Bernadette Mayer Bernadette Mayer

Wilderness

She laughed like a girl, and when she laughed, trouble didn't matter. She smelled like a woman who'd traveled around Turkey, India and Africa. This aura permeated wherever she was and whoever was around her, and it made you feel like you were at home too. Born in Brooklyn, orphaned early in life, her mind flew through Latin, and among epic poems

She laughed like a girl, and when she laughed, trouble didn't matter. She smelled like a woman who'd traveled around Turkey, India and Africa. This aura permeated wherever she was and whoever was around her, and it made you feel like you were at home too. Born in Brooklyn, orphaned early in life, her mind flew through Latin, and among epic poems. Her world was somewhere between the East Village and Upstate New York. Her epic poem is about a day in the life of 1970s New England. She let life happen, and was glad when it did. She held her emotions in check on the page, but not in the world. She spoke directly, in a voice anyone who was around would listen to, carefully.

A creek flowed from the forest, joined a big river and washed the edges of the big city. A party was held once a year on its shores, for the country and the idea of wilderness. Words and water, words like water, were something to look forward to.

Something that flows unforgettably by.

Matthew Licht


Wilderness

There’s strange wilderness, vanishing wilderness, 

wilderness love, cry wilderness, camp wilderness,

out of wilderness, the last great wilderness, 

the wilderness years, scenic wilderness 

and the wilderness horror movies

 

Near Amsterdam is Oostvaardersplassen

A prehistoric park created by re-wilding

There’s a wilderness walking distance from here

but I can’t get to it now, there’s too much snow

There’s no humans there, just a mink and an aurochs

 

the Renssalear plateau, a geologic formation

is a wildlife corridor I live at the southern end of

my neighbor saw a mountain lion, another a moose

I hear owls, see coyotes and non-wilderness varmints

Help me find a wilderness to make love not war in

 

When Sophia said, “guess where I am?” 

She was exploring a wilderness in 

St. Louis created from an abandoned neighborhood

Out of abandonment in America, city wilderness

 

We’ve all seen it in movies; is digital the same

as genetically engineered? Is real life hell

heaven wilderness? Is wilderness a fantasy?

Show me the way to go home, I’m tired and I wanna

go to hell to ring the fantasy bell to dress for dinner

 

Sweet berries ripen in the wilderness are served

Let’s serve sweet berries in the wilderness

Let’s get lost in the wilderness of this poem

Can a poem catch the essence of wilderness? Does

it smell like the fresh dew on a summer’s day?

 

Oh come off it, maybe the dew’s frozen, it’s winter

It’s night: frozen stuff doesn’t smell much

We pretend the diaper’s dewy but the wilderness trees’ve

Been chain-sawed so mushroom spores can grow and

Shroom mouths to eat you as you wonderfully walk by

 

 

Whatever the frozen mushroom dewiness do you mean?

Perhaps it was written a million years ago

in the wilderness notebook or 

The Idiots Guide to Wilderness

Whichever rules wanderers everywhere wonder about

 

I’m just saying there’s no humans here

Maybe we can (make some) cash in on fantasies 

Making the wilderness right there in your head

While you wander in a field of blue daffodils

Looking for home in the heart of an ornamental 

purple cauliflower from Wilderness for Dummies

 

Since some believe there is no wilderness left

We will dream of those friendly utopian places

Create new landscapes for imaginary animals

As if a time traveler corrected all the wrongs

That humans caused to harm 

 

 

 

Bernadette Mayer & Philip Good (text)

Marie Warsh (image)

 

Bernadette Mayer è nata a Brooklyn nel 1945 e rimase orfana durante l'adolescenza; sua sorella era la scultrice Rosemary Mayer. Dopo aver frequentato scuole cattoliche nel 1967 si laureò al New School for Social Research, dove studiò lingue classiche e moderne. Dopo essere salita alla ribalta grazie alla sua mostra Memory nel 1971, Mayer si affermò come un'apprezzata poetessa e membro dei Language poets e della New York School. Nel corso della sua vita pubblicò oltre una trentina di libri, tra cui raccolte di saggi e poesie. Nel 2015 ricevette la Guggenheim Fellowship, mentre l'anno successivo ottenne una candidatura al National Book Critics Circle Award per Works and Days. È morta a New York nel 2022 all'età di 77 anni.

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Elisabetta Beneforti Elisabetta Beneforti

Corallo

cominciamo da tutto

tutto quanto sia danza

e danza e danza

esistono scale minori e maggiori

cominciamo da tutto

tutto quanto sia danza

e danza e danza

esistono scale minori e maggiori

per ogni lembo del mondo

da annusare in un altro giro

oggi o domani non sarà un mistero

in distesa rosso di gerani

su verde accecante


è nella stagione

nessun tempo da buttare

saranno sempre le corde della voce

posati i fotogrammi

piegate le vestaglie

riposto o tagliato tessuto nel baule


le vocali sono brevi e lunghe

questo abbiamo imparato

si compongono amabili

duettano come improvvisatori

quando i sassi sotto l'acqua

come stanno soli nel casino

senza intervalli


sono stati troppi i lutti

chi ha tolto gli ormeggi

chi ha lasciato il pianeta

ali di farfalla abbellivano

il grigiore stanco di ogni santo giorno

non so non so questi allontanamenti

come proseguire con ultimi rimasti

che abbiano in dono le buone viste

i pugni in tasca sempre

per dilatata adolescenza


amori miei

per nome e cognome

per appassionarsi

per attendere e alzarsi

a ballare un lento

l'istante in cui partiamo

si riconoscono più capodanni

in dodici mesi stanziali

dedicati agli aspiranti di qualcosa

quanto sia importante per proseguire

aspiranti e praticanti

ogni azione è pratica

i verbi possono essere vocazione

con la pioggia con le mani

quelle rose sono pura fantasia

al piano terra fra sole e ombra

gioielli e spine nella memoria


come è stata allora la notte

gatti indaffarati facilmente impressionabili

cornacchie veloci private degli alberi

vibrazioni meccaniche del mondo

ce ne sarà uno migliore se

lo prepariamo operosi

intanto tante carezze consolatorie

per i piccoli e una lista di desideri

di varie taglie a preferire


bentornata lentezza

bentornato vuoto

le vostre belle dimore

invisibili e salde

occhiate pesanti per non perdere niente

guarda i voli delle foglie sottovento

inganno le attese a solo piacere

cure affettuose nella parola insieme

una leggera penombra


dove c'è inizio e c'è fine

siamo riti di passaggio

cresciuti ricamati smagliati

vestitini composti mai perfetti

nelle pinete a frescheggiare

Viareggio così demodé e pop

non si può tralasciare

oleandri in forma di alberi

intorno e intorno


ho guardato i miei piani

i miei piani raccontano una vita

una vita intelligente

quanto opportuna quanto

riposa negli archivi

taccuini sacripanti da copertine collage

sussurrano ancora fiori e fantasmi

istantanei belli e buoni

battono battono come altri tempi

uno schiocco di dita

per girare il disco e mescolare i suoni

gli intervalli sono miele



la sintassi dei colori

è una grammatica a sé

per molte ragioni

amoreggia soave in comunanza

è un abbraccio all'aria aperta

di stelle di diamanti nel campo visivo

classici destini e brindisi

un carattere un destino esplicito

esiste meno nebbia a persona

buon domani buon domani


nessun caffè nessuna emozione

nel tuo giornale intimo

questo tu vuoi

ravvivare la bellezza

giardini vecchio stile

mercatini come palcoscenici

viaggi mancanti di grandi novelle

in notturna medio oriente

una bella poesia

è uno spostamento d'aria

ne siamo spettatori

puri con semplice rispetto


in carrozza, signori

le tappe sono successe in ordine

infinitesimali facile a dirsi

guardare tanto guardare

angoli pittoreschi a braccio

ogni belvedere fermo immagine

lago di acqua poco profonda

luce tagliente nella stazione dismessa

una linea due linee

i tragitti portano bene

si fanno e si respira

il cielo è al completo


adesso è una salmodia

con cantilene dentro fino alle ossa

i suoni e le loro materie

l'inchino dei glicini sulla strada

immacolati mai pesanti

rivoluzionaria gentilezza

o l'amore


il gioco ingenuo delle capriole

scivolare via di lato è un'arte

l'arte dei pesciolini dorati

di notte di giorno

nessuna traccia ne parla

la sorpresa sorridente

più strano di quanto sia davvero

esiste vivere alla macchia

millimetri interi, frazioni di orologio

nessun vincolo da firmare

in cima ai pensieri


nelle liste su liste

rimaniamo pur sempre debuttanti

e non cambiamo questo

inizio nei passi avanzati

sempre un nuovo inizio

sempre sia


la saggezza richiede

cose molto leggere, per favore

debutti seguenti e classi distinte

si fa un amore si fa un caffè

si indossa un abbraccio

si regalano volumi

si prendono bottiglie

tutti i felici momenti a ripetere

i tempi lunghi delle raccolte

una torta, in ogni caso

così è possibile allacciare i nostri mali

la vicinanza di me e te

i mali messi fra parentesi

nelle stagioni di mezzo

e le loro carine residenze

ci vuole un pezzo di tempo

una fetta cremosa fruttata

come si chiamavano le pene

se battiti di ciglia formano applausi

se gli aquiloni non volano da soli


il viaggio è questo

fatto di pause

fatto di lunghezze

fatto spazio dopo spazio

osservazioni tante osservazioni

solo un caso per cartoline

antiche o moderne

un viaggio è un viaggio

non ha fretta

non cerca ossequi

si lascia correre dentro cortili

sempre pieno di voci

vasi comunicanti a buon mercato

un sole molto caldo

angoli da non fotografare

si fa anche a meno


ragazzi e ragazze saltellano

dentro il cerchio fuori dal cerchio

cambiano la pelle

come i serpenti fanno

insegnano a gesti idee

fratelli e sorelle in altre sponde

quando non dimenticano

quando se ne vanno anzitempo

ci stanno almeno ascoltando

voglio crederlo

a soffi quei  fiori di argine

a soffi si sciolgono e salgono


cari libri appassionati

quando è stato un felice giorno

un martedì forse un sabato

non è importante

viviamo in una costante soap opera

ciecamente

alla fine del dipinto

una fresca arietta

ho disegnato molti elementi

ho disegnato i contorni

un'isola una vasta radura

i villaggi del paesaggio cinese

ho giocato con titoli impossibili

ancora oggi


una musica raccoglie tutto

consegna al punto più alto

a stare bene a galla

centinaia di mattine

un'aria piena di risate

alcune arie cantabili di metà estate

prendono rifugio

si fanno d'oro per gradirci

benestare invitante


rosari danzanti

calendario illuminante

un vero peccato che

persone comuni o singolari

abbiano perso segmenti di cuore

confetti dopo le nozze

pezzi di nastri a terra


l'estate sa essere

anche spettrale, senti il silenzio

guarda le persiane socchiuse a siesta

i vacanzieri abbandonati

l'aria condizionata da sola

le domeniche lisce

quanto manca al ritorno

senza fiato è questo minimo


leggero alito di vento

miglia e miglia

un mazzo di narcisi

contati a due a tre

omaggio pallido pallido

sul tavolo tek e ferro

pensatoio caro

come luogo di pausa

come luogo di collezione

come sala parto

un oceano che mormora

pieno di luce


alle croci non c'è pace

elemento dopo elemento

oggetto su oggetto

le giornate messe insieme

di mattina prestino

non dimenticare niente

per sette mari

alcuni continenti

siamo stati noccioli

e prima semi

polline

petali e scaglie

lo stato delle cose

non mente

perché tutto questo odiare

continuo a non capire


è fuori dai limiti

dai cartelli storici bellini

la periferia ha battiti importanti

indirizzi sconosciuti

qualcosa di nuovo

ancora una volta

omaggi di posti vivaci

amaranti ogni dove


ecco la carta

ecco le matite colorate

su scaffali aperti

come volumi in catalogo

circostanze e corpi

in levare

differenti alloggi per tutti

il gioco di impressionare

o meno un fotogramma

troppo pochi attivisti

 saccate di indifferenti

così non si procede

a piangerne ier sera


conosci tu

luoghi inospitali

niente zucchero niente empatia

dispiace tanto

le stonature a pelle

i mancati abbracci

di parole di idee

fa parecchio freddo

più di marmi bianchi

questo come è

aerei stanno passando


Nata a Pistoia nel 1963, Elisabetta Beneforti vive e lavora a Firenze. Con Luigi Oldani è redattrice di “PioggiaObliqua”, rivista on line di poesia letteratura arte fotografia. Sue poesie e traduzioni sono presenti in plaquettes, antologie, riviste, opuscoli autoprodotti. Ha collaborato con la rivista “Il popolo del blues” e con l'emittente radiofonica Novaradio. Sempre interessata alla commistione fra differenti linguaggi artistici, ha lavorato con musicisti e videomakers in alcuni progetti di spoken word.

Per Smith Edizioni ha pubblicato la raccolta di poesie Senza permesso e il romanzo Ancora svegli non intendono dormire.

 

La scrittura è creatività gioiosa.


fotografie di Carlo Zei

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Lucia Picconi Lucia Picconi

Parole vestite di latte

mi arrotoli e srotoli
di parole
sinapsi di voci
pallido galleggiamento delle verità

resisto
al buio
fissata con puntine da disegno
che fanno domani

Lucia Picconi (fotografia di Carlo Zei)

mi arrotoli e srotoli


di parole


sinapsi di voci


pallido galleggiamento delle verità

resisto


al buio


fissata con puntine da disegno


che fanno domani


pagina a pagina

si ripete


la vita


senza rumore

nel piatto

l’accumulo di ieri

non si spegne


non c’è


il racconto di me

sulle tue ciglia

nel cielo tenero

mi ricompongo

radiografia opaca

dello sterno


le vite amiche

entrano
nella pupilla

non più riflesso

di me

ma finitudine


in vasi di pensieri

astratti


cerco parole


vestite


di latte


che sanno di buono

sentimenti

in fila


appena dischiusi

nel rosario


del mattino


M

lo scarno verde

della mattina

l’occhio grave

pieno di tempo

ti aspetto


per quella tazza


sul palmo del cuore


Frida

Essere con te


contro la terra e il cielo

nella forza

dell’origine


in luce


di una malinconica

distanza


Lucia Picconi (fotografia di Carlo Zei)

Lucia Picconi è saggista e poeta. Insegna a Firenze. Vive nella Lunigiana aristocratica.

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Stefano Loria Stefano Loria

Da nessun luogo

Una serie di poesie recenti. Intensità e lucentezza dentro le esperienze cancellate di giorni passati e futuri.

Tentazione di

venerare l'oscurità,

la testa tagliata del santo

comincia a parlare

racconta di nessuna

passione spenta,

precipitare e

cancellare.


Un tema, la sconfitta.

Vincevo tappe faticose,

periodici, immensi

incendi.

Mi sono riconosciuto

nelle distese delle

esperienze carbonizzate

dove per tempi insopportabili

niente più cresceva.


Oggetti di scena

divorati dai media,

simmetrie

quanti irreversibili giocattoli

posso sopportare,

un elenco di azioni

c'è divertimento

quasi musica.


La sopravvivenza, tutto

è in pericolo, sempre

avversa fortuna può

colpire e distruggere

oppure restituire un significato,

filtro dell'accadere

senso di un paesaggio.


Seguo il volo degli uccelli

per trarne presagi

individuare similitudini

tra umano e divino,

una immensa biblioteca

si sfalda nella mente.


Ogni poco si infrange

teatro sul teatro

una scena di interni

le diverse grandezze

inconsolabili risultati,

ci sarebbe stata chiarezza

con le ombre necessarie

il quasi emblema.


Un consumatore

glorificato in essenza

aiutami a dire

che non sarò più niente

già adesso il nulla

mi conquista.


Trasparenze

qualcosa di imprevisto,

vi scrivo da nessun luogo

non dalla materia

cremosa delle nuvole,

non dal fondo di un abisso

neppure da una pista di decollo

tanto desiderata,

dal nulla dunque

ascoltatemi.


DSCF2009.jpg

Stefano Loria da giovane ha lavorato per la casa editrice Passigli Editori, ha scritto per il quotidiano “L'Unità” e per le riviste “Tema Celeste”, “Emporio Armani Magazine” e “Pioggia Obliqua”. Ha dipinto per la galleria Sergio Tossi Arte Contemporanea. Oggi lavora con la galleria fiorentina Cartavetra. Insieme a Carlo Zei ha fondato e dirige Stanza 251.

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Paola Silvia Dolci Paola Silvia Dolci

Dinosauri psicopompi

Mi sveglio sempre prima / della fine dei sogni. / Staccata, /come se venissi ritagliata / con le forbici dalla carta.

 Mi sveglio sempre prima

della fine dei sogni.

Staccata,

come se venissi ritagliata

con le forbici dalla carta.


 “poesia non c’è

alle nascite

alle morti” 

T. Różewicz

Quando cala il buio,

i fantasmi del mare si addensano,

si avvicinano, si nutrono sia della notte,

sia dell’acqua.

Quando spunta il sole, i fantasmi

corrono ancora sul filo dell’acqua.


 Spesso è l’oscuramento del cielo che conferisce al mare quel colore livido e scuro. Al momento della tempesta, nella cosmologia di Poe, appare sempre una nube singolare “color rame“. In questa orribile tempesta, sembra che l’escrezione di una enorme seppia, abbia nutrito, nella sua convulsione, tutte le profondità marine.

 

Imparare i nomi delle piante

e leggere l’opera omnia di Bachelard

in caso di sopravvivenza in tarda età.

I giorni a bordo scorrono velocissimi.

Il divenire della superficie.

Più geometria, più spigoli, più tagli.

Ho le braccia e le gambe piene di lividi. Le ferite

sulle mani,

in mare, non si rimarginano mai.

  

Apro l’acqua fredda ed esce calda,

i sogni si associano alla conoscenza.


I collage di Gemma Anton.

Piccoli aggiustamenti di rotta, il temporale incombe

sulla navigazione,

e non scoppia.

Se questi giorni fossero gli ultimi

 

 

C’è un topo che non mi lascia dormire,

di fronte al mio ormeggio.

Sta nella torretta dell’acqua potabile.

 La bambina viene posseduta da un demonio

e smette di vedere un colore alla volta,

prima di morire.

Mi ha detto la strega delle erbe, finché vede i colori,

va tutto bene. Il giorno successivo

la bambina confessa di non vedere più il giallo,

come il sole e le epidemie.

La bambina dice che io sono una farfalla spaventata.

“Un sangue debole di consistenza, una linfa rosacea”[i]

Non mi sono mai vista come qualcosa di delicato.


 

Ho gli occhi irritati dal sale,

la sabbia triturata tra i denti,

le ombre dense dell’isola si annidano

nello scricchiolio lieve della barca, stanotte,

la tua presenza mi ha fatta sentire sola.

 

Devo diventare aria.

 

 

La superficie oleosa del mare,

un lombrico,

una pelle di maiale.

Questo corpo è un animale

che mi sento gettato addosso.

 

“Così ho riunito tutti i cani che potevo

perché venissero nel letto con me;

e i topi hanno mangiato le colombe durante la notte.”[ii]


 

“Che c’è, Ondina?”

Tardivi, si chiamano i frutti che maturano in ritardo. Io provo sentimenti stabili che non sono capace di esprimere. In pieno sole sono cieca, solo qualche mosca nella cornea.


“io vi dichiaro guerra

superpotenze nucleari e insetti

evacuanti […]

vi concedo tre giorni

di tempo per riflettere.

Questo è l’ultimatum. Dopo,

ordino il fuoco.”

 

E. Isgrò

i.

si è fatto un calco della mia figa,

dice che mi ama così tanto

che non riesce solo a baciarla, a mangiarla

ma deve sputarci dentro il cibo

 

ii.

ogni notte sogno di farmi saltare il cuore

fuori dal petto con un pugnale

o un puntello

“che effetto faceva, essere bruciati vivi lungo tutti i nervi”

S. Plath

Le detenute assassine suicide che volevano aggredirmi e con le quali mi ero ritrovata nei bagni, a condividere i bisogni, sono le teste dell’idra che sono io.

 

“è il tempo più grigio

e dolce dell’anno, prima ancora

che brilli la bacca improvvisa

dell’inverno”

A. Bertolucci

dormire con la neve è un’altra forma

poi le macchie si susseguono due dita d’inchiostro

Gli alveari, le case immaginate, le distrazioni

i contrattempi

le guance rosse di novembre bambini

con i vestiti sempre troppo larghi, stretti

hanno gettato il sale sulle strade


Note

[i] A. Mutis

[ii] V. Sackville


Paola Silvia Dolci, nata e residente a Cremona, è ingegnere civile. Si è diplomata presso il Centro Nazionale di Drammaturgia. È armatrice e comandante dello sloop Noix de Coco. Collabora con diverse riviste letterarie. È direttore responsabile della rivista indipendente di poesia e cultura Niederngasse. Tra gli altri ha tradotto Maxine Kumin, Galway Kinnell, Christian Gabrielle Guez Ricord e Albert Camus.

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Ferruccio Mazzanti Ferruccio Mazzanti

Il tormento di un chicco d'uva

La vidi col suo vestito bianco / e una chiazza di vino / profonda come un sorriso, / mi avvicinai a lei / ed ebbe inizio / il tormento…

Fotografia di Costanza De Rogatis

Fotografia di Costanza De Rogatis


Uva

a Lucia

La vidi col suo vestito bianco

e una chiazza di vino

profonda come un sorriso,

mi avvicinai a lei

ed ebbe inizio

il tormento.

Quando ormai a notte fonda

me ne tornai a casa

con la luna tutta tonda

e una calda nostalgia,

credevo di affogare

nel sogno

di quel nuovo acino

che irreversibilmente agogno:

così mi infilai nel letto

toccando il suo corpo

nel silenzioso spazio

dei desideri,

riascoltando

le sue parole di tenebra,

ma duramente la notte trascorse

col mio cuore maledetto nei timpani

che rimbombava oltre il tempo.

Uh tormento

di un chicco d’uva,

sfinito mi giro nel letto

chiedendomi se sopravviverò

 

Peperoncino

Sanguigna lama dei desideri,

sottile come il fuoco

che dardeggia in bocca

e brucia,

sorgi da fiori solitari

con tutto l’enigma del sesso

e ti distendi compiuta

su candide lenzuola:

lì la mente

ti teme e ti brama

su un letto

dove il sole

è fresco per te,

così

coi tuoi semi gialli

fai esplodere

l’estate

mentre il tuo sangue

macchia

il cuore dell’uomo.

 

Mela 

La tua materia crocca

dove il centro del sapore

sta,

ma il tuo succo cola

senza dare risposte.

E ti mordo,

ti mordo ancora.

Ti colgo

quando il cielo crocca

con te

e il tuo profumo

invade la casa

e la tristezza se ne va.

Eppure

non dai risposte,

fresca come la sera,

e non so nulla di te

neanche se divoro

il torsolo.

Oh mela, mela,

solitaria regina

dagli umili gesti

che piangi nel paniere,

racconta il tuo segreto

così che l’uomo sappia

quale condanna sia

 

Mirtillo

Io non so perché

ma accanto a te mi sento solo,

eppure se ti allontani

il venticello si fa freddo

e tu dall’altra parte della strada

ridi ancora.

E allora,

cupa bacca,

col tuo sguardo fiero

ricacci la colpa nel mio petto

e mi scruti sospettosa,

come in attesa,

ma in attesa di cosa?!

 

Io non so perché

ma lontano da te mi sento solo,

eppure se ti avvicini

sento l’aria mancare per il caldo

dei tuoi sorrisi blu.

E allora,

cupa bacca,

ti tengo in mano

dove ruzzoli leggera,

e senza sapere come

ti antepongo al sole

che su di te si irradia


Ferruccio Mazzanti vive e lavora a Firenze, si occupa di narrativa e poesia. E’ redattore “di lungo corso” della Stanza 251. Collabora con le riviste Verde e In fuga dalla bocciofila

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Andrea Donaera Andrea Donaera

C’è rifugio nel misticismo grezzo

Su proposta di Andrea Zandomeneghi - diabolica mente e proboviro dietro al concorso letterario “Urbanità tentacolare”, volentieri pubblichiamo la poesia di Andrea Donaera che ha vinto la prima edizione del concorso.

Su proposta di Andrea Zandomeneghi - diabolica mente e proboviro dietro al concorso letterario “Urbanità tentacolare”, nonché collaboratore di Zest Letteratura Sostenibile e  il Foglio - volentieri pubblichiamo la poesia di Andrea Donaera che ha vinto la prima edizione del concorso.


C’è rifugio nel misticismo grezzo
che suscita il tramonto. Tramortito
vi lascio tutto – e questo sa di fine –
vecchi alle panchine di Piazza Candia,
bimbi aspiranti Del Piero giù al porto,
e pensionati all’ombra delle chiese.
Lascio il giallastro della Cattedrale,
la sabbia sporca della Purità,
e lo sgretolarsi delle fontane.
L’ideale dell’olio buono, lascio,
dei calamari ripieni, dei gamberi.
Questo nostro rifugio. Questo nostro
amarci di pietra e terra. Gallipoli,
cara, quanto sai di fine, così
simile a una Madonna che mai
appare.


Andrea Donaera fotografato da Dino Ignani

Andrea Donaera fotografato da Dino Ignani

Andrea Donaera (Maglie, 1989) vive a Bologna. È laureato in Scienze della Comunicazione presso l’Università del Salento, dove è fondatore e segretario del Centro di ricerca “Pens: Poesia Contemporanea e Nuove Scritture”. Suoi testi e interventi sono stati ospitati su blog e riviste, tra cui «Nuovi Argomenti», «Minima&Moralia», «Nazione Indiana» e «Atelier». Dal 2016 dirige la collana di poesia Billie della casa editrice ‘Round Midnight.

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Gianluca D'Andrea Gianluca D'Andrea

Dentro le ombre per farne semi

Cespi dorati e uomini dirupano
tra le ombre. Così, trasfigurati
in pianeti, gravitano nel buio

Fotografia di Bärbel Reinhard

Fotografia di Bärbel Reinhard

Allora comincerò con un altro disegno,
un’altra carta, ancora una leggenda

Franco Fortini 

 

I. Mentre la pioggerellina sorda

«In pochi anni un lago», disse l’uomo.
Il fiato in nuvole di vapore,
mentre il faggio, che ne accompagnava gli argini,
radicava dentro una pianura
alluvionale. Lo raggiunse
un ticchettio, una voce, un raggio
grigio e vecchio di quarant’anni.
Nel duemilaqualcosa calcolarono
nel duemilaqualcosa arcipelaghi,
corolle alpine e sopra cembri
e alghe dai cembri.
Torbiere, schizzi fossili,
riflessi sul thread dell’acqua e della luce.
L’uomo pregò il dio dell’acqua e della luce
ma il lago non era più lì. C’erano lappole
e faggiole cristallizzate nelle fauci del cinghiale
e nel sangue. Mentre una pioggerellina
sorda attutiva la preghiera, dentro,
sempre più simili a barricate, i primi
tre acri d’informazione.

 

II. Aironi scuoiati in pianura

Ci sono aironi scuoiati in pianura
e cicisbei che gocciano come ghiaccioli,
annaspano in un riflesso trasudando.
Oltre quel punto in pianura si disegna
l’orbita di una caduta. La parallasse
dall’occhio del cicisbeo all’ombra del tiglio
si riverbera in giugno, poco sotto i 40.
Col suo corpo sfilacciato l’airone
si tuffa in un mare più grande
e il tempo passa. Poi riemerge,
apparato psicometrico, termometro,
per ricompattarsi dall’altro lato
della caduta.

 

III. Il lievito della trasparenza

Cespi dorati e uomini dirupano
tra le ombre. Così, trasfigurati
in pianeti, gravitano nel buio.
Cicli verdi tagliano il buio
mentre la traiettoria s’incurva
e rotola nella luce.
Raggiunto il traguardo della trasparenza
diluviano su una guaina vuota.
Il sacco si riempie di spore
e la cascata diventa più opaca,
più pesante, spacca la membrana,
cade nell’occhio che chiude la palpebra.
La favola senza focus, senza uomo,
nel ciglio e nel timpano dell’orizzonte.

 

IV. Il lupo e la sua gang

La retina dal sangue essiccato,
il paesaggio iberna sui semi
che schioccano in tric tric
come il lupo e la sua gang
di sciacalli imbiancati.
Ma dove si nascondono le voci?
la Norvegia? una palude
di corpi abbandonati sul muschio fluttuante.

Sotto il sacco, in ogni increspatura, luccica
un fossile, il silenzio, tutta la
ricchezza del silenzio
e il sogno mortifero di un nuovo inizio,
un solo desiderio
ricompattabile.

 

V. [Il desiderio è il ricordo sfumato del desiderio]

Il desiderio è il ricordo sfumato del desiderio
e gira a vuoto e si ripete
e ripete nel vuoto l’aneddoto
del corpo addormentato nella vertigine
che controlla e anela e controlla
e anela e sfuma le immagini,
il desiderio. Per finire e non finire
nell’orgasmo lento – onanismo –
moviola – della potenza ritardata
della bestia.
Bambole, ma non basta. Supporti,
protesi, ma non basta. Innesti,
integratori, proteine, ma non basta – clic.
Sbucato dal sacco, spento nell’oceano,
cercando di orientarsi ogni avvoltoio
ha bisogno di carne sulle ossa.
Gli esseri s’incistano in un lunghissimo
coito – nei secoli
si analizzano per emergere, 
non importa il genere.

 

VI. [Il … dei semi]

C’era un occhio ad accompagnarci
sempre nell’angolo della stanza,
silenzioso, ma non lo sapevamo
e non volevamo saperlo.
Nel deserto, dopo le prime tribù,
non riconobbi il senso di affacciarmi
per paura di membra brutali,
per non dire l’abbraccio dei figli
dopo il tramonto, dopo il travaso
domestico, dopo l’ascolto.
Eppure dall’angolo della stanza,
gonfio di fruscii e vibrazioni,
l’occhio, ma non lo sapevo,
era ferito e imprigionato – dopo
le tribù, le organizzazioni complesse –
in una tenue dissociazione giornaliera.

 

VII. Artico dei primi passi

Erano costellazioni di ghiaccio
i primi animali a essere immaginati,
non pianeti o organismi ma lastre
galleggianti nella materia
liquida dei primi pensieri.
La guaina esplose dalla sensazione
confortevole di quell’abbandono.
Le lastre della preghiera riflettono
l’occhio che rifiutiamo di svegliare.
Ecco che scappano al lavoro
che li dimentica e li succhia.
I primi orsi lungo tutti i passi
che sappiamo e decantiamo.

Gianluca D'Andrea

 


Gianluca D’Andrea, nato a Messina nel 1976, si occupa di poesia e critica letteraria. Collabora con Alfabeta2 e DoppioZero, vive e insegna a Treviglio. 

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Ferruccio Mazzanti Ferruccio Mazzanti

Con te marea

Marea il tuo sguardo

volubile

è instabile,

cupido come l’acqua

Fotografia di Carlo Zei

Fotografia di Carlo Zei


Marea il tuo sguardo
volubile
è instabile,
cupido come l’acqua
dell’ovest
dove il mistero
dei tuoi pensieri
si rispecchia
nel riflusso
dei tuoi occhi:
era ancora ieri
che tutto il lido
pareva asciutto,
ma tu,
inondando
il castello di sabbia
con la tua schiuma,
sei giunta,
quasi silenziosa,
fra i comuni giochi
del giorno:
così la calda
e pensierosa rena
ritorna in te,
s’immerge
e t’ama.

Marea
tu rendi questa terra
salata
coi tuoi fluidi minerali,
inondi
la secca spiaggia
del sud,
spezzi i confini
tra i mondi
e rendi il regno
del granchio
più ampio.
Ma ferma al sole,
immobile principessa
addormentata
e fresca,
tremi incerta
e sospettosa
della tua natura
vischiosa
di fondale accarezzato
dalla girevole corrente
che scende
e che sale.

Marea
tu rechi i dolori
e le paure
su questa ruvida sabbia,
e quando la luna
se ne va con rabbia
abbandoni l’ombra velenosa
del tuo cuore
sulla spiaggia:
alghe,
meduse,
conchiglie vuote,
pesci morti,
vite ferme
o un tronco d’albero
marcio
precipitato
in te.

Marea immensa,
vasta
e adorna,
con le tue onde
ti camuffi
e muti,
così so appena
baciare la tua fronte
di ostrica
e di balena,
ma ogni paura
dal tuo scuro fondo
emerge naufragata
come una cosa che ride
anche se si ode un pianto
ubriaco e leggero
che mostra la vita,
la mostruosa vita
dell’amore.
 

Ferruccio Mazzanti

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Gaia Blandina Gaia Blandina

Si divora il mondo

Senza sé,                                               
si dona il mondo,                                  
si donano organi.                                    
Senza se,                                               
si divora il mondo,

sambuco

carta si srotola
nell’attesa di una — 

tensione;
piega.

sambuco
acido, tossico, dolce —
guardati intorno.

miglia e miglia da
qui ancora.

miliardi di passi da fare
milioni di ore da trascorrere
centinaia di migliaia di pensieri da formulare al minuto.

respiro pollini inodori
(e soffici odori di pelli simili)
di una natura semplice,
buona. 


Fotografia di Alberto Conti

Fotografia di Alberto Conti


altro

nello spazio dell’Uno —
strati e strati di
cotone
strati e strati di
ceramiche sottilitrasparenti
resistono a
venti a
tramontana. 

labbra lontane
per far passare
scirocco
mari plastificati
finti
che vorrebbero dir
altro alto


Fotografia di Alberto Conti

Fotografia di Alberto Conti


senza sé, senza se

Senza sé,                                               
si dona il mondo,                                  
si donano organi.                                    
Senza se,                                               
si divora il mondo,                                  
si divorano organi.                                  
Senza sé e se,                                       
il mondo si dona e divora,                      
e l'acqua si scioglie sulle forme.

 

Gaia Blandina


Gaia Blandina, nata a Messina, è una sound artist. Il suo lavoro attraversa diverse metodologie e discipline, dalla musica alla poesia, dall’uncinetto al violoncello. Vive in Gran Bretagna.

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Stefano Loria Stefano Loria

Operazione

Moltiplicata al cubo

anche la radice della permanenza

potrebbe volgersi al distacco.

Immagine di Stefano Loria

Immagine di Stefano Loria


Moltiplicata al cubo
anche la radice della permanenza
potrebbe volgersi al distacco. 
Per questo vi consiglio di
rispettare la divinità
del cambiamento, assecondare
i suoi capricciosi
mutamenti vitali. 

Da una parte il discontinuo,
dall'altra il nulla. 

Stefano Loria

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Federico Mastrolilli Federico Mastrolilli

Poesie Spagnole

Separare la nostalgia dai ricordi
è lo spazio tra i tuoi denti
mentre mi baci
                   quella notte
sulle scale fronte al mare.

estate.jpg

B.B.
Separare la nostalgia dai ricordi
è lo spazio tra i tuoi denti
mentre mi baci
                   quella notte
sulle scale fronte al mare.

La mano che mi tieni è la bocca che mi lascia
quando sussurra che
- con un sorriso da pessima attrice -
l’estate prossima
ci rivedremo a Calella.

Svanisce nell’acqua il riflesso della tua pelle
fredda
come l’aria sulle scale della metro Odéon
quando ci incontriamo, 
ormai a Natale,
per scoprire che nulla è cambiato.


AIGUABLAVA
Il candore del tuo braccio appoggiato al finestrino
si sovrappone al blu del mare
che mi appare a intermittenza
mentre scendiamo per la strada curvosa
che porta ad Aiguablava.

È facile rendere le cose difficili
quando accavalli le gambe
e le note di Miles Davis si perdono come le ultime case di Begur
nello specchietto retrovisore
di una macchina a noleggio.

Per fortuna qualcosa rimane
come sabbia nel costume,
come crepa nel muro.
È il pallore della tua schiena,
il segno del reggiseno,
la crema sulla mia mano
che l’acqua salata non laverà.

MERCEDES
Il mio ricordo è un’immagine di te, un vestito estivo,
alle sette del mattino, in una rotonda addormentata
di un paese galiziano,
dopo una notte febbricitante di attese.

Ti allontani dalla macchina con passo disinvolto,
nelle tue espadrillas porti via l’aria fresca del mare.

All’improvviso ti volti, e ci sorridi
come un’attrice francese
lasciandoci intravedere la possibilità
di un’altra vita,
di un altro finale.

La tua bellezza consapevole è dolce consolazione
per il bagno mancato.

Già dormono le tue gambe abbronzate, distese sul lenzuolo bianco,
illuminate dalla luce grigia che penetra dalle fessure della persiana,
mentre noi guidiamo in silenzio lungo la costa,
sperando che i Beach House tengano lontana la polizia.

Ma come la scena di un film è solo il miraggio di un’emozione,
anche la tua diapositiva, sepolta nella memoria,
non restituisce la leggerezza del tuo sguardo,
è solo il residuo – in bianco e nero – dei nostri sogni, 
di quanto sarebbe potuto accadere,
quella notte a Sanxenxo.

Caroline.jpg


NOTTI DI MADRID #1
Il Jack Daniel’s ti accende gli occhi di frenesia.
Allontanandoti dal bancone
trovi fianchi familiari a cui appoggiarti.

Il casquet non ti è riuscito e Ana cade all’indietro, 
sul pavimento freddo, come una cometa,
sfiorando la tragedia del venerdì sera.

Nel mezzo della canzone prendi la sua mano
con una buona scusa la porti lontano dalle amiche
i vostri passi in diagonale svaniscono sotto le luci che girano svogliatamente.

Non esiste delusione che duri più di un gin tonic
è una parata di illusioni
quella che si dà il cambio sulla pista.

Eppure, furente è la tua figura che si fa strada tra le camicie bianche
per raggiungermi all’uscita
dove un Buddha ci sorride.

Ora basta, hermano, andiamo fuori.
La calle Miguel Angel ci attende con le sue stelle
che evaporano nel cielo ancora scuro
come cubetti di ghiaccio in un whisky e coca lasciato a metà.

ULTIME PASSEGGIATE CON ANDREA
Volano gli appuntamenti
e non c’è mai abbastanza tempo per dirsi quello che uno vorrebbe.

Passeggiano silenziose per Recoletos
le nostre scarpe di tela,
lasciando alla discrezione dei diari
la tentazione di incrociarsi.

Da Colòn a Lavapiès,
la città è una sceneggiatura
che scriviamo con i nostri passi
timidi e impacciati.

Non sono gli anni o il mare di distanza
ciò che tuo padre non accetterebbe;
la colpa sono i resti del feudalesimo
che la Spagna non riesce a scrollarsi di dosso
e a cui non è concesso accedere
neanche passando per il club del golf.

Non mi sono mai sentita così a mio agio, mi dici
addentando la tortilla
e il trucco sugli occhi
ti rende più donna di quello che sei.

Le tue amiche non capiscono
le file ai teatri
per vedere autori russi
quando il sole è ancora alto
e i giorni di primavera a Madrid
si consumano pigramente ai tavolini dei bar di Alcalà.

Più tardi le raggiungerai al Gabana,
e l’ordine sarà ristabilito.

Non è Pigmalione ma, chissà, uno spasimo di libertà
l’attrazione che ci porta
- sul terrazzo di un hotel –
ad avvicinare le nostre labbra.
Rompere il voto di castità
è fragrante come la vaniglia dei tuoi capelli fini.

Brillano le tue lentiggini abbronzate
mentre ci abbracciamo come amici
consci del paradosso che l’addio
è solo un incontro fatto per lasciarsi.

Nella Plaza de Santa Ana mi dai la mano
- la paura dell’abbandono -
e ci baciamo un’altra volta, lentamente.
È il momento dello stretching
dopo tante camminate.

L’assenza di malizia ci assolve da tutti i peccati
anche quelli che non abbiamo commesso
perché tanto la vita ci ha già disperso
come le onde del mare
che osservi dalla spiaggia cantabrica.
Non mi aspettare sul bagnasciuga
perché rimarrà solo la schiuma
e il volo di questi gabbiani.


NAOMI
La vecchiaia non ha età
e a giudicare dall’arredamento
neanche questo ristorante giapponese in cui mi hai portato
- il più antico di Madrid – 
prima della mia partenza.

A gambe incrociate sulla moquette blu
ricordo un altro locale folcloristico
- il pollo alla Stroganoff,
i camerieri toledani vestiti da cosacchi – 
in cui imparammo a conoscerci.

Che strano: Russia e Giappone sono i luoghi del tuo viaggio di nozze
e anche quelli della nostra amicizia.

Passano i maki sulle nostre teste
e passano gli anni, 
e con loro si perdono le buone abitudini di scriversi e dedicarsi tempo
sommersi come siamo dalle piante da annaffiare. 

Appassiscono i coriandoli lanciati ai Re Magi
sui marciapiedi della Castellana
mentre noi continuiamo a definire l’amicizia
a pochi isolati di distanza.

Assistiamo con tenerezza al tè versato
pallido come queste giornate di vacanza che perdono colore;
quando usciamo sarà quasi sera
sarà un’altra stagione.
Ogni volta si ricomincia
con quello che si perde, con quello che si trova.


CASTIGLIA
Sono paesaggi d’acquarello
altipiani del colore del tabacco
quelli che ci lasciamo alle spalle
mentre attraversiamo la Castiglia con la tua Golf blu
e la Castiglia attraversa noi.

Presto il bruciato della meseta burgalesa
come carta d’Eritrea sul davanzale
lascerà spazio alla freschezza delle valli boscose
e stasera – con i piedi nella sabbia e l’eco del mare –
aspetteremo impazienti la paella del bar Blanco.

Arianna si è addormentata sul sedile posteriore;
quando si sveglia la porteremo a mangiare a Leòn.
Sotto le foto dei toreri ti parlo di amici, di stanze in cui sono entrato
e ho dormito male per una notte (o anche meno),
di oggetti che – nella penombra dei baci eccitati - ho intravisto sulle mensole.

Facciamo benzina superata Astorga
mentre i pellegrini si rinfrescano a una fonte.
Anche noi sgraniamo il rosario dei viaggi che abbiamo condiviso
ed è dolce – un foulard che scivola sull’erba –
la certezza che i cataloghi sono sempre incompleti.

Presto tra noi due ci sarà un oceano, mi dici serio
mentre il sole tramonta dietro le montagne del Bierzo. 
Ecco un altro matrimonio
in cui le ragazze belle non vorranno ballare
e i loro vestiti leggeri d’avorio si sporcheranno di erba umida.

È tardi per continuare a guidare e fa buio
in questa conca piena di inquietudine
e pellegrini con i volti stanchi.
Fermiamoci a dormire sulla strada: il mare lo vedremo domani
e torneranno anche le parole.

La signora con il vestito a fiori si scusa per la camera spartana
e per la brandina; noi sorridiamo
mentre ci sdraiamo senza togliere il copriletto liso.

Quando Arianna va in bagno per farsi la doccia
lasciando la porta socchiusa
i nostri sguardi assonnati si incrociano, e un lampo li accende
è il sorriso dei bambini che custodiscono un segreto
e non vogliono condividerlo
per paura di perderlo
o di scoprirne la falsità.

DIAGONAL
La notte, nichilista, ci inghiotte
nelle tue esse morbide come tasche di un cappotto
che dimentico nel guardaroba del club
in cui ci siamo conosciuti.

Sul marciapiede ci baciamo
prima che faccia in tempo a capire
che non sei una pianta carnivora
e che ha smesso di piovere.

La Diagonal non è fredda se mi tieni la mano
e mi parli della costa
in cui passeremo fine settimana indimenticabili
nella casa dei tuoi nonni.

Anche se so che non è vero
perché ogni abbandono è impossibile
mi perdo nei tuoi occhi socchiusi
come i lettini di una spiaggia a fine giornata.

Il nostro errore è sempre lo stesso
ci affezioniamo troppo alle albe e alle strade vuote
ma le illusioni, per dolci che siano,
non sono mai quello che speravamo.

Il portone di ferro ti inghiotte
nel sogno di un appartamento che non vedrò mai
perché sono già lontano, come un pedalò alla deriva
verso la prossima baia.

Federico Mastrolilli

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Ferruccio Mazzanti Ferruccio Mazzanti

Conversazioni naturali - parte seconda

Bevendo l'ennesimo
precipitano gli uccelli,
creature senz'ali
lanciate contro la gravità.
Bevendo e bevendo
il bicchiere non si svuota  

fotografia di Carlo Zei

fotografia di Carlo Zei

Gli uccelli

Bevendo l'ennesimo
precipitano gli uccelli,
creature senz'ali
lanciate contro la gravità.
Bevendo e bevendo
il bicchiere non si svuota, 
nei bar
negli angoli bui
nelle mani aperte, 
il bicchiere,
il bicchiere non si svuota:
gli uccelli
precipitano giù
senza le loro ali,
creature lanciate
contro la gravità.

 

Le pulci

Circolano senza nome
intorno ai miei piedi
intorno a me,
saltano quando
salti te,
nascondo le mani
dentro al cappotto,
non guardo il mio corpo
cammino storto,
vorrei soltanto
vederli contenti,
invece loro
mi mostrano i denti,
la notte che cala
la notte puttana,
mi sento guardingo
li vedo crudeli,
la bocca aperta
fuggo lontano,
ma il vero problema
è che non tieni
la mia mano.

Lucertole

Queste verdi notti in cui
non è la solita ombra
a inseguirmi,
ma un non so che
incurvato sulle spalle:
i lampioni odiosi
civettano dall'alto,
una superficie
di vetro
sotto il ponte,
le pietre vuote,
le strade fredde,
le luci storte,
scappare a casa
come verdi lucertole
nel proprio certo buco:
mi son strappato cento code
dietro di me.
E poi tu
alla finestra di casa:
forse stanotte
non dormirò nei fossi.

 

Ferruccio Mazzanti

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Lucia Picconi Lucia Picconi

Delle nostre patrie perdute

Giù
In fondo
Spicchio marino
Di turchesi  di blu
Sedimenta
Lo smarrimento
Delle nostre patrie perdute

fotografia di Bärbel Reinhard

fotografia di Bärbel Reinhard

Giù
In fondo
Spicchio marino
Di turchesi  di blu
Sedimenta
Lo smarrimento
Delle nostre patrie perdute
Immoti
Restano
I cieli
Ad altissimo tasso
Semiotico

 

Sciame di sofferenze
Sfumature
Di Tessuto di vita
Vorrei cogliere qualche colore
In questo mare
Anelli concentrici
Di solitudine

 

Il fiume
Respira
Su tonde pietre
E prosegue dentro
Il tuo nome trasparente
Sospensione
Di una notte stretta


Lucia Picconi

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Nicola Dimitri Nicola Dimitri

Riprese

Abbiamo colonizzato il mondo, 
addomesticato le tigri, 
dato un bacio in bocca al nostro aguzzino
e tarpato le ali ad ogni singola primavera aperta. 

(tre elaborati sul rapporto tra poesia e tecnologia)

1.
Abbiamo colonizzato il mondo, 
addomesticato le tigri, 
dato un bacio in bocca al nostro aguzzino
e tarpato le ali ad ogni singola primavera aperta. 

Abbiamo così vinto ogni costanza: 
come la tempesta; 
come forse la morte. 
Come la distanza. 
Ed ora che abbiamo tutto il mondo? 
Lo guardiamo dagli schermi. 

Nella nostra fretta notturna, 
un po’ da cane senza tregua, 
abbiamo sempre mirato per non colpire. 
Che con quegli spari
Volevamo solo vedere gli uccelli fuggire. 

Ed adesso che occupiamo i loro rami così spogli, 
ci sentiamo vestiti? 
E se impressionar qualcuno, della vita, 
fosse il solo esercizio? 

Io mi interrogo a volte, 
su come avanza il ghiaccio. 
Che seppur immobile e silenzioso appare, 
strisciando e stridendo fa un rumore
e un caldo
infernale.

2.
Quando le cose
erano ancora rigogliose, 
i monti innevati, 
i mari pieni di spuma
e candidi i sospiri, 
le nostre mani
erano strette strette
e strappavano in guisa
prima i fiori dalla terra
e poi i petali
dai fiori stessi. 

Con sorriso. 

Così, 
immacolato e d’acciaio, 
forse d’avorio, 
pareva il mio respiro. 
Pieno, forte, 
intenso, era anche il tuo. 

Così, 
sembravamo
come chi non sa fallire
come chi non ha fermate
come chi non è mai sceso. 

Però poi pioveva
E pioveva spesso. 
E cadeva acqua nei polmoni, 
nelle scarpe già bagnate
nelle spalline delle giacche. 
Bagnando tutte
le nostre intenzioni. 

Cos’è che ci serviva. 
Cos’è che mi serviva. 
Un quadro? Un colore
Un profumo? Una donna? 
Una scoperta? 
Mi serviva evitare le crepe, 
le parole sporcate di tedio e di pratica. 
Ci serviva evitare la realtà della tecnica infame
La realtà dello stupore e dello sconcerto. 

Ci serviva pulirci dalla polvere
Che fa da coperta, 
e da lucidissimo tumulo
ai poeti. 
E al loro nido di ingenua poesia.

3.
Perché non ci fanno paura
Le macchine che sfrecciano
O l’acqua calda
giù nei mari. 

Perché non ci fa paura
Il frastuono di un aereo che sorvola
O la nostra vita
Fatta di solitudine e telefonia. 

Perché non ci spaventano
Gli ingorghi e i traffici. 
E I messaggi istantanei. 
Perché non ci sconvolge
Questa fretta che ci mangia. 

Qui, 
dove la telecamera
arriva prima dell’occhio, 
e la registrazione
sostituisce la vista
noi, non ci spaventiamo
e non abbiamo paura. 

Perché il trauma non l’abbiamo
Mai visto. 
Ma solo, semplicemente
Ripreso.

 

Nicola Dimitri
 

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Maurizio Masi Maurizio Masi

Il pettirosso

Anche qui
in questo regno d'assenza,
tra le cornici laccate delle finestre,
il pettirosso -
freddoloso   

Anche qui
in questo regno d'assenza,
tra le cornici laccate delle finestre,
il pettirosso -
freddoloso
di un inverno semiserio - 
porta la sua ilarità.


Stupito osserva
dalle fronde dell'ulivo
strani esseri semoventi;
ora si commuove
- in tanto silenzio - 
compunto da un filo d'umiltà.

 

Maurizio Masi

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Russell Day Russell Day

Good-bye spelled wrong

a shadow thinner
than the pole that
makes it makes
the hypotenuse
of an almost perfect
triangle with frost

Fotografia di Alberto Conti

Fotografia di Alberto Conti

Math
                 (for Julian)

a shadow thinner
than the pole that
makes it makes
the hypotenuse
of an almost perfect
triangle with frost
on grass for legs. 
it will stay
there forever until
it doesn’t

 

Matematica
        (
per Julian)

un’ombra più esile
del palo che
la forma
forma
l’ipotenusa
di un quasi perfetto triangolo
con gambe di brina sull’erba.
resterà lì per sempre
finché non ci resterà più

 

Good-bye spelled wrong

your manikin head leans in to buy socks. later we have nothing. the question was asked but i can’t tell you where. we talked until it was time to represent her nakedness. i was marking time until i could tell you; i was thinking of negative space to put between the scene that took place on the train and the first specific mention of the train. we were inside and could have been anywhere. the snow continued to appear in a nimbus. the mysterious woman phoned again. now that i’ve told you, there’s nothing, no need for music of any sort. 

your toothy manikin head leans in as if to whisper. looking up i see the long train curve forward to be seen by itself; it goes slowly and my children are fearful. time is passing more quickly than the train, and i need to stop here and there for medicine, bubbles, a vegetable. i didn’t see how low the floor was. between the vegetable and the floor stood four years. your great puddle. your manikin head whispers to me; the touch of her colors us in the sky-white sky. then when we see you it is everything.

the dog who was always there is now somehow not. the calm plan, the plan that worked. clean up and go home, before the buckets fill. the sky that undoes us cheapens with sky-colored grace. sleep the white expansive scattering. by the train station, the cold of the new “and then and then.” suddenly we were sleeping together. snow still clove to the hoary beech. the tall stick falls, but the wrought iron, colored wax, shirt cardboards, brown tv drip as through a sieve to where the sloping floor met the wall and as spring remained cold despite the open window, the bed fixed the empty air. 


Addio scritto male

la tua testa di manichino si china per comprare calzini. dopo non abbiamo niente. la domanda fu posta ma non so dirti dove. parlammo finché fu l’ora di rappresentare la sua nudità. aspettavo di potertelo dire; stavo pensando allo spazio negativo da mettere tra la scena che si svolse sul treno e la prima specifica menzione del treno. eravamo dentro e potevamo essere da qualsiasi parte. la neve continuava ad apparire in un nimbo. la donna misteriosa telefonò ancora. ora che te l’ho detto, non c’è nulla, non serve alcuna musica.
la tua testa di manichino tutta denti si protende come per sussurrare. alzando lo sguardo vedo la lunga curva del treno guardare sé stesso; si muove lento e i miei bambini hanno paura. il tempo passa più veloce del treno, e devo fermarmi qui e là per medicine, bolle, verdura. non vidi quanto era basso il pavimento. tra la verdura e il pavimento stavano in piedi quattro anni. la tua grande pozzanghera. la tua testa di manichino mi sussurra; il suo tocco ci colora nel cielo bianco come il cielo. poi quando ti vediamo, è tutto.

il cane che era sempre lì ora in qualche modo non c’è. il piano calmo, il piano che funzionò. ripulisci e torna a casa, prima che si riempiano i secchi. il cielo che ci disfa si riduce ad un  grazioso color celeste. dormi l’ampio bianco sparpagliato. presso la stazione, il freddo del nuovo “e poi e poi.” d’un tratto dormivamo insieme. la neve si aggrappava ancora al faggio canuto. il bastone cade, ma la ghisa, la cera colorata, le scatole delle camice, la televisione marrone sgocciolano come attraverso un colino fin dove il pavimento pendente tocca la parete e mentre la primavera restava fredda nonostante la finestra aperta, il letto fissava l’aria vuota.

Russell Day

(traduzione di Matthew Licht e Carlo Zei)
 

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Ferruccio Mazzanti Ferruccio Mazzanti

Conversazioni naturali

Perché orgogliosa non chiedi
l’amore che vuoi?
Sola  e triste
col tuo vestito
d’oro e verde,
in un angolo
o sul tavolo,

Fotografia di Carlo Zei

Fotografia di Carlo Zei

Banana
                                           a Tato

Perché orgogliosa non chiedi
l’amore che vuoi?
Sola  e triste
col tuo vestito
d’oro e verde,
in un angolo
o sul tavolo,
curva come l’infinito
aspetti una carezza
che ti sbucci,
una bocca
che ti morda,
un luogo caldo
e nero
che ti uccida.

Timida banana,
burro amaro di mattina,
quando trovi la tenerezza
ti fai oltraggiosa
coi tuoi fronzoli stopposi,
e da eroina
vai a morire
col mio fiume innamorato.

 

Noce

Cosa sei noce?
Un mistero armato
sotto cui cova
una brace cerebrale:
tu sei il mondo:
confusa, impaurita,
ostile e segreta:
tu sei l’amore.
Eppure ti compro
per due soldi
al mercato.

 

Pera

I tuoi vestiti
di lino e di pelle,
la fame e la gioia,
il cimitero dei pensieri,
la libertà e l’ubriachezza:
con te
correre lontano
come bestie,
come uccelli.
E i muri sono secchi,
quanto sei bella,
il fiume e la pioggia
del raccolto che consola,
e il sangue…
sono fatto di sangue
come te;
e la luna, la luna
che stona
il riso e il canto,
e tutto quanto
se ne sta da solo
con te
e col tuo vestito di lino.
Lungo le tue gambe
l’umido mi assale
nei sentieri
dove mi son perso
e i cipressi ricordano
le onde spumose
della sorte,
e tu sei tanto bella
senza
il tuo vestito di lino.

 

Pomodoro

Taglio la tua polpa rossa
come una fessura ardente
e ne mangio un pezzo,
pomodoro carnoso.
Ora le tue ovaie
sprigionano semi
che scivolano sulle labbra
e fra le dita,
mentre tu mi attendi aperto
e umido
sul tagliere di legno.

 

Ferruccio Mazzanti

 

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Philip Good Philip Good

Poeti inscatolati

Heavy sheets of paper resided in a box
A cover announces a curious collection
numerous poets work for another’s need
which surely outweighs their means
however their words prove worthy

Opere di Francesco Lauretta fotografate da Luca Migliore

JOHN ASHBERY

Heavy sheets of paper resided in a box
A cover announces a curious collection
numerous poets work for another’s need
which surely outweighs their means
however their words prove worthy
of a possible successful recovery
as the colored particles in the sky confirm
like a mythical bird sound climbing high
breaking out of a doctor’s induced coma
not sleep, but reconnected circuits interrupted
more time is decided needed, perhaps a plea
heeded, heard, understood
people’s appreciation received, recorded

(stanza break)

Now many years after the fact
a new stanza is written, fashioned
lines are counted, courted and mixed
each with a different color and tone
like John Ashbery’s glorious spring
dream of not going into Hawaii
or asking questions forgotten till
tomorrow when the next wave lands
onto the shore yet to be investigated as
pages promise a day pass to visit
other realities diminished later as
we wonder which way is out or enter
whatever is constructed to be seen


BILL BERKSON

We walk or roll along the river’s edge
next to skyscrapers that may not escape
remote controlled flying objects
We are far from the ocean’s moonlight
reflection, as gravity weighs heavier
than usually felt on a silent city sunrise
still far enough away from flooding time
the brain can only take so much high tide
when hypnogogic rarity gathered evidence
evidence of unbelievable language seen
Seen like colored fumaroles emitted from
each key stroke of the Smith Corona typewriter
found later to change people’s minds

(stanza break)

On yellow paper Bill Berkson had his head
above the water and soldiered onward
never a coward to acknowledge genius
and remark on any uphill travails
like climbing over an East Hampton dune
A sun glare delight brushed across
blue billboards announcing  
who is the bee’s knees and a toast
to many more parlor car pleasures
couldn’t be any less exact but
we get the point and enjoy the rhythm
above different weather than night’s
weight keeping our life’s secrets

Philip Good



JOHN ASHBERY

Pesanti fogli di carta risiedevano in una scatola
Una copertina annuncia una curiosa collezione
molteplici poeti lavorano per un altrui bisogno
che sicuramente va oltre i loro mezzi
comunque le loro parole si dimostrano degne
di un possibile efficace recupero
come confermano le particelle colorate in cielo
mitico suono d’uccello che ascende
strappandosi dal coma indotto da un medico
non sonno, ma circuiti interrotti e riconnessi
più tempo occorre e si dà, forse una preghiera
accolta, sentita, capita
l’apprezzamento della gente ricevuto, registrato

(break)

Ora molti anni dopo il fatto
viene scritta una nuova strofa, linee
modellate si contano, corteggiano e mescolano
ognuna con colore diverso e tono
come il glorioso sogno primaverile di John Ashbery
di non entrare alle Hawaii
né fare domande dimenticate domani
quando atterra la prossima onda
sulla riva ancora inesplorata
e pagine promettono il permesso di un giorno per visitare
altre realtà ridotte poi mentre
ci chiediamo qual’è la via d’uscita o entriamo
in ciò che è costruito per essere visto


BILL BERKSON

Camminiamo o rotoliamo lungo la sponda del fiume
accanto a grattacieli che forse non sfuggiranno
a oggetti volanti comandati a distanza
Siamo lontani dal chiaro di luna sull’oceano
mentre la gravità pesa più
che al sorgere del sole in città
lontano ancora dall’ora dell’alluvione
il cervello può appena reggere tanta altra marea
quando l’ipnogogica rarità trovava una prova
prova che un linguaggio incredibile è visto
Visto come fumaroli colorati emessi
ad ogni battuta di una macchina da scrivere Smith Corona
che si scopre poi cambiare la mente alle persone

(break)

Sulla carta gialla Bill Berkson teneva la testa
fuor d’acqua e proseguiva marzialmente
mai vigliacco quanto a riconoscere il genio
e commentare un calvario di salita
come scalare una duna dell’East Hampton
Una delizia di bagliore solare pennellato sopra
cartelloni blu che proclamano
chi è il più fico e un brindisi
ai tanti piaceri al chiuso di un’automobile
non potrebbero essere meno esatti ma
abbiamo capito e il ritmo ci piace
più del un clima diverso dal peso della notte
che mantiene i segreti delle nostre vite

 

(traduzione di Carlo Zei e Matthew Licht)

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Lavinia Ferrone Lavinia Ferrone

Agorafobia

Stamani ho salito a corsa
almeno un milione di scale
e ora che ho finito
è grassa se respiro
dicevo che avrei smesso di fumare
ma nel mentre che lo dicevo
mi giravo
un cicchino.

immagine di Beatrice Squitti

Stamani ho salito a corsa
almeno un milione di scale
e ora che ho finito
è grassa se respiro
dicevo che avrei smesso di fumare
ma nel mentre che lo dicevo
mi giravo
un cicchino.

Avessi potuto
l'avrei scritta io una poesia di Montale
per te.


EUREKA
Ritrovarti tutto intero
dentro a quell'unico pensiero
fatto prima di dormire
prima di sparire
quando non si guarda piú l'ora
si mette la sveglia
senza piú cercare gli argomenti da usare
trovarti tutto intero
mentre si chiudono gli occhi
e di solito si spera
di trovarti anche dopo.


AGORAFOBIA
Foto di lune grosse da alta marea
sabbie da deserto
asfalti come oceani
distese nere
specchi bianchi
è tutta l'estate che non si sente volare una mosca.


SOBBALZO
Che poi alla fine che ne so che è
sentirsi annegare
poi credere di non essere
sperare di sparire
sembra di cadere
quando il cuore ti va su
sarà solo perché cadi
speriamo di atterrare
prima te
poi io.

Lavinia Ferrone


Lavinia Ferrone scrive principalmente testi comici, ma prova di nascosto, imperterrita, da almeno quindici anni, a scrivere poesie avvalendosi di diversi stili. La prima raccolta, senza titolo, la scrisse a tredici anni, ascoltando i Nirvana. Più volte le è stato suggerito di smettere, e ogni volta che vede un tramonto, uno scorcio, o qualcosa di sentimentalmente rilevante, ci ricasca, giurando a se stessa e alle persone cui dedica le poesie, che quella sarà l’ultima volta. Vive e lavora a Firenze.

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