, che ci avrebbe messo altri sei anni a trovare la via della libreria con In territorio nemico, uscito per minimum fax nel 2013) e lo inviai al Premio Calvino e a varie grandi case editrici, assieme a quel libriccino edito da RGB. Proprio mentre seppi da fonti interne che il libro stava andando avanti al Calvino, rispose Feltrinelli, così lo ritirai dalla competizione come da regolamento e Gli interessi in comune uscì nella tarda primavera del 2008. Per la prima volta vidi dei soldi veri per quello che avevo scritto e, come detto sopra, capii che avrebbe potuto diventare un mestiere. A conti fatti, dal momento in cui ho scritto il mio primo raccontino, nel 2004, ci ho messo tre anni a esordire e quattro ad arrivare a un grosso editore: posso considerarmi abbastanza fortunato, anche se è vero che l’impegno è stato significativo. In effetti, da quando mi è venuto questo sghiribizzo dello scrivere non ho più alzato la testa dalla scrivania, lavorando su innumerevoli fronti contemporaneamente pur di farcela.
C’è un libro in particolare, tra quelli scritti da te negli anni, a cui sei particolarmente affezionato?
Cerco sempre, per ragioni di sopravvivenza psichica, di preferire l’ultimo libro che ho scritto, quindi il mio massimo affetto al momento va a La stanza profonda, che del resto mi ha dato grandi soddisfazioni.
Sicuramente, poi, mi fa piacere che Personaggi precari, dopo quell’uscita in sordina, abbia trovato poi, anche in virtù della riedizione Voland del 2013, un buon riscontro critico, e sia considerato oggi da molti un libro importante degli anni zero, tant’è che quest’anno è uscito in una nuova incarnazione. Per come è fatto il mercato editoriale e distributivo oggi, non è poco che un libro dopo dieci anni continui a girare e far parlare di sé.
Cosa consiglieresti a un giovane esordiente che ha il desiderio di pubblicare? Orientarsi verso case editrici piccole o grandi?
Un aspirante scrittore non deve orientarsi verso nessuna casa editrice. Deve scrivere sulle riviste, o ancora meglio fondarne di proprie. Quando, attraverso la pratica e il confronto con i pari, avrà ottenuto un buon controllo dei propri mezzi espressivi, potrà cominciare a pensare a un editore – ma se ha scritto abbastanza cose e abbastanza buone su rivista, è più probabile che sarà un editore a trovare lui. Lo scouting, del resto, avviene più attraverso le riviste che attraverso i manoscritti che arrivano alle case editrici. Fa eccezione a questa regola il Premio Calvino, a cui è sempre una buona idea partecipare. E ovviamente l’aspirante autore deve stare sempre e in ogni caso lontano dall’editoria a pagamento: non solo perché è una truffa, ma perché una pubblicazione del genere rischia poi di pregiudicare anche la sua eventuale carriera futura con editori veri. Ho scritto una sorta di guida all’esordio qui, dove esprimo questi concetti in modo più articolato e dico più o meno tutto ciò che posso dire in merito.
Quanto è importante avere una conoscenza vasta degli autori illustri di un tempo? Sei d’accordo sul fatto che i nuovi scrittori non leggano più, o non abbastanza?
La conoscenza dei classici è fondamentale, così come, una volta acquisita quella, è importante avere anche una buona conoscenza della narrativa contemporanea di valore, per capire come è strutturato il campo letterario in cui si aspira a entrare. Non sono in possesso di statistiche sulle letture degli scrittori, quello che posso dire è che io leggo molto – in effetti non faccio altro tutto il giorno. Ed ero un lettore fortissimo anche prima di mettermi a scrivere. Lo stesso vale per i colleghi che stimo. Non è possibile fare buona narrativa senza leggere moltissimo.
Un problema molto diffuso tra gli esordienti è il rischio di essere troppo retorici e ridondanti. Che consiglio potresti dare, e quali letture consiglieresti per ripulire la scrittura?
Lo stile si migliora con le buone letture. Non è detto però che un dato problema possa essere risolto leggendo libri che vanno nella direzione opposta, il discorso è più complesso e “sistemico”. Quindi leggere, leggere, leggere. Poi, leggere ancora. Rimarresti stupita a vedere quanto poco hanno letto e leggono molti aspiranti, naturalmente destinati al naufragio. Se si sta diffondendo un assurdo clima di “gentismo editoriale” è anche a causa di questo, visto che difficilmente chi conosce bene i classici rischia di sopravvalutarsi.
Quanto ha influito l’ambiente letterario fiorentino sulla tua attività di narratore?
Se non ci fosse stata la rivista Mostro non avrei mai cominciato a scrivere, quindi direi che devo tutto alla “scena” – ma è bene ricordare anche che nel 2004 la scena era costituita solo da quella rivista, e tutto ciò che è venuto dopo, e che oggi viene tanto celebrato, lo abbiamo costruito noi e quelli che sono venuti dopo, con riviste come Re:vista, Slipperypond, Collettivomensa, Riot Van, 404:FNF… Come racconta il decano Nelli, prima a Firenze c’era il deserto. Oggi, invece, il problema è magari che, a fronte di tanta vitalità – nel frattempo sono sorte molte nuove riviste, penso a Stanza251, Con.tempo, Street book magazine, A few words, L’Eco del Nulla, The FLR… – a Firenze non c’è più un editoria che intercetti tutte queste nuove voci. Chi ha le spalle più larghe, gli editori se li trova a Roma o Milano, ma c’è comunque il rischio che gli altri si disperdano, o non arrivino a una piena professionalizzazione, se non trovano sbocchi editoriali. Il paradosso più grande, in tutto questo, è chiaramente Giunti, l’unica grande casa editrice rimasta in città, che però si comporta come un exclave, senza guardare alla scena che ha sotto casa.
Credi che l’attuale politica commerciale delle case editrici stia puntando su libri di basso livello per raggiungere un pubblico più vasto? Esistono ancora i grandi autori, maestri della letteratura, come un tempo? Come definiresti la tua esperienza a Tunué, la casa editrice per cui lavori?
Le case editrici devono stare in piedi, quindi è normale che una parte del loro pubblicato risponda a esigenze commerciali. I grandi autori ci sono e pubblicano pure bene – Magrelli e Mari escono con Einaudi, Magris con Garzanti, Arbasino e Ceronetti con Adelphi che ovviamente pubblica anche Calasso, Maraini e Siti con Rizzoli, Moresco con Mondadori… –, non mi pare che l’editoria li ignori. Il problema sopravviene piuttosto quando si “inquinano” collane di un certo prestigio con titoli di livello minore, ottenendo magari riscontri economici sul breve, ma danneggiando il marchio sul lungo periodo, dato che così facendo si mina il rapporto di fiducia tra editore e lettore. Per quanto riguarda la collana Romanzi di Tunué, sono partito proprio dalla volontà di ristabilire un patto coi lettori, puntando esclusivamente sulla qualità letteraria: che un nostro libro poi ti piaccia o meno, quello che garantiamo è che è stato scelto esclusivamente in base a parametri qualitativi. Ciò detto, è anche vero che gli obiettivi di venduto di una piccola sono molto diversi da quelli di una major, e quindi è più facile, per certi versi, “restare puri”.
Le case editrici, almeno le più grandi, sembrano di fatto delle aziende e quindi forse considerano il libro pubblicato, e l’autore stesso, come un prodotto da vendere. Sei d’accordo? E credi che questa logica di mercato faccia perdere di valore il potere della letteratura?
Le case editrici sono delle aziende. Letteratura e editoria sono due cose diverse tra loro che a volte si incrociano. Quello che conta è che i libri di valore escano, e mi sembra che ciò accada. Come ebbe a scrivere Nicola Lagioia, il sistema editoriale è come una serie di reti piene di buchi messe una sotto l’altra. La singola rete è sempre fallata, ma tutte insieme finiscono quasi sempre per intercettare tutto ciò che vale veramente. Non mi sembra che ci siano casi Morselli in giro, anche se per ogni aspirante frustrato può essere seducente considerarsi tale.
Quale pensi che possa essere il ruolo della letteratura al giorno d’oggi?
La letteratura, nelle sue varie forme, era, è e rimarrà la principale eredità di ogni civiltà, epoca e consesso umano, la sostanziale sintesi del suo spirito: la sua importanza non è in dubbio oggi, così come non lo è stata in passato e non lo sarà in futuro.
Laura Bonaiuti, nata a Fiesole nel 1992, ha esordito nel 2015 col romanzo Se nessuno sa dove sei (Piemme)
Le cronache di Magopoli
In esclusiva per Stanza 251, Enzo Fileno Carabba introduce la sua serie di romanzi dedicati alla città immaginaria di Magopoli. A seguire un breve estratto da Battaglia a Magopoli, appena pubblicato.
In esclusiva per Stanza 251, Enzo Fileno Carabba introduce la sua serie di romanzi dedicati alla città immaginaria di Magopoli. A seguire un breve estratto da Battaglia a Magopoli, appena pubblicato.
Per quanto uno si illuda di scrivere delle storie assurde, c'è sempre una zona del mondo o del tempo in cui queste sono vere. Un tale che si faceva chiamare Parallax, per esempio, nella seconda metà dell' Ottocento riusciva a convincere tutti quelli con cui parlava che la Terra fosse piatta. Convinse anche la figlia sedicenne della lavandaia, e dopo la sposò. Chiarì che la luna è trasparente. Inventò la vita eterna. Da allora i suoi seguaci si sono moltiplicati e le credenze scientifiche del XX secolo non hanno scalfito le loro certezze.
I due volumi di Magopoli non raccontano la vita di Parallax (la scrivo un' altra volta). Però parlano di un mondo dominato dalla magia, un mondo in cui si crede che la Terra sia piatta. Idee come la Terra sferica sopravvivono nelle campagne, sono considerate superstizioni per ciarlatani e gente arretrata. Proibito possedere mappamondi. Le macchine agiscono, ma le persone non sanno perché. Albert Einstein è considerato un demone feroce che aspetta i viaggiatori incauti alla fine del mondo. A Magopoli ci si aspetta che i ragazzi sui tredici anni, se non prima, comincino a sviluppare poteri magici. C'è chi si rende conto di non averli, ma sarebbe una vergogna insostenibile, allora finge per sopravvivere. Ma forse qualcuno combatterà.
Non ho mai capito se sia meglio combattere o fuggire, ecco perché il primo volume si intitola Fuga da Magopoli e il secondo Battaglia a Magopoli. Il primo è un libro per bambini, il secondo un libro per ragazzi. Il mondo di cui parlano mi ha appassionato al punto che non ho più smesso di pensarci e ora sto scrivendo una storia per adulti ambientata a Magopoli. Vorrei coprire tutte le età dell'uomo, così da perseguitare il lettore fino all'estrema vecchiezza.
Rileggendo quanto scritto finora mi sono reso conto che parla del rapporto tra magia e scienza, argomento di cui non so niente. Per lunghi anni, in altri libri, ho scritto di mondi magici. Associavo la parola magia a una sorta di felicità mentale, non a caso si parla di momenti magici. Oppure a una forma di oscurità, non a caso si parla di magia nera, ma sempre immaginando esaltanti condizioni della mente. Però a un certo punto ho cominciato a immaginare la noia di un mondo dove la magia fosse obbligatoria. Una serie ininterrotta di momenti magici diventerebbe un incubo.
A Magopoli i bambini sono sottoposti a una forte pressione: devono essere fantastici, o almeno prodigiosi. Cosa possono fare? Provare ad esserlo davvero? Fingere? Ma non dobbiamo sottovalutare la pressione a cui sono sottoposti i genitori. Anche loro forse a volte fingono. “Dobbiamo avere il coraggio di essere inadeguati” ho sentito dire da un prete molto bravo. Può darsi che una qualche forma di pressione sia sempre esistita. Magari era terribile vivere nell'antica Grecia. Se eri un bambino grasso vedere tutte quelle statue dai corpi perfetti doveva essere insopportabile.
Magopoli prevede dei programmi di rieducazione per recuperare le persone non conformi all'ideale magico. Tali programmi possono essere traumatici. Non sempre funzionano. Infatti esistono i non adatti. Costoro non sono quelli che, non credendo nei suoi valori, si oppongo a Magopoli. Quella è un'altra storia. I non adatti ci credono, solo che non riescono ad adeguarsi, avvertono oscuramente che qualcosa non torna e così diventano violenti verso gli altri o verso se stessi.
Tre tipi di intelligenza si confrontano a Magopoli: quella contraddittoria degli umani, quella delle macchine che li spiano e quella dei polpi, completamente diversa.
Magopoli si regge sulla tecnologia eppure vi regna il culto dell'intuizione. Asimov nel 1980 ha scritto: “C'è un culto dell'ignoranza negli Stati Uniti e c'è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi 'la mia ignoranza vale quando la tua conoscenza'”. Ho provato a immaginare un mondo dove questo fosse portato alle estreme conseguenze. Ho notato che già ora, agli incontri letterari, arriva quasi sempre una domanda del tipo: “Ma lei per scrivere un libro si affida all'intuizione o alla ragione?”. Se uno parla di intuizione fa un'ottima figura, mentre se accenna al fatto che anche la ragione ha la sua parte l'entusiasmo si smorza.
A Magopoli, dicevo, credono che la terra sia piatta. Ma non volevo deridere le credenze del passato e alludere al fatto che noi siamo più furbi. Al contrario. Quando per esempio sento concetti del tipo “Democrito in fondo era abbastanza bravo perché aveva quasi capito la struttura della materia come l'abbiamo capita noi che la sappiamo lunga” sento un forte disagio. Forse siamo noi che in fondo siamo abbastanza bravi perché abbiamo quasi capito quello che aveva capito Democrito.
Sicuramente ci sono verità in cui noi crediamo fermamente che agli uomini del futuro appariranno ridicole. Possiamo credere alle cose più assurde e utilizzare un'intelligenza meravigliosa per convincerci che le abbiamo dimostrate. È affascinante la capacità di illusione del genere umano. Una geniale idiozia. L'immaginazione, che di solito colleghiamo alla libertà, è anche terra di conformismo. Magopoli parla della difficoltà e la bellezza di vivere in equilibrio su tutto questo. Per quanto uno possa criticare gli uomini, passerà molto tempo prima che ci sia data la possibilità di diventare qualcos'altro.
da: Battaglia a Magopoli di Enzo Fileno Carabba, edizione Marcos y Marcos, 2017
Una discesa nel buio.
Quando, scendendo lungo il pendio, trovammo le buche e i sacchi vuoti che segnavano il confine del regno degli zombi del fango, dissi: «Preparati».
In breve fummo circondati, come l’altra volta, da individui che sembravano usciti da una tomba per trasferirsi là sotto il viadotto, senza neanche avere il tempo di passare da un parrucchiere.
Non ricordavo più le rassicuranti parole del mendicante incappucciato: ebbi paura.
«Certo che appena ti ritrovo mi cacci subito in una situazione del genere» mormorò Igor.
Ma per fortuna era bravissimo a simulare di essere un grande mago, conoscitore di spaventosi segreti. Nella nostra avventura precedente avevo imparato che è una cosa che può salvarti la vita. Mentre quelli si avvicinavano a noi Igor alzò le braccia verso il cielo, o meglio verso il ventre di cemento del viadotto, e disse solennemente: «State lontane, creature delle tenebre tenebrorum. O vi annienterò chiamando il mio potentissimo servo demone Esarca Smaragdos di Galbino. Volete forse che evochi il terribile servo demone Esarca Smaragdos di Galbino dalle profondità sconosciute della terra terrarum?»
E qui Igor spalancò gli occhi; riusciva a ribaltarli mostrando solo il bianco, per rendere ancora più terribili le proprie parole.
Più che occhi erano uova sode sul punto di cadere.
Si trattava di intimidire esseri infernali.
«Ecco un altro cretino» disse uno zombi.
«Chiamalo, questo Esarca Smaragdos di Galbino, se è tuo amico» disse un altro.
«Bah, se ci tiene…»
Non era la reazione sperata.
Enzo Fileno Carabba
Macerie
La città dove vivo da qualche anno è diventata bruttissima. Dove vivo adesso si sta sul lago, e se c’è il sole d’inverno è bello. Sul lago. Se si guarda verso il lago. La città dove vivo negli ultimi diciamo 20 anni hanno distrutto quasi tutto quello che c’era di case e palazzi. Sostituendoli con condomini di lusso
La città dove vivo da qualche anno è diventata bruttissima.
Dove vivo adesso si sta sul lago, e se c’è il sole d’inverno è bello. Sul lago. Se si guarda verso il
lago.
La città dove vivo negli ultimi diciamo 20 anni hanno distrutto quasi tutto quello che c’era di case e palazzi. Sostituendoli con condomini di lusso.
La città dove vivo hanno costruito condomini alto standing li chiamano.
Ci possono vivere i ricchi. E basta. Quelli normali per trovare una casa devono avere culo. O andare via dalla città.
La città dove vivo per trent’anni ha avuto lo stesso sindaco. Quel sindaco di mestiere, oltre al sindaco, faceva il costruttore e l’architetto.
Nella città dove vivo lavoro in una radio. Una volta ho chiesto ad un poeta se non c’era un problema di democrazia con un sindaco che faceva il sindaco per trent’anni. Non ha saputo rispondere. Avrebbe voluto dire che si, era un problema democratico. Non proprio quel sindaco. Ma il sistema che gli consentiva di fare affari e far crescere una rete di relazioni politiche e affaristiche.
Nella città dove vivo adesso c’è un sindaco nuovo. Che non fa il costruttore. Già meglio. Poi lo trovi sempre alle cose che succedono e spesso sono pure interessanti. Una specie di presenzialismo acculturato. Che insomma in qualche modo sostiene quelle esperienze.
La città dove vivo si chiama Lugano, e da tanti anni è diventata bruttissima.
Poi due o tre anni fa è successo qualcosa.
Nella città dove vivo è successo che qualche energia si è liberata e si è cominciato a suonare bella musica, e quella musica si è portata dietro brave persone che a quella città ci tengono. Devo dire che molti anni fa c’era bella musica, era il jazz, che ancora si suona: tanti fantastici musicisti sono venuti e ancora vengono ma il pubblico che li segue è quello che li seguiva venti trenta anni fa.
La storia di questa musica che è arrivata nella città dove vivo forse inizia con una coppia che suona una specie di art rock contemporaneo, che guarda un po’ ai Blonde Redhead degli inizi. Una bella miscela tra Sonic Youth e Blonde Redhead, toh. Insomma nella città dove vivo si è cominciato a sentire una musica interessante che non poteva reggere la bruttezza senza provare a fare qualcosa.
Questa coppia di musicisti di chiama Peter Kernel: basso e chitarra, voci, e diversi batteristi a girare.
Poi questa coppia che forma i Peter Kernel ha fondato un’etichetta indipendente, che ha vinto dei premi per la miglior etichetta indipendente in Svizzera, e poi addirittura il secondo premio della musica svizzera. Un gruppo art rock. Voglio dire. E’ come se in Italia il premio di San Remo (più o meno) lo vincessero gli Zu. Più o meno.
L’etichetta si chiama On the camper Records, e sotto di lei sono cresciuti altri gruppi, che poi tutti insieme hanno fatto un Festival lo scorso anno. Un festival tutto esaurito per tre serate di musica indipendente in una città che era diventata molto brutta fatta solo per ricchi russi tedeschi e americani che cercano il sole anche d’inverno. Qualcosa stava succedendo.
E poi quest’anno l’hanno rifatto, il festival, è lo hanno intitolato Tessinoise.
E dentro c’era i gruppi che sono nati nella città, i gruppi invitati dall’Europa, e poi idee su come abitare vecchi spazi che avrebbero distrutto presto.
Nella città dove vivo da qualche anno, piano piano le cose sembrano cambiare. Le case belle e vecchie continuano a buttarle giù, e continuano a rimpiazzarle con condominii alto standing dove vivranno solo russi e tedeschi ricchi. Ma almeno capita di finire in certi posti che sembra Londra, Zurigo, Milano. Non voglio dire New York, ma l’energia è bella.
Nella città dove vivo ho cominciato a pensare che la musica potesse salvare quello che era restato di originale.
C’erano i Rocky Wood, un trio che proponeva un genere folk rock molto melodico senza troppi guizzi, ma che si faceva ascoltare. Onesti.
I già citati Peter Kernel, che per quello che ho potuto vedere e ascoltare macinavano energia e creatività senza dare troppo peso alla tecnica. Una notevole miscela di rock tesissimo e abbastanza originale per i nostri tempi (anche se come detto se si ascoltano le prime cose dei Blonde Redhead era in parte già tutto li, magari i PK hanno attualizzato certe scelte estetiche).
Ora il punto non è tanto su quanto siano fighi certi gruppi, se facciano o meno delle cose innovative. Tutto è stato detto, fatto, commentato, figurati, ci mancherebbe, chi non ha da ridire su quel suono, sui suoi riferimenti, citazioni e rimandi? Il fatto è che all’improvviso si intravvede una possibilità, che nella città dove vivi le cose possano cambiare, o almeno che in quella città lo sdegno per quello che sta accadendo non è solo il tuo, ma di molti, di alcuni, non importa, basta per alleviare, di condividere lo sdegno. Il rock forse serve anche a quello, mi è parso in questa città dove vivo, che il rock sia un potenziale aggregatore di sdegno. Da li poi sta a noi far uscire i fatti, l’opposizione, il racconto di una demolizione.
Enrico Bianda
Quindici declinazioni della nuova narrativa toscana
Questo libro è importante. Per sostenere un’affermazione così perentoria è necessario fare alcuni passi indietro. Il primo, di quattro anni: nel 2013 usciva, per questo stesso editore, e sempre curata da Gabriele Merlini, l’antologia Selezione naturale, con racconti di Francesco D’Isa, Gregorio Magini, Valerio Nardoni, Alessandro Raveggi, Marco Simonelli e Collettivomensa, oltre che del sottoscritto.
Stanza 251 presenta in anteprima una preziosa cartografia delle nuove voci della narrativa toscana tracciata da Vanni Santoni. Questo testo sarà pubblicato in forma cartacea come postfazione alla raccolta "Odi - quindici declinazioni di un sentimento", antologia di racconti curata da Gabriele Merlini, in uscita presso la casa editrice effequ a Ottobre 2017.
Vanni Santoni fotografato da Carlo Zei
Questo libro è importante. Per sostenere un’affermazione così perentoria è necessario fare alcuni passi indietro. Il primo, di quattro anni: nel 2013 usciva, per questo stesso editore, e sempre curata da Gabriele Merlini, l’antologia Selezione naturale, con racconti di Francesco D’Isa, Gregorio Magini, Valerio Nardoni, Alessandro Raveggi, Marco Simonelli e Collettivomensa, oltre che del sottoscritto. Quell’antologia, assieme e in contemporanea con Toscani maledetti, uscita nello stesso anno per Piano B e curata dal critico Raoul Bruni (Toscani maledetti che ampliava, con racconti di Baldanzi, Bertelli, Calamini, Dai Prà, D’Isa, Genovesi, Ghelli, Giannini, Grossi, Gucci, Magini, Matteoni, Mavilla, Nardoni, Naspini, Piccinni, Raveggi, Ricci, Rovelli, Santoni e Simonelli, il tiro di Selezione naturale da Firenze all’intera Toscana), fotografava quella scena letteraria che si era coagulata e formata negli anni intorno a una serie di riviste autoprodotte. La capostipite, ed eccoci nei primi anni duemila, fu Mostro, nata in seno al movimento fiorentino e fondata, tra gli altri, da D’Isa e Magini; poi Slipperypond, che nasceva a partire dal blog del curatore di questo stesso libro, e Re:vista, fondata da Raveggi; nella generazione subito successiva a queste, Collettivomensa, Riot Van e la rivista online di critica 404:FNF, che oltre a proporre nuove voci continuarono a raccogliere contributi di chi si era formato sulle precedenti e nel frattempo aveva trovato riconoscimento nazionale, fungendo così anche da ponte fra generazioni. Da tale humus nacquero eventi capaci di aggregare la scena, come le quattro edizioni della nottata di letture “Torino una sega” al Caffè Notte, nell’Oltrarno fiorentino, la singola edizione del festival “Ultra”, la mobilitazione contro un truffaldino “Festival dell’Inedito” e una quantità di nuove riviste come Con.Tempo, A few words, Street book magazine, L’eco del nulla, Stanza 251, L’indiscreto, In fuga dalla bocciofila, Maz, The FLR, e non è casuale che gli autori presenti in questa antologia, nati tra il 1980 e il 1990, si siano quasi tutti formati in dette riviste (quando non le hanno proprio fondate), si siano visti leggere a Torino una sega, studiare scrittura sugli Appennini, ai seminari organizzati da Riot Van o alla Cité (che nel frattempo aveva preso il posto del Caffè Notte come epicentro della scena letteraria), gestire la sezione libri della stessa Cité, uscire coi loro racconti sul Corriere Fiorentino e sui free press cittadini, partecipare a iniziative sorte proprio dall’ultima generazione di riviste letterarie come “Firenze RiVista”, fino a organizzare loro stessi i propri reading e farsi vedere coi propri testi su riviste e blog letterari nazionali. In mezzo a questa espansione, che abbraccia ormai un decennio, non può essere sottovalutato il ruolo di effequ: la Toscana e Firenze, a fronte di tanta vitalità letteraria, non mettono più in campo una presenza editoriale tale da valorizzarla, e così è toccato alla piccola edizioni effequ da Orbetello non solo realizzare due antologie, ma anche garantire un esordio in libreria a Francesco D’Isa, allo stesso Gabriele Merlini e tra poco anche a Simone Lisi, presente in questo volume.
Questa antologia è importante perché, al di là del tema su cui si sono cimentati gli autori e della declinazione che ciascuno gli ha dato – il tema, che è l’odio, è tanto ampio e attuale (ma è mai stato l’odio inattuale, se non forse a Haight-Ashbury nell’estate del ’67?) da aver permesso a ogni autrice e a ogni autore di continuare a sperimentare con le modalità espressive e i temi che gli sono più cari, – viene a effettuare, quattro anni dopo Selezione naturale, la fotografia di una scena, a un grado molto più embrionale, e quindi, in potenza, molto più interessante, rispetto a essa: se allora gli autori erano quasi tutti già editi, qua siamo di fronte a quindici esordi puri, e se non c’è dubbio che la responsabilità di continuare a coltivare la scena stia già passando dalle nostre mani a quelle delle nuove leve qui presenti, è, credo, altrettanto certo che il futuro della letteratura fiorentina e toscana, e di una parte di quella nazionale, passerà attraverso almeno alcuni dei nomi che qua si cimentano con una prima prova narrativa destinata alla libreria.
Come è giusto per un progetto che voglia avere un proprio respiro, questa antologia sa anche rendersi imprevedibile, uscendo dai confini regionali per andare a pescare sia nomi noti e legati alla scena per collaborazioni e amicizia, come Giovanni Bitetto, il duo Daniele Gambetta/Danilo Pettinati o Flavio Pintarelli, sia altri autori di fresca scoperta: un romano, Jacopo La Forgia, a testimonianza della vocazione di Orbetello a uno sguardo anche nella direzione opposta alla Toscana, e un autore locale ancorché esterno alla scena come Sergio Oricci, i quali vanno ad arricchire un roster di nomi ormai noti, per la loro fitta attività critica e di scrittura, non solo in San Frediano, ma ovunque si segua da vicino l’underground letterario, come Benedetta Bendinelli, Carlo Benedetti, Giovanni Ceccanti, Francesca Corpaci, Tommaso Ghezzi, Simone Lisi, Elisabetta Meccariello, Giulio Pedani, Zoe Rossi e Andrea Zandomeneghi. Tutti autori a cui questa antologia offre l’opportunità una prima uscita, confermandone le potenzialità e avvicinandoli alla possibilità della futura pubblicazione di una loro raccolta o di un loro romanzo. Scriveva Roberto Bolaño che i capolavori sarebbero come sequoie o orchidee ma non si è mai vista nascere una sequoia o un’orchidea fuori da una foresta. Coltivare la scena significa gettare i semi di quelle foreste, e questo libro dimostra che vale la pena farlo.
"Odi - quindici declinazioni di un sentimento" è una antologia di racconti curata da Gabriele Merlini con postfazione di Vanni Santoni, in uscita presso la casa editrice effequ a Ottobre 2017.
Uno Zero. Hanif Kureishi tra il noir e Simenon
Da lontano, scende da un pulmino, mi vede, e urla “Peeeep”
Mi guardo in giro, in molti si voltano, non capisco.
“Peeeep, hey my friend”
Hanif Kureishi ride e salute da lontano.
Hanif Kureishi disegnato da Enrico Bianda
Da lontano, scende da un pulmino, mi vede, e urla “Peeeep”
Mi guardo in giro, in molti si voltano, non capisco.
“Peeeep, hey my friend”
Hanif Kureishi ride e salute da lontano. Ora capisco e rido, saluto… Hanif se ne va chissà dove, io torno in città. Ad inizio giornata, la prima cosa che mi dice prima di iniziare l’intervista è stata che gli sembravo proprio Pep Guardiola, ex allenatore del Barcellona.
E così si è consumato il nostro incontro, a Torino, qualche mese fa. Kureishi portava “Uno Zero” (Bompiani), il suo ultimo romanzo. Inaspettato, ironico, tragico, erotico, sospeso. Colto e popolare, come sa fare lui. Scrittore anglo pakistano, personalmente il suo “My Beautiful Laundrette” (di cui era sceneggiatore) ha lasciato il segno. Adolescenti noi in quegli anni, quel film lo abbiamo visto e rivisto. Era l’Inghilterra che immaginavamo con le canzoni degli Smiths. Pop nel senso più colto. Ma anche straordinariamente presente ai cambiamenti, al mutare degli umori e delle sensibilità, con il suo “Il Budda delle periferie”.
E si capiva da che parte stava Hanif Kureishi. Lo si è sempre capito. Scrittore dalla parte degli esclusi. Ancora oggi, che scrive questo che sembrerebbe un divertissement: pieno di citazioni e di colori dal grande cinema noir degli anni quaranta
Per restare al laboratorio Kureishi, alla scrittura, nel leggere questo “Uno Zero” si ha netta l’impressione che per avvicinarsi a quel mondo fatto di atmosfere sospese e noir, una delle letture necessaria sia stata la produzione del Simenon lontano dai classici Maigret. Scopriamo allora che sono stati appena ripubblicati in Inghilterra, in nuove traduzioni, molti di quei magnifici romanzi, e che Kureishi poco prima di iniziare a lavorare sul romanzo, li abbia proprio ricevuti in dono.